Cosa sta succedendo nel mercato degli smartphone, spiegato da chi il mercato lo fa

AGI – Grande è la confusione sotto il cielo del mercato degli smartphone e la situazione è quindi eccellente. Parafrasando la frase attribuita di volta in volta a Confucio o a Mao riusciamo ad avere una vaga idea di cosa sta succedendo tra i numerosi marchi che affollano la palette di produttori cinesi.

E non è un caso che la dottrina confuciana (o maoista, se preferite) sia messa in atto proprio oltre quella cortina che oggi appare insieme più impermeabile e permeabile che mai. Impermeabile ai moniti che vengono dall’Occidente, permeabilissima per quanto riguarda i movimenti di merci.

Restando sulla Cina, sembra che fare incetta di microchip abbia messo le aziende di telefonia al riparo da quella penuria che ha già rallentato i produttori di auto e se si guarda ai dati sulle spedizioni registrati da Canalys, non sfugge che i principali marchi cinesi messi insieme hanno superato la somma di Apple e Samsung: 37% del mercato contro il 33%.

A farla da padrone, in teoria, è Xiaomi, che detiene il 17% e ha sperimentato una crescita dell’83%. Ma se si considera il dato aggregato di Oppo (che include OnePlus e realme) e Vivo, è la conglomerata Bkk a fare la parte del leone, con il 20% delle spedizioni.

Ma siamo sempre nel campo della teoria sia perché le aziende cinesi non brillano esattamente per trasparenza, sia perché, come nel gioco delle tre carte, i marchi passano da qui a lì, si fondono, si inglobano, si scorporano, si riassemblano, si scambiano pezzi e tecnologie e alla fine non si capisce più chi fa cosa e per chi. Un esempio è la partnership (o fusione, o incorporazione?) tra Oppo e OnePlus, che comunque fanno già parte della famiglia Bkk. Grande è la confusione sotto il cielo, per l’appunto, e in questa confusione è facile prosperare.

Ma di tutto questo, al consumatore, cosa importa? Un bel niente. Al consumatore ciò che interessa è avere la tecnologia migliore al prezzo più accessibile. Che poi tanta capacità di calcolo, fludità d’uso e velocità di connessione non gli servano davvero è un’altra questione. L’importante è averla a disposizione perché, come ha detto un manager di uno dei protagonisti emergenti del mercato, lo smartphone è sempre meno telefono e sempre più un ‘abilitatore’. Segnatevi questa parola, perché ci torneremo.

Al consumatore, dicevamo, importa avere il meglio a meno e uno dei marchi a capirlo è stato OnePlus, che per anni è stato una sorta di brand ‘ribelle’, legato più ai desideri della fanbase che a quelli del mercato tout-court e che ora sta trasferendo la propria filosofia dai flagship a una fascia media che si è fatta sempre più esigente. Di nuovo: il meglio a meno. Il primo tentativo era stato fatto l’anno scorso con il modello Nord, un telefono di fascia media con un hardware e un software (quasi) da flagship, ed esattamente un anno dopo è il momento del Nord 2 5G, un aggiornamento completo, dalla fotocamera e dalle prestazioni fino alla ricarica e al design. Che si traduce in soldoni in una tripla fotocamera AI da 50 MP con sensore Sony IMX766 e stabilizzazione ottica dell’immagine (OIS), Warp Charge 65 (si carica dallo 0-100% in meno di 35 minuti) e il software OxygenOS di OnePlus

Una delle novità è l’uso del processore MediaTek Dimensity 1200-AI che dovrebbe migliorare le prestazioni della CPU del 65% e quelle della GPU del 125% rispetto al modello di un anno fa e soprattutto affrancare l’azienda dagli Snapdragon di Qualcomm. Semplificando (e di molto) è un telefono in cui prestazioni e prezzo (dai 300 ai 400 euro a seconda del taglio di memoria che si sceglie) sono perfettamente bilanciate. Pagate per quello che avete e non un centesimo di più. E in un settore in cui capita che i prodotti costino molto più di quanto valgono, non è poco.

Per capire cosa sta succedendo nel mercato degli smartphone, AGI ha intervistato Tuomas Lampen, Head of Strategy di OnePlus.

La partnership con Oppo non rischia di inficiare la filosofia che è sempre stata alla base di OnePlus, marchio che anche all’interno di un conglomerato come Bkk ha sempre cercato di mantenere una propria indipendenza?

OnePlus continuerà a operare come brand indipendente all’interno di Oppo e continuerà a seguire il nostro approccio Never Settle per creare la migliore esperienza utente possibile. Nei mercati in cui operano entrambe le società, continueremo a competere come prima. Con questa integrazione più profonda con Oppo, avremo più risorse a disposizione per creare prodotti ancora migliori e la migliore esperienza utente possibile.

Abbiamo anche recentemente annunciato che siamo al lavoro per integrare la base di codici OxygenOS e ColorOS. Questo è un esempio in cui una più profonda integrazione con Oppo aggiungerà valore per gli utenti OnePlus, poiché ci consentirà di fornire aggiornamenti OxygenOS più stabili e migliorare il nostro programma di manutenzione del software.

Il modello Nord già dall’anno scorso ha rivoluzionato il mercato di fascia media. Qual è la strategia dietro la dotazione di uno smartphone di fascia media con hardware da flagship e quali sono i punti sui quali il cliente ha più esigenza?

Il feedback della community è sicuramente importante per il processo di creazione di un prodotto. Ma per comprendere al meglio i mercati a cui ci rivolgiamo, conduciamo anche ricerche molto approfondite per capire cosa sia importante per ciascun segmento di consumatori. Ad esempio, con OnePlus Nord, la nostra ricerca ci ha guidati verso la decisione di concentrarci sulla costruzione di una fotocamera potente per portare nel mercato mid-range un’esperienza OnePlus che possa dirsi di livello flagship. Allo stesso modo, OnePlus Nord 2 5G è il risultato di una visione analitica sul settore, combinata al feedback della community.

Con il lancio del primo Nord, l’anno scorso, abbiamo fissato un nuovo punto di riferimento per gli smartphone di fascia media, ma abbiamo sfidato noi stessi per riuscire a fornire non solo complessivamente ma concretamente tutto ciò che si potrebbe chiedere. A questo scopo stiamo introducendo OnePlus Nord 2 5G, che è un aggiornamento completo al primo Nord, potenziato e migliorato con tutto ciò che potresti chiedere.

OnePlus Nord 2 5G è il nostro passo più deciso nella fascia media, in quanto offre prestazioni veramente senza compromessi basate sull’intelligenza artificiale, possiede un sistema di fotocamere più intelligente e tutti quegli elementi che lo rendono paragonabile ad un flagship. È dotato di diverse funzionalità di punta, come la fotocamera principale da 50 MP, un sensore Sony IMX 766, OIS, Warp Charge 65 e la batteria da 4500mAh presa dalla nostra serie flagship OnePlus 9. Dispone inoltre di un chipset di punta MediaTek: Dimensity 1200-AI, esclusivo di OnePlus, dotato di una serie di funzionalità basate sull’intelligenza artificiale per migliorare l’esperienza utente complessiva.

In OnePlus crediamo fermamente che sia importante confrontarsi coi propri progetti con sguardo critico, per restare costantemente connessi alle crescenti esigenze dei nostri utenti. Questo approccio ci ha portati alla serie Nord: affrontare la fascia di prezzo e sfidarla, rimanendo fedeli alla nostra filosofia Never Settle. Fin dall’inizio, abbiamo creato prodotti che fossero capaci di rivoluzionare il mercato in sempre più fasce di prezzo. OnePlus Nord 2 è lo smartphone completo che supera i prodotti in quasi tutti le fasce di prezzo: è il flagship killer del 2021.

Quale è stata l’accoglienza dei modelli Nord da parte non tanto del pubblico quanto dei fan che da sempre hanno rappresentato un elemento fondante delle operazioni commerciali e delle scelte tecnologiche di OnePlus?

Quando abbiamo pianificato il lancio di Nord, eravamo fiduciosi che sarebbe stato un dispositivo molto solido, ma non eravamo completamente preparati per la risposta che abbiamo ricevuto. Fin dal nostro annuncio, c’era nell’aria parecchia eccitazione. Una volta lanciato il prodotto, la risposta è stata fenomenale e le vendite sono state la prova della qualità del prodotto.

L’accoglienza dei nostri utenti e fan è andata oltre le nostre aspettative, posizionando OnePlus Nord come il nostro dispositivo più venduto in Europa. OnePlus Nord è stato anche lo smartphone più venduto su Amazon in Italia, Francia, Germania e Regno Unito nel mese di lancio.

Finlandia, Germania e Paesi Bassi sono i 3 paesi con le migliori prestazioni per quanto riguarda OnePlus Nord. In Finlandia, OnePlus Nord è stato il modello Android più venduto nel mercato degli smartphone tra il primo trimestre del 2020 e il primo trimestre del 2021. inoltre, è stato anche il dispositivo 5G più venduto in Finlandia nell’agosto 2020. In Danimarca, OnePlus Nord è stato il modello 5G più venduto nella fascia di prezzo media tra il primo trimestre 2020 e il primo trimestre 2021. I primi 3 canali performanti che hanno contribuito al successo di Nord sono Amazon, Elgiganten ed Elisa.

Complessivamente, in Europa, OnePlus ha registrato un aumento delle vendite del 388% e un aumento delle entrate del 286% nel primo trimestre del 2021 rispetto al primo trimestre del 2020 e Nord Product Line ha contribuito per il 35% alle entrate totali di OnePlus. Prevediamo che entro la fine del 2023 il volume delle vendite accumulate della linea di prodotti OnePlus Nord raggiungerà i 25 milioni di unità.

L’obiettivo ultimo della linea di prodotti Nord era, e sempre sarà, quello di rendere accessibile ad un pubblico ancora più ampio la grande tecnologia.


Cosa sta succedendo nel mercato degli smartphone, spiegato da chi il mercato lo fa

Nessuna traccia di metano su Marte, il ‘mistero’ s’infittisce

AGI – La ricerca su Marte denominata ExoMars Trace Gas Orbiter da parte dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) non ha dato esito e ha stabilito nuovi limiti sulle quantità di metano presenti assieme a etano, etilene e fosfina nell’atmosfera di Marte, i quattro cosiddetti gas “biomarker”, che sono potenziali segni di vita. I risultati sono stati pubblicati su tre articoli sulle riviste Astronomy & Astrophysics e ScienceDirect.

Il metano è un biomarcatore di interesse chiave, poiché gran parte di quello trovato sulla Terra è prodotto dagli esseri viventi o dall’attività geologica, e quindi lo stesso potrebbe essere vero anche per Marte. 

“Abbiamo usato il Trace Gas Orbiter (TGO) per affinare ancora di più il limite superiore per il metano su Marte, questa volta con una raccolta dei dati per più di 1,4 anni marziani – 2,7 anni terrestri”, spiega Franck Montmessin, del laboratorio LATMOS dell’Università di Versailles Saint Quentin en Yvelines, co-investigatore principale della Atmospheric Chemistry Suite (ACS) di Trace Gas Orbiter e autore principale di uno dei tre nuovi articoli sui biomarcatori marziani.

“Non abbiamo trovato alcun segno del gas, il che suggerisce – dice il ricercatore – che la quantità di metano su Marte è probabilmente persino inferiore a quanto suggeriscono le stime precedenti”. Il ‘mistero del metano’ su Marte prosegue da molti anni con risultati contraddittori provenienti da missioni tra cui la Mars Express dell’ESA ed il rover Curiosity della NASA, che catturano picchi sporadici e scoppi di gas nell’atmosfera di Marte, fluttuazioni sia in orbita che sulla superficie del pianeta, segni del gas che variano con le stagioni oppure non osservando affatto il metano.

Stime precedenti vanno da 0,2 fino a 30 parti per miliardo di volume (ppbv), indicando fino a 30 molecole di metano per miliardo di molecole. Per riferimento, il metano è presente nell’atmosfera terrestre a quasi 2000 ppbv. Gli scienziati hanno anche cercato segni di metano intorno alla zona di lavoro di Curiosity, il cratere Gale, e non hanno trovato nulla, nonostante il rover abbia segnalato la presenza di metano in quell’area.

“Curiosity misura proprio dalla superficie di Marte, mentre l’orbiter effettua misurazioni pochi chilometri sopra, quindi la differenza tra questi due risultati potrebbe essere spiegata da qualsiasi metano intrappolato nella bassa atmosfera o nelle immediate vicinanze del rover”, aggiunge Franck. “Non abbiamo trovato alcun segno di metano su Marte e abbiamo fissato un limite superiore di 0,06 ppbv, che concorda con i risultati iniziali di TGO utilizzando l’ACS “, afferma a sua volta l’autrice principale dello studio, Elise Wright Knutsen, precedentemente al Goddard Space Flight Center della NASA, negli Stati Uniti, e ora a LATMOS, Francia.

La ricerca della vita su Marte, o delle sue tracce persistenti, è un obiettivo centrale del programma ExoMars e la caccia ai biomarcatori in particolare è un obiettivo primario del Trace Gas Orbiter. Il prossimo rover ExoMars “Rosalind Franklin”, il cui lancio è previsto per il 2022, completerà la caccia di TGO ai biomarcatori scavando nella superficie marziana. I campioni sotterranei possono avere maggiori probabilità di trattenere i biomarcatori, poiché il materiale è schermato dal duro ambiente di radiazioni dello spazio.


Nessuna traccia di metano su Marte, il ‘mistero’ s’infittisce

L’impatto dei cinghiali sul clima pesa più di quello delle automobili

AGI – I cinghiali possono rilasciare circa 4,9 milioni di tonnellate di anidride carbonica ogni anno a livello globale, l’equivalente di inquinante prodotto da 1,1 milioni di automobili. A calcolarlo sono stati gli scienziati dell’Università del Queensland e dell’Università di Canterbury, che hanno pubblicato i risultati del loro lavoro sulla rivista Global Change Biology.

Il team, guidato da Christopher O’Bryan dell’Università di Canterbury, ha utilizzato modelli predittivi della popolazione e tecniche di mappatura avanzate per valutare i danni climatici associati alla presenza dei cinghiali. Il gruppo di ricerca ha elaborato 10mila mappe della potenziale densità globale di suini selvatici, valutando i relativi danni provocati dalla specie e le conseguenti emissioni di carbonio. 

“La continua espansione della popolazione di questi animali – afferma l’autore – potrebbe rappresentare una minaccia per il clima. I maiali selvatici possono essere paragonati a trattori che arano i campi, rivoltando il terreno alla ricerca di cibo”. Il suolo, spiegano gli esperti, contiene circa il triplo del carbonio presente in atmosfera, per cui anche una piccola frazione può accelerare il cambiamento climatico.

“I nostri modelli – riporta il ricercatore – mostrano che i maiali selvatici stanno sradicando un’enorme quantità di terra, minacciando anche la biodiversità e la sicurezza alimentare, due elementi cruciali per lo sviluppo sostenibile”.

“Speriamo che questo lavoro possa contribuire a far sì che vengano adottate misure mirate per mitigare il cambiamento climatico – sostiene Nicholas Patton, dottorando presso l’Università di Canterbury – le specie invasive sono un problema causato dall’uomo, dobbiamo riconoscere e assumerci le responsabilità delle conseguenze ambientali ed ecologiche”.

Il controllo dei suini selvatici, sottolineano gli esperti, richiederà cooperazione e collaborazione. “Abbiamo molto lavoro da fare – concludono gli scienziati – ma nel frattempo dobbiamo continuare a proteggere e monitorare gli ecosistemi suscettibili alla presenza di specie invasive”. 


L’impatto dei cinghiali sul clima pesa più di quello delle automobili

Il dispositivo che genera energia dal sudore

AGI – Ti senti più sudato per un’ondata di caldo estivo? Non preoccuparti, non tutto il sudore deve andare sprecato. In un articolo pubblicato sulla rivista Joule, gli scienziati dell’Università della California a San Diego descrivono un nuovo dispositivo in grado di raccogliere energia dal sudore sulla punta delle dita.

Ad oggi, il dispositivo è il più efficiente raccoglitore di energia sul corpo mai inventato, ed è in grado di generare 300 millijoule (mJ) di energia per centimetro quadrato senza alcun input di energia meccanica. Gli autori affermano che il dispositivo rappresenta un significativo passo avanti per l’elettronica indossabile autosufficiente.

Il team, guidato da Lu Yin, ha realizzato una striscia sottile e flessibile che può essere indossata sulla punta di un dito e può generare energia anche se l’utente è addormentato o seduto. “A differenza di altri dispositivi indossabili alimentati dal sudore – spiega l’esperto – la nostra soluzione non richiede esercizio o input fisico. Credo che questo sia il primo passo per rendere i dispositivi indossabili più pratici, convenienti e accessibili a tutti”.

“Il nostro sensore – aggiunge Joseph Wang, docente di nanoingegneria presso l’Università della California a San Diego – può essere utilizzato in qualsiasi attività quotidiana che coinvolga il tatto, perché si basa sul sudore dei polpastrelli, dove si trovano più di mille ghiandole sudoripare da cento a mille volte più efficaci rispetto a quelle che si trovano in altre parti del corpo”.

Il dispositivo può essere avvolto attorno alla punta del dito come un cerotto. Un’imbottitura di elettrodi in schiuma di carbonio assorbe il sudore e lo converte in energia elettrica.

Quando chi lo indossa suda o preme sulla striscia, l’energia elettrica viene immagazzinata in un piccolo condensatore e viene scaricata su altri dispositivi. Il dispositivo è stato testato da un volontario durante attività sedentarie. In una sessione di 10 ore di sonno, sono stati raccolti quasi 400 millijoule di energia, abbastanza per alimentare un orologio da polso elettronico per 24 ore.

Un’ora di digitazione tramite mouse ha accumulato quasi 30 millijoule. “Abbiamo effettuato le misurazioni con un solo dito – precisa Wang – questa tecnologia fornisce un guadagno netto di energia senza alcuno sforzo da parte dell’utente. Il nostro obiettivo a lungo termine è quello di rendere il dispositivo un oggetto utile e pratico, in grado di alimentare elettronica come sensori e display”.


Il dispositivo che genera energia dal sudore

Una startup italiana ha trasformato un film in Nft per venderlo all’asta

AGI – Dopo gli oggetti da collezione digitali, i giochi online e soprattutto dopo l’esplosione della crypto art (ricordate la vendita monstre da 69 milioni di un’opera di Beeple, la terza in assoluto per valore di un’artista vivente?) gli NFT, i Not Fungible Token (tecnicamente dei certificati digitali), sbarcano sul grande schermo.

L’opera “La leggenda di Kaspar Hauser” di Davide Manuli, prodotta da BlueFilm, è stata resa accessibile in 62 scene NFT che verranno messe all’asta il 31 luglio sulle piattaforme digitali OpenSea, Rarible e Crypto.com. Il progetto è stato realizzato da EY, multinazionale della consulenza aziendale, con il suo team di esperti in blockchain, e da una startup italiana, CinTech, attiva nel settore della blockchain. Un’idea che in un momento storico come questo, in cui l’arte, la cultura e l’intrattenimento sono alle prese con la crisi post-Covid e i cambiamenti imposti dalla trasformazione digitale, può rappresentare una strada innovativa per rilanciare l’industria cinematografica.

La blockchain conquista l’intrattenimento

Per realizzare questo progetto EY, in particolare, si è occupata di disegnare una visione imprenditoriale scalabile per un settore, come quello dell’entertainment, nuovo a questo tipo di tecnologie. Inoltre, EY ha seguito la parte strategica e operativa che ha portato alla definizione e creazione proprio dei 62 NFT del film tramite la sua soluzione proprietaria blockchain.ey.com, con la pianificazione del processo di vendita. “Questo progetto consente di sfruttare la nostra nuova soluzione proprietaria EY OpsChain per realizzare dei Non Fungible Token su Blockchain Ethereum e creare una copia digitale dei diversi frame del film – ha spiegato Giuseppe Perrone, EY EMEIA Blockchain Leader – è sicuramente un’idea innovativa a cui siamo orgogliosi di aver creduto e partecipato da subito perché siamo convinti che potrà costituire un nuovo modo di creare valore a sostegno dell’intero settore cinematografico, ma non solo. Le potenzialità di questa tecnologia sono moltissime e possono essere sfruttate in tutti i settori: dallo sport alla cultura, il turismo e così via”. 

Cinema e Nft

CinTech nasce nella primavera del 2021 dall’intuizione di Renato Pezzi, Jacopo e Nicolò Lucignano, tre italiani guidati dalla loro passione per l’innovazione e il mondo dell’entertainment che per primi al mondo hanno immaginato un nuovo modo di concepire il prodotto “film” legandolo alla tecnologia NFT. “Con questa operazione vogliamo dimostrare a coloro che sono in possesso di contenuti e asset digitali come sia possibile innovare il proprio business model creando nuovi flussi di ricavi e fonti di finanziamento” hanno precisato i tre fondatori dell’azienda”.

Un documentario sui Not Fungible Token. Con la vendita di questo primo film in NFT, poi, la compagnia ha in programma di riutilizzare parte dei ricavi per la creazione di un docufilm proprio sul fenomeno degli NFT. “Un esempio di come si possa dare vita ad un’economia circolare che permette di impiegare i proventi derivanti dalla vendita dei token per la produzione di nuovi film, opere d’arte ed altro ancora”.

Una nuova piattaforma. CinTech, EY e BlueFilm, sono anche a lavoro su iniziative simili a questo primo progetto nei settori dello sport, del turismo, della cultura e dell’intrattenimento. Inoltre è in cantiere la realizzazione di una piattaforma online dove sarà possibile acquistare, scambiare e creare asset digitali collezionabili, attraverso logiche orientate alla gamification.

i numeri degli Nft

Secondo i dati di DappRadar, nella prima metà del 2021 le vendite di NFT hanno totalizzato 2,47 miliardi di dollari (nei 12 mesi precedenti il volume d’affari si era attestato a 13,7 milioni di dollari). Tra i contenuti messi in vendita nei mesi scorsi in formato NFT c’è il codice sorgente del web scritto dall’inventore Tim Berners-Lee (4,5 milioni di dollari), il primo post di Jack Dorsey su Twitter (2,9 milioni di dollari) e appunto l’opera dell’artista Beeple (battuta da Christie’s a 69,3 milioni di dollari). 

C’è anche Banksy. Ma non è finita. Il 22 luglio andrà all’asta la versione NFT di Spike, opera di Banksy. L‘originale, che è stata creata in Palestina dal celebre street artist, attualmente è di proprietà del tenore Vittorio Grigolo, co-fondatore di Valuart, la piattaforma che metterà all’asta l’opera (il 50% del ricavato dell’asta andrà in beneficenza).


Una startup italiana ha trasformato un film in Nft per venderlo all’asta

La startup italiana premiata al congresso mondiale sull’intelligenza artificiale

AGI – ASC27 è la startup italiana vincitrice della sezione europea del Congresso mondiale sull’IA di Shangai (WAIC) e si è posizionata tra le prime 10 al mondo nella sezione Best Practice Applied Algoritms, grazie ad una Intelligenza Artificiale capace di aiutare i giornalisti a migliorare i propri articoli e raggiungere un maggior numero di lettori.

La startup romana ha infatti messo a punto un sistema di deep learning che impara dai lettori gli elementi di successo di una storia capace di diventare virale. Il sistema, già acquistato all’estero da un importante gruppo imprenditoriale americano, potrebbe cambiare il modo in cui i giornalisti comunicano suggerendo loro i punti di forza e di debolezza degli articoli.

Come funziona il programma

Il suo nome è Asimov, un co-Bot di intelligenza artificiale progettato per ottenere migliori risultati nell’editoria e nella comunicazione che, dicono ad ASC27, “servirà per costruire la nuova era del giornalismo – più efficiente, preciso e umano – svolgendo i compiti più ripetitivi e lasciando spazio all’atto creativo dei giornalisti in modo che possano avere più tempo per lavorare sulla qualità degli articoli e delle informazioni”.

Il software è già utilizzato quotidianamente da oltre 2000 giornalisti nelle principali riviste che stanno ampliando il proprio pubblico e i propri ricavi sfruttando Asimov AI.

L’evento

Presentato nella sezione startup europee, l’azienda ha ottenuto con Asimov il riconoscimento dall’importante World Artificial Intelligence Congress (WAIC), il Congresso mondiale sull’intelligenza artificiale che si è aperto il 7 luglio alla presenza di 1.000 relatori, tra cui i vincitori del premio Turing, Joseph Sifakis e Yao Qizhi e il “padre di Linux” Linus Torvalds, il Ceo di Siemens Roland Busch, quello di Qualcomm Cristiano Amon, il presidente di Huawei Ken Hu, e i leader di Tencent, Alibaba e Baidu.

Le sale espositive del WAIC occupano oltre 40.000 metri quadrati nella nuova area di Pudong nel distretto di Xuhui. Oltre a parlare di innovazioni e business, affronta argomenti sull’AI affidabile e sullo sviluppo sostenibile, il rapporto dell’AI con l’ambiente, la privacy e gli algoritmi e come evitare il divario digitale in tutto il mondo. Al dibattito partecipano funzionari dell’OMS, dell’UNESCO, dell’ITU e di altre organizzazioni internazionali.

Più di 300 espositori hanno portato le loro ultime applicazioni AI al WAIC e la conferenza ibrida, in parte online, dove vengono mostrate si protrarrà fino a domani 10 luglio.

Il fondatore della startup

In questo contesto l’affermazione dell’azienda romana, creata dall’abruzzese Nicola Grandis e situata nel cuore di Roma, a pochi passi da Piazza San Pietro, conferma la creatività e il valore dell’innovazione tecnologica italiana.

 “ASC27 punta a rivoluzionare il modo di sviluppare software – dice Grandis – impiega sedici esperti di IA e tra di loro ci sono alcuni giovani hacker di fama nazionale”. Il nostro motto è “We create Knowledege – Creiamo conoscenza” e lo facciamo utilizzando tecniche di intelligenza artificiale applicate alla Cybersecurity e viceversa utilizzando i principi dell’hacking allo sviluppo del software per soluzioni innovative”.

La cerimonia di premiazione – che prevede un premio in denaro e altri benefit – seguirà la presentazione da remoto di Asimov (a causa della pandemia) da parte di ASC27 al 1° Forum europeo online organizzato da Expand.hk e Sinofy Group, per conto del WAIC di Shanghai e del governo cinese alla presenza di circa 700 giornalisti, con la previsione di 250 milioni di visitatori online.


La startup italiana premiata al congresso mondiale sull’intelligenza artificiale

Come funziona il bonus del governo per cambiare il televisore e come ottenerlo

AGI – Il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha firmato il decreto attuativo che rende operativo il bonus rottamazione Tv, che sostiene i cittadini nell’acquisto di televisori compatibili con i nuovi standard tecnologici di trasmissione del digitale terrestre Dvbt-2/Hevc Main 10.

In cosa consiste il bonus e come ottenerlo

La nuova tecnologia consentirà di migliorare la qualità del segnale e di dare spazio alle trasmissioni in alta definizione. L’agevolazione consiste in uno sconto del 20% sul prezzo d’acquisto, fino a un massimo di 100 euro, che si può ottenere rottamando un televisore acquistato prima del 22 dicembre 2018. La rottamazione potrà essere effettuata in sede di acquisto del nuovo televisore, consegnando al rivenditore quello vecchio, che si occuperà poi dello smaltimento dell’apparecchio e di ottenere un credito fiscale pari allo sconto riconosciuto al cliente al momento dell’acquisto del nuovo apparecchio. Un’altra modalità per rottamare la vecchia tv è consegnarla direttamente in una isola ecologica autorizzata. In questo caso un modulo certificherà l’avvenuta consegna dell’apparecchio, con la relativa documentazione per richiedere lo sconto sul prezzo di acquisto.

Perché si è messo in mezzo il governo

Il bonus rottamazione Tv ha l’obiettivo di favorire la sostituzione di apparecchi televisivi che non saranno più idonei ai nuovi standard tecnologici, al fine di garantire la tutela ambientale e la promozione dell’economia circolare attraverso un loro corretto smaltimento.

Qual è la differenza con il bonus precedente

A differenza del precedente incentivo, che resta comunque in vigore ed è pertanto cumulabile per coloro che sono in possesso di tutti i requisiti, il bonus rottamazione Tv si rivolge a tutti i cittadini in quanto non prevede limiti di Isee. In particolare, verrà riconosciuto un bonus per l’acquisto di un televisore per ogni nucleo familiare fino al 31 dicembre 2022.

Le risorse destinate alla misura sono complessivamente 250 milioni di euro. Il provvedimento individua tre requisiti per beneficiare dell’incentivo: residenza in Italia, rottamazione di un televisore e il pagamento del canone di abbonamento al servizio di radiodiffusione.

Potranno accedere all’agevolazione anche i cittadini, di età pari o superiore a settantacinque anni, che sono esonerati dal pagamento del suddetto canone. In vista del passaggio agli standard di trasmissione del digitale terrestre di nuova generazione Dvbt-2/Hevc Main 10 i cittadini possono verificare la compatibilità dei televisori in proprio possesso e gli elenchi delle apparecchiature idonee seguendo le informazioni e le procedure indicate sul sito nuovatvdigitale.mise.gov.it. Il decreto, controfirmato dal ministro dell’economia e delle finanze, e’ stato inviato alla Corte dei Conti per la registrazione. 


Come funziona il bonus del governo per cambiare il televisore e come ottenerlo

L’assistente vocale che aiuta a scegliere il vino. L’ultima mossa di Alexa

AGI – L’Italia, Paese dalla cultura enogastronomica unica al mondo, ha reso gli italiani grandi appassionati di vino. Etichette rinomate e dall’altissima qualità, cui si affiancano una moltitudine di possibilità grazie alla ricchezza di territori, varietà delle uve e cantine, da nord a sud.

Saper armonizzare il gusto del cibo a quello del vino mira a valorizzare le qualità di entrambi, ma non è sempre facile orientarsi avendo a disposizione così tante opzioni. E Amazon non si è fatta sfuggire l’occasione per metterci lo zampino e ha insegnato all’assistente vocale Alexa a dare una mano nella scelta del vino. La skill si chiama ‘Vino Perfetto’ e l’ambizione è di aiutare nella scelta della miglior bottiglia da acquistare, in base all’occasione e all’abbinamento gastronomico. 

Sarà possibile porre domande più dirette e complesse. Basterà chiedere, ad esempio, “Alexa, consigliami un vino per una cena romantica con un prezzo massimo di venti euro” oppure “Alexa, suggeriscimi un vino per un aperitivo con amici”, in modo da velocizzare e ottimizzare la ricerca.

 


L’assistente vocale che aiuta a scegliere il vino. L’ultima mossa di Alexa

Sicurezza informatica: da Yoroi l’indice che misura il rischio per le aziende

AGI – La protezione informatica (meglio se preventiva) è un’esigenza. Ma come misurarla prima di un attacco? È nato con l’obiettivo di farlo il Cyber Exposure Index, sviluppato da Yoroi, società specializzata in cybersecurity.

La sua finalità è misurare lo spazio digitale utilizzabile da un possibile attaccante. L’indice si basa su eventi già accaduti, come un attacco informatico di successo; sfrutta informazioni raccolte nei forum hacker del Deep Web; analizza i dati in vendita nei marketplace illegali del Dark Web. Valuta tre variabili: il numero di servizi esposti, lo score delle vulnerabilità e l’indice di data leakage.

Più elevato è il numero di servizi raggiungibili su Internet, più varie sono le tecniche che un attaccante può sfruttare per ottenere un accesso non autorizzato. Questo valore cerca di dare un’indicazione della superficie di attacco esterna, ed è calcolato dalla somma dei differenti IP, porte e protocolli associati all’azienda e accessibili dall’esterno. Per ridurre questo indice di rischio, un’azienda dovrebbe analizzare tutti gli IP e servizi esposti all’esterno e ridurre l’accesso solo a quelli strettamente necessari.

Più vulnerabilità sono sfruttabili da un attaccante, più sarà facile compromettere un host. Con questo indice si vuole stimare la facilità con cui un attaccante può compromettere il perimetro aziendale, sfruttando vulnerabilità da remoto. Per limitare il rischio, un’azienda dovrebbe aggiornare i software vulnerabili, dando precedenza a tutti i servizi esposti in rete.

Infine, più data leak sono presenti, più facilmente l’attaccante sarà in grado di ottenere informazioni utili per portare a termine un attacco. Un leak potrebbe includere solamente informazioni personali, ma anche password protette o addirittura password in chiaro.

“Il focus del Cyber Exposure Index – dice Marco Ramilli, ceo di Yoroi – non è giudicare l’organizzazione. Indica la probabilità di riuscita dell’attaccante e si modificherà nel tempo in funzione delle azioni messe in campo per proteggersi”.

Quest’indice di esposizione è anche la base per dare sostanza al concetto di analisi preventiva della supply chain aziendale, cioè alla necessità di valutare la potenziale insicurezza del proprio ecosistema. Senza dimenticare che anche attacca guarda a questi dati. I sindacati criminali sono finanziati da “investitori” che puntano al massimo profitto. Saranno dunque motivati ad attaccare chi appare più vulnerabile rispetto a chi sembra essere meno esposto.

Il valore finale dell’indice, comparato a quello di società simili per dimensioni, attività e servizi, permetterà inoltre di arrivare a dei veri e propri benchmark di riferimento. “Per ogni organizzazione, ente o azienda – afferma Marco Castaldo, consigliere delegato di Yoroi – oggi è cruciale avere informazioni tempestive sulla propria postura di sicurezza, prima che eventuali vulnerabilità vengano sfruttate da attaccanti. Per valutare correttamente quella postura bisogna analizzare quell’organizzazione dall’interno, certo, ma anche all’esterno, alla ricerca delle sue esposizioni”.


Sicurezza informatica: da Yoroi l’indice che misura il rischio per le aziende

Ecco come funziona l’auto volante e perché non la vedremo mai sulle nostre strade

AGI – Quasi quarant’anni fa l’immaginazione di Ridley Scott faceva sfrecciare auto volanti nel cielo piovoso della Los Angeles di Blade Runner. Le vetture (senza ali) si alzavano agili in mezzo a strade affollate e trafficate e volavano tra i grattacieli per atterrare con altrettanta facilità ovunque fosse necessario.

Oggi l’auto volante è una realtà, ma è piuttosto lontana da quelle pilotate di Harrison Ford nel film. Innanzitutto perché ha le ali, ma soprattutto perché per decollare e atterrare ha bisogno di una pista. E difficilmente si può immaginare che possa avere un’intera porzione di autostrada per farlo con comodità.

Praticabilità a parte, AirCar è un ‘autoplano’ dotato di un motore BMW e funziona con il normale carburante disponibile in qualunque pompa di benzina. Il suo creatore, Stefan Klein, afferma che potrebbe volare per circa 1.000 km a un’altezza di 2.500 m e finora ha totalizzato 40 ore di volo.

Servono due minuti e 15 secondi per trasformarla da auto in aereo e quando non vola le ali si piegano lungo le fiancate. In volo, il veicolo raggiunge una velocità di crociera di 170 km/h. Può trasportare due persone, con un limite di peso combinato di 200 kg, ma a differenza dei prototipi di droni-taxi, non può decollare e atterrare verticalmente e richiede una pista.


Ecco come funziona l’auto volante e perché non la vedremo mai sulle nostre strade

Ghiacciai sciolti e mari più caldi, gli effetti dei cambiamenti climatici in Italia

AGI – L’ambiente alpino e i mari italiani sono gli osservati speciali nel monitoraggio dei possibili effetti dei cambiamenti climatici in Italia. I nostri ghiacciai fondono ogni anno di più, e i mari mostrano evidenti aumenti di temperatura, con alterazioni marcate nel Mar Ligure, Adriatico e Ionio Settentrionale; evidenze di stress idrico per le colture e le specie vegetali in alcuni casi studio analizzati dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa).

Questi sono solo alcuni dei 20 indicatori scelti dal gruppo di lavoro di 18 tecnici, opportunamente coadiuvati da altre decine di esperti provenienti non solo dalle Agenzie per la protezione dell’ambiente o dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ma anche da altri istituti ed enti di ricerca, racchiusi nel volume di 248 pagine che rappresenta il primo studio di questo livello sul monitoraggio degli impatti dei cambiamenti climatici in Italia, presentato oggi attraverso l’evento online dedicato. 

Il rapporto Snpa sugli indicatori d’impatto dei cambiamenti climatici fornisce un primo quadro conoscitivo sui fenomeni potenzialmente connessi ai cambiamenti climatici in Italia e rappresenta un sistema dinamico e aggiornabile, anche in funzione di eventuali nuove acquisizioni scientifiche. Per tenere sotto osservazione il fenomeno dei cambiamenti climatici e misurare l’efficacia delle azioni di contrasto e adattamento adottate, Snpa ha individuato un primo set di 20 indicatori nazionali e 30 casi pilota regionali afferenti a 13 settori vulnerabili già individuati nell’ambito della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e dalla successiva bozza del Piano nazionale.

Si va dalle risorse idriche al patrimonio culturale, passando attraverso agricoltura e produzione alimentare, energia, pesca, salute, foreste, ecosistemi marini e terrestri, suolo e territorio, ambiente alpino/appenninico e zone costiere. L’ambiente alpino presenta evidenti tendenze alla deglaciazione.

A causa dell’effetto combinato delle elevate temperature estive e della riduzione delle precipitazioni invernali, si registra una perdita costante di massa (bilancio di massa dei ghiacciai, indicatore nazionale e caso pilota su Valle d’Aosta e Lombardia), con una media annua pari a oltre un metro di acqua equivalente (cioè lo spessore dello strato di acqua ottenuto dalla fusione del ghiaccio) dal 1995 al 2019: si va da un minimo di 19 metri di acqua equivalente per il ghiacciaio del Basodino fra Piemonte e Svizzera al massimo di quasi 41 metri per il ghiacciaio di Careser, in Trentino Alto Adige. A tali fenomeni si aggiunge una chiara tendenza al degrado del permafrost.

L’analisi di due siti pilota regionali (Valle d’Aosta e Piemonte) evidenzia un riscaldamento medio di +0,15 C ogni 10 anni con un’elevata probabilità di “degradazione completa” entro il 2040 nel sito piemontese: infatti si ha permafrost solo in presenza di temperature negative al di sotto dello strato attivo del suolo per almeno due anni consecutivi, condizione che rischia di scomparire al 2040.

Anche passando dai monti al mare la situazione mostra segnali inequivocabili: all’aumento della temperatura del mare corrisponde già una significativa variazione della distribuzione delle specie, con un aumento della pesca nei mari italiani di quelle che prediligono temperature elevate (specie di piccole dimensioni come acciuga, sardinella, triglia, mazzancolle e gambero rosa), che si stanno diffondendo sempre più a nord nei mari italiani.

Penalizzate, invece, le specie di grandi dimensioni, talvolta di grande interesse commerciale, come il merluzzo, il cantaro, il branzino, lo sgombro e la palamita. Questo fenomeno è fotografato dall’indicatore “temperatura media della cattura”, calcolata anno per anno in base alle catture commerciali, cresciuta di oltre un grado negli ultimi 30 anni (un fenomeno più marcato nei mari del sud, nel Tirreno e mar Ligure rispetto all’Adriatico). Le variazioni del livello del mare costituiscono fonte di preoccupazione per le conseguenze sulle coste: gli incrementi, dell’ordine di pochi millimetri l’anno (valori medi del trend pari a circa 2,2 mm/anno con picchi nel Mare Adriatico di circa 3 mm/anno), sono continui e appaiono ad oggi irreversibili.

Particolare attenzione merita il caso di Venezia, dove è presente un fenomeno combinato di eustatismo (innalzamento del livello del mare) e subsidenza (abbassamento del livello del terreno): nel lungo periodo (1872-2019) il tasso d’innalzamento del livello medio del mare si attesta sui 2,53 mm/anno, valore più che raddoppiato a 5,34 mm/anno considerando solo l’ultimo periodo (1993-2019).

Evidenze di stress idrico per le colture (mais, erba medica e vite) e le specie vegetali analizzate (ambienti naturali tipici del Friuli) si riscontrano nei casi pilota di Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia, dove la carenza continuativa di rifornimento idrico valutata in diversi mm/decennio può comportare sul lungo periodo possibili conseguenze sul ciclo di crescita e riproduttivo, e una consistente perdita produttiva con evidenti ricadute economiche.

I segnali che emergono sembrano già delineare per l’Italia fattori di criticità sia per le risorse naturali che per i settori socio-economici indagati: nella maggior parte dei casi le tendenze rilevate appaiono già coerenti con quanto atteso in un contesto di cambiamento climatico, ma sarà dalla continua osservazione dei fenomeni nel tempo, dall’analisi statistica dei dati e dalle operazioni di validazione con dati sul campo, che le attuali evidenze potranno essere confermate nonché depurate dall’effetto di altri fattori e più chiaramente attribuite alle variazioni del clima in atto. 


Ghiacciai sciolti e mari più caldi, gli effetti dei cambiamenti climatici in Italia

La maglietta che si connette al 5G e può salvare la vita

AGI – Una maglietta con sensori immersi nel tessuto, senza componenti metallici, in grado di rilevare i nostri parametri bio-vitali e di trasmetterli, in modo intelligente e super veloce, in 5G.

Si chiama YouCare, è frutto di un progetto nato in collaborazione tra AccYouRate, un’azienda italiana, e il gigante tecnologico cinese ZTE ed è stata presentata nel giorno di apertura del Mobile World Congress a Barcellona, tra le più importanti fiere del settore TLC in Europa e nel mondo (che torna dopo un anno di stop a causa dell’emergenza Covid). In Spagna è stato presentato un prototipo.

A settembre poi sono già in programma i primi test di connettività 5G ZTE nel Centro di Innovazione e Ricerca della compagnia di Shenzhen dell’Aquila.

Lo smart clothing, i numeri del mercato

Il progetto di AccYouRate e ZTE rientra in un settore, quello dello Smart Clothing, in grande sviluppo.La previsione di andamento del mercato, per i prossimi anni, mostra un aumento del 180% della domanda.

Il polimero addosso

YouCare è tessuta in un materiale intelligente, in grado di rilevare parametri come un elettrocardiogramma, il respiro, le componenti del sudore, lo sforzo muscolare, la temperatura e di trasmetterlo per tutte le successive elaborazioni in 5G. Il suo materiale, più precisamente un polimero, è in grado di monitorare la salute, lo stress, i comportamenti di vita attivi, migliorando la sicurezza e la qualità della vita dei lavoratori, degli sportivi, degli anziani: in questo senso la tecnologia 5G consente una risposta veloce agli eventi critici e di prevenzione.

Dai device ai centri di controllo

I parametri bio-vitali di YouCare vengono inviati ad una centralina miniaturizzata che registra i dati, li converte in formato digitale, inviandoli grazie al 5G ad una piattaforma bidirezionale che li trasmette allo smartphone o allo smartwatch dell’utente e ad una unità remota che ne analizza i valori con un software medico.

Assistenza domiciliare

Questa tecnologia apre la porta a nuovi servizi di tutela della salute nei settori della telemedicina, del lavoro, dello sport e del benessere della persona in generale. “È un’invenzione che cambierà la vita e la qualità dell’assistenza domiciliare e remota ai molti cittadini che attraversano problemi di salute e alle persone vulnerabili affette da malattie croniche, garantendo accessibilità ai servizi di assistenza e supporto del nostro network nazionale ed internazionale  – ha spiegato Francesco Rocca, Presidente di Croce Rossa Italiana, e Presidente della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa. 

“Lavoriamo al progetto dal 2018 – ha aggiunto – e poter presentare oggi i risultati di questa importante sperimentazione, nata nel momento più difficile dell’emergenza Covid, ci permette di pensare con orgoglio al cammino fatto finora e di guardare al futuro con la speranza e la certezza di aver dato dimostrazione dell’impegno, capacità e dedizione del network Croce Rossa, nell’utilizzo e nella diffusione delle nuove  tecnologie al servizio della persona e della società”.

La sperimentazione a L’Aquila

Alla presentazione hanno partecipato anche i vertici di ZTE. “Siamo particolarmente orgogliosi di essere partner di questa straordinaria innovazione – ha dichiarato Xiao Ming, International Business President del colosso cinese delle telecomunicazioni – siamo fermamente convinti che la nostra tecnologia 5G sia la chiave per un miglioramento della qualità della vita”. Mentre Hu Kun, Ceo di ZTE Italia e Presidente di ZTE Western Europe ha sottolineato: “Noi crediamo nel talento e nei talenti e intendiamo continuare a dare il nostro contributo allo sviluppo tecnologico a matrice Italiana e di valenza globale. Per questa ragione, a cominciare dal prossimo autunno, avvieremo su YouCare una azione di test all’interno del nostro Centro di Innovazione e Ricerca sul 5G situato a L’Aquila”.


La maglietta che si connette al 5G e può salvare la vita

La società italiana che forma gli investigatori Usa  

AGI – Dietro alle immagini di una videocamera di sorveglianza o nelle riprese di un fatto di cronaca realizzate con uno smartphone si possono nascondere dettagli determinanti nella ricostruzione dei fatti, nell’individuare un colpevole o nello scagionare un innocente. Ma non sempre video e foto hanno il dono della chiarezza. A complicare poi le cose c’è la manipolazione di filmati e immagini, che può ingannare e distorcere la realtà. Quanto possiamo fidarci delle fonti visive? E se da un video dipendesse il futuro di una persona?

I numeri del mercato

Ci sono tecnologie ed esperti in grado di estrarre da video anche scadenti dettagli di cruciale importanza e di verificarne l’autenticità, oltre ogni ragionevole dubbio. Stiamo parlando delle video analisi forensi. Il settore rientra nel mercato più ampio del Digital Forensics (l’analisi del dato digitale a fini probatori). Secondo un report pubblicato a inizio 2021 su Values Reports il valore di mercato del Digital Forensics si stima in 5,2 miliardi di dollari al 2026 (4,7 al 2020), con un tasso annuo di crescita del 9%.

Di video analisi forensi si occupa Amped Software, società italiana fondata e guidata Martino Jerian, ingegnere triestino di 41 anni: L’azienda sviluppa tecnologie di elaborazione immagini e video per uso forense, investigativo, di pubblica sicurezza e intelligence. Amped Software è nata a Trieste nel 2008, sulla scia della tesi in ingegneria elettronica di Jerian (svolta in collaborazione con i RIS di Parma nel 2005), accelerata da Area Science Park (nel 2007 sono stati scelti dal loro incubatore di primo miglio, “The Innovation Factory”), e poi cresciuta fino ad aprire una sede negli Stati Uniti, nel 2019. “Siamo basati a Brooklyn, a New York”, dice Martino Jerian.

Oltre il visibile

La video analisi forense è l’analisi di immagini e filmati “ai fini dell’utilizzo in ambito giudiziario e investigativo”, spiega. Dall’analisi di un filmato si possono trarre “molte informazioni, che però possono anche essere fuorvianti se non si riesce ad analizzarle nella maniera giusta”.

L’analisi forense di immagini e video “vuol dire andare oltre quello si percepisce visivamente e istintivamente”. Pensiamo a quanto incidono gli artefatti e le telecamere a infrarosso “si rischia di sviare le indagini”. L’analisi si occupa non solo dell’attendibilità delle immagini ma anche della valutazione del contesto. “Foto reali, ma attribuite ad un altro evento”.

Tra i prodotti di supporto alle indagini e ai processi (soprattutto su casi di terrorismo, rapine, omicidi e abuso di minori), messi a disposizione di Amped alle forze dell’ordine, ci sono anche: FIVE, che sta per Forensic Image and Video Enhancement, uno strumento utilizzato da personale esperto che rende nitide le immagini video e aiuta le forze dell’ordine a risolvere i casi più complessi. “Replay”, uno strumento con funzionalità più semplici che consente una prima analisi anche da parte di personale non specializzato. “Authenticate”, che conferma se le immagini sono state manipolate o se sono originali. E “DVRConv”, un convertitore universale per i sistemi di videosorveglianza.

La risoluzione dei casi

Già, ma quanto incide la video analisi forense sulla risoluzione dei casi? Jerian non ha dubbi: “Tantissimo. Diversi studi hanno dimostrato che le fonti video sono quelle che permettono di ottenere i risultati migliori. Non c’è fonte di prova più completa. Perché sono ovunque” e perché un filmato permette di rispondere alle domande giuste: tempo, data, ora, chi, come, quando, dove. “Pensiamo al telefonino, una delle fonti investigative più importanti”.

La scelta di aprire una sede oltreoceano è legata ad un contesto in cui l’analisi video forense ha le condizioni migliori per essere applicata e sviluppata. A oggi “circa il 30% del fatturato complessivo di Amped Software viene dagli Stati Uniti. Nel 2020 la società italiana ha fatturato 2,8 milioni di euro, quella americana 1,2 milioni di dollari, con una crescita media annua complessiva degli ultimi 5 anni del 30%”.

Spiega Jerian, “negli Stati Uniti, soprattutto in Nord America e Canada, l’attività forense su video e immagini viene svolta a livello locale, mentre nella maggior parte dei paesi europei è perlopiù centralizzata”. Un diversità non da poco in termini di fluidità delle decisioni, pagamenti e di velocità dei processi di verifica. “Questa attività sul territorio permette di agevolare molto le forze dell’ordine”. Altrove la centralizzazione e la burocrazia richiedono “più lavoro dell’aspetto tecnico” e spesso poi questi laboratori “sono oberati di lavoro”. Caratteri questi che rendono il mercato americano interessante anche dal punto di vista della formazione. Dalla costituzione della società Usa, Amped non solo ha venduto o rinnovato più di 1.000 licenze, ma ha formato anche 250 persone.


La società italiana che forma gli investigatori Usa  

Chrome di Google dirà addio ai cookie di terze parti nel 2023

Chrome, il browser di Google, potrebbe eliminare i cookie di terze parti entro la fine del 2023. Lo afferma Big G in un post sull’evoluzione di Privacy Sandbox. L’iniziativa, lanciata nel 2019, punta a sviluppare soluzioni collaborative e open source che proteggano la privacy degli utenti senza danneggiare imprese e sviluppatori che poggiano sulla pubblicità e sull’offerta di contenuti gratuiti.

Fino a oggi, Chrome e altre realtà hanno messo in campo più di 30 proposte, di cui quattro già in fase di sperimentazione. Obiettivo: tecnologie principali “pronte per la distribuzione entro la fine del 2022, affinché la comunità degli sviluppatori possa iniziare ad adottarle”. Si passerebbe poi a “eliminare gradualmente i cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi, cominciando verso metà del 2023 e fino alla fine dell’anno”.

Perché i tempi sono così lunghi

I tempi non sono brevissimi, come riconosce a più riprese Google: l’obiettivo “richiede un progresso condiviso e un ritmo responsabile”. Chrome deve avere “un tempo adeguato” per “valutare le nuove tecnologie, raccogliere i feedback e riflettere sui processi”. Non è semplice come spegnere un interruttore: Privacy Sandbox sta cercando un complicato punto di equilibrio tra la protezione della privacy e i modelli di business – come quello di Google – che campano di pubblicità (anche grazie ai cookie). Si tratta quindi di conciliare interessi avvertiti spesso (a ragione) come contrapposti, attraverso il coinvolgimento di sviluppatori, editori e autorità di regolamentazione. I tempi, quindi, si allungano non solo per ragioni tecniche ma anche per l’esigenza di mediare.

Google è però convinta che il progetto sarà “un vantaggio per tutti”. Trovare soluzioni alternative permetterebbe di mitigare le perdite provocate dagli ad-blocker (i software che bloccano la pubblicità online), ricalibrare le metriche che decretano il successo di una campagna e scoraggiare la sostituzione dei cookie con “altre forme di tracciamento individuale”, ancora più invasive, come il fingerprinting (una tecnica di tracciamento che raccoglie “l’impronta digitale” di un dispositivo, assemblando dati utili per profilare chi lo utilizza).

Cosa vuol dire (in pratica)

Il termine cookie è ormai familiare a molti utenti. Lo è da quando, nel 2019, l’Ue ha imposto l’obbligo di consenso attivo: nella prassi, è quel messaggio che compare quando entriamo su un sito, spesso approvando senza pensarci troppo. Delegare alla scelta dell’utente è sì una tutela in più, ma non ha certo limitato il potere di tracciamento. I cookie sono infatti “pezzetti” di codice che riconoscono l’utente, fornendogli una navigazione personalizzata (con pubblicità su misura).

Vuol dire che, grazie alle soluzioni di Privacy Sandbox, i cookie saranno eliminati del tutto? No. Saranno eliminati solo quelli di terze parti, cioè quelli che raccolgono dati e personalizzano gli annunci durante tutta la navigazione, su pagine web diverse. È un po’ come se Mario, identificato per strada, venisse seguito in casa, in ufficio e in palestra dallo stesso occhio. Resteranno invece attivi i “cookie originali” (o di prima parte): sono quelli creati da un sito, che personalizzano l’esperienza (pubblicitaria e non) solo su quel sito. Mario viene riconosciuta solo quando entra in casa. La differenza è notevole, perché i cookie di terze parti – sapendo come si comporta Mario in diversi luoghi e contesti – possono ricreare un profilo molto più dettagliato.

Cosa si può fare già adesso

Nel 2023, quindi, potrebbero esserci dei passi avanti ma non ci sarà la fine del tracciamento. Sia perché – come dice Google – ci sono già sistemi alternativi invasivi (come il fingerprinting), sia perché altri browser (di default) e lo stesso Chrome (tramite le impostazioni) permettono già di bloccare i cookie. Basta aprire il browser da computer, cliccare sull’icona dei tre puntini in alto a destra e poi su “Impostazioni”. Nella sezione “Privacy e sicurezza”, selezionare “Cookie e altri dati dei siti” e scegliere l’opzione: “Accetta tutti i cookie”, “Blocca tutti i cookie”, “Blocca cookie di terze parti nella modalità di navigazione in incognito”, “Blocca cookie di terze parti”.

La mossa di Big G, però, è più complessa di un aggiornamento delle impostazioni: non vuole solo eliminare i cookie di terze parti ma trovare un’alternativa. Certo: è uno sforzo funzionale al business di Google, che guadagna dalla pubblicità. Ma è comunque uno sforzo destinato ad avere ampie ripercussioni e andare oltre il bilancio di Mountain View, se non altro per una questione di scala: Chrome detiene quasi due terzi del mercato dei browser. La quota di Safari, che però gira solo su dispositivi Apple, è attorno al 18%. Firefox si ferma poco oltre il 3%.

Le fasi della Privacy Sandbox

Guardando da qui al 2023, Privacy Sandbox seguirà “un rigoroso processo di sviluppo pubblico in più fasi”. La prima discute “le tecnologie e i relativi prototipi in forum come GitHub o gruppi W3C”. C’è poi una fase di test. Una delle tecnologie già arrivata a questo punto (e che Google definisce “incoraggiante”) è la Federated Learning of Cohorts (FloC): aggrega le persone in gruppi (coorti) caratterizzati da interessi simili. In questo modo i dati vengono resi anonimi ed elaborati a livello di dispositivo, mantenendo privata sul browser la cronologia web di ogni utente. Anche se le prime simulazioni sono state positive, Google riconosce che “il risultato dipende dalla forza dell’algoritmo utilizzato da FLoC per eseguire i raggruppamenti e dal tipo di segmento di pubblico che si intende raggiungere”. Tradotto: c’è ancora da lavorare.

Una volta completato il processo di sviluppo, si passerà alla fase di adozione e all’eliminazione graduale dei cookie di terze parti. Dopo aver completato i test e aver lanciato le API, inizierà (dalla fine del 2022) una fase di transizione, durante la quale editori e investitori avranno il tempo di migrare i servizi e Chrome potrà ricevere informazioni e suggerimenti. Secondo le previsioni, questa fase dovrebbe durare circa nove mesi. Dalla metà del 2023, “Chrome eliminerà gradualmente il supporto ai cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi che terminerà alla fine dell’anno”.


Chrome di Google dirà addio ai cookie di terze parti nel 2023

TikTok va alla scoperta dell’Italia. Numeri e protagonisti  

AGI –  Con più di 100 milioni di utenti attivi mensili in Europa e duemila dipendenti, sempre solo nel vecchio continente, TikTok, la piattaforma dei video brevi che fa impazzire i Millennial (e non solo) sta per compiere il terzo anno di attività.

Nel frattempo amplia i propri orizzonti e spinge sulla cultura e sul rapporto con il territorio. Lo fa nel modo in cui si è reso famoso nel mondo, grazie agli hashtag e alle campagne correlate. “Con #tiraccontolitalia vogliamo celebrare l’Italia attraverso le storie e i video brevi della community, con la quale in meno di tre anni siamo riusciti a costruire un forte legame. Sono i nostri creator e i contenuti che creano a rendere TikTok un luogo unico: creativo, inclusivo e autentico. È un’occasione per avvicinarci maggiormente alle singole realtà, sostenendo i talenti ed esaltando, al contempo, quello che rende TikTok una piattaforma sempre più italiana, fondata sulla creatività condivisa” spiega Normanno Pisani, Head of Content & Partnerships Italy.

261 milioni di visualizzazioni

Una di queste, #tiraccontolitalia, sviluppata con l’obiettivo di valorizzare le realtà e culture locali dell’Italia (tradizioni, nuove tendenze, dialetti, moda, musica, cucina, luoghi e aneddoti regionali) è arrivata alla nona tappa: il Lazio. Anzi l’ha già superata. Il progetto, partito ufficialmente il 19 aprile, della durata di 5 mesi, tocca di settimana in settimana tutte le regioni italiane. Ogni sette giorni una regione finisce in vetrina: l’hashtag #tiraccontolitalia ha generato 261 milioni di visualizzazioni e #TikTokLazio 14 milioni. Dopo la settimana in evidenza gli hashtag “regionali” non decadono, anzi. La prossima è la Lombardia.

I creator, ma non solo

Al progetto possono partecipare tutti gli utenti di TikTok, non solo i creator. In ogni caso, nel Lazio si sono distinti lo chef televisivo Alessandro Borghese, per lo sport il creator Arturo Mariani, ragazzo disabile amante del calcio che sprona i giovani a superare le difficoltà delle disabilità motorie, per lifestyle, moda e bellezza, la make-up artist Domizia.

C’è anche Don Mauro

Tra i creator laziali c’è anche Don Mauro Leonardi. Prete ed educatore, si è iscritto sulla piattaforma poco più di un anno fa per portare e far conoscere il Vangelo anche ai più giovani insegnando il valore del rispetto, ma non solo. Don Mauro, infatti, crea contenuti anche legati all’attualità, a tematiche sensibili e trend che gli hanno permesso di arrivare a raggiungere la soglia dei 163.4K follower.

Come si partecipa

Si partecipa al progetto postando aneddoti, storie, luoghi del cuore, modi di dire e tradizioni culinarie attraverso gli hashtag #tiraccontolitalia, #TikTokLazio. Ti Racconto l’Italia vuole mettere al centro tanti contenuti diversi, raccontati con un nuovo linguaggio comunicativo fatto di video brevi (devono essere compresi tra i 15 a 60 secondi).


TikTok va alla scoperta dell’Italia. Numeri e protagonisti