Quali sono i migliori auricolari per gli smartphone?

La leggenda racconta che sia stato il signor Bose in persona, esasperato per il rumore di fondo a bordo di un aereo di linea, a lanciarsi per primo nella corsa allo sviluppo e che il suo brevetto sia arrivato quasi in contemporanea a quello della tedesca di Sennheiser: la cancellazione del rumore, Stiamo parlando della seconda metà degli anni ’80, quando i cd portavano nelle case un suono cristallino come non si era mai sentito, le musicassette si preparavano alla pensione e il walkman si apprestava a essere rimpiazzato dai lettori portatili di minidisk.

Cos’altro mancava a questo mondo perfetto? L’isolamento. Uscire nel traffico, scendere nella metropolitana, attraversare un terminal affollato, volare su un aereo rumoroso o viaggiare su un treno pieno di pendolari continua a significare dover affrontare una serie di ambienti e una miriade di sollecitazioni sonore che si insinuano nel padiglione auditivo, per quanto protetto dagli ovattati cuscini delle cuffie. 

La cancellazione del rumore è venuta a risolvere la faccenda, con un sistema semplice a dirsi: mandare nelle orecchie un segnale uguale e contrario a quello riscontrato nell’ambiente. Così, mentre si ascolta ‘The great gig in the sky’ dei Pink Floyd, all’udito arriva solo quella e non ciò che ci circonda.

Eppure mancava ancora qualcosa, perché ciò ci circonda cambia velocemente: dal traffico alla metro, dal terminal al vagone pieno di pendolari e non era detto che un sistema di cancellazione del rumore funzionasse altrettanto bene in ognuno di questi ambienti e per questo con Jabra nel 2019 è stata la prima a introdurre l’intelligenza artificiale: la stessa che è capace di capire se una fotocamera sta inquadrando un piatto di frutta o un gatto, può essere educata a riconoscere tra migliaia di suoni che non c’entrano con quello che vogliamo ascoltare e a tenerli lontani dalle nostre orecchie, sia che siamo impegnati in una conversazione telefonica o nell’ascolto di una sinfonia. 

L’ultimo anno è stato una gara tra i produttori di tecnologia – anche quelli non specificatamente dediti al suono – per mettere a punto gli auricolari più performanti. Attenzione: non bisogna confondere gli auricolari con le cuffie. Le cuffie sono molto molto più ingombranti, generalmente parecchio più costose, ma offrono prestazioni migliori soprattutto perché sono dotate di un cuscino che circonda e isola il padiglione auricolare (around ear) o vi si sovrappone (over ear). La scelta con il miglior rapporto qualità prezzo, nel primo caso, sono le Jabra Elite 85h con due modalità di cancellazione del rumore che si possono trovare a meno di 200 euro. 

Ma torniamo agli auricolari, che bisogna distinguere in due categiorie: i wireless e i true wireless. I primi sono scollegati fisicamente dal telefono, ma collegati tra di loro da un cavetto che in genere si tiene dietro al collo. Offrono una maggiore stabilità, più autonomia e più facilità nei controlli, ma soprattutto sono più difficili da perdere dei true wireless, che invece sono completamente privi di fili e possono essere così leggeri che, se non sono in funzione, non ci si accorge nemmeno di non averli più.

Non a caso proprio un anno fa lungo le linee della metropolitana di New York gli AirPods, gli auricolari bluetooth della Apple erano diventati l’oggetto più smarrito in assoluto, strappando il primato ai ciucci per bambini. E ponendo problemi di sicurezza per la quantità di gente che si calava sui binari per recuperarli. Tanto che nella loro versione più recente – gli AirPods Pro, Apple ha inserito il gommino che migliora la vestibilità e la cancellazione del rumore, oltre ai comandi lungo lo stelo che, come un cotton fioc spezzato, esce dall’orecchio. Ottima la resa sonora, decisamente migliorabile l’autonomia – che non è mai stata il massimo per nessun device Apple – al di sotto delle cinque ore. Il costo è da Apple: intorno ai 200 euro.

Sullo stesso stile se la battono 3 new entry legate al mondo degli smartphone più che a quello dell’audio puro: OnePlus, Honor e Huawei. 

Con le Buds OnePlus ha fatto un passo avanti rispetto ai già ottimi wireless Bullet: anche se l’assenza di gommino e la incredibile leggerezza (37 grammi) danno un’impressione di instabilità, restano salde nell’orecchio anche quando si fanno movimenti bruschi. Godono della certificazione IPX4 contro polvere e umidità, ma essendo in plastica liscia, il sudore potrebbe renderle scivolose durante lo sport. Anche se non c’è la cancellazione del rumore – limitata alle chiamate – la resa sonora va ben oltre gli 89 euro che costano, ma hanno un forte limite: per personalizzare i comandi bisogna accoppiarle a un telefono OnePlus. Scelta perfetta, quindi, solo per chi ne ha uno.

Se è vero il detto che si dà il meglio di sé sotto pressione, allora Huawei l’ha preso alla lettera, perché le Freebuds Pro che ha presentato per questa stagione sono la prova che la casa cinese continua a sfornare tecnologia di altissimo livello. Questi auricolari in-ear il cui design e le cui funzioni ricordano in effetti quelli di Apple hanno un livello di cancellazione del rumore (Anc) praticamente imbattibile e che non è paragonabile a quello delle cuffie solo per l’ovvia assenza del padiglione sovraurale. L’Anc su quattro livelli si appoggia a una app – AI Life – e riconosce l’ambiente circostante cambiando di conseguenza la potenza della cancellazione del rumore. Le modalità vanno da ‘aware’ che permette di sentire i rumori esterni pur continuando a godere della musica, a ‘ultra’ che isola quasi completamente. In conversazione danno il meglio di sé; durante l’ascolto della musica il suono è pieno e rotondo, anche se con una lieve tendenza a privilegiare i bassi: la possibilità di regolare l’equalizzatore attraverso la app non sarebbe stata male. Il costo – 179 euro – è ampiamente giustificato dalla qualità dei materiali e dall’autonomia che, grazie alla custodia, può arrivare a 20 ore senza mai attaccarsi alla presa: una prova che supera qualunque volo intercontinentale.

Nella stessa famiglia – e stiamo parlando di Honor – troviamo gli auricolari prodotti dalla Moecen: true wireless dal prezzo assolutamente competitivo – circa 30 euro – che ne fanno un’ottima scelta per chi cerca discreta qualità del suono – soprattutto grazie alla cancellazione del rumore in chiamata – un’ottima batteria che garantisce 6 ore di musica e 4 di telefonate, un’autonomia di 24 ore grazie alla custodia e controlli touch semplici ed efficaci.

Lasciando la Cina e soprattutto tornando all’ampia gamma di prodotti realizzati da case che si occupano quasi esclusivamente di qualità del suono, gli ultimi arrivati sono gli in-ear (cioè non hanno il bastoncino) della svedese Jabra che ha deciso di portare sulle Elite 85t le caratteristiche delle cuffie 85h. A 229 euro offrono sei microfoni per l’ascolto dei rumori esterni e altoparlanti da 12 mm con bassi potenti, migliorando al tempo stesso il comfort e alleviando la pressione sull’orecchio grazie al design semi-aperto. C’è soprattutto la possibilità di gestire manualmente la cancellazione del rumore con una tecnologia che sfrutta un doppio chipset per regolare l’intensità dell’isolamento con un cursore. Il passaggio dalla cancellazione totale a HearThrough, per sentire i rumori ambientali, può così essere graduale, con l’opzione di selezionare anche un livello intermedio. Notevole, poi, l’autonomia: fino a 5,5 ore di ascolto con la tecnologia ANC attiva, che si estende a 25 ore con la custodia di ricarica (con ANC accesa) e a 31 ore (con ANC disattivata).

Tra gli altri marchi sono da segnalare le WF-1000XM3 di Sony, considerate universalmente tra le migliori wireless in-ear per l’ascolto della musica e dei contenuti multimediali, ma con due limiti evidenti nell’impossibilità di regolare il volume dagli auricolari e nel prezzo sensibilmente più alto. 

Le Sennheiser Momentum True, grazie alla tecnologia di uno dei marchi più affidabili nel settore audio, portano con sé una qualità indiscutibile, ma anche una custodia un po’ troppo ingombrante, dimensioni degli auricolari ‘importanti’ e un prezzo decisamente – ma giustificatamente – più elevato. 

Ancora più alto il prezzo delle Beoplay E8 2.0 di Bang & Olufsen che anche senza avere la cancellazione del rumore offrono un sound cristallino con bassi potenti e definiti. Ma qui si va su portafogli (e orecchie) decisamente di un’altra categoria. 

Agi

Mazzata alla pirateria online, sequestrati 58 siti web e 18 canali Telegram 

AGI – La Guardia di Finanza di Gorizia ha posto sotto sequestro preventivo 58 siti web illegali e 18 canali Telegram che, attraverso 80 milioni di accessi annuali, è stato calcolato rappresentino circa il 90% della pirateria audiovisiva ed editoriale in Italia. Con l’operazione ‘Evil web’, che ha portato a quattro denunce, gli inquirenti hanno focalizzato l’attenzione sia sul mondo della pirateria, sia sul sistema illegale delle cosiddette Iptv.

Le indagini partite in Friuli Venezia Giulia nei confronti di una persona che si nascondeva col nickname Diabolik, si sono estese prima in Puglia ed Emilia Romagna e poi all’estero (Germania, Olanda e Stati Uniti).  

I quattro denunciati – oltre a Diabolik, altri tre che si facevano chiamare Doc, Spongebob e Webflix – secondo le Fiamme gialle sono divenuti nel tempo “veri e propri oracoli della rete” dediti alla diffusione,  anche con servizi di messaggistica istantanea e broadcasting , di film di prima visione, prodotti audiovisivi appannaggio delle pay tv, eventi sportivi di ogni genere, cartoni, pornografia, software, giornali, riviste e manuali.     

Nell’ambito dell’indagine sulle Iptv illegali, sono in corso accertamenti per identificare circa un migliaio di abbonati al cosiddetto ‘pezzotto’ che verranno segnalati alla magistratura per la violazione della legge sul diritto d’autore, con pene previste fino a 3 anni di reclusione e oltre 25 mila euro di multa. I clienti rischiano l’accusa di ricettazione.  

Il Colonnello Antonino Magro, comandante della Gdf di Gorizia, ha ricordato come secondo recenti studi l’impatto negativo in termini di Pil della pirateria audiovisiva è pari a circa 500 milioni di euro ed il rischio in termini di posti di lavoro è di circa 6000 unità, con un danno per l’economia italiana che sfiora  il miliardo e cento milioni di euro. 

Agi

TikTok e WeChat ‘bannate’ in Usa. Pechino annuncia ritorsioni

AGI – Prosegue l’escalation di tensione tra Washington e Pechino. Il governo cinese ha annunciato l’istituzione di un meccanismo che gli permetterà di limitare le attività delle imprese straniere, un provvedimento percepito come un atto di ritorsione contro gli Stati Uniti, dopo il bando di TikTok e WeChat deciso dal presidente americano Donald Trump.

L’annuncio del ministero del Commercio, fatto nel bel mezzo di un’escalation tra Pechino e Washington, non si rivolge direttamente alle aziende estere. Ma si riferisce, in generale, a una serie di azioni che comporterebbero sanzioni alle aziende e restrizioni alle attività e all’ingresso di materiale e personale in Cina.

La lista includerebbe le aziende le cui attività “violano la sovranità nazionale della Cina e i suoi interessi di sicurezza e sviluppo” o violano “le regole economiche e commerciali accettate a livello internazionale”.L’annuncio arriva dopo che gli Stati Uniti hanno vietato il download, a partire da domenica, delle applicazioni TikTok e WeChat, di proprietà dei giganti cinesi ByteDance e Tencent. In una dichiarazione, il ministero del Commercio cinese ha accusato Washington di “intimidazione”.     

E ancora: “Se gli Stati Uniti persisteranno nelle loro azioni unilaterali, la Cina prenderà le misure necessarie per proteggere risolutamente i diritti e gli interessi legittimi delle imprese cinesi”, afferma Pechino.     

TikTok, ha inoltre presentato a un giudice degli Stati Uniti una denuncia volta a bloccare il divieto di download. Secondo Bloomberg News, la società madre ByteDance ha presentato un ricorso alla corte federale di Washington, contestando l’ordine esecutivo. 

Stando alla denuncia, Trump avrebbe superato la propria autorità vietando l’applicazione, e che lo ha fatto per “ragioni politiche” piuttosto che per fermare una “minaccia insolita e straordinaria” per gli Stati Uniti, come richiesto dalla legge.

Le tensioni tra Stati Uniti e Cina sono aumentate da quando il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a TikTok, accusandola di spionaggio industriale per conto di Pechino. Anche il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei è sulla lista nera di Washington.

Gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni sui Paesi europei affinché escludano Huawei dalle loro future reti 5G

Agi

Il programma di Huawei per formare giovani talenti e costruire le reti del futuro

Una chiamata per giovani talenti dell’Information and Communications Technology con l’obiettivo di arricchire le loro competenze digitali e aprire nuove strade nello sviluppo delle reti del futuro e in particolar modo del 5G, delle tecnologie di Intelligenza Artificiale, del cloud computing e della cybersecurity. Questa in sintesi la missione di Seeds for the Future, il programma che Huawei dedica alle competenze delle giovani generazioni.

Per la settima edizione del programma italiano, che inevitabilmente risente delle restrizioni imposte dall’emergenza Coronavirus (negli anni scorsi gli studenti scelti avevano la possibilità di seguire i corsi in Cina, a Pechino e Shenzhen), le iscrizioni si sono appena aperte: c’è tempo fino a ottobre per rientrare nei 50 posti messi a disposizione dal bando. Obiettivo è fornire agli studenti skill molto specialistiche e avvicinare il mondo dell’università e quello dell’azienda (come si lavora in una compagnia? Che rapporti si hanno con i clienti? Che cosa sono i progetti).

I numeri di Seeds for the Future

Nato a livello globale nel 2008, sbarcato in Europa nel 2011 e in Italia dal 2013, l’iniziativa della compagnia di Shenzhen ha già coinvolto 126 Paesi, oltre 500 università e ha visto la partecipazione di 5.773 studenti.

Chi può partecipare

Possono accedere al programma di formazione di Huawei studenti universitari iscritti al terzo anno e laureandi in ingegneria delle telecomunicazioni, ingegneria elettronica e informatica. Si richiede la media del 27 e la conoscenza della lingua inglese: perché essere bilingue è necessario. In tema di soft skill ci vuole voglia di imparare e di comprendere i meccanismi e le opportunità delle nuove tecnologie applicate all’industria e una grande curiosità.

La formazione online

La prima parte del programma di formazione si svolgerà dal 2 al 6 novembre su una piattaforma online. Fra i temi dei corsi, 5G network architecture and key technologies,AI, machine learning and deep learning, Cloud Computing architecture and key technologies, Huawei Mobile Services ecosystem, Internet of Things, Cybersecurity. Gli studenti avranno anche occasione di conoscere il contesto in cui nasce Huawei attraverso tour virtuali del suo quartier generale di Shenzhen (dove lavorano 50 mila persone) e di alcuni dei principali luoghi della Cina antica e moderna.

Il training in presenza

La seconda parte del programma di formazione sarà invece riservata a 10 studenti selezionati tra i 50 che hanno partecipato alla prima parte e si svolgerà invece in presenza dal 9 al 13 novembre presso i centri di Huawei a Milano: i corsi verranno tenuti dagli esperti della compagnia. Durante questa fase i già trattati verranno calati nella realtà locale con approfondimenti e presentazioni di casi d’uso, a cui si aggiungeranno esercitazioni pratiche per stimolare negli studenti la proposta di soluzioni innovative. Prevista anche la partecipazione a una challenge. Gli studenti avranno inoltre la possibilità di visitare a Milano l’Innovation Experience and Competence Center, i centri di ricerca globali di Huawei e il flagship store dei device Huawei.

E dopo la formazione?

Il rapporto tra la compagnia e gli studenti non si interrompe dopo il percorso di formazione. Negli anni si è formata una community internazionale, alcuni degli studenti sono entrati in azienda, altri poi sono diventati dei testimonial. Fino agli anni scorsi poi gli studenti che hanno partecipato al programma si sono anche riuniti a Bruxelles, al Parlamento Europeo, in una giornata evento.

La formazione, non solo per i giovani

Il piano di formazione di competenze digitali di Huawei non vuole fermarsi ai giovani e agli studenti, ma coprire un po’ tutta la vita lavorativa. È in via di lancio un progetto di re-skilling, di ri-aggiornamento delle competenze dedicato ai più grandi. Seeds for the Future, in ogni caso, è un programma che si colloca all’interno dei piani di investimento in innovazione dell’azienda che destina tra il 12% e il 15% del proprio fatturato globale alla Ricerca e Sviluppo e in cui Il 45% degli impiegati (circa 180 mila in tutto il mondo) lavora proprio in questo settore.

Agi

Huawei lancia la sfida ad Android: il sistema operativo Harmony sugli smartphone

AGI – Alla fine l’annuncio tanto atteso è arrivato in uno dei momenti più difficili per Huawei: Harmony, il sistema operativo su cui il colosso cinese sta lavorando da tempo e che dal 2019 fa funzionare indossabili (smartwatch e sportwatch) e televisori, sarà open source e la versione mobile sarà disponibile per gli sviluppatori entro la fine dell’anno.

In soldoni significa che Huawei ha deciso di proporre il proprio sistema operativo come alternativa ad Android di Google e ha chiamato alle armi gli sviluppatori perché lavorino sodo per migliorarlo e renderlo competitivo.

Se le cose andranno come prevede l’azienda di Shenzhen, tra pochi mesi potrebbe arrivare su piazza il terzo sistema operativo a sparigliare il duopolio iOs/Android consolidato dopo la scomparsa di Windows Mobile.

Dal varo del bando voluto dalla Casa Bianca sui Google Mobile Service (Gms) – quell’insieme di app (da Maps a Pay) che fanno funzionare al meglio gli smartphone Android – era stato chiaro che il colosso cinese non sarebbe stato ad aspettare che l’amministrazione Trump trovasse il modo di togliergli dalle mani anche il sistema operativo. E l’annuncio fatto oggi alla conferenza degli sviluppatori è la prova che, nonostante le ripetute assicurazioni che l’intenzione prima era continuare a lavorare con Google, Huawei stava lavorando a un ‘piano B’ cosi’ alacremente che in breve e’ diventato il ‘piano A’.

“Le stelle brillano anche nelle notti più buie. E gli sviluppatori sono le nostre stelle. Tutti insieme formano una galassia stupenda che ci illuminerà la strada” ha non a caso detto Richard Yu, Executive Director and CEO of Huawei Consumer Business Group: retorica cinese per dire che l’azienda venderà cara la pelle nonostante i tentativi americani di lasciarla prima a corto di software con il bando sui Gms, poi di hardware con il divieto planetario di rifornirla di microprocessori.

“Il passo avanti di Huawei nello sviluppo del suo ecosistema è il risultato del forte sostegno da parte di sviluppatori e partner globali” ha aggiunto Yu, “Huawei aprirà completamente ai developers le sue tecnologie chiave, software e hardware, collaborando con loro per promuovere un’ulteriore miglioramento dell’ecosistema Huawei all-scenario”. Tradotto: faremo di tutto per avere un sistema operativo così performante da tirare dalla nostra parte anche altri produttori cinesi.

E se si pensa alle quote di mercato del gruppo Bkk (Oppo, OnePlus e realme) e, perché no, a Xiaomi, qualora i cinesi dovessero decidere di fare squadra, le cose per Google potrebbero mettersi male.

Intanto con il supporto di oltre 1,8 milioni di sviluppatori, AppGallery e l’ecosistema Hms (Huawei Mobile Services) – l’insieme di servizi con cui l’azienda cerca di supplire alla privazione dei Gms – sono cresciuti esponenzialmente nel corso dell’ultimo anno. AppGallery ha attualmente oltre 96.000 app integrate con HMS Core e oltre 490 milioni di utenti attivi a livello globale. Inoltre, ha anche raggiunto il record di 261 miliardi di download di app tra gennaio e agosto 2020. Come se non bastasse Huawei sta costruendo tre laboratori globali di ecosystem cooperation in Russia, Polonia e Germania per essere a servizio degli sviluppatori e fornire servizi di abilitazione, test e certificazione. Cinque centri di servizi per sviluppatori globali saranno anche costruiti in Romania, Malesia, Egitto, Messico e Russia, fornendo servizi e piattaforme locali per aiutare gli sviluppatori. 

Agi

Lo smartphone con la batteria che dura 3 giorni e mezzo. La promessa di Wiko View5

La promessa è piuttosto impegnativa: mettere a disposizione, a un prezzo decisamente competitivo, uno smartphone da ricaricare due, massimo tre volte a settimana. È il salto di qualità che si ripromette Wiko, i ‘cinesi di Francia‘ che hanno lanciati sul mercato la serie 5 del loro modello di punta: il View. Con una batteria da 5.000 mAh, View5 e View5 Plus. puntano sull’autonomia grazie anche al supporto della tecnologia AI Battery Master. L’obiettivo è garantire 3 giorni e mezzo di autonomia con una sola carica che, riferisce la casa, è stata già certificata da SmartViser.

Display e comparto fotografico sono sempre stati il punto debole di Wiko che ora vuole recuperare con Full O display senza cornici e la Quad Camera da 48 MP. Quanto a memoria, la versione base ha uno storage di 64 giga espandibile con una scheda da 256 giga e 3 giga di ram, mentre il Plus è dotato di 128 giga di memoria interna (espandibili) e 4 di RAM. 

Il target di riferimento di Wiko è quello dell’età 15-35. In questa fascia l’attenzione al prezzo è altissima e la casa franco-cinese è in grado di rispondere con prodotti dal miglior rapporto prezzo-prestazione, all’interno di un “guscio” piacevole. Nella pratica Wiko è in grado di abbracciare un pubblico più ampio e trasversale, che interessa anche gli over 60: la discriminante del prezzo è appetibile in maniera universale.

Il prezzo di View5 è di 170 euro e quello del View5 Plus 200 euro.

 

Agi

ZTE ha messo in vendita il primo smartphone con fotocamera sotto il display

AGI – Agli albori degli smartphone, ZTE tentò un timido approccio al mercato italiano. Non andò bene e la casa cinese decise di alimentare altrove il proprio mercato device e di concentrarsi, per l’Italia, su quello delle infrastrutture. In uno scenario da Risiko degli smartphone, Huawei era destinata a prendersi la fetta più grossa del mercato Android nel nostro Paese e Zte, risolta la dolorosa querelle con gli Stati Uniti sulla vendita di tecnologia alla Corea del Nord, si sarebbe divisa con il colosso di Shenzhen quello della tecnologia 5G. Poi è arrivato Trump e per Huawei sappiamo tutti come sta andando a finire, sia sul fronte dei device che del 5G. Intanto Zte ha continuato a lavorare, fornendo tecnologia agli operatori italiani interessati a sviluppare sia le reti di quinta generazione che le altre.

Oggi che la guerra tra gli Usa e Huawei sembra aver raggiuto lo zenit e che secondo alcuni analisti il colosso cinese è destinato a soccombere sotto la lenta manovra di soffocamento attuata da Washington attraverso il mercato dei semiconduttori, Zte potrebbe trovarsi con un territorio immenso da conquistare.

Nessuno li ha esplicitamente menzionati tra i fornitori da tenere alla larga dalle reti europee – il monitoraggio delle loro azioni da parte del dipartimento del Commercio Usa è strettissimo, in base all’accordo siglato a chiusura dell’affaire nordcoreano – e se davvero la quota di Huawei sarà ridimensionata (e parecchio) sul fronte degli smartphone c’è un vasto mercato da spartirsi con Samsung e i marchi che fanno capo alla conglomerata Bkk (Oppo, OnePlue e realme).

Per imporsi all’attenzione, però, ci vuole un colpo da maestro e Zte sembra averlo messo a segno con una delle poche innovazioni davvero attese e sensate nel mondo degli smartphone: la fotocamera sotto lo schermo. Già mostrata da Oppo durante il Mobile World Congress del 2019 ma non ancora messa in produzione, potrebbe essere l’asso nella manica di Zte per sbarcare alla grande sul mercato italiano. Ma non subito.

Axon 20 5G, il primo vero full display del settore, “segna l’inizio della nuova strategia di prodotto di ZTE”, ha dichiarato Ni Fei, Presidente di ZTE Mobile Devices  “Gli smartphone saranno la nostra principale area di innovazione di prodotto. Nel frattempo, ci impegneremo anche a sviluppare prodotti mobili a banda larga per uso personale e domestico, dispositivi portabili intelligenti e ulteriori nuovi prodotti che permettano una vita smart perfettamente connessa agli scenari 5G”.

Ad alimentare quella che viene presentata come la ‘Five Core Technologies’ ci sono materiali speciali, chip a doppio controllo, circuiti driver unici, la speciale matrice di pixel e l’algoritmo di autodiagnosi interno.

L’algoritmo di selfie della fotocamera frontale di ZTE, ad esempio, ha ottimizzato le prestazioni della fotocamera in diverse condizioni di luminosità e ha supportato la regolazione automatica della gamma dinamica, con un grande miglioramento della nitidezza della foto e del contrasto dell’immagine.

Sono state sfruttate le tecnologie aggiuntive sotto il display, compresi i sensori di luce ambientale, di suono e di impronte digitali, per ottenere un vero e proprio schermo intero senza fori.  

Il display è un OLED da 6,92 pollici e supporta una profondità di colore a 10 bit e una copertura del 100% della gamma di colori DCI-P3, facendo sì che le prestazioni del display raggiungano gli standard del cinema digitale a colori. Lo spessore è di 7,98 mm e la connessione 5G è garantita da un’antenna PDS all’avanguardia con un design integrato a 360 gradi surround e una tecnologia intelligente di sintonizzazione a circuito chiuso, che può migliorare la stabilità della connessione di rete e la velocità di download.

Inoltre, dodici diverse antenne sono state integrate nella superficie esterna del telaio centrale,  più distanti dalla scheda madre e dai componenti interni, permettendo così una ricezione del segnale più sensibile e una più rapida ricerca di rete.

Alimentato dalla piattaforma mobile Qualcomm Snapdragon 765G, ZTE Axon 20 5G è dotato di un motore di ottimizzazione del sistema che aumenta la velocità di avvio delle applicazioni più utilizzate fino al 40%.  La batteria da 4.220 mAh può supportare 30W Quick Charge e una modalità di risparmio energetico da 5G che migliora la durata del 35%. ZTE Axon 20 5G è disponibile in Cina dal 1 settembre a partire da 2.198 yuan, poco più di 270 euro. Non è ancora prevista una eventuale data di arrivo sul mercato italiano.

Agi

Microprocessori e satelliti per rendere l’Europa indipendente da Usa e Cina

AGI – Schiacciata tra Usa e Cina, dipendente dai brevetti statunitensi e dai prodotti cinesi, l’Europa non è stata in grado di sviluppare una propria autonomia tecnologica. Ma è ora che l’Unione ritrovi la propria sovranità anche attraverso lo sviluppo di hardware e software in grado di garantire sicurezza e indipendenza. È l’appello lanciato sulle pagine del Sole 24 Ore da Thierry Breton, Commissario Ue all’Industria e al digitale. 

“Dinanzi alla guerra tecnologica tra gli Stati Uniti e la Cina” scrive, “l’Europa deve gettare le fondamenta della sua sovranità per i prossimi vent’anni“.  Nulla a che vedere, sottolinea Beton, con le “tendenze dannose e controproducenti all’isolamento o al protezionismo che sono contrarie” agli “interessi a valori e alla cultura” europee, quanto piuttosto “di compiere scelte essenziali per il nostro futuro, sviluppando tecnologie e alternative europee senza le quali non vi è autonomia né sovranità”.

“Quando in passato si è mobilitata”, ricorda il commissario Ue, “l’Europa ha dimostrato di essere in grado di svolgere un ruolo di primo piano sulla scena mondiale. È giunto il momento di riprendere queste iniziative comuni“.

Breton indica anche quali sono i passi da compiere, il primo dei quali è “mettersi in condizione di sviluppare e produrre i microprocessori più efficienti a livello mondiale, inclusi quelli quantistici”. 

Nella stessa ottica “è essenziale dotarsi di un sistema autonomo di cloud europei che garantiscano alle nostre imprese che i loro dati industriali non saranno soggetti a leggi di Paesi terzi e che saranno protetti da interferenze esterne”.

Sul fronte delle telecomunicazioni bisogna “pensare a una costellazione di satelliti a bassa orbita per fornire a tutti gli europei, ovunque si trovino sul continente, la connettività a banda larga che si aspettano: niente più aree bianche e un livello di sicurezza nuovo”. 

C’è oggi in Europa la volontà politica e i mezzi per raggiungere tali ambizioni? Il commissario Ue non ha dubbi: “La risposta è sì: l’insieme dei programmi europei finalizzati a rafforzare la sovranità Europea beneficia di un aumento di budget di oltre il 20% rispetto al bilancio pluriennale precedente e persino del 30 per se consideriamo l’uscita del Regno Unito dall’Ue”.

Agi

Che succede agli smartphone Huawei ora che è scaduta la licenza di Google 

La promessa fatta da Huawei quindici mesi fa e ribadita più volte che i dispositivi con Android installato continueranno a ricevere aggiornamenti potrebbe scontrarsi con la dura realtà delle sanzioni Usa

Le società statunitensi sono state autorizzate a collaborare con Huawei, almeno in misura limitata, sebbene la società cinese sia sulla lista nera delle minacce alla sicurezza. Questa “Licenza generale temporanea” era valida per 90 giorni ed è stata prorogata più volte. Fino ad ora.

Cosa significa che la licenza è scaduta

Come riportato dal Washington Post, l’ultima licenza è scaduta il 13 agosto e Google e Huawei hanno confermato che non è stata ancora prorogata. Ciò significa che Google non è più autorizzato a lavorare con Huawei su prodotti rilasciati prima dell’entrata in vigore delle restrizioni commerciali a maggio 2019. Questo, come sottolinea Futurezone, significa che Google non pubblicherà più aggiornamenti per gli smartphone Huawei con sistema operativo Android, indipendentemente da quando sono stati prodotti e messi in commercio.

Ciò mette a rischio la sicurezza di milioni di clienti Huawei in tutto il mondo – oltre 240 milioni di smartphone venduti nel solo 2019 – e insieme con la penuria di chipset made in America messi a disposizione del colosso, mette a repentaglio l’esistenza stessa dei futuri device della casa cinese.

I telefoni saranno aggiornati

Ma ciò non significa che i telefoni Huawei non riceveranno alcun aggiornamento. Poiché Android è un sistema operativo open sourceHuawei può implementare autonomamente gli aggiornamenti di sicurezza. Google non è autorizzato a fornire a Huawei gli aggiornamenti in anticipo, come accade con altri partner, e questo significa che le patch arriveranno forse con un ritardo, ma arriveranno.

È anche possibile che gli smartphone Huawei non ricevano più aggiornamenti importanti per Android. Di solito vengono forniti da Google solo agli smartphone che sono stati testati e trovati compatibili. A causa del divieto di collaborazione, Google non potrebbe più testare gli smartphone Huawei

 È anche ancora da vedere se Google potrà aggiornare le sue app Android, che ora sono installate sugli smartphone Huawei. Si parla di applicazioni come Chrome, Google MapsYouTube, Google Pay che sui telefoni Huawei saranno presto disponibili solo in versioni obsolete.

Le app bancarie continueranno a funzionare?

Un altro problema può essere SafetyNet. Questo servizio di Google raccoglie continuamente dati sul dispositivo e utilizza un algoritmo per decidere se è affidabile. Molte app bancarie, ma anche app di Google come YouTube, funzionano solo su dispositivi che risultano affidabili. Se Google dovrà escludere Huawei da questo servizio, gli smartphone saranno considerati non sicuri e queste app non potranno più funzionare.

Finora, Huawei e Google non hanno ancora commentato, ma secondo alcune fonti Huawei continuerà a fornire aggiornamenti di sistema e patch di sicurezza e tutti i dispositivi su cui è preinstallato Google Play potranno comunque utilizzarlo per scaricare e aggiornare le app. Per gli smartphone come il P40, che non hanno Google Play preinstallato, nuove app e aggiornamenti possono essere gestiti tramite Huawei AppGallery.

Agi

Google lancia Pxel 4a ed entra di prepotenza nella fascia media degli smartphone

Come in una battaglia navale d’altri tempi, una volta la potenza di una casa produttrice di smartphone si valutava nello scontro tra ammiraglie.

Oggi il mercato è cambiato – sarà colpa della pandemia o più probabilmente della saturazione della fascia premium – e lo scontro si è fatto più aspro che mai nella della fascia media, quella, per intenderci, che gravita tra i 350 e i 500 euro.

In questo segmento – al netto delle manovre di Apple che come al solito gioca una partita tutta sua – si è fatta notare nelle scorse settimane la presentazione di OnePlus Nord, un device bello e performante che sarà in vendita dal 4 agosto, e oggi piomba con prepotenza Google con il Pixel 4a.

Lo scorso anno il Pixel 4 si era presentato con alcune feature interessanti e per certi versi rivoluzionarie, ma il prezzo era ancora decisamente troppo alto per non preferirgli uno Huawei o un Samsung top di gamma. Ora invece – ma in realtà dal 1 ottobre – Google ha deciso di entrare a gamba tesa sul mercato di fascia media con uno smartphone che offre due atout non di poco conto: una fotocamera con una buona intelligenza artificiale e soprattutto aggiornamenti costanti che permettono al telefono di migliorare nel tempo. Tutto a un prezzo accessibile: 389 euro.

La fotocamera è la stessa del Pixel 4 con HDR+, controlli per la doppia esposizione, modalità ritrattoscatto migliore, foto notturna con – suona divertentissimo – astrofotografia e la stabilizzazione video.

Il display è molto contenuto: un 5,8 pollici oled che si estende da bordo a bordo in cui è integrata la fotocamera anteriore. Modesto il taglio di memoria – 128 GB di spazio di archiviazione che evidentemente conta sul Drive di Google – e 6 GB di RAM. La presenza del jack per cuffie da 3,5 mm lascia supporre che non sia a prova di (breve) immersione nell’acqua.

Nonostante la batteria sia di appena 3140 mAh, promette 24 ore di lavoro intenso senza ricaricare.

Per i colori, a Mountain View devono essersi ispirati alla Model T di Ford: il Pixel 4 è disponibile in qualunque colorazione purché sia nero, ma in compenso offre sfondi personalizzati, che giocano graficamente con il foro della fotocamera anteriore.

Agi

OnePlus lancia Nord e dà l’assalto agli smartphone di fascia media

Il mercato degli smartphone sa essere bizzarro. È dominato da variabili controllabili – basti pensare all’impatto che il bando all’uso dei servizi di Google ha avuto sulle vendite di Huawei e a come questo stia portando alla creazione di un terzo ecosistema accanto a quello di Apple e Android – e da fattori psicologici totalmente imprevedibili. O forse immaginabili nella mente di qualche visionario del marketing, come quello che ormai sette anni fa si inventò un sistema per il quale migliaia di persone facevano quasi a botte per aggiudicarsi un telefono di cui non si sapeva praticamente niente.

Il mercato degli smartphone sa mitizzare un marchio come OnePlus – per l’appunto quelli che riuscivano a vendere a scatola chiusa telefoni di cui non si sapeva nulla – e poi accantonarli, renderli obsoleti, poco divertenti, o, per usare parole che vanno di moda in certi ambienti, proni all’omologazione mondialista.

Che cosa sta succedendo a OnePlus

OnePlus aveva smesso di stupire. Dal modello 6T del suo smartphone aveva continuato a produrre ottime macchine – fatte utilizzando il meglio della tecnologia disponibile, proponendola a prezzi ragionevoli e con un design accattivante – ma ormai erano in tanti a competere su quello stesso campo. Persino all’interno della Bbk, la casa madre cui fanno capo nuovi protagonisti del mercato come Oppo e realme, un tempo confinati nella fascia medio-bassa e ora lanciati all’assalto delle ammiraglie di marchi come Huawei e Samsung come nemmeno nella battaglia delle Midway.

OnePlus continua ad assicurare che le sue vendite vanno alla grande, ma il ridimensionamento degli uffici in Europa e lo spostamento del quartier generale a Helsinki ci raccontano un’altra storia. Può essere colpa della contrazione del mercato dei cosiddetti flagship, può essere colpa dall’epidemia, fatto sta che – al netto del curioso caso della fotocamera che riprende attraverso la plastica – il marchio di Pete Lau aveva smesso di stupire.

E quando non si hanno più nuove idee – perché la tecnologia quella è e non ha senso spingere ancora oltre – l’unica soluzione è lanciarsi alla conquista di nuovi territori. Quegli stessi che magari, fino a poco tempo prima, si sono un po’ snobisticamente disdegnati, perché l’ambizione era quella di essere e restare il marchio più cool sul mercato Android. E OnePlus è sempre stata assente da una fascia molto popolosa anche se non ricca quanto quella dei flagship: quella dell’acquirente medio, fatta di ragazzini, curiosi di tech ma non troppo, giovani donne e gente che non vuole complicarsi la vita con telefoni che fanno cose che non si utilizzeranno mai.

Come è fatto OnePlus Nord

Così Pete Lau ha messo i suoi al lavoro e, con un battage di marketing che ricorda tanto i tempi d’oro dell’esordio, OnePlus ha sfornato Nord, il primo prodotto della sua nuova linea di fascia media. Tradotto in soldoni: ottimi telefoni che costano meno di 500 euro. In un caso – a condizione di rinunciare a un po’ di memoria, anche meno di 400. E OnePlus torna a sparigliare le carte, come ai bei vecchi tempi.

Nord è pensato per l’uso quotidiano: un sistema di fotocamere diversificato, una user experience fluida e la qualità OnePlus, che non si mette in discussione. Alimentato dal processore Qualcomm Snapdragon 765G, è innanzitutto uno smartphone 5G, anche se la rete di ultima generazione in Italia è a carissimo amico e con questi chiari di luna non si sa quando sarà realmente utile.

Presentando il telefono è stato lo stesso Pete Lau a evidenziarne i punti di forza: Display a 90 Hz, interfaccia OxygenOS e la rticarica Warp Charge 30T.

Il Nord è dotato dello stesso sensore Sony IMX586 da 48 MP di OnePlus 8, una fotocamera ultra grandangolare da 8 MP, una fotocamera macro e un sensore di profondità per offrire un’esperienza fotografica versatile e diversificata. La modalità Nightscape, disponibile sia sull’obiettivo principale posteriore che sull’ultra-grandangolare, scatta fino a nove immagini diverse a diverse esposizioni, intrecciandole insieme in pochi secondi per produrre foto più nitide, luminose e intense in condizioni di scarsa illuminazione.

È anche il primo smartphone OnePlus a essere dotato di una doppia fotocamera frontale: una principale da 32 MP e una ultra-grandangolare da 8 MP che offre un campo visivo da 105 gradi, per i selfie di gruppo.

Il display è un Amoled da 6.44″ con un refresh rate a 90 Hz per garantire fluidità con 1.048 livelli di luminosità automatica per un aggiustamento automatico.

OxygenOS 10.5, il software di OnePlus, offre la modalità Dark Mode, la Zen Mode, e un set completo di opzioni di personalizzazione che permettono agli utenti di modificare tutto, dalle forme delle icone alle animazioni delle impronte digitali.

La ricarica veloce è assicurata dal Warp Charge 30T di OnePlus, per portare la batteria da 4.115 mAh da scarica al 70% in mezz’ora anche mentre si sta sui social o si gioca. Utilizzando il machine learning, cambiain modo intelligente il modo in cui il telefono si ricarica durante la notte per ridurre la quantità di tempo che trascorre al 100%, migliorando così la salute della batteria.

Il Nord viene venduto in due configurazioni: nella versione 8GB+128GB nei colori Blue Marble e Gray Onyx al prezzo di 399 euro e nella versione 12GB+256GB nei colori Blue Marble e Gray Onyx al prezzo di 499 euro.

Oltre al, OnePlus ha anche lanciato i suoi primi auricolari true-wireless, OnePlus Buds che grazie alla tecnologia Warp Charge, con una ricarica di 10 minuti offrono 10 ore di autonomia. Costano 89 euro.

 

 

 

 

Agi

La strategia di TikTok per salvarsi dalla scure di Trump

Funambolo TikTok. L’applicazione sta cercando un equilibrio tra mercato internazionale e cinese, tra cassa e politica, fra trasparenza e censura. La strategia è chiara: rifarsi una verginità in Europa e Stati Uniti senza inimicarsi Pechino. Il manichino su cui cucire questo abito double face c’è già.

Un unico sviluppatore, ByteDance, controlla due app uguali ma con rigidità censorie differenti: Douyin in Cina, TikTok nel resto del mondo. Passare dal disegno alla realizzazione del vestito su misura, però, non sarà semplice. ByteDance ci sta lavorando.

India no, Stati Uniti forse

Nell’hardware, le filiere di Cina e occidente sono intrecciate. Produzione e mercati di sbocco non possono fare a meno l’una degli altri. Nei servizi, invece, c’è ancora una forte distinzione per aree di influenza. Facebook, Twitter e Google non sono ammessi da Pechino e le app cinesi non sono riuscite a imporsi oltre i propri confini. La principale eccezione è proprio TikTok, la cui proprietà ha sede nel distretto di Haidian.

Anonymous ha raccomandato di “cancellarla subito”, perché “di fatto sarebbe un malware gestito dal governo cinese per eseguire un’operazione massiva di spionaggio”. La prima a muoversi è stata l’India. Dopo gli scontri al confine tra i due eserciti, il Paese ha bandito l’applicazione (assieme ad altre 58) per questioni di “sicurezza nazionale”: c’è il timore che raccolgano dati per il governo cinese. Le stesse preoccupazione hanno spinto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo a “valutare il bando”.

ByteDance, operazione internazionale

India e Stati Uniti non sono due mercati qualsiasi per TikTok: sono i più importanti fuori dalla Cina. Ecco allora la volontà di darsi una lucidata. A parole, lo ha sempre fatto: ByteDance ha parlato di accuse infondate e negato qualsiasi rapporto con Pechino. Adesso però serve altro.

A maggio, alla guida della società è arrivato un americano, Kevin Mayer: dopo una carriera in Walt Disney, è stato nominato ceo di TikTok e coo di ByteDance. I vertici della società hanno assicurato che i dati non vengono conservati in Cina e, secondo il Wall Street Journal, la capogruppo starebbe pensando di stabilire una nuova sede all’estero e di modificare la propria struttura, con un consiglio di amministrazione dedicato esclusivamente all’attività internazionale.

Hong Kong: TikTok e Douyin app siamesi

Tutte le mosse vanno nella stessa direzione: non basta più sdoppiare TikTok e Douyin; serve distinguerle. È coerente con questa strategia anche la sospensione delle attività a Hong Kong: una pausa per capire se la legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino abbia un impatto sulla libertà d’espressione.

Se altre altre società (Facebook, Twitter, Google) hanno fatto lo stesso a cuor leggero (visto che sono già vietate in Cina), per TikTok la mossa non era scontata. Il percorso di sdoppiamento punta al mercato internazionale ma non può pregiudicare gli equilibri interni. Inimicarsi il partito non sarebbe proprio il top della comodità.

ByteDance ha scelto la strada del rischio calcolato: lasciare Hong Kong è anche (se non esclusivamente) un messaggio: siamo indipendenti dalla Cina. Pechino potrebbe non aver gradito, ma dal punto di vista commerciale TikTok non rischia nulla. Douyin prosegue le attività sia in Cina che a Hong Kong

. Sebbene – come riferisce Reuters – non ci sia la volontà di sostituire la versione internazionale con quella cinese, il ceo di ByteDance ha affermato che “ci sono molti utenti di Douyin” nell’ex colonia britannica. In breve: la società guidata da Zhang Nan sacrifica (peraltro solo in parte) un mercato minuscolo come Hong Kong e usa la leva della libertà d’espressione per convincere India, Stati Uniti ed Europa.

Trasparente ma non troppo

La strategia delle app siamesi emerge anche nel “Rapporto sulla Trasparenza”, con il quale TikTok pubblica (ogni sei mesi) quanti contenuti sono stati rimossi e quante richieste di accesso ai dati ha ricevuto dalle autorità di ciascun Paese. Nato per dire che “non abbiamo nulla da nascondere”, il rapporto finisce proprio per sottolineare la doppiezza di ByteDance.

Perché da questa “operazione verità” è esclusa la Cina. Tra il primo luglio e il 31 dicembre, sono arrivate 302 “richieste legali di informazioni relative a utenti” dall’India (nove su dieci accolte), cento dagli Stati Uniti, 16 dal Giappone, 15 dalla Germania. Cinque anche dall’Italia, cui TikTok ha risposto solo in una caso. Zero da Hong Kong. I numeri, in ogni caso, sono minimi se confrontati con la quantità di richieste che arriva a una piattaforma come Facebook. Solo per fare un confronto: nello stesso periodo (il secondo semestre 2019), a Menlo Park sono arrivate 241 richieste da Hong Kong, 2.368 dall’Italia e 51.121 dagli Usa. Questione di stazza, certo. Ma anche Twitter (che ha meno utenti di TikTok) riceve più richieste: nel primo semestre 2019 (l’ultimo periodo disponibile) 2120 dagli Stati Uniti, 66 dall’Italia e tre da Hong Kong. 

Un fatturato, due sistemi

Nel rapporto sulla trasparenza spicca però l’assenza della Cina. E non perché non abbia presentato richieste ma per un’altra ragione: Douyin è un’app distinta, che quindi non rientra nelle statistiche di TikTok. Ha una concezione di trasparenza diversa. Così, proprio mentre la legge sulla sicurezza nazionale fa tramontare la dottrina “un Paese, due sistemi” (che riconosceva autonomia a Hong Kong), ByteDance si ritira dall’ex colonia per rilanciarne la versione commerciale: due app, due sistemi, un solo fatturato.

Agi

L’effetto Covid sul digitale: cinque tendenze per il futuro

AGI – Quando si prova a ipotizzare quali siano le tendenze tecnologiche, l’orizzonte non è certo quello di un semestre. Questa volta ad Accenture è toccato fornire una seconda edizione delle sua Technology Vision 2020, riformulando le previsioni di gennaio. Già questo è un indice di quanto l’accelerazione digitale impressa dal coronavirus sia stata forte.

Tanto forte da creare uno “scontro”, ha spiegato Valerio Romano, intelligent cloud & engineering director di Accenture. Si è passati dal techlash (termine spuntato sull’Economist tre anni fa per indicare la disillusione nei confronti dell’entusiasmo digitale) al “tech-clash”: un “disallineamento” tra i valori delle persone e i modelli tecnologici. “Le aziende che non sapranno gestirlo si troveranno ad affrontare un clima di sfiducia e insoddisfazione crescente da parte dei consumatori”. Quelle che invece ambiscono a superarlo, dovrebbero cavalcare queste cinque tendenze.

I cinque trend tecnologici del 2020

Le aziende avranno bisogno di creare esperienze personalizzate, che diano agli individui maggior potere decisionale. “Questo modello trasforma spettatori passivi in attori attivi e partecipi”, afferma Accenture. Cinque imprese su sei ritengono che, per vincere la concorrenza nel prossimo decennio, le organizzazioni debbano trasformare il proprio rapporto con i clienti e renderli partner. È quello che il rapporto ha definito “The I in Experience”.

“AI and Me”: l’intelligenza artificiale potrebbe diventare lo strumento in grado di far emergere il pieno potenziale delle persone. Analizzando il quadro post Covid, sono emersi “i vantaggi della collaborazione tra uomo e AI”. Nel settore sanitario e non solo.

Sta cambiando “il concetto di proprietà di un prodotto”. Non è una questione politica ma economica e tecnologica: un prodotto connesso muta di continuo perché aggiornato di continuo. L’emergenza sanitaria sta aumentando notevolmente il bisogno di oggetti e servizi intelligenti. Il possibile squilibrio tra connettività e privacy è destinato a emergere con grande forza. “Le imprese devono pensare a come introdurre nuove funzionalità nei propri dispositivi senza oltrepassare i limiti”: è il “Dilemma delle Smart Things”.

I robot non operano più solo all’interno dei magazzini e il 5G sta per diventare quel grande acceleratore di cui si parla da tempo. È la tendenza definita “Robots in the Wild”. Con le persone costrette a casa (prima) e la nuova normalità del distanziamento sociale (adesso), i robot sono usciti dai confini tradizionali e sono stati impiegati più velocemente di quanto si sarebbe potuto immaginare. “Ogni azienda deve quindi ripensare il proprio futuro attraverso le lenti della robotica”.

Le imprese possono accedere a una quantità senza precedenti di tecnologie, che vanno dal quantum computing all’AI fino alla blockchain. Già prima del Covid, il 76% dei dirigenti intervistati evidenziava come, per innovarsi alla velocità richiesta dal mercato, le aziende dovessero adottare con urgenza nuove modalità di azione. Dovrebbero avere un “Innovation Dna”. L’accelerazione ha dato immediata concretezza a questa prospettiva.

Benasso (Accenture): “Paradigmi superati”

“Abbiamo toccato con mano che molte attività possono essere fatte con modalità diverse”, spiega Fabio Benasso, presidente e amministratore delegato di Accenture Italia. “Abbiamo capito che molti paradigmi possono essere superati”. È stato un momento di “forte discontinuità”, che ha rivelato il potenziale di settori e tecnologie, facendo emergere allo stesso tempo “alcune fragilità correlate alla parziale digitalizzazione del nostro ecosistema”. Concordano i rappresentanti di due settori molto diversi, collegati in videoconferenza alla presentazione delle Technology Vision 2020: Carlo Capasa, presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, e Gabriele Tubertini, direttore sistemi informativi e organizzazione di Coop Italia.

Capasa (Camera della moda): “Il digitale resterà”

La crisi c’è e si sente tutta: secondo Capasa, la moda accuserà un calo dei profitti 2020 attorno al 30%. Ma il lockdown avrebbe anche innescato alcune tendenze di produzione e consumo positive. “Si tende a comprare prodotti più durevoli, con i brand di alta gamma che stanno recuperando più velocemente del fast fashion”. L’emergenza sanitaria ha poi insegnato a “combinare diversi strumenti tecnologici”. La prossima Milano Fashion Week sarà “digital”. Passerelle, collezioni ed eventi in videoconferenza e con il supporto della realtà virtuale. Alcune delle innovazioni emerse come necessità tenderanno a rimanere. A settembre, infatti, la settimana della moda sarà fisica ma, assicura Capasa, “conserverà una forte componente digitale”.

Tubertini (Coop): “E-commerce tendenza da confermare”

La grande distribuzione è tra i settori che ha risentito meno del lockdown. La spesa online, fino a qualche mese fa componente marginale, è diventata un’abitudine per molti utenti. Ma proprio chi osserva quel mercato dal vicino si dimostra cauto. “Esaurita l’onda, il volume di acquisti online è rimasto leggermente superiore” al periodo pre-lockdown, spiega Tubertini. Ma adesso c’è “una grande sfida” da affrontare nei prossimi mesi: “Se riusciremo a investire in maniera corretta, garantendo l’occupazione, certi comportamenti rimarranno”. Ma se economia e occupazione dovessero perdere ulteriore terreno, “i consumatori saranno più attenti alla convenienza che al servizio”.

Tradotto: se ci saranno pochi soldi in tasca, la priorità sarà risparmiare. Con o senza e-commerce. Il Covid, inoltre – sottolinea Tubertini – non ha spazzato via la singolarità del mercato italiano, fatto di tanti piccoli comuni e caratterizzato dalla frammentazione dei prodotti alimentari, che cambiano da regione a regione. “Nel food&grocery non bisogna commettere l’errore di focalizzarsi solo sulle performance che l’e-commerce ha avuto durante la pandemia. Il vero tema è la sostenibilità del canale”. Cioè non quanto incassa ma quanto guadagna: “Bisogna essere iper efficienti”.

Il futuro della gdo è nei dati

L’e-commerce è un argomento centrale. Ma per Tubertini, nella grande distribuzione il vero cambiamento è stato un altro, meno visibile ma più univoco. La tecnologia permette di sfruttare i dati con costi minori e anche su superfici ridotte. E “la pandemia ha spinto questo tipo di approccio”. “Abbiamo fatto dei test per misurare la densità e la distanza in alcuni reparti”, afferma il direttore sistemi informativi e organizzazione di Coop Italia. È stata un’esigenza di sicurezza, ma la stessa tecnologia “nei prossimi mesi prossimi sarà applicata per altri obiettivi”. Cioè per capire meglio il comportamento dei clienti, offrire servizi migliori e vendere. Tra le innovazioni destinate a rimanere c’è anche il sistema di prenotazioni, “particolarmente gradito” durante il lockdown. Serviranno investimenti. “Ma se le idee ci sono, si trovano”.

Agi

Una startup italiana ha brevettato un filtro che neutralizza il Covid

AGI – La start up italiana Nanohub, attiva nel campo delle nanotecnologie, ha brevettato il primo filtro al mondo per i sistemi di trattamento aria indoor in grado di inattivare il Sars-CoV-2. La tecnologia applicata – informa una nota – in soli 10 minuti inattiva un’elevata carica virale infettiva (15.000 particelle infettive di partenza) del Sars-CoV-2 di oltre il 98,2%; in 20 minuti di oltre il 99,8%, fino ad arrivare al 100% in 30 minuti.

L’efficacia del filtro è stata testata nel laboratorio guidato da Elisa Vicenzi, capo dell’Unità di Patogenesi Virale e Biosicurezza dell’Ospedale San Raffaele di Milano, che isolò e studiò il coronavirus della Sars dal 2003 al 2008.

Il filtro ideato e brevettato da Nanohub – si afferma – si compone di un reattore fotocatalitico di ultima generazione e da un tessuto antibatterico e antivirale. L’azione congiunta dei componenti permette di sanificare l’aria, raggiungendo gli obiettivi di contenimento e rallentamento della trasmissione del virus.

Nell’applicazione della tecnologia di sanificazione dell’aria negli ambienti indoor, tutte le reazioni si generano sul filtro e solo le sostanze nocive presenti in aria, compresi i virus, vengono distrutte e/o inattivate, mentre nessun danno è prodotto per le persone presenti nell’ambiente.

A differenza delle altre soluzioni di sanificazione dell’aria utilizzabili in presenza di persone e disponibili oggi sul mercato la soluzione di Nanohub è l’unica ad essere stata testata sul Sars-CoV-2 e non “trattiene” il virus, ma ne inibisce completamente la carica infettante. Grazie a questa sostanziale differenza, l’efficacia e la sicurezza del filtro Nanohub è la massima oggi disponibile al mondo.

Agi

La prima flotta di camion senza guidatore (e i problemi che pone)

AGI – L’utilizzo della guida autonoma anche per il trasporto pesante non è una novità, almeno a livello sperimentale. La startup TuSimple, una testa a San Diego e l’altra a Pechino, appare però come l’unica compagnia pronta all’applicazione commerciale su larga scala di queste tecnologie. La concorrente più importante, la Waymo di Alphabet, casa madre di Google, si sta concentrando al momento su minivan che percorrono brevi tragitti. TuSimple punta invece sulle lunghe distanze.

Al momento l’azienda ha solo 40 mezzi (altri 10 verranno aggiunti entro fine anno) e la rotta più estesa che copre è Phoenix-Dallas, mille miglia. Nondimeno per TuSimple ciò è sufficiente per proclamare la propria flotta “la prima al mondo con una rete per la guida autonoma”. E “rete” è la parola chiave per comprendere perche’ TuSimple sia valutata un miliardo di dollari, abbia attratto investitori come la Berkshire Hataway di Warren Buffet e abbia già tra i suoi 22 clienti le maggiori società di logistica Usa, come Ups e Us Xpress. 

Il vero business non è la guida autonoma

Il vero vantaggio di salire per primi sul treno di TuSimple è la possibilità di influenzare, con le proprie commesse, le rotte che verranno mappate digitalmente e finiranno per costituire la base dell’intero business, una volta sviluppato. 

Il presidente di TuSimple, Cheng Lu, lo spiega cosi’ a ReCode: “Immagina se avessi potuto aver voce in capitolo, al tempo, su dove sarebbero stati costruiti i binari ferroviari e scegliere di farli porre esattamente di fronte alla porta di casa tua. Da fornitore, non ti darebbe un grosso vantaggio?.

I piani di TuSimple appaiono inoltre più concreti di quelli della concorrenza perché si appoggiano su un programma di espansione quadriennale molto preciso. Al momento attiva nel Sud Ovest, l’azienda intende coprire l’intero meridione degli Stati Uniti, da Los Angeles alla Florida, entro il 2023 per poi estendersi all’intera nazione l’anno successivo.

La forte preoccupazione del sindacato

Se l’obiettivo finale è un’intelligenza artificiale abbastanza sofisticata da gestire in autonomia una vasta gamma di sensori, telecamere e segnali lidar e radar, per il momento tutti i mezzi di TuSimple avranno a bordo un autista in carne e ossa nel caso qualcosa vada storto. Nondimeno lo storico sindacato dei camionisti, L’International Brotherhood of Teamsters, è già molto preoccupato per l’avvento di una società il cui marketing propone slogan come: “Che succederebbe se creassimo un conducente virtuale che non beve mai, non sta mai al telefono e non si stanca mai?”. Secondo il Bureau of Labor Statistics, sono a rischio quasi 500 mila dei due milioni di posti di lavoro impiegati nel comparto.

Kara Deniz, portavoce dei Teamsters, ha espresso a ReCode la preoccupazione che l’introduzione di queste tecnologie costringa i camionisti a turni piu’ lunghi e pause minori. E non è l’unico problema.

“Nessuna di queste compagnie tiene conto della realtà della guida o dimostra una comprensione dell’industria dalla prospettiva di qualcuno che fa davvero questo lavoro”, spiega ancora Deniz, portavoce dei Teamsters. Il dubbio è come si possa comportare un’intelligenza artificiale di fronte a evenienze come la necessità di rapportarsi con le forze dell’ordine, gestire problemi relativi al carico o prestare soccorso su strada alle vittime di un eventuale incidente.

Agi