Realizzare le mascherine a casa con stampante 3D

Una delle emergenze nell’emergenza coronavirus è quella delle mascherine. Del prezioso strumento per evitare di diffondere nell’aria le nostre goccioline di saliva c’è carenza, sia nei modelli con valvola indispensabili a medici e infermieri, sia in quelli basic con i quali dovremmo imparare a convivere anche nel processo di rientro alla nostra quotidianità pre-Covid 19.

Inoltre, i grandi quantitativi prodotti e utilizzati ora genereranno un problema di smaltimento in futuro, come già accade in alcuni paesi.

Ed è soprattutto da questa considerazione che parte l’idea di un giovane ingegnere aerospaziale irpino, Marco Genito, laureato all’ateneo di Napoli Federico II e già con un lavoro stabile. Voleva una mascherina riutilizzabile, ma sicura, altamente filtrante e addirittura ecosostenibile. A casa sua, ad Altavilla Irpina, la sua stampante 3D ha lavorato notte e giorno, progettando più volte un prototipo che lo soddisfacesse e gli consentisse di realizzare e regalare a parenti e amici del piccolo paese la sua personale versione di una mascherina con valvola. Non gli è bastato, e ha deciso di condividere gratis con tutti la sua idea, già alla terza versione, rendendola liberamente scaricabile da piattaforme per la condivisione di file da stampa 3D.

“Può essere prodotta da chiunque abbia una stampante adatta – spiega il giovane ingegnere – è realizzata con una plastica anallergica, atossica e biodegradabile. Non è concepita per fermare virus o filtrare agenti patogeni, ma esclusivamente per ridurre il rischio di trasmissione di agenti infettivi attraverso le goccioline”.

La mascherina è composta da un corpo unico e da un tappo che chiudere ermeticamente il filtro, realizzabile con uno scampolo di tessuto non tessuto o con semplice e casalinga carta forno. Il suo riutilizzo, per via di questo particolare, non ha limiti, basta cambiare il filtro e disinfettare la sagoma; e soprattutto, rispetto ad altre mascherine realizzate con stampa 3D, questa mascherina non richiede interventi ‘meccanici’, di montaggio, per  essere completata.

“Non è il primo modello di mascherina 3D – precisa Genito –  ma questo tipo di mascherina può essere stampato in meno di due ore. Gli altri modelli in circolazione richiedono fino a 6 ore anche con stampanti professionali”. Il progetto sta interessando anche alcuni imprenditori locali, “e potrebbe nascere a breve qualcosa di interessante”. 

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Agi

I droni antivirus della polizia faticano a decollare

Da giorni, anche dopo il via libera dell’Enac all’uso dei droni ‘anti coronavirus’ da parte delle polizie locali, per monitorare gli spostamenti dei cittadini, il super drone “Aquila 100” è rimasto parcheggiato in un hangar di Casalecchio di Reno, Comune alle porte di Bologna.

Di fabbricazione israeliana (è nato per fini di sicurezza anti-terrorismo) è la punta di diamante della flotta di “Eagle Sky Light” azienda leader a livello internazionale nei sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, fondata nel 2017 da Ugo Vittori ex agente della polizia di Stato, da anni amministratore unico della Eagle Keeper, società di investigazioni attiva nell’antifrode assicurativa. “Dall’Enac è arrivato un segnale importante. Ma, purtroppo, il mercato italiano è fermo.

I Comuni non hanno a disposizione fondi per questo tipo di attività. Io non sto lavorando perché non ci sono soldi”, ha spiegato Vittori intervistato dall’AGI. I piloti della Eagle Sky Light sono stati ‘allertati’ per un paio di giorni, in attesa di possibili richieste, poi sono rimasti in ferie. E i droni della Eagle Sky Light fermi a terra. In Emilia Romagna, l’uso di droni anti-assembramento è stato attivato in alcuni Comuni come Modena, Forlì e Rimini, nei parchi o nelle zone periferiche. 

“Gli enti locali che stanno utilizzando i droni – ha spiegato Vittori – avevano questi strumenti già in dotazione. E’ chiaro che sono mezzi piccoli con capacità limitate, possono stare in volo solo dieci minuti, e dunque sono molto meno performanti rispetto alle possibilità offerte da aziende specializzate del settore”.

Alcuni Comuni hanno contattato Eagle Sky Light che già in passato aveva avviato progetti sperimentali (ad esempio a Bologna o Torino) per la sicurezza e il monitoraggio del territorio. “Ho dato la massima disponibilità. Ho chiesto solo un rimborso spese senza voler realizzare, quindi, un guadagno ma per ora non c’è stato nessun ingaggio. Mancano i soldi”, è la conclusione dell’imprenditore.

Una scarsità di risorse che ‘costringe’ Aquila 100 a rimanere chiuso nel suo hangar nonostante un livello tecnologico ben superiore ai ‘cugini’ droni dei vari Comuni già all’opera sul territorio. Il volatile meccanico rivoluzionario è una sorta di ‘torre di controllo’. Infatti, ‘lavora’ in verticale (minimizzando dunque i rischi di caduta) ed è ancorato ad un furgone a 100 metri di altezza, ha 14 ore di autonomia, non teme neve, pioggia o vento. Il suo occhio vigila anche di notte. La sua super vista ‘passa’ attraverso il fumo grazie ad una termocamera raffreddata a idrogeno ed è in grado di ‘scrutare’ l’orizzonte fino a 14 chilometri di distanza.

“Occorre domandarsi il risparmio, non il costo”

In passato ha vigilato sulla visita del Papa a Bologna (primo ottobre 2017) ed è stato utilizzato nei controlli anti-clandestini a Trieste, fino al monitoraggio dei cieli per l’esibizione delle Frecce Tricolore o agli interventi in montagna per prevenire le slavine.

“L’Europa ha investito molto in questo settore al contrario dell’Italia” ha osservato il fondatore della Eagle Sky Light. “La domanda giusta da porsi – è la riflessione di Vittori – non è quanto costano questi mezzi d’avanguardia ma quanto fanno risparmiare in termini di forze di polizia sul territorio che potrebbero essere quindi utilizzate per altri compiti, in termini di tempo, senza poi contare, per questa specifica emergenza, il minor rischio legato a possibili contagi”.

In tempi di coronavirus il messaggio per i cittadini è che “il drone non deve essere visto come un nemico”, spiega Vittori. Ovvero non “siamo in uno stato di guerra dove il drone deve essere associato alla repressione. Stiamo affrontando un’emergenza importante – ha concluso l’imprenditore – dove il drone è lo strumento che coordina una serie di azioni riducendo al minimo il numero di persone adibite ai controlli. Il drone quindi deve essere visto come un amico che aiuta la comunità a far rispettare le norme di contenimento emanate dal governo per limitare la diffusione del Covid-19”. 

Agi

Xiaomi lancia la sfida nel campo della fotografia. Ecco i nuovi smartphone Mi10

Dopo aver superato nelle vendite Huawei, Xiaomi lancia la sfida all’altro colosso cinese della tecnologia sul campo in cui è considerata imbattibile: la fotografia, 

I nuovi smartphone della famiglia Mi – Mi 10, Mi 10 Pro e Mi 10 Lite 5G – sono per la prima volta 5G-ready​ e montano una quad camera con sensore ultra-clear da 108MP, uno dei più grandi attualmente presenti sul mercato.

Mi 10 Pro ha una lente ultra-grandangolare da 20MP e due teleobiettivi dedicati che coprono un’ampia gamma di lunghezze focali in grado di scattare  ritratti con lo zoom 2x, o soggetti lontani con lo zoom 50x stabilizzato OIS ultra long-range.

Il modulo autofocus laser della fotocamera principale, AI Photo Optimizer 2.0, la night mode 2.0 e il dual-flash si uniscono per gli scatti diurni e foto più chiare e luminose di notte. Si possono registrare video UHD in 8K 30fps e le modalità video Portrait, Color focus, ShootSteady, Vlog e Slow Motion consentono di creare facilmente contenuti di qualità cinematografica.

Sia Mi 10 Pro che Mi 10 dispongono di un sistema stereo a doppio speaker simmetrico sulla parte superiore e inferiore del dispositivo. Rispetto ai predecessori, Mi 10 Pro e Mi 10 presentano infatti un design 3D curvo sul fronte e sul retro, con bordi lisci e sagomati e lunette laterali sottili per una sensazione più confortevole al tatto. Entrambi i dispositivi sono dotati di Gorilla Glass 5 sulla parte anteriore e posteriore. Mi 10 Pro vanta una finitura antiriflesso e un pannello posteriore in vetro satinato opaco, mentre Mi 10 offre una splendida back cover lucida. La fotocamera frontale è progettata per integrarsi nel display, permette di ridurre al minimo le cornici e consente una maggiore superficie di visualizzazione.

Il DotDisplay AMOLED curvo edge-to-edge da 6,67 pollici con tecnologia TrueColor ha una frequenza a 90Hz per una risposta veloce dello schermo e un’esperienza d’uso fluida.

Mi 10 Pro e Mi 10 sono dotati di processore Qualcomm Snapdragon 865 5G a 2,84 GHz ​e un sistema di raffreddamento avanzato costituito da una grande camera di vapore, oltre che da una lastra in grafite e grafene a sei strati che dissipa il calore generato durante l’uso prolungato. 

Mi 10 Pro ha una batteria da 4.500 mAh che consente una tripla esperienza di ricarica rapida con 50W di ricarica cablata, 30W di ricarica wireless e ricarica wireless inversa. Mi 10 ha invece una batteria da 4.780 mAh e consente una ricarica cablata e wireless da 30W e una ricarica wireless inversa.

A partire dal 7 aprile, Mi 10 Pro sarà disponibile in Italia nelle colorazioni Alpine White e Solstice Grey, nella versione 8GB di ram e 256GB di storage al prezzo di 1.000 euro, mentre Mi 10 nelle versioni 8GB+128GB e 8GB+256GB, nei colori Twilight Grey e Coral Green, rispettivamente al prezzo di 800 e 900 euro.

Data l’emergenza coronavirus, le vendite di entrambi i dispositivi partiranno online sui canali ufficiali di Xiaomi Italia e Mi Store Italia, su Amazon e sulle principali catene di distribuzione. A seguire, saranno presenti anche in tutti i negozi fisici presenti sul territorio: Mi Store, principali catene di elettronica di consumo e presso i principali operatori telefonici. 

 

Agi

Huawei lancia la serie P40, il top di gamma per uscire dalla crisi del settore

Huawei ha subito una sensibile contrazione delle vendite negli ultimi mesi – secondo Strategy Analytics ha dovuto cedere il terzo posto a un’altra compagnia cinese, Xiaomi, che si piazza dietro Samsung e Apple – ma sono le vendite globali ad aver sofferto a febbraio 2020 un devastante crollo del 38% rispetto all’anno scorso, e del 39% rispetto a gennaio.

Quello che viene definito “il più grande calo di sempre nella storia degli smartphone”, innescato dalla pandemia di coronavirus, si va a sommare, per Huawei, al perdurante bando all’uso delle app di Google che di fatto ne limitano l’appeal nei mercati occidentali, dove i software della casa di Mountain View la fanno ancora da padrone.

La serie P40 in breve

  • Quattro modelli: P40, Lite, Pro e Pro+
  • Tutti – a eccezione del Lite – hanno la connessione 5G
  • Il P40 ha 3 forocamere posteriori, il Pro ne ha 4 e il Pro+ ne ha 5
  • Il P40 costerà 799 euro, il Pro 999 e il Pro+ 1.349
  • Il Pro avrà 8 giga di ram e 256 di memoria. Il Pro+ 8 giga di ram e 512 di memoria
  • Tutti sono dual sim

Il colosso di Shenzen, però, è pronto a risollevare la testa e, riaperte le fabbriche cinesi chiuse per l’epidemia, a “tornare più forte di prima”, come dice all’AGI Pier Giorgio Furcas, vice general manager di Huawei Italia. “Il calo ha colpito un po’ tutti in Cina dove c’è il cuore mondiale della manifattura degli smartphone e in una zona in cui abbiamo una certa concentrazione di fabbriche” aggiunge, a margine della presentazione della serie di smartphone P40, “per questo ha agevolato alcuni concorrenti nella consegna dei prodotti. Huawei è sempre molto attenta alla salvaguardia dei propri dipendenti e anche se abbiamo dovuto chiudere l’attività produttiva, restiamo a lungo termine il produttore mondiale numero uno. Come ha detto Ren Zhengfei (fondatore e presidente di Huawei, ndr), ora che la macchina da guerra si rimetterà in moto, sarà più forte di prima”.

La linea di azione dell’azienda continua a essere duplice: lanciare prodotti alzino l’asticella nella definizione di smartphone di alta gamma – come successo oggi con il P40 Pro+, definito un po’ pomposamente “flagship dei flagship” – e sviluppare un ecosistema proprietario che attualmente ruota intorno alla app gallery di Huawei, ma in un futuro non troppo lontano potrebbe imperniarsi sul sistema operativo Harmony.

L’idea è quella di un sistema che comprende smartphone, laptop, smartwhatch, smartscreen (che Furcas considera un’evoluzione della smart-tv) e altri device, ma ancje video e un servizio di video (già disponibile in Italia e in Spagna) e di musica (con 50 milioni di brani gratis per i primi 3 mesi, poi a 9,99 euro al mese)  in un unico ecosistema libero dai vincoli di Google e alternativo a quello fondato su Android e iOs di Apple.

Nonostante questo la famiglia P40 funziona ancora sul sistema operativo Android e l’intenzione, assicura Furcas, è di continuare a lavorare con l’open source di Google. “L’obiettivo di creare una piattaforma indipendente è un progetto chiaro e sotto gli occhi di tutti” dice, “ma non nasce all’indomani del ban: è iniziato dieci anni fa. È evidente che abbiamo accelerato per creare un ecosistema che offra agli utenti le stesse esperienze d’uso di altri, addirittura migliorandole”.

Riguardo l’ipotesi che a questo ecosistema slegato da Google possano aderire altri brand come Oppo e Xiaomi, Furcas avverte che “è prematuro parlare di una alleanza cinese”, che “la partnership con Mountain View non è ai stata messa in discussione” e che “il dialogo resta aperto e costante”.  

Ma com’è la serie P40. Innanzitutto, tutti i modelli sono 5G e poi, come Huawei ci ha abituato, anche il nuovo top di gamma della casa punta tutto sul comparto fotografico.

P40 e P40 Pro sono disponibili in pre-ordine fino al 6 aprile al prezzo consigliato di: 1049.90 per il Pro e 799.90 per il P40. Prezzo e disponibilità in Italia della versione Pro+ (che ha cinque fotocamere posteriori contro le quattro nel Pro e le tre nel P40), non sono ufficiali, ma durante la presentazione  il ceo della sezione consumer Richard Hu ha parlato di giugno 2020 e di 1.399 euro.

La frequenza di refresh del display è stata portata a 90 Hz per una maggiore fludità (a onore del vero OnePlus c’era arrivata già due smatrphone fa e Oppo ha introdotto nel suo Find X2 i 120 Hz)

L’ampio sensore da 1/1.28 pollici, con una risoluzione dei pixel di 2.44μm, aumenta l’apporto di luce in condizioni di scarsa luminosità e il rinnovato design del periscopio consente di avere uno zoom 10X ottico. La serie monta il processore Kirin 990 5G e il Wi-fi 6 Plus.

La versione Pro e Pro+ vantano un display quad-curve overflow: uno schermo daii bordi arrotondati in tutti e quattro i lati con cornici sottili e gli angoli arrotondati. Il sensore di impronte digitali posto sotto lo schermo viene annunciato come più rapido del 30%.

Per il comparto fotografico resta la partership con per Ultra Vision e con l’introduzione della Ultra Wide Cine Camera potenziata, della camera ToF e dello Zoom SuperSensing 50x.

Il top di gamma della famiglia, Pro+, supporta uno zoom 10x ottico e zoom 100x digitale.

Ultra Vision Sensor, presente in tutti i device della serie è il più grande sensore CMOS mai utilizzato finora. Con 1/1.28 pollici di diametro, il sensore aumenta la qualità dei pixel fino a 2.44μm e supporta il Full Pixel Octa PD AutoFocus, che consente una rapidissima messa a fuoco in qualsiasi condizione di luce, mentre HUAWEI XD Fusion Engine integra ed elabora i dati provenienti da più telecamere per generare un miglioramento assoluto della qualità delle immagini.

Il Multi-Spectrum Colour Temperature Sensor e l’algoritmo AAWB (basato sull’intelligenza arttificiale) aumentano del 45% l’accuratezza del colore consentendo di riprodurre in maniera fedele il colorito della pelle e le texture.

Pro e Pro+ montano una camera AF da 32MP e una IR Depth camera che supportano l’autofocus e l’effetto bokeh. I sensori, inoltre, sono utilizzati per il riconoscimento facciale e sono in grado di sbloccare il device anche in condizioni di scarsa luminosità.

La serie P40 introduce, inoltre, Golden Snap, una nuova feature intelligente che include AI Best Moment, ed è in grado di selezionare e scegliere i fotogrammi migliori di una foto in movimento. AI Remove Passerby e AI Remove Reflection possono rimuovere o far risaltare i soggetti ed eliminare i riflessi quando una foto è stata scattata attraverso un vetro.

La fotocamera da 40MP Ultra Wide Cine ha una lunghezza focale equivalente a 18mm e un sensore da 1/1,54 pollici che supporta il rapporto 3:2. La tecnologia SedecimPixel Fusion è integrata per aumentare la sensibilità alla luce e consentire l’acquisizione video 7680fps Ultra Slow-Motion. La simulazione bokeh in tempo reale per i video consente di evidenziare il soggetto principale della scena. Il teleobiettivo è in grado di catturare filmati zoomati ad alta risoluzione e video 4K time-lapse. lo zoom audio consente agli utenti di zommare contestualmente anche sulla sorgente audio in modo da amplificarne il suono.

Insieme alla nuova serie P40, Huawei ha presentato anche lo smartwatch GT2e, la cassa acustica Sound X, oltre al servizio Music, progettato per funzionare senza soluzione di continuità con tutti i prodotti dell’ecosistema – smartphone, tablet, auricolari e smartwatch. Sono già disponibili sulla piattaforma delle playlist a tema running, create in particolar modo per chi si allena con gli smartwatch Huawei, e la modalità “Party” che consente agli utenti di collegare i loro smartphone della casa e riprodurre lo stesso brano contemporaneamente, per sperimentare un effetto audio surround.

Agi

La social challenge di Yomi per contrastare i virus informatici

La piattaforma si chiama Yomi e da oggi si mette in prima linea nella lotta contro i virus. Non parliamo del Covid-19 ma dei problemi relativi allo smart working al quale il Covid-19 ci ha costretti. Così tanti lavoratori in rete creano inevitabilmente uno scambio di file moltiplicato e quanti di questi potrebbero celare virus per i nostri computer? A rispondere alla domanda sarà proprio Yomi ed il suo esercito di “cacciatori di virus”.

Si chiama “gamification”, ovvero l’introduzione di elementi ludici in compiti difficili o ripetitivi; sei un analista di malware? Un professionista della sicurezza? Questo è il gioco che fa per te e si chiama “Yomi: The Malware Hunter”. Basta iscriversi alla piattaforma e spedire file che si ritiene sospetti, aspettare l’analisi e ottenere la risposta; chi ne manda di più entro il 31 marzo vince.

Cosa si vince? Risponde direttamente Yoroi, l’azienda leader nel settore della Cyber-Security, che sta a capo del progetto: “La gratitudine di chi ogni giorno deve difendere il proprio ecosistema e l’opportunità di scrivere e pubblicare un rapporto sulle minacce con ZLab/Yoroi e poi, in dono, zaini, magliette, gadget di Yoroi”.

Si tratta di una social challenge come tutte le altre, solo con uno scopo che viene presentato come particolarmente nobile: “Fermare i cattivi e aiutare i buoni”, scrive Marco Ramilli, Ceo di Yoroi; che aggiunge “L’abbiamo immaginata prima della pandemia del Covid-19, ma adesso che tanti lavorano a distanza, la competizione diventa uno strumento per verificare la sicurezza dei file che ci scambiamo per ridurre il contagio prodotto da file infetti”. 

Yomi, già nota nell’ambiente come “il cimitero dei virus”, è in grado poi, una volta incamerati questi virus, di digerirli senza pericolo nel suo recinto (“sandbox”). Documenti dannosi, file eseguibili, installatori e script malevoli saranno, in pratica, detonati dentro Yomi in modo tale che si possa registrare il comportamento di ogni singolo file potenzialmente dannoso per poi essere studiato. Non a caso, grazie a questo lavoro, Virus Total, la piattaforma di analisi di Google, ha incluso Yomi nella lista delle maggiori aziende mondiali antivirus. Che la caccia abbia inizio.  

Agi

Il traffico internet cresce, ma ridurre la qualità “non è necessario”

I dati scambiati sulla rete fissa sono raddoppiati e (soprattutto) i momenti di picco si sono innalzati del 40%. Ecco i numeri aggiornati trasmessi da Fastweb all’AGCOM. Un’ulteriore conferma dello stress cui infrastrutture e operatori sono sottoposti in questi giorni. Durante la clausura, gli italiani telefonano, navigano e (soprattutto) guardano e giocano molto di più.

Traffico e momenti di picco

Per quanto riguarda la rete fissa, il volume di dati complessivo giornaliero si attesta di solito intorno a 10-12 PetaByte. In questi giorni ha raggiunto invece i 18-20 PetaByte. Il test di tenuta più importante però non è il traffico totale ma l’intensità del picco. Se si regge quando arriva l’onda anomala, si riesce a gestire anche tutte le altre. Ed è quindi questo il dato che più racconta la singolarità del momento: i picchi, che di solito si fermano a 2,8 terabit al secondo, si sono arrampicati a 3,9 terabit al secondo. L’aumento sfiora quindi il 40% e, come ha spiegato il cto di Fastweb Andrea Lasagna, somiglia molto a quello che si registra di solito in un anno intero. Solo che, stavolta, è successo nel giro di qualche giorno.

L’aumento di video e giochi

Assieme all’incremento del volume, è cambiata la composizione del traffico. Pesano sempre di più streaming e videogiochi, mentre la semplice navigazione e lo smart working hanno un peso più gestibile. In termini di volume di dati giornalieri, il traffico video è cresciuto del 30% e rappresenta la metà del totale. Ancora più imponente è stata l’espansione dei videogiochi: il traffico è quadruplicato, fino a costituire il 15% del totale.

Riduzione della qualità “non necessaria”

Sono questi i dati che hanno convinto la Commissione europea a chiedere (e ottenere) da alcune piattaforme di streaming la riduzione delle qualità video: Netflix ha risposto riducendo il bitrate (cioè la velocità e quindi la qualità di riproduzione) in modo da tagliare un quarto del proprio peso sulle reti europee per 30 giorni. E anche Youtube ha adottato misure simili. La Commissione si è rivolta però anche agli utenti (per convincerli a usare meno dati mobili e, quando possibile, qualità di riproduzione più bassa) e agli operatori. Ad oggi, sottolinea Fastweb, misure che consentano di intervenire su particolari tipologie di traffico, quali il video o il gaming, “non si sono rese necessarie”. Per il momento, gli interventi sulla rete sono stati sufficienti: i principali snodi di rete sono stati potenziati per supportare picchi fino a 4,4 terabit al secondo. Ci sarebbe quindi margine. E la scelta di Netflix dovrebbe facilitare le cose. Per cui, afferma Fastweb, un intervento per gestire streaming e videogiochi “saranno adottate solo in caso di situazioni particolarmente critiche”.

Lo smart working “non è una criticità”. Ecco perché

I dati aggiornati confermano che lo smart working non rappresenta un fattore significativo. O almeno non abbastanza da premere sulla tenuta delle reti. Lo dimostrano diverse cifre. La quota del traffico assorbita dalla navigazione Internet è “sostanzialmente stabile”, attorno al 18%. Una cifra tutto sommato contenuta se si considera che sono molti di più gli utenti che usano il web rispetto agli abbonati delle piattaforme di streaming. È aumentato il traffico voce (cioè si telefona di più) e, anche nel caso di video-conferenze fatte per lavoro, le applicazioni più utilizzate sono molto più leggere di un film. Ci sono poi altri due prove. Primo: il picco arriva dopo le 18, cioè negli orari più utilizzati per lo svago e meno per il lavoro. Secondo: il traffico in upload, che in parte può essere ricondotto proprio al lavoro da remoto, sta crescendo a un ritmo superiore rispetto al traffico complessivo (+50%), ma resta il 10% del totale. Il resto è costituito dai download. “È un segno – afferma Fastweb – che l’aumento dello smart working è pienamente compatibile con gli attuali dimensionamenti di rete e non rappresenta una fonte di criticità”.

Agi

I videogiochi online congestionano la rete e non è facile rallentarli

Lavoro da remoto, videolezioni, streaming e videogiochi online: con milioni di persone costrette in casa per l’emergenza coronavirus, l’infrastruttura che permette di navigare su internet e di usufruire dei diversi servizi digitali è posta sotto un’enorme pressione.

Se la rete ha complessivamente resistito nelle prime settimane di quarantena, facendo registrare però numerosi casi di rallentamenti a macchia di leopardo nel Paese, la preoccupazione diffusa è che ulteriori misure restrittive per il movimento delle persone possano portare a un picco di utilizzo di banda tale da rendere impossibile la connessione per tanti. Finendo così per impedire ai ragazzi di seguire le lezioni digitali attivate dalle scuole e dalle università o agli adulti di lavorare da casa.

Una preoccupazione che ha spinto le istituzioni europee a chiedere ai giganti dello streaming online di fare subito qualcosa. E alla chiamata hanno risposto YouTube e Netflix, con l’annuncio di riduzione di qualità dello streaming dei loro video: eliminazione della risoluzione Hd per il primo, riduzione del bitrate del 25 per cento per il secondo. Minore definizione delle immagini corrisponde infatti a un minor “peso” di dati sulla rete. E quindi a più spazio per “far passare” altro traffico dati.

Più complessa è invece la gestione di un altro servizio che consuma una enorme quantità di banda: il gaming online. Negli ultimi giorni, complici i milioni di ragazzi che non possono andare a scuola, la quantità di dati usati in Italia per giocare in rete a titoli come Fortnite o Call of Duty (che propio in questi giorni ha pubblicato la sua modalità “battle royale” in stile Fortnite) è aumentata enormemente.

Come spiegato ad Agi dal cto di FastWeb Andrea Lasagna, già martedì 10 marzo l’operatore aveva registrato un aumento del 30 per cento del traffico sulla sua rete rispetto al giorno medio. “L’impennata è stata una combinazione di fattori. Da una parte la progressiva estensione della quarantena, dall’altra il rilascio di un titolo molto atteso dai videogiocatori, Call of Duty Warzone, che ha consumato parecchia banda. Ma nei giorni e nelle ore successive, il traffico è calato ma resta molto sostenuto”, ha dichiarato Lasagna. Parole in linea con quanto affermato da Tim che, secondo quanto detto dal suo amministratore delegato Luigi Gubitosi e riportato da Bloomberg, avrebbe visto un aumento del 90 percento del traffico dati, in gran parte “con un grosso contributo dato dai giochi online come Fortnite”.

Di più: oltre al normale consumo di traffico necessario per giocare contro altre persone in giro per il mondo, i videogame online portano a dei picchi di consumo della banda quando vengono rilasciati degli aggiornamenti (modifiche o nuove aggiunte al gioco). Milioni di gamer che in contemporanea scaricano pacchetti di aggiornamento pesanti anche decine di giga possono portare al sovraccarico dell’infrastruttura. Sempre Fastweb ha comunicato un incremento del 400 percento del traffico del gaming online in corrispondenza del rilascio degli aggiornamenti di Fortnite e Call of Duty.

Ridurre il consumo di banda del gaming online come per lo streaming dei video è però impossibile. Netflix e Youtube, che erogano i loro video, possono facilmente abbassarne la qualità garantendo comunque a tutti i loro utenti la visione dei contenuti desiderati. Nei videogiochi online invece il “traffico” di dati con i server viene utilizzato per garantire un’esperienza di gioco fluida e reattiva, visto che anche un rallentamento inferiore al secondo può causare una sconfitta: abbassare questo tipo di consumo dei dati significherebbe rendere inutilizzabili i videogiochi più amati.

Il livello di dettaglio della grafica nei giochi online non è infatti demandato al server, ma al computer o alla console che il singolo utente sta utilizzando a casa sua. Fanno eccezione i sistemi di gaming in streaming come Google Stadia, che però a oggi costituiscono una fetta davvero marginale del mercato.

L’unico modo per abbassare il peso del gaming online sulla rete potrebbe essere quindi quello di limitare il numero di persone che possono giocare. Una soluzione complessa dal punto di vista realizzativo (le piattaforme di gaming sono numerose e su più piattaforme) e che non sembra al momento allo studio.

Da quanto ricostruito da Agi, le principali società di videogiochi che offrono servizi online non hanno in programma l’istituzione di un “numero chiuso” ai loro giochi, e anzi si sono moltiplicate negli ultimi giorni le offerte di titoli da scaricare a prezzi scontati o gratuitamente proprio per incentivare le persone a non muoversi da casa.

Agi

Maschere da sub di Decathlon trasformate in ventilatori ospedalieri

“Ho l’idea di trasformare una maschera da sub in un ventilatore. Mi date una mano?” Di necessità virtù, è il detto, e quando il genio creativo italiano è all’opera nascono le grandi idee e le soluzioni che facilitano e aiutano al tempo stesso anche la nostra vita. E in tempi di coronavirus e di emergenza sanitaria di idee e invenzioni ce n’è più che mai bisogno. L’ultima trovata riguarda la trasformazione della maschera da sub commercializzata da Decathlon in un respiratore ad uso ospedaliero, oggi più che mai necessaria almeno nella prima accoglienza al pronto soccorso e per una terapia sub-intensiva d’urgenza.

Si tratta pertanto di un puro e semplice “adattamento” di un prodotto già in commercio che ha dato così origine alla maschera C-Pap per la respirazione d’emergenza, realizzato sulla base di un proficuo incontro tra sapere scientifico, conoscenza tecnologica e il network che crea la scienza.

L’idea è venuta ad un ex primario dell’Ospedale di Gardone Val Trompia, in provincia di Bescia, il dottor Renato Favero, che conosceva la maschera Decathlon, il quale ha contattato la società Isinnova, costituita da un team di ingegneri, designer ed esperti di comunicazione che si dedica alla raccolta di idee per trasformarle in oggetti concreti, la quale stava realizzando in stampa 3D le valvole di emergenza per respiratori.

Così da questo connubio è nata l’idea che ha concretamente trasformato la maschera Decathlon per far fronte “alla penuria di maschere C-Pap” che sta emergendo in questi giorni come la problematica principale legata alla diffusione del Covid-19.       

Il prototipo delle valvole Charlotte e del nuovo raccordo al respiratore è di fatto nato in 7 giorni ed è stato testato direttamente nell’ospedale di Chiari, nel bresciano, “e si è dimostrato perfettamente funzionante” come ha spigato la società che l’ha realizzato, collegando direttamente la maschera all’ossigeno tramite la presa al muro.

In questa gara dell’ingegno a tempo di record, c’è un altro punto non indifferente: chiunque potrà stampare liberamente valvole e raccordo, a condizione che non siano utilizzate per fini commerciali. Cioè a scopo di lucro. Quindi nessuno potrà percepire diritti e guadagni sull’idea del raccordo e, tantomeno sulla vendita delle maschere Decathlon. Genialità e buoni sentimenti.

Agi

 L’effetto “quarantena” su Tinder e le app di incontri

Lo slogan di Tinder è “match, chat, date”. Cioè: becca una compatibilità, conversa, incontra. La clausura ha mozzato questa filiera delle app per appuntamenti: si può sempre continuare a cercare e a parlare, ma il faccia a faccia dovrà attendere. Con quali effetti? Molti indizi suggeriscono che la quarantena stia provocando un calo. Anche in borsa.

L’incasso di Tinder in Italia rallenta

Il 2020 era partito bene. “Per numero di download, gennaio è stato il secondo miglior mese nella storia di Tinder in Italia”, spiega all’Agi Craig Chapple, mobile insights strategist Emea di SensorTower. Contando anche febbraio, l’app è stata scaricata 229 mila volte, con un incremento anno su anno del 46% nel primo bimestre. Anche il fatturato è cresciuto, ma non in modo altrettanto massiccio. “Alto”, lo definisce Chapple, ma non da record. È stato di 1,57 milioni di dollari (822 mila a gennaio e 753 mila a febbraio), con un aumento del 14,6% rispetto allo stesso periodo del 2019.

A oggi, i download di marzo sono stati circa 46.000. In proiezione, sembra quindi esserci un rallentamento, che riporta il dato sui livelli medi del secondo semestre 2019. La frenata sembra esserci anche a livello di fatturato: secondo le stime di SensorTower, quello di marzo sarebbe stato fino a ora di 343.000 dollari. Il periodo include anche la settimana precedente alla prima estensione della quarantena (dell’8 marzo). Salvo improbabili impennate, quindi, marzo sarà un mese più debole dei precedenti. 

Appuntamento in quarantena

Si può raccogliere qualche indizio spulciando i trend di Google, cioè le parole chiave cercate dagli utenti. In Italia, i picchi della ricerca “Tinder” degli ultimi tre mesi risalgono alla fine di gennaio, quindi a prima dell’arrivo del virus. C’è stato un leggero incremento all’inizio di marzo, quando “state a casa” era una raccomandazione e non un obbligo. Dall’8-9 marzo, però (cioè da quanto la quarantena è scattata in Lombardia e nelle 14 province del nord Italia) c’è stato un calo consistente delle ricerche: non un tracollo, ma una frequenza settimanale così bassa non si vedeva da una decina di mesi, nonostante un piccolo recupero nel weekend.

L’andamento è simile anche per le ricerche legate ad altre app (al netto di alcune oscillazione visto il volume di ricerca più contenuto): Meetic, Badoo, OkCupid, Grindr. Azzardando un’interpretazione delle ricerche (che non è detto si trasformino in traffico e download), sembra che i primissimi giorni “a circolazione ridotta” abbiano invitato gli italiani a saperne di più sulle app di incontri. Con l’irrigidimento della quarantena, però, la prospettiva di non arrivare, a breve, a un incontro avrebbe fatto scemare l’interesse.

Nuovi e vecchi utenti

Le classifiche delle app più scaricate offrono uno scorcio di come la quarantena stia cambiando le abitudini digitali. Guardando quelle di App Annie, ad esempio, si nota un incremento delle applicazioni per teleconferenze, conversazioni di gruppo e istruzione. Al 16 marzo, né su iOS né su Android ci sono app di incontri nelle prime 30 posizioni. Di certo, quindi, non c’è la corsa al download.

È anche vero che chi utilizza già  app come Tinder non ha motivo di scaricarle o cercarle su Google. È quindi complicato ricostruire le abitudini degli utenti più assidui. C’è un piccolo indizio: sempre guardando ai dati di App Annie del 16 marzo, in Italia Tinder resta la quinta app più remunerativa (cioè quella con l’incasso lordo maggiore) su iPhone (dove la spesa media degli utenti è più alta) e 31esima su Android. Insomma: i nuovi utenti non stanno proprio facendo a spintoni per entrare, ma quelli attuali non stanno scappando.

Non è tempo per serie apocalittiche

Le ripercussioni ci sono già state sia sul prodotto che in borsa. Nel 2019, Tinder ha pubblicato negli Stati Uniti il suo primo show: Swipe Night, una serie interattiva in cui alcune decisioni sulla trama sono lasciate, in pochi secondi, all’utente (un po’ come avviene per le compatibilità). Sarebbe dovuto arrivare in Europa in questi giorni, ma il 10 marzo l’app ha deciso di sospendere il lancio. Questione, spiega un comunicato, di “sensibilità”. Swipe Night si svolge infatti in uno “scenario apocalittico”. Non proprio l’argomento più adatto in questo momento.

Appuntamento in borsa

Se non proprio apocalittiche, sono state quantomeno cupe le ultime settimane sui mercati. Dai massimi di metà gennaio, il titolo di Match (la società proprietaria di Tinder e OkCupid) ha perso il 41%. E il gruppo cui fa capo, IAC, il 46%. Certo, di questi tempi trovare azioni che scoppino di salute è difficile. E in più le due compagnie sono alle prese con un’operazione dal tempismo infelice: a dicembre hanno annunciato che Match diventerà una società indipendente entro la fine del secondo trimestre. Ma l’effetto quarantena c’entra.

Dall’inizio del mese, le azioni di Match hanno perso un quarto del proprio valore. Secondo un’analisi di Jefferies di inizio marzo, il coronavirus potrebbe “creare una situazione in cui le persone avranno meno voglia di avere un appuntamento”. Match continuerà a crescere, ma meno del previsto. Si tratta però di una stima che, a due settimane di distanza, potrebbe essere ritoccata. Al ribasso. Dal giorno dell’analisi a oggi non è più questione di “voglia”: per decreto, avere un appuntamento non è possibile.  

Agi

Tanta pressione sulla rete Internet. E lo smart working non c’entra

Capita che gli adolescenti, nel giro di un anno, guadagnino dieci centimetri d’altezza e qualche misura di scarpe. Nuove taglie, nuovi vestiti. Ora immaginate se anziché impiegarci mesi, vostro figlio o vostro nipote crescesse così nel giro di una notte. Sarebbe un bel problema. È quello che si sono ritrovati ad affrontare gli operatori di tlc italiani. Complice la quarantena, martedì 10 marzo il traffico registrato da Fastweb è passato dai consueti 2,5 terabyte al secondo a 3,2 terabyte al secondo. Quasi il 30% in più, una “crescita che di solito si registra lungo un anno intero”, spiega il cto Andrea Lasagna.

I motivi del picco: giochi e streaming

“A partire da martedì – afferma Lasagna – abbiamo rilevato un aumento del traffico”. L’impennata di martedì è stata una combinazione di fattori. Da una parte la progressiva estensione della quarantena, dall’altra il rilascio di un titolo molto atteso dai videogiocatori, Call of Duty Warzone, che ha consumato parecchia banda. Ma non è stato un episodio. “Nei giorni e nelle ore successive, il traffico è calato ma resta molto sostenuto”, con picchi “attorno ai 3 terabyte al secondo”. Cioè con un incremento che resta oltre il 20% rispetto alle settimane precedenti. “È qualcosa di eccezionale”.

“Lo smart working non è un problema”

Fastweb ha osservato non solo un aumento del traffico, ma anche una modifica della sua composizione. E lo smart working non c’entra quasi nulla. Il lavoro da casa ha sì avuto un impatto, ma molto più gestibile: nelle ore lavorativa, spiega Fastweb, l’incremento è stato del 5-10%. E per di più non è un aumento circoscritto alla sola attività degli occupati. Con la chiusura di scuole e università, in quelle ore a casa ci sono anche i figli. Questo, afferma Lasagna, dimostra che “lo smart working non è un problema”. Almeno per le reti. “Anche se spesso si utilizzano video e streaming, gli strumenti per lo smart working hanno una codifica spinta e utilizzano poca banda”.

Il traffico osservato nelle ore lavorative “non è paragonabile con quello della sera”. Insomma: a mettere pressione non è l’ufficio in casa ma videogiochi e piattaforme di streaming. È un’ulteriore dimostrazione, afferma il cto di Fastweb, che “le persone stanno davvero in casa”. E dalle 18 in poi consumano più banda, guardano film e giocando online. “Avere un’infrastruttura che vale aiuta le persone a non uscire”.

Le contromisure

È chiaro quindi che la rete sia “sotto stress”. Ma “ha reagito bene”. Fastweb spiega di essersi mosso “già nei giorni prima del picco”, avviando “un ampliamento fisico della capacità della rete”, in modo da evitare rallentamenti anche in momenti di forte pressione. In pratica, la famiglia ha comprato magliette e scarpe per quell’adolescente cresciuto in fretta. L’operatore ha tenuto botta anche grazie alla “capacità residua” a disposizione (cioè le maglie avanzate del fratello più grande). Il piano di ampliamento della capacità sta proseguendo perché il traffico resta elevato e si attende prosegua a questi livelli anche nelle prossime settimane.

Coronavirus,​​ digital divide, lavoro

Quello di un lavoro da remoto efficace non è “un tema di reti quanto di strumenti adeguati e di organizzazione aziendale”. Almeno nelle zone coperte da infrastrutture più evolute. La rete che regge è una questione in parte distinta dal divario digitale, che nel Paese resta forte. Secondo gli ultimi dati dell’Agcom, il 5% delle famiglie non è raggiunta dalla banda larga di rete fissa e una su tre può ambire al massimo a una velocità in download di 30 Mbps. Per Lasagna, la clausura forzata comporterà “un’accelerazione”: “Ha fatto capire che le tlc non sono solo un cavo ma sono abilitatori della trasformazione digitale. E che non si può fare a meno di una connessione casalinga”. Per guardare, giocare, lavorare. Dopo l’emergenza, una parte degli italiani forse rivaluterà l’ufficio. Ma ci saranno anche aziende che capiranno come “si possano affrontare tipologie di lavoro in modo differente”.  

Blocchi e lavoro da casa: VPN raddoppiate

Che le persone siano in casa lo confermano anche i dati di Atlas VPN. Nella settimana tra il 9 e il 15 marzo, l’utilizzo di VPN (reti virtuali private) in Italia è più che raddoppiata (+112%). Perché l’incremento è legato alla quarantena? Le VPN servono per offrire una navigazione sicura o per aggirare i blocchi. Con la clausura, spiega Atlas, è probabile che gli utenti abbiano deciso di utilizzarle per entrambi gli scopi. Molti servizi di streaming (come Netflix) hanno restrizioni geografiche. Alcuni contenuti, ad esempio, sono visibili negli Stati Uniti ma non in Italia. È quindi probabile che la corsa alla VPN sia dovuta alla volontà di “mascherarsi” per eludere la localizzazione. L’altro carburante per l’accelerazione è arrivato dallo smart working. Se un dipendente o un collaboratore deve collegarsi da casa alla rete aziendale e trattare file sensibili, ha bisogno di una connessione più sicura. E quindi di una VPN.       

Agi

Come funziona l’e-learning. Viaggio nella didattica online

Che si chiami didattica a distanza o e-learning, la sostanza è quella: il coronavirus e le scuole chiuse hanno forzato l’utilizzo delle piattaforme digitali per l’istruzione. Com’è già successo in Cina (su scala ben più ampia), lo studio via smartphone ha in pochi giorni rivoluzionato le abitudini dei studenti e insegnanti, ma anche la composizione dei download. Piattaforme per la didattica e soluzioni per videoconferenze hanno superato social e giochi nelle classifiche delle app più scaricate.

Da Google a Microsoft

Come per lo smart working, la tecnologia è lì da anni. Ma solo adesso sta entrando nelle case di milioni di persone. Alla fine di febbraio, il Miur ha pubblicato una pagina dedicata alla didattica a distanza. È “un ambiente di lavoro in progress per supportare le scuole nel periodo di chiusura legato all’emergenza coronavirus”. Il ministero indica due piattaforme, che hanno messo a disposizone le proprie risorse: G-Suite for Education e Office 365 Education A1. La prima è il pacchetto di Google. Oltre a prodotti generalisti come Gmail e Drive, ce ne sono di più specifici. Hangouts Meet consente di comunicare via chat e videoconferenza, fino a 250 partecipanti, e con streaming fino a 100.000 utenti. L’applicazione Classroom consente di “creare classi virtuali, distribuire compiti e test, dare e ricevere commenti su un’unica piattaforma”. Office 365 Education A1 è invece di Microsoft. Include Teams, che permette di attivare videoconferenze, videochiamate, lavagne digitali, collaborazione tra classi e archivio dei file.

Le piattaforme che portano le classi online

Le piattaforme per l’e-learning non si fermano ai grandi gruppi. Quella italiana che raggiunge più docenti e studenti è WeSchool. Fondata da Marco De Rossi con il nome di Oilproject, aiuta gli insegnati a “portare le loro classi online e rendere la loro didattica digitale”. Sono circa 2 milioni gli studenti che accedono ogni mesi alla sezione Library, popolata da videolezioni. Moodle è una piattaforma open source utilizzata dalle aziende per fare formazione, ma anche dagli insegnanti per digitalizzare parte dei percorsi educativi. Edmodo dà la possibilità di organizzare il lavoro della classe, sia sui banchi che in cattedra. Offre infatti risorse per scuole, insegnati, studenti e anche per i genitori. Redooc, più che come versione digitale delle classi, si pone come “alternativa online alle ripetizioni” ed è focalizzata su “matematica, fisica, italiano, Invalsi, educazione finanziaria e giochi di logica”. Il Miur cita Bricks Lab, una piattaforma milanese che “permette di creare lezioni multimediali” e “costruzioni didattiche personalizzate”. Le risorse possono essere condivise dai docenti con gli studenti, ma anche con i colleghi, “in modo da mettere a fattor comune il proprio lavoro e beneficiare di quello degli altri”.

Effetto scuole chiuse: le app più scaricate

Come già successo in Cina, anche in Italia le applicazioni per videoconferenze e lezioni a distanza hanno scavalcato TikTok e giochi per smartphone. Secondo i dati di App Annie, le sette applicazioni più scaricate del 6 marzo su iPhone sono legate a istruzione o riunioni da remoto. Nell’ordine: Meet e Classroom di Google, WeSchool, Skype, Edmodo, Zoom (per i meeting) e Microsoft Team. Anche su Google Play (il negozio delle app per Android), Meet e Classroom sono in cima. Edmodo, Teams, Zoom, Skype e WeSchool sono nella top 20.

Zone gialle e rosse: i primi esempi

Prima che la chiusura delle scuole fosse estesa, alcuni istituti delle zone più esposte si erano già organizzati. Alcune delle loro esperienze sono state raccolte dal Miur. Al liceo scientifico Oriani di Ravenna, gli studenti seguono le esercitazioni e le lezioni dei professori tramite le app Classroom e Meet. L’Istituto Prealpi di Saronno sta organizzando lezioni tramite Skype e WeSchool, non tanto per avanzare con il programma quanto per organizzare percorsi di recupero. L’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino (cui fa capo anche Vo’, in provincia di Padova) ha avviato lezioni trasmesse in diretta dagli insegnanti. Dal 25 febbraio, i professori dell’Istituto Tosi di Busto Arsizio si collegano ogni mattina con gli studenti.

L’esperienza (prima del coronavirus)

Chi aveva già utilizzato le piattaforme di e-learning senza la costrizione del coronavirus ha deciso di mettere a disposizione la propria esperienza. A Indire (un istituto di ricerca del ministero dell’Istruzione) fanno capo il movimento Avanguardie educative e il progetto Piccole scuole. Il primo ha portato avanti l’idea delle “Flipped Classroom”, cioè delle “classi capovolte”: le lezioni si fanno da casa, con video e risorse digitali. Le aule diventano invece spazi-laboratorio, con un approccio pratico. Piccole scuole aggrega quasi 9 mila istituti e 600 mila studenti, con lezioni e progetti condivisi anche grazie all’uso di videoconferenze. I docenti che appartengono a queste due reti educative hanno dato la propria disponibilità a collaborare con i colleghi che, da un giorno all’altro, si sono ritrovati fare lezioni digitali. Hanno organizzato una serie di webinar gratuiti: corsi che vanno dalla privacy alle lezioni di musica, dalle istruzioni sull’uso delle piattaforme fino agli esempi pratici di didattica. Obiettivo: “Diffondere e condividere buone pratiche a sostegno dei processi d’innovazione per il nostro sistema scolastico”. Qualcuno aveva già capito quanto fossero importanti. Anche senza coronavirus. 

Agi

Lo smartphone ideale se si è costretti in casa dalla quarantena (e non solo)

In tempi di quarantena, di teatri e cinema quasi impraticabili e di luoghi pubblici deserti, lo smartphone diventa un compagno di vita ancora più stretto di quanto non sia stato finora. In molti casi, grazie alle videochiamate, diventa l’unico modo per mantenere i contatti con amici e familiari o per seguire online le lezioni scolastiche e universitarie. In altri uno strumento indispensabile per ammazzare le interminabili ore di noia giocando o guardando una serie in streaming.

 In ognuno di questi casi la qualità del display e del comparto fotografici sono fondamentali e il lancio del nuovo modello di punta Oppo è quantomai tempestivo. Rinviato di due settimane rispetto a quello previsto al Mobile World Congress di Barcellona e ‘celebrato’ rigorosamente in streaming per evitare la concentrazione di centinaia di persone in un luogo chiuso l’evento di presentazione del 5G Find X2 Pro proietta la casa cinese fino a ieri nota per la qualità dei prodotti a costo contenuto nel mondo dei top di gamma con uno smartphone da 1.200 euro.

Il display, si diceva, è pensato per dare la qualità più alta grazie a una frequenza di aggiornamento a 120Hz, supportato da un procesore Snapdragon 865 di Qualcomm. La capacità di ricarica della batteria da 4260 mAh è resa molto veloce dalla ricarica flash SuperVOOC 2.0 da 65 W (più potente di alcune in dotazione ai computer portatili). Lo schermo QHD+ Ultra Vision a 120Hz con 1 miliardo di variazioni di colore ha una risoluzione di 3168*1440, 513 ppi e una riflettività ultra-bassa e una luminosità massima fino a 1200nit. Supporta anche il sistema di protezione oculare adattiva AI che può regolare in modo intelligente la temperatura e la luminosità del colore dello schermo in base al colore dell’ambiente circostante.

“Il display della Serie Find X2 è nitido, fluido e professionale e fissa un nuovo standard per gli smartphone, portando l’interazione mobile e l’esperienza di visualizzazione ad un nuovo livello nell’era del 5G”, ha dichiarato Michael Tran, Head of Strategy & Product Marketing di OPPO Western Europe. Find X2 integra doppi altoparlanti ad alta potenza e Dolby Atmos e riconosce in modo intelligente scenari come musica, film e giochi.

La fotocamera principale da 48MP (obiettivo grandangolare) adotta un sensore custom Sony IMX689 combinato con la doppia tecnologia OIS nativa, l’autofocus All Pixel Omnidirezionale con capacità di raggiungere la messa a fuoco pixel al 100% e zoom ibrido 10x di seconda generazione. 

Oltre a far fronte a un ambiente di rete complesso come 4G, 5G e WiFi, la serie OPPO Find X2 integra la tecnologia OPPO Smart 5G, supporta 5G + 4G a doppio ricevitore, doppia scheda e doppio standby. 

Agi

La relazione tra uomo e robot, secondo Civiltà cattolica

Gunther Anders, discepolo di Heidegger, definiva l’uomo antiquato, obsoleto, perché l’avvento della tecnica ha permesso di svolgere ogni compito molto meglio di quanto lo facesse un umano. Con il digitale si ripropone un interrogativo vecchio con risvolti inediti. Fino a che punto il transumanesimo o postumanesimo permette alla tecnica di modificare la natura dell’uomo? Quali i punti di forza e quali ‘controindicazioni’, se lo chiede in un articolo intitolato “Uomo e macchina: una relazione inedita” che verrà pubblicato a breve su La Civiltà Cattolica, Giovanni Cucci, gesuita, docente di filosofia e psicologia all’Università Gregoriana di Roma e scrittore.

“La polarità che aveva caratterizzato l’era industriale – homo sapiens/homo faber – sarebbe sostituita da una più radicale polarità, tra homo e cyber. Uomo e macchina giungono ad avvicinarsi sempre più, fino a fondersi in un essere ibrido o a porre in atto nuovi tipi di unioni, capaci di superare i limiti posti dall’altro/a”, scrive Cucci.

Fra le molteplici opportunità offerte dalla rivoluzione digitale, si prospetta che le macchine “possano offrire anche un supporto terapeutico, venendo in aiuto alle ataviche difficoltà di comunicazione e relazione dell’essere umano. La consapevolezza di avere a che fare con una macchina priva di emozioni può costituire un vantaggio non secondario, capace di vincere possibili resistenze e chiusure. È il motivo alla base del successo di molte proposte di programmi di psicoterapia informatica”.

L’assenza di giudizio consente di rivelare anche gli aspetti più dolorosi e negativi di sé. E’ questo ad esempio il caso dei pazienti di un centro per alcolisti che intervistati tramite un computer tendevano a riferire un consumo di alcool del 30% superiore a quello riferito dai pazienti intervistati vis-à-vis. Anche i problemi sessuali sono più facili da raccontare a un computer piuttosto che a uno psichiatra. Negli Usa e in Giappone hanno già fatto la loro comparsa i domestici elettronici che forniscono l’opportunità di tenere compagnia agli anziani (e non solo) provvedendo a ogni loro necessità, di giorno e di notte. “Essi sono sempre disponibili ed efficienti, non conoscono le instabilità di umore e i capricci degli umani, sanno essere fedeli, sono obbedienti e non invecchiano; mantengono inalterati canoni di bellezza e armonia tecnicamente perfetti, che invece uomini e donne vedono inesorabilmente sfuggire”.

Alcuni, osserva Cucci, “ipotizzano che ben presto i robot potranno essere un aiuto importante per sopperire alle insoddisfazioni affettive e sessuali di uomini e donne frustrati a motivo della solitudine, delle inibizioni o delle troppe delusioni”.

Delegare a un robot l’ambito delle relazioni “può tuttavia risultare molto rischioso, anzitutto per chi, come i bambini, necessita della dimensione calda dell’attaccamento, propria della corporeità”. La psicologa Sherry Turkle, studiando l’interazione con gli ultimi ritrovati tecnologici, invita a un bilancio critico, rispettoso della complessità, capace soprattutto di ricomprendere possibili vantaggi e costi di tali innovazioni, specie per i più piccoli: “L’attaccamento dei bambini fa capire non solo ciò che offrono i robot, ma anche ciò che manca ai bambini. In questo studio sembra che a molti manchi ciò di cui più hanno bisogno: genitori che si occupino di loro, e la sensazione di essere importanti. I bambini immaginano macchine sociali come supplementi di coloro che mancano nella loro vita; a volte quando le macchine falliscono, è il momento di riconsiderare le perdite passate. Ciò che chiediamo ai robot ci indica ciò di cui abbiamo bisogno”.

Ma qual è il prezzo da pagare? Per la Turkle il rischio è quello di rinunciare alla complessità, un aspetto essenziale della vita, espressione della dimensione più vera e profonda di sé. “Per non soffrire, ci si imprigiona in una tranquillità artificiale, senza mai mettersi in discussione. Sentirsi bene non è la misura di tutte le cose: ci si può sentire bene per motivi sbagliati. E se un compagno robot ci facesse sentire bene, ma togliendoci qualcosa?”. E ancora: “Quale tipo di relazione con le macchine è possibile, auspicabile o etico? Avere una relazione d’amore significa assaporare le sorprese e le difficoltà nel guardare il mondo dalla prospettiva di un’altra persona, plasmata da storia, biologia, traumi e gioie. I computer e i robot non hanno queste esperienze da condividere”.

Agi

La squadra appena nata che ha vinto il campionato italiano di League of Legends

Una striscia di ventitré vittorie consecutive è un bel biglietto da visita da mostrare. Ed è proprio il biglietto con cui si presenta YDN Gamers Asd, la squadra di eSport che sta dominando la stagione italiana di League of Legends, il Moba di Riot Games tra i più utilizzati sulla scena degli sport digitali nel nostro paese e nel mondo.

A rendere ancora più interessante la storia dei Ydn è che, fino a qualche mese fa, questo team neppure esisteva: costruito da poco, il gruppo appena nato ha dominato la fase di qualificazione per i campionati nazionali, segnando un record di dodici vittorie e nessuna sconfitta. E si è poi ripetuto nella stagione regolare dei Pg Nationals, il torneo organizzato in collaborazione con Riot Games in varie nazioni europee e che permette alle squadre migliori di accedere ai master a livello continentale: qui, dopo undici vittorie di fila, la striscia si è infine interrotta quando il primo posto era garantito e con questo l’accesso alle semifinali dei playoff. Evento che, causa emergenza Coronavirus, è stato posticipato a data e località da destinarsi.

“Questa squadra è nata come un’associazione sportiva dilettantistica: attraverso la piattaforma Discord abbiamo fondato una community che nel giro di poco più di un anno è passata da 200 a 2.400 giocatori” spiega Massimiliano Cucchiara, fondatore e Ceo degli Ydn. “Dopo le prime esperienze positive, quest’anno abbiamo deciso di investire in un team competitivo su League of Legends, allenato dal coach Marcello Passuti”. Passuti ha messo insieme una squadra internazionale, composta da due giocatori estoni, uno polacco, uno norvegese e tre italiani: un mix che ha mostrato subito il suo potenziale, con il record di vittorie consecutive.

Finita questa prima fase e in attesa dei playoff, gli obiettivi per i Ydn restano chiari: “Vogliamo consolidare il nostro giovane marchio nella scena italiana e non solo – spiega Cucchiara – Con il nostro lavoro sappiamo di fare il bene di tutta la scena esportiva nazionale, che è in forte crescita ma rimane ancora molto indietro rispetto agli esempi europei con cui dobbiamo andare a confrontarci: ci piace pensare che stiamo dando un contributo”.

L’ultimo rapporto Aesvi sugli esport nel nostro paese ha confermato una crescita importante per il settore, capace adesso di attirare l’attenzione di 350 mila fan su base giornaliera, che diventano oltre 1 milione e duecentomila nell’arco della settimana. Dietro i numeri in crescita e alle tante nuove realtà nate negli ultimi anni, restano però molte criticità. “L’Italia resta indietro da un punto di vista di mentalità, sia da parte delle società che dai player”, conclude Cucchiara.

Uno dei punti più delicati resta, ovviamente, quello dei finanziamenti. La ricerca degli sponsor e la disponibilità degli investitori sono da sempre dei talloni d’Achille per le startup di ogni tipo in Italia e le squadre di eSport non fanno eccezione. Da qui l’idea di Cucchiara e del suo team per diversificare le entrate. “Stiamo lavorando a un documentario a puntate che racconti la storia dei ragazzi che giocano negli Ydn, portando gli spettatori a conoscere la giornata tipo di un gamer tra vita quotidiana, tornei, allenamenti e mostrando il dietro le quinte di questo mondo che appassiona sempre più ragazzi”.

Agi

Quanto inquinano streaming e videogiochi

Il traffico dati si moltiplica, il digitale cresce. Ma “l’impronta ambientale” del settore Ict resta stabile. E in futuro potrebbe ridursi. Lo afferma il rapporto “A quick guide to your digital carbon footprint” di Ericsson che, pur ammettendo quanto sia complicato pesare l’impatto di un intero settore, ha fatto due conti per confermare o smentire alcune convinzioni piuttosto diffuse.

Le emissioni dell’Ict

I dati, prima di tutto: le emissioni dell’Ict lungo l’intero ciclo di produzione e consumo (cioè dalla costruzione dei dispositivi al loro utilizzo fino allo smaltimento) rappresentano l’1,4% di quelle globali. E non crescono in proporzione al consumo. Anzi, non crescono affatto. Tra il 2010 e il 2020, il traffico dati si è decuplicato (superando i 2500 milioni di terabyte), con una crescita verticale negli ultimi cinque anni. L’impronta ambientale dell’Ict, invece, è rimasta stabile.

Nonostante cloud, streaming e smartphone con schermi sempre più grandi. Anche il peso sul consumo elettrico globale sembra tutto sommato contenuto: è il 3,6% del totale, mentre l’Ict vale circa il 6% dell’economia mondiale. Secondo la ricerca non dovrebbero esserci impennate. Anzi. Se l’energia consumata dal settore fosse prodotto interamente da fonti rinnovabili, l’impronta ambientale potrebbe ridursi dell’80% rispetto ai livelli attuali. Chiaro: non è una prospettiva semplice né tantomeno immediata, ma alcuni grandi produttori stanno già andando in questa direzione.

L’impatto dell’intelligenza artificiale

Guardando in prospettiva, l’indagine di Ericsson non si pronuncia sugli effetti che potrebbero avere nuove tecnologie come machine learning e intelligenza artificiale. Lo studio afferma che si tratta di applicazioni ancora troppo giovani per predire un loro impatto a livello energetico. È vero: la capacità di elaborazione che esigono potrebbe generare consumi maggiori. Ma dipenderà dalla scala di utilizzo.

A rendere ancora più complicata la previsione c’è poi un altro fattore: machine learning e intelligenza artificiale hanno un elevato potenziale proprio nella “gestione dei consumi”. Possono infatti individuare fonti di spreco e guidare verso comportamenti più virtuosi. In definitiva, spiega Ericsson, l’impatto non dipenderà dalla tecnologia in sé ma “dal suo utilizzo”.

L’Ict inquina quanto l’aviazione?

Nel 2015, l’impatto ambientale del comparto Ict è stato di circa 730 milioni di tonnellate di CO2-equivalente all’anno, quello dell’aviazione arrivava a 800 milioni di tonnellate. Allora usare lo smartphone inquina quasi quanto volare? Non proprio. I due numeri rappresentano perimetri diversi. Le emissioni dell’Ict riguardano l’intero ciclo di un prodotto e di un servizio. Cioè non solo utilizzo ma anche produzione, distribuzione e smaltimento.

Le tonnellate dell’aviazione si riferiscono invece solo al consumo di carburante dei velivoli. Se si considerasse l’intera filiera, l’impronta ambientale dell’aviazione si moltiplicherebbe. C’è poi un altro elemento: solo il 10% della popolazione mondiale vola. Mentre il 70% ha a che fare con l’Ict. L’impronta ambientale pro-capite (se così si può dire) di un posto a bordo è quindi molto diversa da qualche ora passata online: le emissioni di carbonio di un viaggio transatlantico andata e ritorno sono pari a quelle generate dall’utilizzo di uno smartphone per oltre 50 anni.

Quanto consuma un video in streaming?

Non c’è una sola “impronta” dello streaming. Consumo di elettricità ed emissioni dipendono molto dal dispositivo che si utilizza. È comunque possibile dare dei riferimenti. Lo studio di Ericsson afferma che per raggiungere il consumo annuo di un frigorifero, una famiglia dovrebbe vedere in streaming circa 400 film tramite laptop collegato con un cavo al televisore. Cioè più di uno al giorno. Se si usasse lo smartphone, i film sarebbero 2900.

Confrontando il dispendio energetico con altre attività: guardare un paio d’ore di streaming sul portatile consuma più o meno quanto un’auto elettrica in 600 metri. Per navigare su smartphone per 5 minuti (rete e data center inclusi) serve un centesimo dell’energia che un bollitore elettrico impiega per portare a cento gradi un litro d’acqua.

I videogiochi sono energivori?

Consumo ed emissioni oscillano molto a seconda delle abitudini d’uso. Si parla spesso di quanto possano incidere i videogiocatori. È vero? Sì. Dipende sia dal comportamento degli utenti (i giocatori incalliti passano più tempo davanti a un display), sia dai dispositivi utilizzati (con capacità di elaborazione più elevata e schermi più grandi).

Lo studio di Ericsson ha individuato tre casi tipo, tra i quali sono possibili infinite sfumature. Steve è un grande fruitore di Ict: tiene lo schermo accesso 13 ore al giorno e ne passa 4 a giocare. Sarah è una consumatrice media: utilizza laptop, tablet e smartphone per 6 ore al giorno. Shala invece si limita allo smartphone, per quattro ore al giorno. Quanto inquinano? Per Shala i chili di CO2 equivalente sono appena 44 in un anno, ossia lo 0,6% di quanto produce in un anno. Le abitudini e i dispositivi di Sarah fanno lievitare il conto a 170 kg, pari al 2% delle sue emissioni annue. Steve “il videogiocatore” produce invece 500 kg di CO2-equivalente. Vuol dire che l’Ict costituisce il 7% della sua impronta ambientale complessiva (quindi cinque volte la media dell’intero settore sulle emissioni globali). 

Agi