Una fake su 4 sui vaccini è diffusa da persone con sintomi depressivi

AGI – Una notizia falsa su quattro riguardante i vaccini, diffusa in questa pandemia, proverrebbe da persone che hanno problemi di depressione più o meno grave. Uno studio, pubblicato su Jama Network, mette in correlazione i sintomi depressivi con la diffusione di disinformazione sui vaccini Covid e su altre notizie di salute pubblica. I risultati confermano che sintomi depressivi maggiori sono associati a più alto rischio di cadere nella rete di fake news.

Lo studio è stato condotto dai ricercatori Massachusetts General Hospital di Boston negli Stati Uniti. Lo studio che ha indagato i meccanismi di disinformazione sul Covid-19 tra gli adulti statunitensi ha coinvolto 15.464 persone con sintomi depressivi moderati e gravi in due ondate di indagini e in 50 stati.

Condotto tra maggio e luglio 2021, lo studio ha misurato i sintomi della depressione utilizzando il Patient Health Questionnaire 9-item (PHQ-9). Gli intervistati avevano almeno 18 anni. 

Nel sondaggio iniziale, i risultati hanno portato ad almeno 1 di 4 false dichiarazioni sui vaccini Covid-19.

Nel sondaggio successivo, coloro che hanno approvato queste dichiarazioni erano la metà degli intervistati Questi risultati suggeriscono un altro potenziale beneficio per il pubblico sforzi sanitari per affrontare la depressione, vale a dire la riduzione


Una fake su 4 sui vaccini è diffusa da persone con sintomi depressivi

Per Microsoft, Activision Blizzard non è solo un gioco: l’idea di metaverso di Nadella

AGI – Un po’ come in Tetris, Microsoft stava cercando il pezzo giusto. Pensa di averlo trovato con Activision Blizzard, spendendo 68,7 miliardi di dollari. Non è solo un tassello tra i tanti ma l’incastro che, in un colpo solo, potrebbe valorizzare i punti di forza (il cloud), annullare quelli deboli (gioco mobile) e aprire alle potenzialità del metaverso.

I videogiochi sono una cosa seria

Microsoft non è certo digiuna di videogiochi: il lancio della prima Xbox (solo per citare il prodotto più conosciuto) risale al 2001. Ma lo spazio e l’attenzione al settore sono cresciuti nel tempo, come dimostrano i dollari sborsati per le acquisizioni. Activision Blizzard è – di gran lunga – l’operazione più costosa di sempre. Non solo. Tra le dieci più corpose, altre due riguardano i videogiochi: nel 2020, il gruppo ha messo le mani su ZeniMax Media per 8,1 miliardi di dollari e nel 2014 su Mojang, per 2,5 miliardi. Microsoft si ritrova così in casa titoli come Fallout, Doom, Minecraft, Call of Duty, Halo.

Nell’anno fiscale 2021, il fatturato da gaming è cresciuto del 33%, ha superato i 15 miliardi di dollari e rappresenta il 9% degli incassi del gruppo. Nell’ultimo bilancio annuale, la società tracciava già la strada che Activision Blizzard conferma: Microsoft si diceva in cerca di “future opportunità” nel settore, con un approccio “end-to-end” (cioè dallo sviluppo fino alla distribuzione). Ma perché spendere così tanto?

Microsoft e nuvole 

Secondo i dati di Newzoo, la quota di mercato di Microsoft passerebbe dal 6,5 al 10,7%, rendendo la società la terza del settore dopo Tencent e Sony. L’effetto si è visto in borsa: se le azioni della compagnia americana non hanno avuto scossoni, quelle del concorrente giapponese sono crollate del 12%.

L’acquisizione non vorrà dire solo più titoli per la Xbox: è nutrimento per l’ambiente cloud. Microsoft, ormai è chiaro, immagina i videogame slegati dal singolo dispositivo per essere accessibili sempre e in qualsiasi posto. È una visione che si combina con un grande vantaggio rispetto ai concorrenti: Microsoft, oltre ad avere i titoli e una console, è forte anche sulla nuvola. Ha infatti sottolineato come l’acquisizioni supporti la crescita di Game Pass: il servizio in abbonamento e in cloud, che ha raggiunto i 25 milioni di abbonati, dovrebbe accogliere i giochi di Activision Blizzard e attingere da un nuovo bacino di 400 milioni di giocatori attivi ogni mese in 190 Paesi. I titoli che Microsoft si porta in casa, quindi, “accelereranno i piani per il cloud gaming”. Cioè verso un’esperienza di gioco sempre più simile a quella di Netflix.

Il gioco è mobile

Giocare sempre e giocare ovunque, quindi. E qui arriva il secondo incastro: oltre a crescere dove è già forte, Microsoft colma una sua lacuna storica: il gioco sui dispositivi mobili, che vale circa la metà del giro d’affari globale. La società stima che il 95% dei 3 miliardi di videogiocatori nel mondo (destinati a diventare 4,5 miliardi nel 2030) usa farlo da mobile. “È un’area – ha ammesso il ceo di Microsoft Gaming Phil Spencer – dove non abbiamo avuto una presenza massiccia”. Fino a ora: ad Activision Blizzard fa capo King, lo sviluppatore di titoli come Farm Heroes e Candy Crush. 

Dal metagioco al metalavoro

Il ceo del gruppo Satya Nadella ha aggiunto un altro elemento: “Il gioco avrà un ruolo chiave nello sviluppo del metaverso”. Tutti nel grande mondo di Zuckerberg? Non proprio. Microsoft ha un’idea molto più ampia. “Non dovrebbe esserci e non ci sarà un unico metaverso centralizzato”, ha spiegato Nadella. Saranno invece supportate “molte piattaforme”, creando “un solido ecosistema di contenuti, commercio e applicazioni”, accessibile “su ogni dispositivo”. 

Il metaverso di Nadella sembra quindi una galassia di mondi virtuali, capaci di adattarsi non solo ai visori ma anche a modalità di esplorazione più semplici e meno immersive. E cosa fanno, da sempre, i videogiochi se non immaginare mondi virtuali? Unite alle infrastrutture Microsoft, società come Activision Blizzard hanno gli asset tecnologici e le competenze in grado raccogliere questa sfida. Non solo per l’intrattenimento: la realtà virtuale e i meccanismi del gioco sono applicabili ovunque, anche nell’altra grande area d’interesse di Microsoft, quella professionale: riunioni su Teams, soluzioni di Office, reti di Linkedin. Dal metagioco al metalavoro.  


Per Microsoft, Activision Blizzard non è solo un gioco: l’idea di metaverso di Nadella

L’allarme delle compagnie aeree Usa per il 5G vicino agli aeroporti

AGI – Le compagnie aeree statunitensi sono preoccupate per il potenziale “caos” causato dalla diffusione del 5G negli Stati Uniti, una paura che deriva dal rischio di interferenze tra le frequenze utilizzate dalla tecnologia internet mobile e gli strumenti di bordo essenziali per l’atterraggio degli aerei.

La stessa United ha avvertito che l’attuale piano di implementazione del wireless 5G negli Stati Uniti avrebbe un impatto negativo su circa 1,25 milioni di passeggeri United e almeno 15.000 voli all’anno e ha esortato l’amministrazione del presidente Joe Biden ad agire.

Le frequenze utilizzate dal 5G sono vicine a quelle utilizzate dai radioaltimetri degli aerei. Agli operatori telefonici statunitensi è stata assegnata la banda di frequenza da 3,7 a 3,98 gigahertz (GHz) per il 5G, un diritto per il quale hanno pagato decine di miliardi di dollari

L’industria aerea teme che questo interferisca con i dati dei radioaltimetri, un radar che misura la distanza tra l’aereo e il suolo, che sono essenziali per gli strumenti notturni come l’atterraggio o in condizioni di scarsa visibilità. Questi operano nello spettro da 4.2 a 4.4 GHz.

Mentre non c’è quindi alcun rischio di interferenza diretta tra le frequenze, la potenza di trasmissione delle antenne 5G o parte delle emissioni dirette verso l’alto potrebbe rappresentare un problema per alcuni altimetri, proprio per il rischio di interferenza. Airbus e Boeing hanno avvertito le autorità statunitensi circa le “potenziali interferenze”, e l’agenzia dell’aviazione americana (FAA) ha accettato di rinviare il lancio del 5G fino al 19 gennaio per garantire che il sistema fosse perfettamente sicuro.

“Se c’è un rischio potenziale per i viaggiatori aerei, siamo obbligati a limitare l’attivitaàdi volo in questione fino a quando non possiamo dimostrare che è sicuro“, ha detto. La FAA ha convalidato l’uso di due modelli di radioaltimetro e ha approvato 48 degli 88 aeroporti statunitensi più direttamente interessati dai rischi di interferenza 5G.

In Europa, la banda di frequenza principale per il 5G è stata delimitata tra 3,4 e 3,8 GHz, frequenze che sono meno simili a quelle dei radioaltimetri in uso negli Stati Uniti. In Corea del Sud, un Paese all’avanguardia nella diffusione della tecnologia mobile, le frequenze 5G non vanno oltre i 3,7 GHz. Il Giappone, che permette ai suoi operatori di arrivare fino a 4,1 GHz, non prevede “nessuna misura di mitigazione sotto i 4 GHz – cioè nessuna restrizione nello spettro in cui si svolgeranno le operazioni 5G negli Stati Uniti – e non ci sono state segnalazioni di interferenze”, sostiene il CTIA, l’organizzazione che riunisce l’industria americana della telefonia mobile.

AT&T ha intanto cominicato che rinvierà “temporaneamente” l’accensione di un numero limitato di antenne 5G intorno ad alcune piste aeroportuali statunitensi. Lo ha comunicato in una nota la società: “Siamo sconcertati dall’incapacità della Faa (l’autorità americana di controllo dell’aviazione, ndr) di fare ciò che 40 Paesi hanno già fatto, ovvero distribuire in modo sicuro la tecnologia 5G senza interrompere i servizi di aviazione. Chiediamo che venga fatto in tempi rapidi”, afferma la società telefonica statunitense. “Stiamo lanciando i nostri servizi 5G ovunque come previsto, con l’eccezione temporanea di questo numero limitato di torri”, aggiunge.

L’industria aerea andrà incontro a “gravi interruzioni operative” se le antenne 5G saranno accese negli Usa mercoledì. Lo ha scritto David Seymour, Coo di American Airlines, in una lettera ai propri dipendenti. “Fino a quando non ci sarà una soluzione tecnica a lungo termine prevediamo che sperimenteremo ritardi, deviazioni e cancellazioni, ben oltre il nostro controllo”, afferma Seymour. Al momento Verizon, l’altro colosso delle telecomunicazioni che dovrà accendere le proprie antenne mercoledì, non ha deciso di rinviare..


L’allarme delle compagnie aeree Usa per il 5G vicino agli aeroporti

Cosa rischia il traffico aereo negli Usa con il lancio del 5G

AGI – Alla fine ha ceduto anche Verizon. Dopo At&t anche l’altro colosso della telefonia mobile Usa ha deciso per un nuovo rinvio dell’accensione delle sue antenne 5G nei pressi degli aeroporti statunitensi. American Airlines e United avevano avvertito che, con l’accensione delle torrette, ci potrebbero essere “gravi problemi operativi” al trasporto aereo.

Con il 5G rischio “caos”

Tutto ha inizio a inizio dicembre, quando alcune compagnie statunitensi hanno avvertito del potenziale “caos” che potrebbe derivare dall’istallazione delle antenne nelle aree di decollo e atterraggio, temendo “potenziali interferenze” tra le frequenze usate dalla nuova tecnologia di internet mobile e la strumentazione degli aerei. At&t in una nota si è detta “sconcertata” dai ritardi dell’autorità americana, la Faa, mentre la Casa Bianca ha fatto sapere che sono in corso discussioni tra Faa e le compagnie aeree per risolvere lo stallo. Le anomalie al momento sono state riscontrate dalla Faa sui Boeing 787-8, 787-9 e 787-10 e potrebbero riguardare diversi sistemi dell’aereo senza essere evidenti fino a quando il velivolo non sia a bassa quota durante l’avvicinamento.

Quali rischi corrono gli aerei: le frequenze

Già lo scorso dicembre Airbus e Boeing avevano avvertito l’autorità americana dell’aviazione (Faa) dei rischi per le apparecchiature degli aerei. Il motivo è che le frequenze utilizzate dal 5G sono vicine a quelle utilizzate dai radioaltimetri degli aerei, gli strumenti che forniscono la distanza presente tra il velivolo e il suolo.

Agli operatori telefonici statunitensi è stata assegnata la banda di frequenza da 3,7 a 3,98 gigahertz (GHz) per il 5G, un diritto per il quale hanno pagato decine di miliardi di dollari. L’industria aerea teme però che questa frequenza interferisca con i dati dei radioaltimetri, essenziali per operazioni come l’atterraggio durante la notte o in condizioni di scarsa visibilità.

Questi operano nello spettro da 4.2 a 4.4 GHz. Non c’è quindi alcun rischio di interferenza tra le frequenze, ma, viene spiegato dalle società, la potenza di trasmissione delle antenne 5G potrebbero rappresentare comunque un problema per alcuni altimetri.

Un problema solo per gli Usa?

“Questa non è una questione globale o europea, è davvero una questione specifica sull’uso del 5G e la sua implementazione negli Stati Uniti in termini di bande di frequenza e potenza”, ha detto il capo di Airbus, Guillaume Faury, a inizio gennaio. In Europa la banda di frequenza principale per il 5G è stata delimitata tra 3,4 e 3,8 GHz, frequenze che sono meno simili a quelle dei radioaltimetri in uso negli Stati Uniti. In Corea del Sud, un paese all’avanguardia nella diffusione della tecnologia mobile, le frequenze 5G non vanno oltre i 3,7 GHz.

Il Giappone, che permette ai suoi operatori di arrivare fino a 4,1 GHz, non prevede “nessuna misura di mitigazione sotto i 4 GHz”, cioè nessuna restrizione nello spettro in cui si svolgeranno le operazioni 5G negli Stati Uniti, “e non ci sono state segnalazioni di interferenze”, sostiene il Ctia, l’organizzazione che riunisce l’industria americana della telefonia mobile. Al momento la palla è nel campo delle autorita’ americane, che potrebbero decidere un rinvio per tutti all’ultimo momento e cercare di risolvere l’impasse normativo e tecnico. 


Cosa rischia il traffico aereo negli Usa con il lancio del 5G

Il primo video su Youtube visto più di 10 miliardi di volte

“Baby Shark” è diventato il video di YouTube più visto di tutti i tempi già a novembre 2020, ma ora è diventato il primo video di a superare i 10 miliardi di visualizzazioni.

Il video, pubblicato il 18 giugno 2016, ha rapidamente scalato la classifica dei più visti al mondo fino a conquistare la vetta e battere record si record. Attualmente le visualizzazioni sono 10.003.712.878. 

Il video è stato prodotto da Pinkfong, marchio sudcoreano specializzato nella creazione di contenuti educativi per bambini. In particolare l’azienda, fondata nel 2010 a Seul, produce canzoni e video per i più piccoli, come quello di Baby Shark, finalizzati all’insegnamento dell’inglese e di altre materie. 

Baby Shark ha surclassato qualsiasi altro video pubblicato sulla piattaforma di proprietà di Google. Basti pensare che alla fine del 2021 al secondo posto tra i video più visti c’era Despacito, canzone di Luis Fonsi diventata tormentone estivo nel 2017, con 30 milioni di visualizzazioni. 

 


Il primo video su Youtube visto più di 10 miliardi di volte

Si è dimesso fondatore e ceo di Signal

AGI – Moxie Marlinspike, il fondatore del popolare servizio di messaggistica istantanea criptata Signal, ha annunciato le proprie dimissioni da amministratore delegato della no-profit. Il presidente esecutivo e co-fondatore di WhatsApp, Brian Acton, prenderà il suo posto ad interim, mentre la ricerca di un sostituto è ancora in corso.

“Dopo un decennio o più, è difficile dire quanto Signal sia importante per me, ma ora un avvicendamento al ruolo di amministratore delegato è possibile con questo team, e credo anche che sia un passo importante per espandere il successo di Signal”, ha detto Marlinspike in un post sul blog lunedi’.

Fondata nel luglio 2014, Signal ha più di 40 milioni di utenti mensili, in parte guidati da un’impennata di nuovi utenti nel gennaio 2021 quando WhatsApp, di proprietà di Meta, ha attuato un cambiamento di politica controversa che ha scatenato molte polemiche sulla privacy e sulla natura delle informazioni personali condivise con la sua società madre, Facebook.


Si è dimesso fondatore e ceo di Signal

Il robot più ‘umano’ del mondo presentato a Las Vegas

AGI – È in grado di sorridere, mostrare stupore, sgranadre gli occhi, ammiccare come se fosse un umano, ma in realtà è un robot: Ameca, il robot più ‘umano’ al mondo è stato presentato al Consumer Electrics Show (Ces) di Las Vegas, conquistando l’attenzione. La sua ‘esistenza’ era già stata svelata l’anno scorso in un video, divenuto virale, ma finora non era mai stato mostrato in pubblico. 

Creato dalla società britannica Engineered Arts, al momento non è in vendita ma è usato solo per fini di ricerca, educativi e di intrattenimento. Il robot ha gestualità ed espressioni facciali da essere umano e interagisce con i ricercatori, grazie alle videocamere negli occhi, al riconoscimento dei volti e ai microfoni in emtrambe le orecchie.

Parla, ascolta e risponde alle domande, ma non cammina: l’azienda ci sta lavorando ma probabilmente ci vorranno ancora 12-18 mesi prima che sia possibile creare un prototipo con questa funzionalità. 


Il robot più ‘umano’ del mondo presentato a Las Vegas

Mobilità elettrica, immersività e contaminazione: così Sony stacca il biglietto per CES 2022

AGI – Con una rinnovata attenzione ai veicoli elettrici, sulle note di Adele e del suo nuovo album “30”, spinta dai nuovi prodotti, tra cui “Virtual Production”, dedicato alla produzione video, il drone professionale di Sony “Airpeak”, e lo smartphone “Xperia PRO-I”, Sony sbarca al CES 2022, la fiera di Las Vegas in programma fino all’8 gennaio 2022: la più grande del mondo dedicata all’elettronica di consumo.

Una presenza certificata dalle parole di Kenichiro Yoshida, Presidente e CEO di Sony. Dopo due anni difficili, ha detto, «vogliamo ribadire il nostro obiettivo», «permettere alle persone di connettersi più profondamente con coloro che condividono gli stessi interessi e formare legami più forti all’interno delle loro comunità».

Sony Mobility e il nuovo Vision S 02

Sempre Yoshida ha parlato anche degli sviluppi di Vision-S, iniziativa che mira a contribuire all’evoluzione della mobilità. Ha detto che «Sony è ben posizionata come “azienda di intrattenimento creativo” per ridefinire la mobilità», e ha annunciato che Sony costituirà una nuova società, Sony Mobility, nella primavera del 2022, attraverso cui intende esplorare l’ingresso nel mercato dei veicoli elettrici.

Il sistema Vision-S, in particolare, supporta la guida sicura riconoscendo e analizzando l’ambiente circostante in tempo reale, con sensori installati a 360 gradi intorno al veicolo. Tra questi i sensori di immagine CMOS ad alta sensibilità, alta risoluzione e ad ampia gamma dinamica e sensori LiDAR che rilevano accuratamente lo spazio tridimensionale. Il sistema fornisce anche un’interazione intuitiva del conducente in combinazione con il sistema audio del veicolo e il sistema HMI.

Sony ha presentato la nuova Vision S 02. Dopo la Vision S 01 presentata alla precedente edizione del Consumer Electronics Show, Sony allarga l’offerta con un nuovo suv elettrico a 7 posti. Se in passato Sony aveva annunciato di non voler produrre auto ma realizzare tecnologie legate all’automobile, ora la situazione sembra cambiata come dimostra appunto la nascita di Sony Mobility.

La nuova Sony Vision S 02 è lunga 4,9 metri, larga 1,93 metri, alta 1,65 metri. A bordo l’intera plancia è caratterizzata da tre schermi da dove gestire tutte le funzioni della vettura e la connettività con tecnologia 5G e aggiornamenti Over the Air.

La nuova Sony Vision S 02 è spinta da due motori elettrici, uno per ogni asse garantendo così la trazione integrale, in grado di generare una potenza massima di 272 cavalli. 

Immersività e PlayStation VR2

Immersività e contaminazione tra produzione cinematografica e videogame: queste le parole chiave con cui la multinazionale ha deciso di staccare il biglietto per gli Stati Uniti. Un esempio? Il sistema di realtà virtuale di prossima generazione “PlayStation VR2” e i nuovi “controller PlayStation VR2 Sense” per un’esperienza immersiva nel mondo dei giochi. Un titolo? L’arrivo dell’ultimo della serie “Horizon”, “Horizon Call of the Mountain”, esclusivamente per “PlayStation VR2”. Dicevamo contaminazione. Come la partnership tra Sony e Manchester City per la realizzazione di una community di nuova generazione, in uno spazio virtuale.

Contaminazione

Ma non è tutto. Tom Rothman, presidente e amministratore delegato di Sony Pictures Entertainment Motion Picture Group, ha portato sul palco PlayStation Productions, una collaborazione tra Sony Pictures Entertainment e Sony Interactive Entertainment per produrre film e TV basati su PlayStation IP.


Mobilità elettrica, immersività e contaminazione: così Sony stacca il biglietto per CES 2022

Al Ces 2022 il palco se lo prenderà l’automotive

AGI – In un calendario di lanci sempre più fitto, il Ces di Las Vegas resta la fiera dell’elettronica di consumo più ricca del mondo. Non è più il palcoscenico principale per le grandi società tecnologiche e – dopo l’annullamento del 2021 – continua a essere condizionato dalla pandemia.

Ma il Consumer electronic show è pur sempre un evento per guardare da vicino la tecnologia che cambia. L’appuntamento è dal 5 al 7 gennaio (un giorno in meno del previsto per questioni di sicurezza legate a Omicron).

Tante le assenze: circa 50 espositori (che rappresentavano il 7% dello spazio complessivo della fiera) hanno cancellato la propria presenza. Sono stati sostituiti, si legge sul sito della manifestazione, da 143 compagnie che negli ultimi giorni hanno chiesto di partecipare.

Più che l’elenco dei 2.200 espositori, è quello degli speaker che definisce la direzione intrapresa, ormai da qualche anno, dal Ces: un contenitore di tutto, dal cibo alla robotica, dalla realtà virtuale allo spazio.

Non sorprende più che, per l’edizione 2022, il keynote di apertura sia stato affidato alla ceo di GM Mary Barra, che però interverrà da remoto. La casa automobilistica presenterà (online) il suo primo pick-up elettrico, Chevrolet Silverado.

Potrebbero vedersi prototipi di Chrysler e Hyundai, mentre Bmw e Mercedes hanno dato forfait. Tanto per rimarcare come elettrico e guida autonoma abbiano conquistato il centro della scena, interverrà un solo membro del governo statunitense: sarà il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg.

Tra i nomi degli ospiti che saliranno sul palco, mancano le grandissime società tecnologiche: niente Meta, Amazon, Google e Microsoft. Ci sarà però il ceo di Samsung Jong-Hee Han. La casa sud-coreana, oltre alla sicura presentazione della nuova linea di monitor, potrebbe lanciare il più volte rimandato Samsung Galaxy S21 FE, versione che dovrebbe coniugare alcune funzioni dei Galaxy S21 con un prezzo più abbordabile. Sarebbe, con tutta probabilità, il dispositivo più attraente in un mercato – quello degli smartphone – che non ha nel Ces il proprio evento di punta. Occhi aperti però su possibili spunti sul fronte 5G e, come da alcune edizioni a questa parte, sui dispositivi pieghevoli, dagli smartphone alle tv.

Il Consumer electronic show è tradizionalmente prolifico per i laptop. Se Lenovo ha cancellato la propria presenza, si guarda ad Asus, HP e Dell: quest’ultimo – per ora – ha concentrato l’attenzione sul gioco annunciando Conpet Nyx, un progetto che dovrebbe permettere ai videogiocatori di accedere facilmente alla propria libreria e cambiare schermo anche durante una partita. Il gaming, d’altronde, è un grande classico del Ces, che ha battezzato – tra le altre cose – la versione casalinga di Pong (nel 1975), il Nes Nintendo (1985) e la Xbox (2000).

Probabile che alcune delle novità più importanti saranno poco visibili. Un po’ perché Gpu e processori si trovano sotto la scocca dei dispositivi e un po’ perché non hanno la stessa presa che possono avere sul grande pubblico uno smartphone o una console. Intel e Amd sono tra le compagnie che hanno cancellato la propria presenza fisica, ma ci saranno Nvidia e Qualcomm (anche con il keynote del ceo Cristiano Amon).

Per descrivere il taglio ormai ecumenico della fiera, basta poi fare cenno a come il quotidiano si mescoli con lo stellare. Sarà sicuramente massiccia la classica presenza dei dispositivi per la smart home, mentre si fanno strada le soluzioni legate all’esplorazione spaziale, dopo un 2021 nel quale il turismo è andato in orbita. Dall’aspirapolvere alle navicelle, tutto è connesso.


Al Ces 2022 il palco se lo prenderà l’automotive

Cinesi contro Elon Musk per il rischio collisioni con ‘Space X’

AGI – Sotto tiro sui social media cinesi il miliardario Elon Musk in quanto secondo Pechino, due dei suoi satelliti hanno mancato di poco la collisione con la stazione spaziale del gigante asiatico.

L’uomo più ricco del mondo, che è stato recentemente nominato Persona dell’anno dalla rivista Time, è meglio conosciuto in Cina per le sue auto elettriche Tesla. Ma la sua azienda di esplorazione spaziale SpaceX gli sta facendo registrare un certo malcontento.

Secondo un documento inviato all’inizio di dicembre da Pechino all’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari dello spazio esterno a Vienna, la stazione spaziale cinese Tiangong ha dovuto eseguire manovre evasive in due occasioni, a luglio e ottobre, per evitare “un incontro” con la navicella SpaceX.

L’agenzia spaziale cinese ha dovuto reagire “per garantire la sicurezza e la sopravvivenza degli astronauti in orbita”, ha aggiunto Pechino.

Mercato cruciale per Tesla

SpaceX non ha replicato, creando malcontento negli internauti cinesi e l’increscioso episodio potrebbe avere ripercussioni sulle vendite di Tesla in Cina. 

Il mercato cinese è cruciale per il multimiliardario canadese-americano nato in Sudafrica. Tesla vende circa un quarto della sua produzione in Cina e ha una fabbrica a Shanghai

Nello spazio, SpaceX ha lanciato una costellazione di più di 1.500 satelliti, Starlink, progettato per portare la connettività internet in tutti gli angoli del mondo. 

D’altro canto, “abbiamo visto un aumento del numero di rischi di collisione da quando Starlink è stato distribuito”, ha detto Jonathan McDowell dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics negli Stati Uniti.


Cinesi contro Elon Musk per il rischio collisioni con ‘Space X’

Quanto varrà e cosa farà l’Iot nel 2030

AGI – La verità è che nessuno sa come sarà il futuro dell’Internet of things. E l’ultimo rapporto di McKinsey lo conferma: entro il 2030, l’IoT potrebbe generare tra i 5500 e i 12.600 miliardi di dollari a livello globale. Un dato che ci dice due cose. Primo: la crescita c’è e ci sarà, forte. Secondo: la forbice tra la stima più cauta e quella più ottimistica è ancora enorme, perché sono ancora tante le incognite che potrebbero rallentare o spingere il mercato degli oggetti connessi.

D’altronde, l’analisi ha corretto al ribasso un analogo report del 2015: sei anni fa McKinsey prevedeva che l’IoT sarebbe valso tra i 3.900 e gli 11.100 miliardi entro il 2025. Per quella data, l’ultimo studio punta a 2.800-6.300 miliardi. In altre parole: la previsione più brillante è stata quasi dimezzata. C’è molta più cautela sullo sviluppo delle fabbriche intelligenti, delle smart city e dei veicoli autonomi (che non sono proprio dietro l’angolo), mentre sembra esserci stata un’accelerazione nelle case, negli uffici e – in parte – nella salute.

Al di là dei dubbi e delle correzioni di rotta, però, una cosa è certa: nei prossimi anni l’Internet delle cose sarà sempre più presente nei nostri appartamenti, sul posto di lavoro e al supermercato. Ecco come, secondo lo studio “The Internet of Things: Catching up to an accelerating opportunity”.

In fabbrica e nei campi

Nonostante stime al ribasso, l’applicazione dell’Iot nelle fabbriche resta la più promettente in termini economici: vale 1.400-3.300 mila miliardi di dollari, circa un quarto del totale. La diffusione dei sensori permette una migliore gestione degli impianti. Quando l’adozione sarà su vasta scala, le fabbriche potrebbero ridurre del 10-15% i costi operativi, con un risparmio della spesa energetica del 5-10%.

L’Iot permetterebbe di trovare quello che McKinsey chiama “il sacro Graal dei tecnici”: la manutenzione predittiva. Niente più rigidi calendari di controllo e fermi improvvisi: i dati segnalano quando un macchinario ha bisogno di un intervento prima che si verifichi un guasto. “L’adozione della manutenzione predittiva è avvenuta più lentamente del previsto, ma vi sono segnali di miglioramento”, afferma il rapporto.

Dagli impianti ai campi: l’agricoltura di precisione permetterebbe di produrre di più con meno risorse, aumentando la resa del 15-20%.

Per la salute: dispositivi indossabili e ingeribili

La seconda applicazione dell’Iot per valore generato (550-1.760 miliardi) è la salute. Il settore affronterà un cambiamento enorme, di cui abbiamo già avuto un assaggio durante la pandemia. Oggi, il valore dell’Internet of things applicato alla sanità (150 miliardi) è simile a quello che riguarda il benessere (130 miliardi). Nel 2030 il monitoraggio e il trattamento delle malattie potrebbe arrivare a valere il doppio rispetto alle applicazioni legate a fitness e tracciamento del sonno. Sì, ma come? Ci saranno i wearable, i dispositivi indossabili come gli smartwatch. Ma anche sensori “impiantabili, iniettabili e ingeribili”.

I pazienti potranno utilizzare apparecchiature che rilevano e comunicano dati ai medici, lanciando allarmi in caso di anomalie. Flaconi intelligenti e applicazioni ricorderanno al paziente quando è il momento di assumere i farmaci, rendendo più semplice seguire la terapia.

In città: meno traffico e incidenti

L’impatto economico dell’Iot sulle città potrebbe essere di 1000-1700 miliardi di dollari. Si va dal monitoraggio della qualità dell’aria alla riduzione degli sprechi, dalla sicurezza all’energia.

La fetta più consistente (da un decimo a quasi un quarto del valore complessivo) sarebbe però generata dalla “gestione del traffico centralizzata e adattiva”. Cioè, in sostanza, da sistemi in grado di organizzare la viabilità in base ai dati. Linee e orari del trasporto pubblico sarebbero definiti grazie alle informazioni a disposizione e i semafori darebbero priorità a bus e tram per garantire maggiore puntualità.

Un traffico più scorrevole permetterebbe di ridurre i tempi di intervento in caso d’emergenza del 20-35%. Mentre un automobilista passerebbe alla guida il 15-20% di tempo in meno. Non male: vorrebbe dire risparmiare una decina di minuto per ogni ora passata al volante. Si taglierebbero, di conseguenza, spese per il carburante ed emissioni di CO2. Ci sarebbero anche meno incidenti, meno danni materiali e meno vittime, anche grazie alla guida autonoma. Che, però, rappresenterà ancora una nicchia: se oggi non c’è nessuna auto in circolazione dotata dei livelli di autonomia più elevati (il quarto e il quinto), nel 2030 potrebbe dirsi autonomo appena l’1% delle vetture.

Al supermercato: offerte personalizzate 

L’Iot cambierà anche il modo di comprare. Già nei prossimi due anni, più di una catena di vendita al dettaglio su due potrebbe avere casse automatiche, con una copertura dell’80-90% nel 2030. In altre parole: una spesa “fai da te” sarà la norma nel giro di qualche anno. I clienti guadagnerebbero tempo, mentre i supermercati ridurrebbero i costi.

McKinsey prevede però che “la chiave della futura esperienza” sarà legata alla personalizzazione: offerte su misura in tempo reale, sconti, consigli dedicati al singolo cliente. Si tratta di una sorta di trasposizione fisica di quanto succede già online: quando accediamo a un sito, ci vengono dati dei consigli in base alle nostre tracce passate. Il futuro in negozio potrebbe essere così. Quando l’utente arriva tra gli scaffali, un’app segnalerà al personale prodotti e promozioni in corso a cui il cliente potrebbe essere interessato. Oppure, con telecamere e reti neurali, ognuno potrebbe avere un “profilo di comportamento” tra reparti e articoli, fornendo informazioni sui suoi gusti. Tecnologie come questa potrebbero aumentare la spesa in negozio del 20-30%.

In casa: energia e video 

Dal punto di vista economico ha ricadute potenziali contenute rispetto ad altri ambiti (400-800 miliardi di dollari, il 7-8% del totale), ma ha “un impatto enorme su come le persone trascorrono tempo e spendono denaro”. È l’Iot in casa. Verrà utilizzato per automatizzare le faccende domestiche, dalle pulizie fino alla spesa.

Se gli smart speaker attuali giocano quasi tutto sull’audio, “guardando al futuro, il video potrebbe essere un abilitatore tecnologico ancora più importante”. Perché, spiega il rapporto “non è solo fondamentale per i casi d’uso della sicurezza, ma consente anche ai robot di muoversi efficacemente all’interno della casa”. L’altra grande fonte di valore è il risparmio energetico, combinando taglio della bolletta e delle emissioni di anidride carbonica.

Al lavoro: uffici e cantieri

In un uffici in cui tutto è connesso, la gestione degli spazi diventerebbe più efficiente. Ad esempio, identificando le sale conferenze disponibili o indicando il percorso più breve all’interno di un edificio. Le informazioni raccolte su movimenti e attività dei dipendenti permetterebbero di progettare meglio la configurazione degli spazi. La realtà aumentata migliorerebbe la condivisione, anche da remoto. I sistemi intelligenti per il monitoraggio dell’energia sarebbero in grado di tagliare costi ed emissioni.

Gli stessi principi, applicati sui cantieri, potrebbero aumentare la produttività del 5-10% e ridurre il costo delle materie prime del 5-9%.

Acceleratori e freni

Come dimostra la grande escursione economica stimata da McKinsey, ci sono molti fattori che potrebbero accelerare o frenare lo sviluppo dell’Iot. Tra quelli che il report chiama “abilitatori” ci sono il valore percepito (consumatori e aziende devono convincersi che l’Internet of things è utile), la tecnologia (con il progresso accompagnato da costi sempre più bassi), la connettività (il rapporto stima che sarà coperto dal 5G il 60% della popolazione mondiale entro il 2026 e il 90% nel 2030). 

In direzione contraria agiscono le “barriere”: le imprese si concentrano troppo spesso su “progetti pilota” e non su veri progetti di trasformazione; se l’interoperabilità non è sufficiente (cioè se i sensori non parlano gli stessi linguaggi) aumenta i costi e si rallenta lo sviluppo di nuove applicazioni. E poi ci sono i rischi e le normative: cybersecurity e privacy, senza le quali l’Iot si trasforma da opportunità in rischio.  


Quanto varrà e cosa farà l’Iot nel 2030

Multate in Russia per contenuti “illegali” Facebook-Meta e Google

AGI – Un tribunale di Mosca ha dichiarato la società americana Meta, la ex Facebook, colpevole di “ripetute violazioni della legge” per il rifiuto di rimuovere contenuti vietati e ha condannato l’azienda al pagamento di una multa di quasi due miliardi di rubli, circa 24 milioni di euro. Lo ha annunciato un portavoce del tribunale Tagansky nella capitale russa.

È stata multata in Russia anche Google per il corrispettivo di 87 milioni di euro, per non aver rimosso contenuti “illegali”, per lo più relativi al materiale diffuso dal movimento dell’oppositore in carcere, Aleksei Navalny. Entrambe le aziende hanno dieci giorni per presentare ricorso. 

Secondo le leggi russe, una volta che la sentenza di un tribunale diventa effettiva, la società interessata ha 60 giorni per pagare la multa volontariamente.

Se Google e Meta non lo faranno, il caso verrà inviato agli ufficiali giudiziari affinché agiscano per far rispettare la decisione della corte.


Multate in Russia per contenuti “illegali” Facebook-Meta e Google

Il Quirinale apre le sue porte e la visita è virtuale

AGI – Ammirare il soffitto ligneo del Salone dei Corazzieri direttamente dal pc della scrivania, passeggiare per i curatissimi giardini del Quirinale cliccando con lo smartphone, curiosare nello studio alla Vetrata sede delle consultazioni quando c’è crisi di governo senza uscire di casa: la Casa degli italiani apre le sue porte ai visitatori virtuali e, in collaborazione con Google, offre una passeggiata virtuale a 360 gradi nei saloni del palazzo, nei suoi giardini, nella tenuta di Castelporziano, ma offre anche informazioni sulla vita della prima istituzione della Repubblica, sul suo funzionamento e la sua storia.

Senza muoversi da casa si potranno così vedere il Salone dei Corazzieri e la collezione di carrozze antiche, la macchina sabauda per fare le caramelle e il labirinto di siepi di bosso, lo studio alla Vetrata dove si svolgono le consultazioni nelle crisi di governo e la Cappella Paolina che fu sede di quattro conclavi. 

 “Il Quirinale è un palazzo vivo e vitale per la nostra democrazia, protagonista oggi come ieri della storia del paese, e come tale costituisce a pieno titolo la casa degli italiani” ha ripetuto più volte Sergio Mattarella, che ha voluto ampliare spazi e tempi di visita dei palazzi presidenziali e al quale oggi viene presentata la nuova iniziativa dell’ufficio stampa e comunicazioni della Presidenza in collaborazione gratuita con Google arts&culture. 

“E’ la prima volta che un palazzo del potere viene scandagliato così a fondo” ha detto Giovanni Grasso, che ha sottolineato l’utilità di questo progetto, a maggior ragione in tempi di pandemia.

“La visita è rivolta a diverse fasce d’età con giochi a quiz per bambini, rubriche e domande. È un work in progress che comincia oggi e proseguirà anche in futuro e che è stato possibile grazie alla collaborazione di tutti gli uffici del Quirinale”.

“Si tratta di una visita civica – ha detto il Portavoce del Presidente – che diviene anche virtuale e unisce la visione delle opere di architettura, arte e design alla conoscenza dei luoghi e dei meccanismi della più alta istituzione della Repubblica”.

Nel suo settennato Mattarella “ha voluto aprire il Quirinale, permettendo al pubblico di entrare in molte parti del Palazzo, nella tenuta di Castelporziano, nella caserma dei Corazzieri e a Villa Rosebery. L’obiettivo non è musealizzare gli spazi, ma far convivere la presenza artistica con la vita dello Stato”.

Sul web sono state caricate oltre 1000 immagini, scatti di 13 opere d’arte attraverso Art Camera e più di 100 chilometri di digitalizzazioni Street View nel Palazzo e nella tenuta presidenziale di Castelporziano.

“Il Palazzo del Quirinale è uno dei patrimoni più ricchi di storie e di cultura del nostro Paese. Sede di ogni presidente della Repubblica Italiana e un tempo abitato da papi e reali”, ha sottolineato Luisella Mazza, dirigente delle operazioni globali, Google Arts & Culture.  

“Google è lieta di collaborare con il Quirinale per invitare tutti a fare di questo luogo una vera casa”, ha assicurato, dopo aver sottolineato che con questa iniziativa il Palazzo “apre le sue porte digitali a tutti i cittadini del mondo”, il portale è infatti in due lingue, italiano e inglese.

Nella visita sono state incluse alcune delle collezioni più famose, da quella degli orologi a quella degli arazzi, da quella delle porcellane fino alla nuova raccolta di opere del Novecento italiano ‘Quirinale contemporaneo’.

La risoluzione altissima delle immagini (miliardi di pixel) permette di concentrarsi su particolari delle opere difficilmente visibili in una visita reale, mentre due guide speciali, i creator italiani di YouTube Surry e Progetto Happiness, accompagnano virtualmente i visitatori nei corridoi e nei sentieri del Palazzo.


Il Quirinale apre le sue porte e la visita è virtuale

Minare criptovalute rispettando l’ambiente, la sfida di Celo

AGI – Minare criptovalute rispettando l’ambiente. L’iniziativa è di Celo, la piattaforma di finanza decentralizzata che ha già all’attivo 2 stablecoin ancorate rispettivamente all’euro e al dollaro. L’idea è semplice quanto rivoluzionaria: ancorare entro il 2025 il 40% della riserva Celo alla foresta pluviale. In sintesi si tratterebbe di creare FNT da legare alle valute digitali che si possono scambiare sulla piattaforma.

Una risposta alle accuse piovute da tutte le parti circa l’impatto ambientale delle criptovalute. Qualche esempio: Elon Musk, con un tweet che ha fatto tremare l’impero delle monete digitali più famose al mondo, diceva di voler abbandonare i bitcoin perché troppo inquinanti e l’Università di Cambridge ne aveva denunciato l’eccessivo impatto ambientale, mettendo in guardia i detentori: la produzione dei bitcoin avrebbe, secondo gli studiosi inglesi, un peso energivora superiore al consumo di una nazione come l’Argentina.

Un sistema di cose che sembra immutabile: “Siamo abituati a considerare i costi dell’inquinamento come esternalità” dice all’Agi Markus Franke, Head of Europe di Celo, che parte dal proposito di collegare la ricchezza delle persone alla salvaguardia della natura. “L’idea arriva da Charles Eisenstein e dal suo libro Sacred Economics – racconta ancora Franke – l’autore osserva che le persone sono spinte a produrre qualunque cosa sostenga le valute, guardando alla storia troviamo l’esempio dell’oro e dei capi di bestiame”. Le persone erano spinte naturalmente a produrre questi elementi per garantire la valuta dell’epoca.

“Se, come società, dovessimo diffondere l’uso di criptomonete garantite dal capitale naturale – dice ancora Franke – qualsiasi crescita economica, qualsiasi aumento del denaro in circolazione porterebbe a una crescita di quelle risorse naturali legate alla valuta”.

Ma cosa significa concretamente ancorare le criptovalute alla foresta pluviale? In che modo questo può salvaguardare il nostro patrimonio naturale? “Esistono molti modi di intendere questo processo – commenta ancora il capo di Celo Europa – e solo il tempo ci dirà qual è il migliore”.

“Ad esempio un token potrebbe rappresentare la proprietà di una parte di foresta – racconta Markus Franke – oppure i crediti di carbonio generati dalla foresta stessa, o ancora potrebbero essere quote di governance di organizzazioni che proteggono la foresta operando sul campo”.

Insomma, le opzioni sono molte e anche la strada da fare, ma siamo davanti a un cambiamento di paradigma: anche il sistema delle criptovalute comincia a considerare il proprio impatto e valutarlo un fattore determinante per il suo sviluppo. 


Minare criptovalute rispettando l’ambiente, la sfida di Celo

Il 60% degli inquilini non paga l’affitto: arriva la startup che garantisce il canone

AGI – Si chiama Zappyrent, “il nome è una crasi tra lo zapping che si fa con i canali televisivi e la parola inglese rent (affittare) e suggerisce una certa velocità nella pratica dell’affitto delle case” racconta Lino Leonardi che, insieme al fratello Antonino, ha fondato la startup che ha inventato l’evoluzione 2.0 dell’agenzia immobiliare e che ha appena chiuso un round di finanziamento da 1,2 milioni di euro.

Grazie a un algoritmo di intelligenza artificiale, Zappyrent è in grado di stimare il “grado di rischio” di un inquilino e offre una speciale garanzia ai padroni di casa che permette al proprietario dell’immobile di ricevere l’affitto regolarmente ogni mese senza eccezioni, anche in caso di morosità o ritardi di pagamento da parte degli affittuari. Una caratteristica che rende unica la piattaforma, facendole guadagnare il titolo di primo player in Europa per regolarità nei versamenti mensili.

In un contesto in cui in media un proprietario privato impiega oltre 75 giorni per affittare un appartamento e il 60% degli inquilini non paga regolarmente il canone, Zappyrent ha convinto gli investitori e ha portato nelle casse della startup nuovi capitali.

Come è nata l’idea?

“Dopo aver sperimentato durante gli studi in prima persona le difficoltà dei tradizionali sistemi di affitto, sia a Milano che a Londra, ho iniziato a gestire una serie di immobili questo mi ha permesso di capire anche le necessità dei proprietari di casa e quanto sia difficile e stressante “rincorrere” quegli inquilini che non pagano il canone. Io e mio fratello Antonino, abbiamo unito le nostre competenze immobiliari, finanziarie e di programmazione per realizzare una piattaforma che semplificasse tutto il processo di affitto grazie all’uso della tecnologia”.

“L’idea alla base è quella di creare il match perfetto tra inquilino e padrone di casa.“La tecnologia nel nostro business è centrale, grazie ai tour 3D, alle visite virtuali e alle prenotazioni online è possibile affittare uno degli immobili del nostro network da ogni parte del mondo, dopo averlo visitato virtualmente, mentre il proprietario può gestire l’annuncio pubblicandolo in piena autonomia, ricevendo e firmando i contratti online”.

Cosa succede quando un proprietario sceglie di affidarsi a voi?

“Può decidere se fare tutto da solo caricando il suo annuncio sulla piattaforma o in alternativa chiedere assistenza a noi viene poi fissato un appuntamento per effettuare il virtual tour e ritirare le chiavi di casa, non ci sono contratti da firmare perchè non chiediamo alcuna esclusiva sull’immobile. Una volta caricato l’annuncio fissiamo le visite e quando riceviamo una proposta da un inquilino che ha passato i nostri “controlli di sicurezza” la inoltriamo al proprietario che in quel momento è libero di firmare il contratto online e iniziare a ricevere il canone direttamente da noi”

Qual è l’obiettivo?

“Vogliamo potenziare la nostra tecnologia rendendo ancora più sicuro il rapporto fra padrone di casa e affittuario e allargare il nostro raggio d’azione portando il nostro servizio in molte altre città d’Italia. Oggi Zappyrent punta ad arrivare a 20 milioni di fatturato nel 2024. Il sogno è quello di diventare leader in Italia e in Europa per gli affitti a medio e lungo termine. Vorremmo diventare il punto di riferimento per qualunque proprietario di casa, soprattutto per chi è stanco di lenti processi burocratici e cause legali per mancati pagamenti”.


Il 60% degli inquilini non paga l’affitto: arriva la startup che garantisce il canone