Un drone per taxi entro il 2030. La nuova strategia europea

AGI – Entro il 2030 i droni entreranno a fare parte della vita europea. Dai servizi di emergenza, mappatura, imaging, ispezione e sorveglianza nell’ambito dei quadri giuridici applicabili da parte di droni civili, alla consegna urgente di piccole spedizioni, come campioni biologici o medicinali, ai servizi innovativi di mobilità aerea, come i taxi aerei, che forniscono servizi di trasporto regolari per i passeggeri, inizialmente con un pilota a bordo, ma con l’obiettivo finale di automatizzare completamente le operazioni.

È la strategia europea per i droni 2.0 presentata dalla Commissione europea, che punta a stabilire come l’Europa possa perseguire operazioni commerciali con i droni su larga scala, offrendo anche delle opportunità nel settore.

Secondo la Commissione, “per liberare il potenziale del mercato dei droni e dei servizi dell’Ue è necessario identificare i blocchi tecnologici critici, come l’intelligenza artificiale, la robotica, i semiconduttori, i servizi spaziali e le telecomunicazioni mobili dell’Ue. Ciò aiuterà l’Ue a costruire un settore dei droni innovativo e competitivo, riducendo le dipendenze strategiche”.

La strategia individua anche aree sia di sinergia tra droni civili e da difesa che di aumento delle capacità di contrasto ai droni e di resilienza dei sistemi. La Commissione avvierà ora i lavori sulle 19 azioni operative, tecniche e finanziarie della strategia “per creare il giusto ambiente normativo e commerciale per lo spazio aereo e il mercato dei droni di domani”.

Le azioni includono l’adozione di norme comuni per l’aeronavigabilità e di nuovi requisiti di formazione per i piloti di velivoli remoti e eVtol (decollo e atterraggio verticale elettrico con equipaggio); il finanziamento della creazione di una piattaforma online per supportare gli stakeholder locali e l’industria nell’attuazione di una mobilità aerea innovativa e sostenibile; lo sviluppo di una Roadmap strategica della tecnologia dei droni per identificare le aree prioritarie per la ricerca e l’innovazione, per ridurre le dipendenze strategiche esistenti ed evitare che ne sorgano di nuove; la definizione dei criteri per un’etichetta volontaria per i droni approvati per la cybersicurezza.

Questo lavoro preparerà la strada per operazioni commerciali su larga scala e garantirà che l’Europa tragga vantaggio dalle sinergie tra l’uso civile, di sicurezza e militare dei droni e delle tecnologie correlate, comprese le soluzioni di contrasto ai droni”, ha puntualizzato la Commissione Ue. 


Un drone per taxi entro il 2030. La nuova strategia europea

L’Intelligenza artificiale governerà gli elettrodomestici e ci farà risparmiare sulla bolletta

AGI – Le tecnologie di Intelligenza Artificiale applicate alla casa possono essere la chiave per un approccio più sostenibile e meno dispendioso con i consumi. Sullo sfondo l’aumento del prezzo dell’energia, quasi decuplicato nel 2022 rispetto a gennaio 2021. Che fare? Connettere gli elettrodomestici, creare un ecosistema casalingo (e anche più esteso), che ci permetta di scegliere come e quando utilizzare in modo più ragionato, economico e sostenibile una lavatrice, una lavastoviglie, una pompa di calore. 

Una lavatrice in classe A odierna, rispetto ad una vecchia classe A consente di risparmiare fino a 130 euro all’anno e fino a 200 euro rispetto alle classi D che sono ancora largamente installate in Italia. Questi dati si riferiscono a costi energetici normali ormai superati, considerando i costi attuali il risparmio è quasi duplicato.

Valutando le lavastoviglie il risparmio supera il 75 % mettendo a confronto un’odierna classe A con una classe D, anche in questo caso la più diffusa nel mercato nazionale. Un esempio ancora più concreto? Una famiglia tipo che effettua 6-7 cicli a settimana può arrivare a risparmiare fino a 250 euro all’anno”. 

Ne abbiamo parlato con Gianpiero Morbello, Head of Brand & IOT di Haier Europe, divisione europea della multinazionale cinese degli elettrodomestici: tra i marchi del gruppo Candy, Haier e Hoover (10% di quota di mercato in Europa). La società, che dichiara 5 milioni di elettrodomestici connessi, ha appena stretto accordi con Hive Power e Edison Energia. Obiettivo, “fornire contratti elettrici ottimizzati per i clienti in grado di far risparmiare in bolletta”.

Parliamo di efficientamento dei consumi energetici. In che modo e perché si punta in questa direzione?
“Le analisi evidenziano che il consumo energetico nelle case per circa il 60% è legato agli elettrodomestici. Con le pompe di calore questa percentuale sale ulteriormente. Anche prima della crisi russo-ucraina si adombrava un problema futuro nella gestione dei carichi dell’energia elettrica. Ora quella previsione è diventata realtà. Come azienda siamo molto focalizzati sul consumo energetico e investiamo perché i nostri prodotti consumino di meno attraverso una serie di innovazioni”.

Perché dovrebbe convenire scegliere un sistema di elettrodomestici connessi?
“La possibilità di connettere gli elettrodomestici in IoT, attraverso un’app e una piattaforma cloud, permette di controllarli e decidere quando accenderli e spegnerli, che programmi e che temperature utilizzare. Questi parametri vanno affiancati con quelli di chi fornisce energia, soggetti che sanno quando è più conveniente utilizzare l’energia elettrica. È un valore per il consumatore. Secondo i nostri calcoli, l’utilizzo combinato di questo sistema con i pannelli fotovoltaici fa sì che l’utente in un anno e mezzo rientri del costo di una lavatrice nuova. Con le smart grid la valutazione è più difficile, dato il costo altalenante dell’energia. La stima è comunque intorno al 20% di risparmio”.

Parliamo del ruolo dell’Intelligenza Artificiale in questo ecosistema.
“È fondamentale. Suggerisce da un lato il modo in cui utilizzare un elettrodomestico e dall’altro massimizza l’efficienza dell’intero sistema anche in relazione alle abitudini della persona”.


L’Intelligenza artificiale governerà gli elettrodomestici e ci farà risparmiare sulla bolletta

Il caso Argo segna la fine (per ora) della guida autonoma

AGI – Amazon poteva acquisire e salvare Argo AI, l’ormai defunta startup che si occupava dello sviluppo di tecnologie per la guida autonoma, sostenuta da Ford e Volkswagen. Avrebbe potuto farlo, prima che l’accordo saltasse, come riportato da Bloomberg.

La scorsa primavera la società di Bezos era pronta ad investire centinaia di milioni di dollari nel progetto per utilizzare la tecnologia di guida autonoma di Argo e automatizzare alcuni dei furgoni elettrici per le consegne che stava acquisendo da Rivian Automotive.

Ford e Volkswagen erano ansiosi di portare un terzo partner in Argo, per sostenere l’alto costo dello sviluppo della tecnologia di guida autonoma. Tanto che, all’inizio del 2022, l’allora amministratore delegato di VW, Herbert Diess, era andato negli Stati Uniti per discutere l’accordo con il co-fondatore di Amazon, Jeff Bezos.

Le società hanno però faticato a elaborare una struttura di governance per il controllo della startup. Inoltre, il gigante della vendita al dettaglio è stato scoraggiato dall’alto costo della tecnologia di Argo. L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto il resto, destabilizzando ulteriormente un’economia globale alle prese con problemi legati alla catena di approvvigionamento e, negli Stati Uniti, con la più alta inflazione degli ultimi 40 anni.

Insomma, spendere miliardi per una tecnologia ancora non provata non sembrava una scommessa così buona. Senza Amazon a bordo, Argo non è stata in grado di attrarre altri investitori e rafforzare la propria credibilità per poi quotarsi in borsa. Ford e VW il mese scorso hanno chiuso Argo, che un tempo valeva oltre 7 miliardi di dollari. Fine della storia o quasi.

Il fallimento di Argo non è un caso isolato. È cresciuto lo scetticismo sulla fattibilità commerciale delle auto a guida completamente autonoma. Le case automobilistiche stanno investendo invece miliardi per passare ai veicoli elettrici, cercando di soddisfare normative sempre più severe per combattere il cambiamento climatico.

Quindi, data la crisi e con l’elettrico come priorità, che ne è stato dei sogni a guida autonoma? Meno di dieci anni fa General Motors, nel 2017, prometteva la produzione in serie di veicoli completamente autonomi nel 2019.

Lyft sosteneva nel 2016 che metà delle sue corse sarebbero state a guida autonoma entro il 2021. Anche Ford aveva parlato del 2021 come data per la distribuzione di questi veicoli su larga scala. Un rapporto di McKinsey sostiene che il settore dei veicoli autonomi abbia raccolto finora 100 miliardi di dollari, ma i risultati sono ancora scarsi. Che cosa è successo?

Il fatto è che non basta che un software guidi un veicolo all’interno di una corsia autostradale (cosa già eccezionale), anche per migliaia di chilometri consecutivi. Un’auto a guida autonoma, senza volante o pedali, deve essere in grado di guidare da sola in ogni situazione possibile.

Con milioni di chilometri percorsi dagli esseri umani ogni giorno, il numero di situazioni difficili e insolite, i cosiddetti casi limite, è enorme. Gli eventi insoliti sono, per definizione, non comuni, ma l’enorme numero di eventi insoliti incontrati da milioni di conducenti in tutto il mondo significa che gli “eventi insoliti” sono comuni.

“È davvero, davvero difficile”, aveva detto il ceo di Waymo John Krafcik nel 2018 sulla tecnologia di guida autonoma. “Non sai cosa non sai fino a quando non sei davvero lì dentro e provi a fare le cose”. Di fronte a questi ostacoli i leader di settore hanno ridimensionato gli obiettivi (leggi, quindi, guida assistita e non più autonoma). 

Nel 2018 gli analisti stimavano il valore di mercato di Waymo, all’epoca sussidiaria di Alphabet, in 175 miliardi di dollari ma nel corso di un recente round di finanziamento la valutazione era scesa a 30 miliardi, più o meno lo stesso di Cruise. 

La startup Aurora Innovation, co-fondata dall’ex capo dei veicoli autonomi di Google, Chris Urmson, ha perso oltre l’85% dall’anno scorso e ora vale meno di 3 miliardi di dollari e rischia di essere svenduta. Nel frattempo la società è passata allo sviluppo di camion a guida autonoma: si muovono principalmente sulle autostrade e sono più facili da padroneggiare.

Nuro, una startup, è passata dalle auto a guida autonoma allo sviluppo dii veicoli completamente autonomi senza una persona all’interno per la consegna delle merci. È una sfida molto più semplice in quanto non ci si deve preoccupare di proteggere le persone all’interno dei veicoli.

Anche le aziende che sviluppano Lidar, considerato un componente chiave per i veicoli a guida autonoma, al pari delle società a guida autonoma, sono precipitate. Velodyne, Quanergy, Luminar e Ouster hanno perso tutte valore.
Tesla, che da anni promette la “guida completamente autonoma”, ha offerto una funzione di assistenza alla guida meno ambiziosa che piace ad alcuni, ma è anche un prodotto beta con molto margine di miglioramento. Oltretutto sta anche affrontando diverse indagini governative relative alla sua tecnologia.

Solo l’Argo AI di VW e Ford e la Cruise di GM erano rimaste concentrate esclusivamente sulle auto a guida autonoma. Ora resta Cruise.
 

 


Il caso Argo segna la fine (per ora) della guida autonoma

Quanti studenti usano programmi di intelligenza artificiale per scrivere testi?

AGI – La a storica rumena Carla Ionescu ha raccontato giorni fa di aver carpito una conversazione tra due suoi allievi che si scambiavano consigli su quale programma d’intelligenza artificiale funzionasse meglio per scrivere i loro testi. I programmi di IA sono già così diffusi tra gli studenti univesitari? Del tema si è occupato il quotidiano inglese The Guardian, che segnala anche alcune esperienze di scienziati che si sono confrontati con questo tipo di produzione basata su metodi algoritmici.

Già nel 2012 il teorico informatico Ben Goertzel ha proposto quello che lui stesso ha definito un “test universitario robotico” per dire che “ci dovrebbe essere consapevolezza” del fatto che “un’intelligenza artificiale è in grado di ottenere una laurea allo stesso modo di un essere umano”.

L’informatico Nassim Dehouche ha ribattuto con un articolo che dimostra che GPT-3, il modello linguistico creato dall’OpenAi laboratorio di ricerca, potrebbe “produrre una scrittura accademica credibile non rilevabile dal solito software anti-plagio”.

Il dibattito è aperto. Il mese scorso, S. Scott Graham, professore associato all’Università del Terxas ad Austin, ha invece descritto l’incoraggiamento degli studenti a utilizzare la tecnologia per i loro compiti con risultati decisamente contrastanti in un articolo per la rivista scientifica Inside Higher Education.

I migliori, a suo avviso, avrebbero soddisfatto i requisiti minimi o poco di più, gli studenti più claudicanti hanno invece faticato, poiché fornire al sistema suggerimenti efficaci richiedeva capacità di scrittura di un livello sufficientemente elevato da rendere superflua l’IA. E ha concluso: “Sospetto fortemente che la scrittura robotica completa resterà proprio dietro l’angolo”. Come dire: non ci arriveremo mai.

Aki Peritz, un ricercatore del settore privato, ha sostenuto l’esatto contrario: “Con un po’ di pratica, uno studente può usare l’intelligenza artificiale per scrivere il proprio elaborato in una frazione di tempo ridotta”. Chi ha ragione? O meglio: fino a che punto l’intrusione dell’IA costituisce un imbroglio?

Osserva il Guardian: “Le università non si limitano ad affrontare saggi o incarichi interamente generati da algoritmi: devono anche giudicare una miriade di problemi più sofisticati. Ad esempio, i processori di scrittura basati sull’intelligenza artificiale suggeriscono abitualmente alternative alle frasi sgrammaticate. Ma se il software può riscrivere algoritmicamente la frase di uno studente, perché non dovrebbe fare lo stesso con un paragrafo e perché non con una intera pagina?”

A tale proposito il prof. Phillip Dawson della Deakin University sostiene: “Penso che in realtà insegneremo agli studenti come utilizzare questi strumenti. Non credo che li proibiremo necessariamente”.

Chiosa il quotidiano inglese: “Le occupazioni per le quali le università preparano gli studenti, dopotutto, presto si baseranno anche sull’intelligenza artificiale, con le discipline umanistiche particolarmente interessate. Prendi il giornalismo, per esempio…”.

Già. Un sondaggio condotto nel 2019 su 71 testate di 32 paesi ha rilevato che l’IA è già una “parte significativa del giornalismo”, impiegata per la raccolta di notizie, la produzione di notizie (dai fact checker automatici alla trasformazione algoritmica dei report finanziari in articoli) e distribuzione di notizie (personalizzare siti web, gestire abbonamenti, trovare nuovo pubblico). Si chiede infine il Guardian: “Perché i professori di giornalismo dovrebbero penalizzare gli studenti per l’utilizzo di una tecnologia che potrebbe essere centrale per le loro future carriere?”


Quanti studenti usano programmi di intelligenza artificiale per scrivere testi?

Twitter potrebbe non reggere la prova dei Mondiali

AGI – Quando Elon Musk ha acquistato Twitter molti analisti supponevano che avrebbe annullato le politiche di moderazione o ripristinato account vietati. Ha fatto anche peggio. A meno di un mese dall’inizio della nuova era inaugurata dal tycoon, Musk ha tagliato drasticamente e indiscriminatamente il personale tecnico con conoscenze cruciali, ha sventrato i team che si occupano delle complesse politiche legali, della privacy e della loro applicazione. Ha congelato la distribuzione del codice e si è impegnato a disconnettere i microservizi di Twitter, che fanno parte dell’architettura tecnica del sito, ma che Musk considera costosi.

Gli utenti di tutto il mondo segnalano in continuazione anomalie di ogni tipo. Da quando sono iniziati i licenziamenti di Musk, gli attuali ed ex ingegneri di Twitter hanno espresso in ogni contesto la preoccupazione che l’uomo più ricco del mondo stia prendendo decisioni che potrebbero causare il decadimento strutturale di Twitter e mandare la piattaforma offline nei momenti di punta.

Secondo gli analisti, Musk sembra sapere molto poco su come funziona effettivamente la società che ha acquistato, ad esempio che Twitter ha la propria infrastruttura personalizzata e self-hosted. Ebbene, queste parti cruciali e complesse dell’azienda sono ancora dotate di personale adeguato? Migliaia di persone sono state licenziate da Twitter negli ultimi giorni e ai dipendenti rimanenti sono state offerte soluzioni difficili da digerire (“Dovremo essere estremamente hardcore”, ha scritto Musk ai membri dello staff. “Ciò significherà lavorare per lunghe ore ad alta intensità. Solo prestazioni eccezionali costituiranno un voto positivo”. In caso contrario i lavoratori possono anche andarsene).

Io non volevo solo comprare Twitter. Volevo avere il potere di farlo fallire #RIPTwitter pic.twitter.com/0Y2slTwQPP

— Il Grande Flagello (@grande_flagello) November 18, 2022

Musk sembra aver scelto il momento peggiore possibile per il suo ultimatum: domenica prendono il via i Mondiali di calcio in Qatar, un evento che, secondo gli ex dipendenti di Twitter, produce storicamente il più alto traffico globale del sito.

La Coppa del Mondo è un importante stress test per la piattaforma e, nelle migliori circostanze, richiede un attento coordinamento da parte del team di ingegneria dell’affidabilità del sito per garantire che i servizi cruciali rimangano attivi.

La competizione è uno degli eventi mediatici più seguiti al mondo e, come la maggior parte degli eventi sportivi di questo genere, scatena una valanga di reazioni e contenuti su Twitter. Ogni gol, cartellino giallo e parata di un portiere innesca livelli straordinari di tweeting simultaneo da parte dei tifosi, che anche nei momenti migliori potrebbero causare cascate di down che portano a tempi di inattività prolungati per la piattaforma. Twitter opera con meno della metà del personale che aveva un mese fa, la domanda è: ha la capacità di gestire tutto questo?

gli ascolti della TV italiana se twitter chiude davvero :#RIPTwitter #XF2022 #Sanremo2023 #amici22 #gfvip pic.twitter.com/LpcMw7rf20

— juliette. (@juliethxm) November 18, 2022

E, ammesso anche che il test dei Mondiali sia positivo, che succederà nei prossimi mesi a Twitter? E soprattutto, si spegnerà e come? Silenziosamente, secondo gli esperti, con un’implosione graduale che coinvolgerà sistemi sovraccarichi, rimasti scoperti. Musk potrebbe spostare risorse e dipendenti nella gestione degli account premium e a quelli delle celebrità, lasciando scoperti gli account degli utenti normali. Già, ma anche con questa configurazione, resterebbe alto il grado di inaffidabilità della piattaforma in caso di eventi e notizie. E se gli utenti non celebri migrano, il risultato non cambia: la piattaforma si spegne.

Ma che succede se muore Twitter? Nei media un’intera microgenerazione di giovani giornalisti deve parte della propria carriera al modo in cui Twitter consente alle persone di trovare e dialogare con voci nuove e interessanti. A oggi Twitter può ancora fornire questa suggestione, ma il livello del rumore di fondo è molto elevato, prossimo ai livelli del segnale.

E la politica? Twitter si è talmente intrecciato nella nostra vita pubblica che immaginare un mondo senza di esso può sembrare impossibile. Che aspetto potrebbe avere la comunicazione politica? Cosa succede se i media perdono quello che lo scrittore Max Read ha recentemente descritto come un “modo di rappresentare la realtà e di localizzarsi al suo interno”?

Ma se Twitter chiude io dove mi lamenterò del fatto che Twitter ha chiuso? #RIPTwitter pic.twitter.com/xalUMPcuXW

— Butterfly (@amrgmcm) November 18, 2022

Come sostiene Read, c’è la preoccupazione che, in assenza di un sistema nervoso centrale distribuito come Twitter, “la visione collettiva del mondo dei media sarebbe invece sovradimensionata, dall’alto verso il basso, e guidata dalle esperienze e dai pregiudizi di ricchi editori, giornalisti iper referenziali e operatori astuti che operano in circoli sociali e professionali chiusi.

Certo, senza Twitter andare avanti sarà strano. La piattaforma è unica nella misura in cui i suoi utenti ne hanno modellato l’evoluzione. Hashtag, il pulsante Retweet: quelli erano hack degli utenti prima che diventassero funzionalità di prodotto interne.

Twitter ha anche modellato la nostra attenzione. Molte delle figure più polarizzanti e influenti dell’ultimo decennio (persone come Donald Trump e lo stesso Musk, che hanno catturato l’attenzione, accumulato potere e frammentato parti della nostra coscienza pubblica) erano anche quelle che si pensava fossero “brave” nell’usare il sito. 

Twitter ha cambiato il linguaggio. Pensiamo a quali effetti ha avuto la sua principale innovazione, il limite dei caratteri, sulla nostra comprensione del linguaggio e persino della verità. Oggi ci comportiamo come sulla piattaforma: siamo più veloci a rispondere e più aggressivi, con una mentalità rivolta al coinvolgimento e alla visibilità.


Twitter potrebbe non reggere la prova dei Mondiali

A che serve la tv nelle case degli italiani

AGI – L’86% degli Italiani ritiene che la televisione sia un elemento imprescindibile della casa e che lo sarà anche nel futuro: non più solo come contenitore per la trasmissione di programmi, ma come hub per la gestione della vita domestica, dall’intrattenimento alla gestione energetica. 

Un italiano su tre ha detto di utilizzare spesso la tv per attività gaming. Proprio il gaming è uno dei tre contenuti maggiormente riprodotti dagli italiani, preceduto solo dalla riproduzione di video di YouTube (49%)e dall’ascolto di musica in streaming, che accompagna il 38% degli italiani.

Sono alcune delle evidenze emerse dai numeri dell’analisi commissionata da Samsung in occasione della giornata mondiale della televisione (21 novembre) e in vista dello switch-off del 20 dicembre

Dallo studio è emerso che il 77%  degli italiani possiede una Smart TV per la fruizione di contenuti in streaming e on demand, e per la visualizzazione dei contenuti da altri dispositivi. È risultato che in media alla televisione si collegano quattro dispositivi, e tra questi la console di gioco risulta il più utilizzato (46% degli italiani). Per il futuro poi 7 italiani su 10 si sono detti interessati a monitorare i consumi direttamente dal piccolo schermo. 

Punto di partenza dello studio è proprio lo switch-off, passaggio che ha posto la televisione al centro di un processo di rinnovamento tecnologico, che ha spinto il 73% degli italiani a dotarsi di un nuovo apparecchio negli ultimi cinque anni. 

Secondo i dati, il cambio di paradigma che ha interessato il ruolo della televisione in futuro spingerà sempre di più gli utenti a considerare quest’ultima come un punto cardine dell’ambiente casalingo, e ad aspettarsi un ruolo attivo nella gestione di diverse attività.

Al 70% degli intervistati, per esempio, piacerebbe che il piccolo schermo aiutasse nel controllo dei consumi elettrici della casa, ricevendo sullo schermo anche utili consigli su come gestirli al meglio per risparmiare. La tv potrebbe anche diventare un collettore dello status di funzionamento degli altri elettrodomestici e apparecchi connessi della casa, opzione che piace al 59% del campione.

Tra le altre possibilità, spuntano anche quella di essere avvisati e ricevere notifiche quando lavatrice o lavastoviglie hanno terminato i rispettivi cicli (54%) o quando nel frigorifero mancano determinati alimenti (51%). 

Il report è stato realizzato in collaborazione con Human Highway, istituto di ricerche di mercato specializzato nell’analisi dei cambiamenti nelle relazioni umane prodotti dalle tecnologie e dal digitale. La ricerca è stata condotta su un campione di 1.023 utenti di almeno 18 anni d’età, rappresentativi dell’intera popolazione italiana attiva sul web, attraverso interviste eseguite online. 
 


A che serve la tv nelle case degli italiani

Leonardo, un supercomputer per progettare il futuro anche l’economia

AGI – L’appuntamento è per il 24 novembre prossimo. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, a Bologna con le più alte cariche istituzionali, terrà a battesimo Leonardo, il supercomputer EuroHPC pre-exascale italiano, basato sulla tecnologia BullSequana XH2000 di Atos, riconosciuto come il quarto supercomputer più potente al mondo e il secondo in Europa nella classifica internazionale Top500.

Una infrastruttura avveniristica su cui ci sono stati investimenti per 240 milioni di euro, cofinanziata da euroHPC e dal ministero dell’Università e della Ricerca. Decine le persone che hanno lavorato al progetto di Atos con Cineca e EuroHPC, iniziato un paio di anni fa.

E 30 i tir che hanno solcato la penisola per portare nel capannone industriale che lo ospita ogni singolo componente di Leonardo, che affiancherà il supercomputer già in uso a Cineca, un pò ‘vecchiotto’, che sarà dedicato a una funzione specifica.

Ma perché Leonardo è così importante anche nella vita quotidiana dei singoli? L’AGI ha rivolto questo quesito a Giuseppe Di Franco, ceo di Atos. “Leonardo non è un computer come quelli che ogni giorno usiamo solo più potente – spiega Di Franco – l’esempio che possiamo fare per far comprendere cosa sia una infrastruttura di questo tipo è quello di due persone chiamate a pensare una parte di uno stesso ragionamento in parallelo. La soluzione a quel ragionamento arriverà più rapidamente. Se ne mettiamo un numero elevatissimo di persone a pensare in parallelo un pezzo del ragionamento, questo genera capacità di arrivare alla soluzione di oporazioni complesse in tempi rapidi. Questo è Leonardo”.

Detto in altri termini, comprendere fenomeni scientifici o studiare nuovi progetti industriali oggi richiede simulazioni ad alte prestazioni, analisi dei dati, intelligenza artificiale e visualizzazione dei dati che Leonardo consentirà con un rendimento estremamente elevato e in maniera ottimizzata.

E detto in maniera tecnica, il supercomputer avrà una potenza di calcolo di 250 petaFlops, per un totale di 250 milioni di miliardi di operazioni in virgola mobile al secondo, 10 volte di più del precedente sistema, con una capacità di archiviazione di oltre 100 petabyte; è dotato di circa 3.500 processori Intel Xeon e di 14.000 GPU dell’architettura Ampere di Nvidia, con prestazioni di 10 ExaFlops in precisione ridotta, tipiche delle applicazioni di Intelligenza Artificiale; la partizione data-centrica è basata su BullSequana X2140 three-node Cpu Blade ed è dotata di due Cpu Intel Xeon Scalable di quarta generazione (precedentemente denominate in codice Sapphire Rapids), ciascuna con 56 core, che saranno installate all’inizio del 2023.

Con il nuovo supercomputer, Atos e Cineca assisteranno l’Unione Europea in diversi ambiti di ricerca, tra cui nella difesa dalle situazioni di emergenza ambientale e sanitaria. “I supercomputer sono alla base studi complessi come quelli di meteorologia – sottolinea Di Franco, citando la frase iconica del film ‘The butterflay effect’ del 2004, ‘il battito delle ali di una farfalla a Bangkok è in grado di provocare un uragano a New York’ – il meteo è un sistema molto complesso. Una accurata previsione previene i fenomeni avversi e anche consente l’utilizzo migliore delle fonti rinnovabili, dalle idroelettrice al solare all’eolico. Ma servono anche a stimare impatti sul corpo umano per diversi tipi di azione, dal vaccino, all’intervento chirurgico alla capacità di arti artificiali. Si trasporta in ambiente digitale o virtuale quello che deve essere testato in ambiente fisico e si possono fare milioni di prove”.

Il margine di errore di questo tipo di analisi “dipende dall’accuratezza del modello digitale, ma, come è accaduto per la fotografia i pixel, quanto più è fine il modello di simulazione tanto più è efficace il risultato. Quanto più ho capacità calcolo, tanto più la simulazione è precisa e questo ha ricadute molto positive sulla ricerca e sull’industria”, rimarca il top manager.

“Le nuove tecnologie possono sostituire ad esempio le gallerie del vento per testare auto, aerei e veicoli spaziali – spiega ancora – e il livello e la qualità della progettazione sale molto”. L’accuratezza della ricerca ha come altra faccia della medaglia maggiore competitività economica. “La qualità della progettazione è il futuro dell’economia”, per Di Franco, e per ponti strade, le stesse smart city, la cui progettazione prevede la messa a sistema di una mole enorme di variabili, i supercomputer forniranno soluzioni rapide ed efficaci.

“La sfida è anche nel capitale umano – avverte il ceo di Atos – il supercomputer è una infrastruttura tecnologica ma servono persone capaci di fare modelli, di farsi domande, di rivedere processi di business in chiave digitale”.

E in Italia c’è un gap digitale, “a livello individuale non significativo, ma sensibile nelle istituzione pubbliche e nelle media e piccola impresa. Rendere il lavoro di queste persone più produttivo richiede di digitalizzarlo”. Leonardo “è una svolta per il paese, sarà a disposizione del mondo universitario e motore sviluppo di tutte le aree di ricerca e del mondo dell’impresa”, sia quelle che hanno gà gli skill per utilizzare questa tecnologia, ma anche per le altre, perchè “c’è un gruppo di interfaccia costituito anche da nostri di Atos. E Atos sta sviluppando anche ampio programma di formazione creando alleanze con università quali Bologna, Milano, Bari, Federico II a Napoli e della Calabria per formare neolaureati e una conversione di risorse del mondo lavoro”. 


Leonardo, un supercomputer per progettare il futuro anche l’economia

Lamborghini, monete virtuali e una vita ‘all in’. Chi sono i Crypto Kings

AGI – Le chiamano ‘Lambo’, per quella passione che hanno gli anglosassoni – e gli americani in particolare – per i diminuitivi e le sigle. Sono le Lamborghini, status symbol per antonomasia dei Signori delle Criptovalute: se arrivi a possederne una, vuol dire che sei nell’empireo. Per il resto, al netto di alcune eccezioni, rifuggono gli stilemi della finanza: niente cravatta, mai il gessato e soprattutto mai e poi mai il doppiopetto.

Amano però abitare lussuose dimore, anche se preferiscono quelle negli Hamptons agli appartamenti su due piani di Park Avenue e gli piace caracollare sulle piste degli aeroporti verso jet a noleggio calzando comode sneakers piuttosto che le rigide Church. E questa è l’unica cosa che hanno in comune con un’icona della finanza come Warren Buffet che dal 2006 possiede il marchio di scarpe sportive Brooks e che delle cryptovalute ebbe a dire, senza mezze misure, che non sono altro che “veleno per topi” destinato a “fare una brutta fine”.

Loro, però, sembrano non curarsene. I ‘Crypto Kings’ si fanno beffe della finanza tradizionale e hanno scommesso sull’immaterialità delle valute virtuali. C’è chi le ha create, come il mitologico Satoshi Nakamoto, e chi ha messo a punto il metodo per gestirle. Ma tutti hanno una cosa in comune: sono piuttosto strambi.

Nerd, li si potrebbe definire appiccicando loro la stessa etichetta che è stata prima lo stigma, poi la fortuna di persone come Brin, Bezos, Zuckerberg e Musk. Ma sarebbe riduttivo, perché alcuni di loro conducono un’esistenza decisamente fuori dallo stereotipo dello sfigato chiuso in una stanza piena di schermi e computer. 

Prendiamo il caso di Sam Bankman-Fried, sessantesimo nella lista dei miliardari del mondo di Forbes fino a quando non ha visto la sua fortuna passare in un pugno di ore da 26 miliardi di dollari a 991 milioni. Una foto scattata in occasione di un evento alle Bahamas, dove vive, lo ritrae insieme con l’ex presidente americano Bill Clinton – sotto la cui amministrazione prosperò e poi esplose la prima bolla delle dot.com – e con l’ex premier britannico Tony Blair.

Entrambi non hanno la cravatta, Clinton addirittura sfoggia una camicia sportiva, ma indossano tutti e due un completo. Bankman-Fried li supera a destra presentandosi sul palco in maglietta bianca, bermuda verde militare e sneakers con calzini a mezza caviglia. Si narra che viva in una specie di comune con altre dieci persone, vada al lavoro in una Toyota Corolla (niente Lamborghini per lui) e non disdegni di dormire in ufficio, in un sacco a pelo sotto alla scrivania.

È il tipo di persona che, figlio di due professori di Stanford, dopo essersi laureato in fisica al Mit se ne esce con frasi come “la scuola è inutile per la maggior parte dei lavori”. Salvo poi dirsi “sconvolto” per la rovina della sua creatura, Ftx, e ammettere di avere “fottuto ogni cosa”.

A mettere gli ultimi chiodi sulla sua bara (milionaria) è stato un altro personaggio sui generis, Zhao Changpeng, ceo di Binance, figlio di esuli cinesi emigrati a Vancouver negli anni ’80. Uno che, fuor di metafora, con le criptovalute si è giocato la casa, visto che ha costruito la sua fortuna con il milione di dollari ottenuto vendendo l’abitazione e investendo in quel salto nel buio che sono le valute virtuali.

È stato Zhao a decretare la fine di Ftx con una serie di tweet in cui metteva in dubbio la solidità e la solvibilità dell’azienda di Bankman-Fried. E, nomen omen, il banchiere virtuale è finito cotto a puntino. 

Ma immaginare il mondo delle cryptovalute come dominato da tardoadolescenti strambi sarebbe cadere in un altro stereotipo. Prendiamo l’esempio di Chris Larsen, fondatore del sistema di scambi in valute Ripple e creatore di Xrp, la settima criptovaluta del mondo. È stato il primo a rendersi conto che le valute virtuali – e in particolare il bitcoin – sono mostruosamente energivore e da sole rappresentano una minaccia per il clima. Da qui lo slogan ‘Change the Code, Not the Climate’, un’iniziativa ambientalista che finora non ha prodotto grandi risultati. 

Una scommessa vinta è invece quella di Song Chi-Hyung, oggi uno degli uomini più ricchi di Corea grazie all’intuizione di portare la cripto-speculazione sullo smartphone: sua è la app KakaoStock, forte di 300mila utenti. Laureato alla prestigiosa Statale di Seul, stava pensando a quale MBA iscriversi quando la Corea fu percorsa dalla grande onda dei primordi di Internet. Lui la cavalcò e la trasformò in una miniera d’oro. 

#Crypto Billionaires after the #cryptocrash:

Changpeng Zhao $ 29.7B (#BNB)
Sam Bankman-Fried $ 15.34B (#FTX)
Gary Wang $ 4.6B (#FTX)
Song Chi-hyung $ 3.1B {#UP)
Chris Larsen $ 3.1B (#XRP)
Brian Armstrong $ 2.8B (#COIN)
Jed McCaleb $ 2.5B (#XRP)

Source: coingape

— Watchlists.com (@WatchlistsC) October 25, 2022

Gli ultimi mesi sono stati un bagno di sangue per chiunque abbia investito o gestisca criptovalute, tranne che per una persona: Jed McCaleb che ad aprile valeva due miliardi e mezzo di dollari e oggi vale due miliardi e mezzo di dollari. La sua arte è stata quella di entrare e uscire dal settore nei momenti strategici, fino a creare una sua valuta virtuale, lo Stellar, una delle meno conosciute, ma anche una dele meno svalutate.

Nel complesso i Crypto King sono personaggi sfuggenti, che amano apparire nei loro contesti, all’esterno dei quali sono figure quasi incomprensibili. Il tipo di persona che potrebbe capitare di incontrare mentre carica una ‘Lambo’ su un megayacht a Portofino, ma quando qualcuno prova a spiegare come hanno fatto a guadagnarseli si resta un pezzo a bocca aperta tutt’altro che sicuri di aver capito.

Non fanno decisamente parte di questa cricca i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, consegnati alla fama dal film ‘The social network’: sono i geniali olimpionici di canottaggio turlupinati da Zuckerberg che avrebbe rubato loro la formula magica da cui poi nacque Facebook. Con i 65 milioni di dollari avuti al termine della battaglia legale con il patron di Meta, hanno creato una fortuna di 4,2 miliardi con la quale hanno deciso di lanciare una vendetta personale: un metaverso tutto loro da contrapporre a quello di Zuckerberg. Probabile che finisca male per tutti.

Se il Congresso decidesse di indagare sull’industria delle criptovalute per attività anticoncorrenziali, Barry Silbert e il suo Digital Currency Group sarebbero i primi a finire nel mirino. A differenza di molti suoi pari che hanno in orrore l’economia tradizionale, Slbert ha detto di ispirare le strategie di DCG alla Standard Oil, il conglomerato creato da John D. Rockefeller. Per questo ha investimenti in tutto il settore, inclusi il trader e prestatore di valuta digitale Genesis e la società di gestione patrimoniale digitale Grayscale. 

Avete presente la leggenda dei colossi nati nel garage. Bene, c’è un colosso dell’immateriale – Coinbase – che è nato  nella stanza da liceale di Brian Armstrong quando ancora scriveva codici per le startup californiane, tra cui quello di Airbnb. Coinbase oggi è il principale exchange di criptovalute statunitense, lui ne possiede un quinto e nonostante la società abbia perso il 90% rispetto all’Ipo della primavera 2021, gli restano nelle mani quasi due miliardi di dollari. 

È un altro di quelli che ha fisime strane come il divieto ai dipendenti di parlare di politica sul luogo di lavoro. La cosa che odia sopra ogni cosa è la fissazione dell’Unione europea per le nuove norme sulle criptovalute.

A quasi 50 anni, Matthew Roszak le ha viste quasi tutte nel mondo della blockchain, la tecnologia alla base delle criptovalute. Ha fondato Tally Capital, una società di investimento privata focalizzata su criptovalute con un portafoglio di aziende come Binance, Block.One, Blockstream, Civic, Messari, Orchid, Spacechain, Tzero e Qtum.

1/ @MatthewRoszak believes blockchain is one of the biggest inventions of our time. A novel software network platform for human innovation.

“lock your door, turn off your phone, and study this technology for a day” pic.twitter.com/8XyJ7Yluvy

— Disruptive Brains (@DisruptiveBrain) May 11, 2022

È forse quello con il profilo più istituzionale nel mondo del settore, al punto da essere presidente della Camera di commercio digitale, la più grande associazione di categoria al mondo. È convinto che la tecnologia non serva solo a far soldi e per questo è nel consiglio di amministrazione di BitGive, una fondazione filantropica con cui i magnati del digitale cercano di mostrarsi più munifici che avidi.

Il suo approccio è forse quello più laico e meno integralista, tanto da aver prodotto il primo documentario dedicato alle criptovalute il cui titolo quanto mai esplicativo suona oggi forse un po’ ottimistico:  ‘The Rise and Rise of Bitcoin’. L’età, si sa, è buona consigliera e Roszak sa che non c’è errore peggiore che bruciarsi i ponti alle spalle.

Per questo, oltre a essersi messo a disposizione del Congresso degli Stati Uniti e della  Federal Reservecome esperto di criptolvalute, è attento a corteggiare i big dell’informazione come CNBC , Wall Street Journal, Bloomberg e Financial Times offrendosi come consulente.


Lamborghini, monete virtuali e una vita ‘all in’. Chi sono i Crypto Kings

Siri insegue Alexa e potrebbe perdere l’“ehi”

AGI – Un aggiornamento che potrebbe sembrare minore, ma che in realtà è frutto dell’ennesimo passo in avanti nello sviluppo delle tecnologie di Intelligenza Artificiale applicate al riconoscimento vocale. Siri, l’assistente vocale di Apple, potrebbe presto (nel 2023, al più tardi nel 2024) perdere “Ehi”, la prima metà della frase con cui in pratica viene attivato.

Il comando che permette di avviare Siri su iPhone, iPad, HomePod e Apple Watch. Secondo Bloomberg, che ha riportato la notizia, Apple sta lavorando al progetto. L’aggiornamento è frutto del progresso dell’Intelligenza Artificiale: il sistema infatti è più accurato e non ha più bisogno di due parole chiave per riconoscere le richieste.

La mossa secondo gli esperti consentirebbe ad Apple di mettersi al passo con il comando “Alexa” di Amazon, che non richiede una prima parola di attivazione per il suo assistente vocale. Prima di mandarlo in pensione, anche Microsoft si era allineato, passando da “Hey Cortana” nel 2018 a solo “Cortana”. Resta “Ok Google”, ancora richiesto per la maggior parte delle richieste di prodotti Google.

Il probabile addio a “Hey Siri” è anche in linea con lo sforzo che Apple, Amazon e Google stanno compiendo verso Matter, il protocollo di automazione che nelle intenzioni ha l’obiettivo di garantire l’interoperabilità dei dispositivi di automazione e di Internet of Things della casa intelligente

Siri è stata lanciata nel febbraio 2010 come app iOS nell’App Store. Due anni dopo è stata acquisita da Cupertino che ha integrato Siri nell’iPhone 4S, che è stato rilasciato l’anno successivo. Nel 2014 Apple ha introdotto la possibilità di dire “Ehi Siri” attivandolo con la sola voce. Siri è diventato più intelligente nel corso degli anni, grazie all’integrazione con sviluppatori di terze parti, come app di chiamata e pagamento, e al supporto di domande di follow-up, più lingue e accenti diversi. 


Siri insegue Alexa e potrebbe perdere l’“ehi”

Cosa fanno gli italiani con gli elettrodomestici connessi

AGI – Per 8 utenti su 10 avere a che fare con elettrodomestici connessi vuol dire soprattutto gestire la lavatrice o l’asciugatrice tramite app. “I cicli più usati? Non solo il rapido, anche l’eco e quelli dedicati all’igienizzazione. In crescita anche i programmi utilizzati per scarpe e piumini”.

È quanto emerge dai dati di Haier Europe, divisione europea della multinazionale cinese degli elettrodomestici. La compagnia ha sviluppato una piattaforma (5 milioni gli utenti dichiarati) in cui l’app hOn, funziona da guida per gli elettrodomestici dei marchi del gruppo (Candy, Haier e Hoover).

Tra le funzioni smart preferite dagli utenti c’è anche quella dedicata “al check up dei propri elettrodomestici, per monitorare e ricevere notifiche in merito alla necessità di piccole attività di manutenzione”.

Secondo i dati di Haier Europe è la Polonia la nazione più smart in fatto di elettrodomestici connessi. Seguono Spagna, Repubblica Ceca, Francia e UK. L’Italia in sesta posizione, anche se con un pubblico di utenti in crescita. Germania, Grecia e Portogallo chiudono la classifica. 

Avere elettrodomestici connessi vuol dire ordinare i programmi di lavaggio per lavatrici, asciugatrici e lavastoviglie in base a parametri che hanno impatto sulla riduzione dei consumi. Oppure avere una cappa che comunica con il piano cottura regolando la potenza di conseguenza, limitando odori, rumore e, soprattutto, inutili consumi.

Oppure ancora avere l’asciugatrice che si sincronizza con la lavatrice, impostando automaticamente il programma e la durata ottimale sulla base di cosa e quanto si è lavato, riducendo drasticamente i tempi di asciugatura.

In cucina le funzioni smart consigliano ricette che ottimizzano la spesa disponibile rispetto alle date di scadenza, gestiscono la temperatura del frigo secondo le reali esigenze dei prodotti introdotti e del meteo giornaliero, in modo da mantenerne la freschezza più a lungo ed evitare sprechi. Fino ad arrivare alla gestione da remoto dei condizionatori, attivabile anche dagli smart speaker più diffusi. 


Cosa fanno gli italiani con gli elettrodomestici connessi

Il protocollo che fa obbedire gli elettrodomestici anche se parlano ‘lingue’ diverse

AGI – Dopo la presentazione delle specifiche e il lancio del programma di certificazione, giovedì ad Amsterdam la Connectivity Standards Alliance ha reso noti i primi risultati del protocollo Matter, sistema che intende semplificare l’interoperabilità dei dispositivi connessi per la “casa intelligente”, e ha presentato i primi 190 prodotti che lo adotteranno.

Nato nel 2019 dall’esigenza di unificare i diversi dispositivi intelligenti all’interno delle case sotto uno standard comune, il progetto Matter è riuscito in tre anni a riunire le aziende sotto un unico obiettivo, parlare un’unica “lingua” all’interno della casa smart: vuol dire la possibilità di configurare e controllare tutti i prodotti compatibili con un unico controller, che sia Amazon Alexa, Google Home, Samsung o Apple.

Tra i dispositivi compatibili con Matter presentati ad Amsterdam ci sono luci intelligenti, tende e rivestimenti per finestre, sensori di sicurezza e protezione, serrature e televisori. 

Tra le aziende che hanno presentato prodotti compatibili con il protocollo ci sono Philips (lampadine), Nanoleaf (lampadine intelligenti), e Amazon che ha annunciato che ci sono 30.000 prodotti Words with Alexa compatibili con una varietà di protocolli diversi, incluso Matter e quest’anno supporterà Matter tramite Wi-Fi, portando lo standard a 17 dispositivi Echo, nonché alle sue spine, interruttori e lampadine entro la fine dell’anno. Per quanto riguarda gli aggiornamenti, il Connectivity Standards Alliance ha fatto sapere che si adopererà per una cadenza di rilascio a cadenza biennale. 

“Questo è un importante punto di svolta per l’IoT. Man mano che diventiamo più connessi e abbattiamo i muri tra il mondo digitale e quello fisico, dobbiamo lavorare insieme per rendere significative queste connessioni. Matter e i nostri membri stanno affrontando questa sfida a testa alta – ha dichiarato Tobin Richardson, Presidente e CEO di Connectivity Standards Alliance – con collaborazione, inclusività e un profondo senso di responsabilità verso il mercato e i consumatori, Matter ha il potere di creare una Smart Home più connessa, sicura e utile”.

Secondo l’analisi di CCS Insight, l’intenzione di acquisto di dispositivi intelligenti è in aumento, con il 35% delle famiglie nei principali mercati europei che intendono acquistare prodotti per la casa intelligente nei prossimi 12 mesi. Una ricerca di Parks Associates, ha messo in evidenza come l’interoperabilità sia al primo posto con i consumatori, dove il 73% delle famiglie statunitensi che possiedono o intendono acquistare un dispositivo per la casa intelligente afferma che l’interoperabilità tra i prodotti è importante quando si sceglie quale dispositivo smart home acquistare.


Il protocollo che fa obbedire gli elettrodomestici anche se parlano ‘lingue’ diverse

Ecco Sparrow, il magazziniere robot di Amazon che riconosce i prodotti

AGI – Nel laboratorio di robotica di Amazon alla periferia di Boston, Massachusetts, il nuovissimo automa dell’azienda “Sparrow” seleziona gli articoli da spedire ai clienti, mostrando destrezza simile a una mano umana. È il robot più avanzato del gigante dell’e-commerce e potrebbe presto fare il lavoro delle centinaia di migliaia di dipendenti Amazon che smistano e inviano cinque miliardi di pacchi all’anno.

Lo sviluppo di “Sparrow” e di altri robot come “Robin” e “Cardinal” stanno alimentando i timori che i magazzini di Amazon un giorno saranno gestiti da macchine, portando a enormi licenziamenti.

Il capo della robotica di Amazon, Tye Brady, minimizza tali preoccupazioni, che sono state espresse dai sindacati. “Non sono macchine che sostituiscono le persone”, dice ai giornalisti durante un tour del laboratorio, aperto a Westborough nell’ottobre dello scorso anno. “In realtà sono macchine e persone che lavorano insieme per collaborare per svolgere un lavoro”.

Dotato di telecamere e tubi cilindrici, Sparrow può rilevare e selezionare con successo un singolo articolo da milioni di prodotti di diverse forme e dimensioni. Aspira delicatamente gli oggetti che arrivano su un nastro trasportatore e li distribuisce nell’apposito cestello davanti ad esso utilizzando il suo braccio robotico.

Robin e Cardinal possono reindirizzare solo interi pacchi, rendendo Sparrow il primo robot di Amazon in grado di gestire singoli prodotti. “Data la varietà di materiali che abbiamo nei nostri magazzini, Sparrow è un risultato significativo”, afferma Brady.

Le creazioni libereranno i dipendenti da compiti ripetitivi per concentrarsi su attività “più gratificanti e interessanti” mentre “miglioreranno la sicurezza”, insiste Brady. L’obiettivo di Amazon è garantire che trascorra il minor tempo possibile tra il momento in cui un cliente ordina un articolo e il momento in cui arriva alla sua porta.

Sempre sul fronte dell’automazione, Amazon entro la fine di quest’anno inizierà a consegnare con droni pacchi fino a due kg, in meno di un’ora dai magazzini di Lockeford, California e College Station, Texas.

L’azienda punta a consegnare 500 milioni di pacchi tramite le macchine volanti entro la fine del decennio, anche nelle principali città degli Stati Uniti come Boston, Atlanta e Seattle.

Secondo Joe Quinlivan, vicepresidente di Amazon Robotics, circa il 75% dei cinque miliardi di ordini annuali di Amazon viene gestito a un certo punto da un robot. Però, gli studi suggeriscono che il passaggio ai robot nell’e-commerce non porterà a massicce perdite di posti di lavoro, a breve e medio termine, a causa dell’enorme crescita della domanda.

Tuttavia, uno studio del 2019 del Labor Center dell’Università della California a Berkeley ha avvertito che mentre alcune tecnologie possono alleviare le ardue attività di magazzino, potrebbero anche contribuire ad aumentare il “carico di lavoro e il ritmo di lavoro”.

I ricercatori hanno aggiunto che i progressi tecnologici potrebbero anche contribuire a “nuovi metodi di monitoraggio dei lavoratori” e hanno citato il videogioco MissionRacer di Amazon “che mette i lavoratori l’uno contro l’altro per assemblare gli ordini dei clienti più velocemente”.

Dal proprio canto, Amazon risponde che la sua innovazione ha generato più di un milione di posti di lavoro e 700 nuove categorie di lavoro, principalmente nell’ingegneria altamente specializzata, ma anche come tecnici e operatori. “Penso davvero che ciò che faremo nei prossimi cinque anni farà impallidire tutto ciò che abbiamo fatto negli ultimi dieci anni”, afferma Quinlivan.


Ecco Sparrow, il magazziniere robot di Amazon che riconosce i prodotti

Twitter nel caos: si moltiplicano i profili falsi (con la spunta blu)

AGI – Twitter è di nuovo nel caos e la notizia è che Twitter Blue è in panne, bloccato, “not available in your country”. Stavolta al centro della scena non ci sono gli inserzionisti (che pure sono in fuga), né i post scorretti di qualche influencer, né i post con i continui aggiornamenti di rotta del neo padrone di casa Elon Musk.

Stavolta protagonisti sono i profili falsi e due spunte, una blu e una grigia: la prima si ottiene dopo aver pagato 8 dollari, la seconda ce l’hai se hai una qualche rilevanza sociale, tipo gli enti governativi. Bene, la spunta grigia ha avuto vita breve.

“L’ho appena ucciso” ha twittato Musk poche ore dopo che il nuovo tag era stato aggiunto agli account governativi, alle grandi aziende e ai principali media. “Tenete presente che Twitter farà molte cose stupide nei prossimi mesi. Manterremo ciò che funziona e cambieremo ciò che non funziona” ha chiarito. Per intendersi, per qualche ora hanno avuto la spunta grigia: la Casa Bianca, Agence France-Presse, BBC, Papa Francesco, Apple e Volkswagen. E, bisogna dirlo, anche l’AGI.

Resta la spunta blu che, nelle intenzioni dell’iniziativa, vorrebbe indicare che dietro quel profilo c’è una persona reale, con quella identità. Nelle intenzioni. Il progetto è partito, ma non i processi di verifica. La conseguenza? Un fiume di profili falsi che vanno da Super Mario Bros a Gesù che hanno sì pagato 8 euro, hanno ricevuto la spunta blu e si sono presi beffa della piattaforma e di Elon Musk.

La Rete non perdona. La reazione della piattaforma? Bannare i profili falsi. Certo. Con esiti alterni. A cadere rapidamente sono stati un falso Nintendo, un falso Trump, un falso LeBron, un falso Rudy Giuliani  mentre Super Mario Bros ha tenuto duro per un paio d’ore. Altri sono ancora in giro.

Ironia a parte, la faccenda, serissima, è che questi profili diffondono informazioni false. La società ha fatto sapere che sta “perseguendo aggressivamente la mistificazione e l’inganno”. Già, e con quali risorse, viene da chiedersi, se una settimana fa è stato licenziato 1 dipendente su 2 (e soprattutto nel settore chiave della moderazione dei contenuti)?

Quello che resta sul campo è una grande confusione: a 24 ore dal New Blue è praticamente impossibile distinguere visivamente se un tweet è stato fatto da un account con la spunta blu avuta a seguito di verifica o grazie all’abbonamento Twitter Blue. 

 


Twitter nel caos: si moltiplicano i profili falsi (con la spunta blu)

I nuovi dispositivi Echo per Alexa

AGI – Amazon ha rinnovato il parco dei suoi dispoisitivi intelligenti con i nuovi Echo Dot ed Echo Dot con orologio e con lo speaker Echo Studio.

Echo Dot ed Echo Dot con orologio sono dotati di nuovi sensori che forniscono un’esperienza più contestuale con Alexa, come la possibilità di impostare una Routine per accendere automaticamente il condizionatore quando l’ambiente raggiunge una certa temperatura o riprodurre musica a un orario specifico. Grazie all’accelerometro per i controlli gestuali, basta toccare il dispositivo per mettere in pausa la musica o posporre la sveglia.

Il nuovo Echo Dot con orologio è  dotato di un display LED migliorato per offrire un modo più dinamico e chiaro di visualizzare le informazioni a colpo d’occhio: quando si chiedono informazioni ad Alexa, da oggi è possibile visualizzare, oltre all’ora, anche il titolo di una canzone o il nome di un artista, il meteo, un calcolo e altro.

Echo Studio: lo smart speaker potente

Echo Studio è già lo speaker Echo ha nuova tecnologia di elaborazione audio spaziale e un’estensione della gamma di frequenze. Ricrea le prestazioni di un sistema stereo hi-fi, per cui le performance vocali sono più presenti al centro, mentre gli strumenti con panning stereo sono meglio definiti ai lati, creando un’esperienza sonora più avvolgente. Inoltre, la tecnologia di estensione della gamma di frequenza offre maggiore chiarezza dei medi e bassi più profondi. Questi aggiornamenti si aggiungono al supporto esistente di Echo Studio per Dolby Atmos e Sony 360 Reality Audio.

Tutti i dispositivi riportano la certificazione Climate Pledge Friendly e sono progettati all’insegna della sostenibilità. La nuova generazione di Echo Dot è Carbon Trust, costruita con il 95% di tessuto riciclato post-consumo. Il 99% dell’imballaggio è realizzato con materiali a base di fibre di legno provenienti da foreste gestite in modo sostenibile o da fonti riciclate. Oltre ad utilizzare materiali sostenibili, questi dispositivi Echo sono dotati di una modalità a basso consumo per risparmiare energia in modo intelligente durante i periodi di inattività e garantire un risparmio energetico per tutto il ciclo di vita del dispositivo.

 


I nuovi dispositivi Echo per Alexa

Alexa è da quattro anni nelle case degli italiani

AGI – Alexa è da quattro anni nelle case degli italiani. Quattro anni di richieste di ogni tipo per l’assistente vocale di Amazon, ma anche di polemiche e di concorrenza spietata

Che quattro anni siano tanti o pochi, in un settore, come quello della tecnologia, in cui il tempo scorre a una velocità tutta sua, è da discutere, ma oggi molti italiani  considerano Alexa se non una compagna di vita (il che sarebbe inquietante) quanto meno una collega di lavoro, una sorta di segretaria sempre a disposizione.

“Di questi primi 4 anni, il 2022 è stato il più entusiasmante in termini di crescita: basti pensare che delle oltre 17 miliardi di interazioni effettuate con Alexa dal 2018 ad oggi, ben 8 miliardi sono avvenute solo quest’anno. E sempre nel 2022, secondo l’analisi condotta da GFK insieme a ServicePlan sui Best Brands 2022, Alexa è rientrata nella classifica Best Product dei 10 brand più amati dagli italiani” dice Gianmaria Visconti, Country Manager di Amazon Alexa in Italia. “A confermare questo successo sono le continue dimostrazioni di affetto da parte degli utenti in tutta Italia, che si affidano quotidianamente ad Alexa per gestire le proprie giornate, dal risveglio sino alla buonanotte, e per divertirsi con musica, ricette, per restare informati o per gestire la smart home.”

Quest’anno gli italiani hanno infatti utilizzato Alexa per impostare 800 milioni tra sveglie e timer, ben 120 milioni di promemoria e 45 milioni di shopping list, e hanno effettuato tramite Alexa ben 28 milioni di chiamate.

Contano su Alexa anche per conoscere le previsioni del tempo, è successo 135 milioni di volte nel 2022, oppure per un aiuto in cucina: risultano 8 milioni le ricette richieste, e tra le più popolari spiccano la carbonara, i pancake e il tiramisù.

Per gli utenti, Alexa è anche una compagna di intrattenimento: le ore di musica riprodotte nel 2022 sono ben 400 milioni. I brani più richiesti restano le hit sanremesi: in primis ‘Farfalle’ di Sangiovanni, seguito da ‘Dove si balla’ di Dargen D’amico e ‘Brividi’ di Mahmood e Blanco.

A livello regionale, sebbene la Lombardia sia la prima regione in Italia per utenti attivi, è il Molise ad essersi affermato come la regione in Italia che ha registrato la maggior crescita di utenti attivi che hanno utilizzato Alexa nel 2022, +56%, mentre sono i campani ad aver scelto Alexa per la gestione della casa intelligente, con un aumento del 62% di routine rispetto al 2021.

E se non c’è da stupirsi che sia Roma la prima provincia italiana per numero di interazioni, a colpire è che sia stata la provincia di Agrigento a registrarne la crescita più significativa, con +63% anno su anno.

Al lancio negli Stati Uniti nel 2014, Alexa aveva solo 13 funzioni disponibili mentre oggi ne vanta centinaia; all’inizio parlava una sola lingua, oggi invece è disponibile in oltre 75 Paesi e in 9 lingue diverse e può anche rilevare più lingue nello stesso momento. Non solo, è anche in grado di cambiare voce con una maschile, basta dire “Alexa, cambia la tua voce”. In più, grazie allo sviluppo di skill di terze parti, che oggi ammontano ad oltre 130 mila nel mondo e oltre 5 mila in Italia, Alexa continua a diventare sempre più smart.

Grazie a questa continua evoluzione, le case degli utenti in Italia stanno diventando sempre più connesse, dove l’interazione vocale rappresenta il modo più semplice e naturale di interagire con la tecnologia, che diventa così alla portata di tutti. Sono state infatti oltre 1,8 miliardi le interazioni tra i dispositivi intelligenti e Alexa nel 2022 in Italia.

Il segreto del successo

I numeri dimostrano il grande successo di Alexa in Italia, ma perché gli utenti hanno trovato proprio nell’assistente vocale di Amazon un punto di riferimento così importante nella propria quotidianità?

Alexa è intuitiva per tutti, capisce ed interagisce indipendentemente dall’accento, dall’età o dalla familiarità del singolo con la tecnologia, ed è anche proattiva: sono infatti oltre 600 milioni le azioni svolte tramite Routine da Alexa al posto degli utenti italiani, i quali quest’anno possono dire di aver risparmiato oltre 6 milioni di ore impostando timer con Alexa anziché aprire il proprio smartphone, chiedendo di riprodurre la propria canzone preferita invece di cercarla tra i vari provider e spegnendo e accendendo le luci comodamente dal loro divano con il solo comando vocale.

 


Alexa è da quattro anni nelle case degli italiani