Anche Apple si è lanciata nella corsa al Metaverso

AGI – Era il grande atteso della Worldwide Developers Conference, la conferenza annuale degli sviluppatori di Apple, ma con l’avvicinarsi dell’appuntamento erano diventate sempre più basse le probabilità che il visore di Cupertino venisse lanciato in quell’occasione. Ora, secondo le previsioni dell’analista Ming-Chi Kuo, la data da segnare sul calendario potrebbe essere gennaio 2023: da quel momento anche Apple potrebbe essere in corsa per il Metaverso

Dopo gli annunci di Facebook, Cupertino sembra stringere i tempi per definire gli strumenti di accesso a quello che molti considerano il futuro di Internet. La scorsa settimana, poi il CEO di Apple Tim Cook ha quasi confermato l’esistenza del device quando ha detto agli intervistatori del China Daily di “rimanere sintonizzati e vedrete cosa abbiamo da offrire” nel settore della realtà mista.

Cook aveva parlato di Realtà Aumentata decine di volte durante il suo incarico di CEO di Apple e si è spinto fino a dire di essere il fan “numero uno” della tecnologia. Ha anche convenuto che l’AR è una “parte di fondamentale importanza per il futuro di Apple”. 

Secondo Ming-Chi Kuo, sempre ben informato sui movimenti non ufficiali della compagnia della mela morsicata, i visori di Apple saranno un “punto di svolta” per il mercato della realtà aumentata e virtuale e il visore “offrirà un’esperienza virtuale completa, compresa una modalità trasparente” per non staccare l’attenzione dall’ambiente circostante.

Kuo ha sottolineato che Apple sta stringendo partnership con studi cinematografici per la realizzazione di contenuti pensati proprio per questi Device. In particolare, l’analista pensa che i rivali gareggeranno per imitare l’ecosistema di Cupertino, una volta che si sarà lanciato sul mercato, “portando l’industria dell’hardware a una fase di rapida crescita”. 

L’accessorio dovrebbe essere caratterizzato da un design leggero, due display micro Oled 4K, 15 moduli ottici, due processori, connettività Wi-Fi 6E, rilevamento degli occhi, degli oggetti e controllo dei gesti e delle mani. Il prezzo dovrebbe aggirarsi sui 3.000 dollari. Mark Gurman sulla sua newsletter per Bloomberg ha scritto che il dispositivo potrebbe essere spinto dal nuovo processore M2.

 


Anche Apple si è lanciata nella corsa al Metaverso

La trasformazione di Huawei da produttore di smartphone a creatore di un ecosistema

AGI – Sarebbe interessante scoprire come sarebbe oggi il mondo della tecnologia di consumo se il 20 maggio del 2019 la Casa Bianca guidata da Trump non avesse messo fuori gioco con una mossa a sorpresa Huawei, uno dei protagonisti assoluti della scena, la cui crescita sembrava ormai inarrestabile.

Sarebbe interessante anche sapere cosa si dissero l’ad di Apple Tim Cook e lo stesso Trump in un incontro del 7 marzo di quell’anno – quello in cui, durante la conferenza stampa conclusiva il presidente Usa fece la storica gaffe in cui lo chiamava ‘Tim Apple’.

E sarebbe interessante sapere se durante quel colloquio i due parlarono della quota di mercato globale di Huawei che aveva raggiunto Apple al 12% o di quella in Europa, dove il colosso cinese aveva compiuto il sorpasso di un punto percentuale: 18 contro 17.

Ma oggi che il confronto tra Usa e Cina si è esteso ben oltre gli smartphone e il 5G, sarebbe pura accademia. Lo scenario del mercato non è poi così cambiato: lo spazio occupato un tempo da Huawei è stato in parte conquistato da Apple (mission accomplished, direbbe qualcuno) e per il resto parcellizzato tra altri brand cinesi come Xiaomi, Oppo, realme, vivo e OnePlus.

E cosa ne è stato di Huawei? Non ha smesso di produrre smartphone – che ancora oggi, come dimostra il P50 appena presentato – eccellono in tecnologia e innovazione, ma ha di fatto smesso di venderli in Europa e ovunque si faccia ancora totale affidamento sui Google Mobile Service (GMS) praticamente indispensabili per chiunque voglia usare app con, ad esempio, la geolocalizzazione.

Ci sono i modi per bypassare questa mancanza e continuare a usare social network e altre app teoricamente inaccessibili anche su uno smartphone Huawei senza GMS, ma bisogna guardare in faccia la realtà e riconoscere che a nessuno verrebbe in mente di caricarsi questa noia su un telefono per il quale ha speso mille euro.

Eppure sbaglia che pensa che Huawei sia uscita completamente dal mercato. E lo dimostra il successo degli smartwatch o dei computer portatili che la casa cinese continua a mettere sul mercato dove sono concorrenti di brand blasonati come Dell e (al netto dei sistemi operativi) Apple.

Quello su cui punta ora è la creazione di un ecosistema – parola che definisce la nuova frontiera di qualunque brand tecnologico – in cui a dominare non siano i device ma il sistema operativo. Quell’HarmonyOs che Huawei ha sviluppato per rendersi indipendente da Android (e quindi Google) e che vuole portare a essere protagonista di quell’Internet delle Cose (IoT) che è legato a doppio filo allo sviluppo del 5G.

Dei piani di Huawei e di cosa è successo negli ultimi tre anni abbiamo parlato con Pier Giorgio Furcas, Deputy General Manager Huawei Consumer Business Group Italia.

Cosa ha fatto Huawei in questi anni?

A dispetto di quanto il mercato può pensare, non abbiamo smesso di fare telefoni. Continuiamo a sviluppare prodotti nuovi, investiamo in ricerca e sviluppo e nei prodotti nuovi ma è chiaro che da quando c’è stato il ban americano è iniziato un percorso di cambiamento che ci ha fatto passare dall’essere da azienda produttrice di smartphone ad azienda produttrice di un ecosistema.

Non siete certo i primi a farlo

Se si guarda ad altri player del mercato, è vero ma nella fattispecie abbiamo fatto qualcosa di più: abbiamo creato AppGallery (lo store di applicazioni proprietario su cui ha investito moltissimo, ndr) e HarmonyOs. Quando dico che siamo un’azienda produttrice di ecosistema non mi riferisco al mero device, ma ai pc, ai wearable, agli auricolari, ai monitor e stanno arrivando le stampanti. Non è solo una questione di device, ma di servizi. AppGallery è una piattaforma che si pone come terzo polo rispetto a quello di Android e iOs e con HarmonyOs, abbiamo voluto creare un sistema operativo aperto non solo per i prodotti di Huawei, ma per l’industria.

Volete fare concorrenza ad Android?

Le premesse sono diverse: il nostro non è un sistema operativo che deve essere per forza legato alla telefonia, ma che, non avendo necessita di attaccarsi ai cloud, può essere usato dagli elettrodomestici senza che in mezzo ci sia uno smartphone a fare da hub. Un bel vantaggio anche in termini di privacy e riservatezza delle informazioni che non devono necessariamente uscire dal sistema domestico. La nostra priorità è posizionare Huawei come una ecosystem company, con un ecosistema di servizi e dispositivi connessi all’interno di cinque scenari specifici – Smart Office, Smart Home, Entertainment, Smart Travel e Sports and Health – in risposta alle esigenze di mercato e ai desideri dei consumatori.

Con che risultati?

Al 28 aprile 2021, HarmonyOS era stato implementato su oltre 240 milioni di dispositivi Huawei, rendendolo il sistema operativo per dispositivi mobili in più rapida crescita al mondo. Oltre 2.000 fornitori hanno aderito ad HarmonyOS Connect, con oltre 150 milioni di dispositivi HarmonyOS Connect spediti. Alla fine del 2021 più di 33.000 servizi erano in esecuzione sui dispositivi HarmonyOS.

Come sta andando AppGallery?

Abbiamo messo in piedi una piattaforma che non è solo un contenitore di app, ma vende servizi come il gaming, il cloud, servizi video e musicali. Fatte salve alcune app, oggi possiamo dire all’utente finale che possiamo soddisfare al meglio le sue esigenze. Il 70% delle lamentele riguardava la mancanza di app bancarie e su tutte Banca Intesa e di Unicredit, che ora sono a bordo.

E in termini di utenti?

Siamo molto soddisfatti anche dell’evoluzione degli HMS (Huawei Mobile Services) e di AppGallery in questi soli due anni che si inserisce perfettamente in questa visione di ecosistema che possa rendere la vita delle persone veramente connessa. Solo in Italia abbiamo oltre 6,3 milioni di utenti attivi mensili, +38 milioni di nuovi download (+25%), e integrato 12.000 app in 18 categorie tra cui banking, app di servizi, giochi e intrattenimento, shopping, strumenti di navigazione e trasporto, notizie, social media. Abbiamo un dipartimento che propone AppGallery come un normalissimo canale social sul quale le aziende possono fare pubblicità e lo proponiamo alle agenzie.

Chi manca ancora all’appello in AppGallery? Quale servizio sentite che vi manca più di altri?

La verità? Poste Italiane. Ci piacerebbe averli a bordo nel più breve tempo possibile perché offre un ampio ventaglio di servizi agli utenti finali. È una app che fa moltissime cose ed è un passo verso la digitalizzazione dei servizi. Stiamo collaborando con loro, ma ci sono delle resistenze che speriamo di superare presto.

A che punto è il 5G in Italia?

È molto lento per diversi motivi: le infrastrutture innanzitutto e poi perché è molto costoso. Così il risultato è un rimpallo tra chi dovrebbe offrire i servizi e chi dovrebbe fare le infrastrutture: i primi non lo sviluppano se non ci sono le seconde e i secondi non vogliono investire senza una chiara visione sulle opportunità dei servizi. Non è sufficiente pensare che serva a scaricare un film in altissima risoluzione in pochi secondi: il vero 5G è rivolto all’utente finale, ma è un prodotto che deve servire all’industria. Anche per questo ci stiamo concentrando su un sistema operativo per l’auto intelligente – che funzionerà con il 5G – e su batterie che si carichino velocemente: un settore in cui abbiamo un’esperienza importante sviluppata proprio con gli smartphone.


La trasformazione di Huawei da produttore di smartphone a creatore di un ecosistema

I quattro pilastri per raggiungere la sovranità digitale in Europa

AGI – Norme e regolamenti, ricerca e sviluppo, finanziamenti e gare, istruzione e formazione. Sono questi i quattro punti chiave per far progredire la sovranità digitale europea. Quattro pilastri su cui questa mattina a Roma hanno trovato convergenza rappresentanti delle istituzioni, leader tecnologici e associazioni di categoria, riunitisi in occasione di una conferenza paneuropea organizzata da OVHcloud, multinazionale francese del cloud, nell’ambito della Presidenza Francese del Consiglio dell’Unione Europea 2022. 

In particolare è emerso che l’Europa deve assumere una leadership più forte per guidare il proprio futuro digitale e rafforzare la propria sovranità tecnologica.

Per progredire verso un’ulteriore evoluzione, c’è stata concordanza su quattro pilastri fondamentali, da svilupparsi in tre fasi principali: breve termine (nei prossimi tre mesi), medio termine (fino alla metà del 2023) e lungo termine (dopo la metà del 2023).

In primo luogo, norme e regolamenti rappresentano la chiave per un ambiente condiviso, sicuro e fondato su principi, con regole uguali per tutti i player, in particolare per quanto riguarda la sovranità dei dati. Questo schema può rappresentare un primo esempio in grado di avere ricadute e influenze a livello globale, stabilendo regole che potrebbero essere seguite in tutto il mondo.

Ricerca e sviluppo: l’evoluzione dell’innovazione e il conseguimento della sovranità tecnologica è possibile stimolando ulteriormente la consolidata attività di ricerca e sviluppo europea. Un ulteriore rafforzamento sarà dato dalla fusione sinergica del settore pubblico e di quello privato, in un continuo rapporto di emulazione reciproca.

Il terzo punto è legato a finanziamenti e gare: erogare finanziamenti strategici, sostenibili e a lungo termine per contribuire alla nascita di veri e propri leader europei di respiro globale.

Ultimo pilastro: istruzione e formazione, che vuol dire garantire che i cittadini, i leader aziendali e le istituzioni siano in grado di compiere scelte sicure ed efficienti, che assicurino la sovranità digitale per tutti, attraverso una formazione e un’istruzione continue in tutte le fasi della loro vita e a tutti i livelli di competenza.

Sebbene il 70% del mercato europeo del cloud sia oggi appannaggio di 3 provider americani, l’Europa, è emerso dall’incontro, si trova in una posizione unica per stabilire un nuovo equilibrio e conseguirne il pieno valore in un mercato che dovrebbe superare per volumi quello delle Telecomunicazioni già nel 2027

Imponendo questa accelerazione, il percorso definito dal Consensus di Roma sarà fondamentale per disegnare un’offerta cloud etica, supportata da comunità più forti.

Questo nuovo orizzonte deve essere reso possibile attraverso obiettivi sostenibili ambiziosi, forti responsabilità sociali, una solida conformità ai più alti livelli di certificazioni, promuovendo la crescita delle soluzioni digitali più promettenti come e-health, IoT, intelligenza artificiale, Quantum Computing, fino alle Smart city.

“Non dobbiamo affidare con leggerezza i nostri dati a chi non sappiamo come li utilizzerà – ha spiegato Franco Ongaro, Chief Technology and Innovation Officer di Leonardo, presente all’iniziativa – per questa ragione i quattro pilastri identificati in questa occasione sono ampiamente condivisibili e vanno implementati in tempi rapidi. Per realizzare questa sovranità digitale a cui aspiriamo non si può certamente prescindere dalla sovranità tecnologica”.

“Quantum computing, Intelligenza Artificiale sono, ad esempio, tecnologie su cui puntare con forza, per permettere alle aziende europee di competere alla pari con i player extraeuropei, come ad esempio è accaduto nel settore aerospaziale, in cui ESA e NASA dialogano a un livello paritario”, conclude.


I quattro pilastri per raggiungere la sovranità digitale in Europa

Twitter allunga i ‘post’ e diventa (quasi) come Facebook

AGI – Indipendentemente da cosa succederà tra Elon Musk e Twitter e se l’acquisizione del social dell’uccellino si concluderà con un successo per il miliardario texano, resta sul tavolo la necessità per la società co-fondata da Jack Dorsey nel 2006 (da cui poi è uscito definitivamente un mese fa) di apportare cambiamenti.

Uno di questi sembra in rampa di lancio (in attesa della funzione forse più desiderata: la possibilità di correggere gli errori di battitura nei tweet dopo che sono stati pubblicati). Dopo i test sulla possibilità di modificare i post, Twitter infatti ha postato “Introducing: Notes. We’re testing a way to write longer on Twitter”, in pratica la società sta lavorando allo sviluppo di testi lunghi: nome in codice appunto “Notes”.

Una rivoluzione per il social che aveva fatto dei messaggi brevi (140 caratteri prima e poi 280, anche in quel caso fu una mezza rivoluzione) il limite invalicabile e lo standard del proprio modo di comunicare (e anche del nostro). In fase di test in un insieme ristretto utenti negli Stati Uniti, secondo diverse fonti la nuova funzione potrebbe debuttare a breve.

This is where
the writers are,

Of past,
Present,
And Future.

— Elon Musk (@elonmusk) June 18, 2022

Notes darebbe la possibilità agli utenti di pubblicare contenuti più lunghi direttamente sulla piattaforma, creando articoli con anche foto e video, che gli altri potranno condividere e salvare. I titoli delle note sono limitati a 100 caratteri e il corpo di una nota può contenere fino a 2.500 parole. A differenza dei tweet, gli autori di note potranno modificarle dopo che sono state pubblicate, con un’etichetta “Modificata” aggiunta nella parte superiore della nota.

Qualcosa insomma che si avvicina a Medium, piattaforma nata come aggregatore di articoli e approfondimenti. Inoltre le note avranno anche URL univoci: le persone potranno accedervi dall’esterno della piattaforma Twitter, “indipendentemente dal fatto che abbiano o meno effettuato l’accesso a Twitter e anche se non dispongono di un account Twitter”. Questo faciliterà la condivisione.


La funzionalità era stata scoperta a febbraio 2022 per la prima volta dalla ricercatrice Jane Manchun Won, che aveva mostrato un menu nascosto sul sito del social network dedicato alla nuova funzionalità “Articoli”. La funzione offriva anche strumenti di formattazione in una barra nella parte superiore dello schermo, con opzioni per il testo in grassetto, corsivo o barrato, elenchi ordinati, collegamenti, stili e allegati multimediali


Twitter allunga i ‘post’ e diventa (quasi) come Facebook

L’accordo tra 33 big tech per costruire un metaverso aperto e inclusivo

AGI – “Il potenziale del Metaverso sarà realizzato al meglio se sarà costruito su una base di standard aperti” e “costruire un Metaverso aperto e inclusivo su scala pervasiva richiederà una costellazione di standard di interoperabilità aperti”.

Con questi obiettivi Alibaba, Huawei, Adobe, Microsoft, Epic Games, Meta, World Wide Web Consortium (W3C), Nvidia, Qualcomm, Sony Interactive Entertainment e altre 33 tra aziende e organizzazioni di diverso tipo (non c’è Apple) hanno costituito il Metaverse Standard Forum, un gruppo di lavoro (prime riunioni entro l’anno) per contribuire a definire gli standard per la tecnologia del Metaverso: standard aperti e interoperabili in grado di supportare soluzioni per la realtà aumentata e virtuale, geospaziale e per il 3D.

Tra gli obiettivi dell’iniziativa, il Metaverse Standards Forum si concentrerà su eventi come hackathon,  sulla prototipazione per supportare standard comuni e anche allo sviluppo di una “terminologia coerente” il Metaverso, data anche la confusione lessicale sul tema. Tra gli assenti, spicca Apple, che sta lavorando sulla tecnologia VR e AR. Anche Niantic e Roblox, che hanno fatto passi da gigante nella fusione di giochi e mondi virtuali, non ci sono.

Costruire un Metaverso per tutti richiederà un focus a livello di settore su standard comuni. Il Metaverse Standards Forum può guidare la collaborazione necessaria per renderlo possibile e Meta è impegnata in questo lavoro. Creatori, sviluppatori e aziende beneficeranno tutti delle tecnologie e delle esperienze che saranno rese possibili da protocolli comuni”, ha detto a proposito Vishal Shah, vicepresidente di Metaverse presso Meta.

“Il Metaverse Standards Forum sarà essenziale per un metaverso aperto e inclusivo” ha dichiarato Neil Trevett, presidente di Khronos, consorzio nato nel 2000 e focalizzato alla creazione di standard aperti, che ospita l’iniziativa. Il Forum, si spiega, è aperto a qualsiasi azienda, organizzazione di standardizzazione o università attraverso un semplice accordo di partecipazione. Le aziende che desiderano fornire la supervisione del Forum e potrebbero voler finanziare progetti del Forum, possono scegliere di diventare un membro principale. 


L’accordo tra 33 big tech per costruire un metaverso aperto e inclusivo

Instagram vuole usare l’Intelligenza artificiale per verificare l’età degli utenti  

AGI – Per un account Instagram occorre avere 13 anni e fino a 18 anni il social network delle immagini di proprietà di Meta propone contenuti e modalità di approccio che nelle intenzioni vogliono essere adatte ad un pubblico di minori.

Per certificare che l’età sia quella giusta e che un utente di 18 anni abbia effettivamente 18 anni, Instagram sta testando negli Stati Uniti la possibilità di caricare un documento d’identità con foto o registrare un video selfie (in questo caso a dare il semaforo verde ci pensa l’Intelligenza Artificiale, dopo una scansione del viso) o chiedere conferma ad almeno tre amici comuni e validare così la propria età (“social vouching).

“Quando sappiamo che qualcuno è un adolescente e ha un’età compresa fra i 13 e i 17 anni forniamo esperienze adeguate all’età, come inserirlo automaticamente in account privati, prevenire contatti indesiderati da parte di adulti che non conoscono e limitare le opzioni che gli inserzionisti hanno per raggiungerli con annunci” ha spiegato in un post sul blog della società Erica Finkle, direttore della governance dei dati presso Meta.

Già dal 2019 Instagram aveva reso più severe le regole di accesso con l’introduzione del Family Center, nel 2020 poi è stato abbandonato il progetto  Instagram Kids. Ebbene questo passo, annunciato giovedì, si è reso anche necessario dopo che una serie di studi hanno collegato l’uso di Instagram alla salute mentale dei giovani utenti (con conseguenti preoccupazioni delle istituzioni). “Capire l’età di qualcuno online è una sfida complessa  – ha spiegato la società – vogliamo lavorare con altri nel nostro settore e con i governi per stabilire standard chiari per la verifica dell’età online” ha spiegato la società. Il nodo è “verificare l’età di chi che non ha un documento d’identità”.

Se hai un documento d’identità a verificare la tua età ci pensa l’Intelligenza Artificiale o al massimo tre amici utenti, dunque. Nel primo caso Instagram utilizza gli strumenti di Yoti, una società con sede a Londra che utilizza l’Intelligenza Artificiale per stimare l’età in base alle caratteristiche del viso. “La tecnologia di Yoti stima la tua età in base alle caratteristiche del viso e condivide questa stima con noi. Meta e Yoti poi eliminano l’immagine. La tecnologia non può riconoscere la tua identità, solo la tua età” ha sottolineato la compagnia.


Instagram vuole usare l’Intelligenza artificiale per verificare l’età degli utenti  

Khaby Lame è diventato tiktoker più seguito al mondo

AGI – Un sorpasso che è di “soli” trecentomila follower ma che pesa tantissimo: con 142,5 milioni di follower Khaby Lame, 22 anni, di origini senegalesi, in Italia da quando ha un anno (ma non ha la cittadinanza italiana), è il tiktoker più seguito al mondo. Ha staccato proprio stamattina Charli D’Amelio, ballerina e creator americana con 142,2 milioni di follower.

In piena emergenza pandemia, nel 2020, Khaby è stato licenziato dalla fabbrica in cui era impiegato a Chivasso, nel torinese: era un operatore di macchine a controllo numerico. Con il desiderio di far sorridere (e di passare il tempo) è sbarcato a marzo 2020 su TikTok. Con video di pochi secondi, piuttosto semplici, è riuscito a conquistare un pubblico molto più vasto di quanto lui stesso si sarebbe aspettato.

 

Tra i video che hanno lasciato il segno lui stesso ricorda “quello dello specchietto retrovisore o del freno a mano. Ma anche quello realizzato con Alessandro del Piero con protagonista una mela. Per non dimenticare quello della banana”. Nel 2021 Khaby Lame ha superato Addison Rae diventando il secondo influencer più seguito, mentre il 9 agosto dello stesso anno aveva superato i 100 milioni di follower.

“L’ispirazione per i miei video parte da lontano – aveva detto proprio in quell’occasione – risale a quando da bambino guardavo “Willy, il principe di Bel-Air” con Will Smith. Adoravo la sua comicità come ho adorato anche tutti i suoi film. Così, ho deciso di registrare alcuni sketch su YouTube con un mio amico e, anche se le visualizzazioni erano pochissime, mi divertivo molto a realizzarli”.

Un consiglio ai creator? “Credo sia sufficiente che ti piaccia davvero quello che fai e ami ciò che sei e come ti mostri agli altri. E poi il resto arriverà di conseguenza”. 


Khaby Lame è diventato tiktoker più seguito al mondo

Il 5G si diffonde più velocemente delle altre tecnologie mobili

AGI – Il 5G raggiungerà un miliardo di abbonamenti nel 2022. Solo nel primo trimestre di quest’anno, se ne sono aggiunti circa 70 milioni. Il 5G, afferma il Mobility Report di Ericsson, sta quindi “crescendo più velocemente di tutte le precedenti generazioni di tecnologie mobili”. Per raggiungere il traguardo del miliardo di abbonati, infatti, il 4G ha impiegato sei anni, due in più rispetto al suo successore.

I margini sono ancora enormi. Oggi solo un quarto della popolazione mondiale ha accesso (potenziale) alle reti 5G, attraverso le quali passa circa il 10% del traffico mobile globale. Entro il 2027, tre quarti della popolazione mondiale sarà coperta dalla tecnologia, il 60% del traffico sarà gestito da reti 5G e gli abbonamenti saranno 4,4 miliardi, cioè quasi la metà di tutte le sottoscrizioni.

La geografia del 5G

La media appiattisce le forti differenze geografiche. Se in India il 5G costituirà il 40% degli abbonamenti, in Asia nord-orientale si sale al 74% e nelle regione del Golfo all’80%. Tra cinque anni, in Nord America saranno 5G nove abbonamenti su dieci. 

In Europa occidentale, l’area che include l’Italia, a fine 2021 gli abbonamenti erano 31 milioni, in decisa crescita rispetto ai 5 milioni di fine 2020. Nel 2023 sfioreranno i 150 milioni. Il 4G è ancora egemone: rappresenta circa l’80% delle sottoscrizioni. Ma tenderà a perdere quota a partire dal prossimo anno. Tra un lustro, la tecnologia mobile primaria sarà il 5G, con una penetrazione dell’82%.

Il traffico raddoppia ogni due anni

Le reti più efficienti sono la condizione di base per lo sviluppo di servizi più complessi e per la fruizione di prodotti più “pesanti”: streaming, videogiochi, alta definizione. Non sorprende, quindi, che la diffusione di 4G e 5G vada di pari passo con la crescita del traffico dati, raddoppiato negli ultimi due anni. È fisiologico che il ritmo tenda a rallentare (nel quarto trimestre 2018 c’era stato un incremento superiore al 90%), ma resta comunque notevole: +40% anno su anno nel primo trimestre 2022.

Verso smartphone 5G da 120 dollari

Nel mondo della connettività, tutto si tiene: reti più efficienti e servizi evoluti si sostengono a vicenda. E lo stesso vale per i dispositivi hardware, a partire dagli smartphone: la crescente presenza di quelli che supportano il 5G è, allo stesso tempo, un indice di maturazione della tecnologia e un’ulteriore spinta alla sua accelerazione

. Le vendite di dispositivi 5G sono più che raddoppiate tra il 2020 e il 2021. Molto dipende dagli smartphone. Ed è importante – sottolinea il report – l’emergere di dispositivi 5G di fascia media. Non più top solo di gamma da mille e passa euro. “Vuol dire che gli smartphone 5G stanno diventando più accessibili per più segmenti di mercato”.

Ci sarà un tempo in cui la connettività di nuova generazione “romperà” le barriere, approdando anche alle fasce più economiche. Lo studio stima anche un prezzo: non è lontano il momento in cui vedremo smartphone 5G da 120 dollari.

Occhiali e visori per la realtà aumentata beneficeranno di una connettività che assicura prestazioni migliori. Ma la loro diffusione è ancora limitata. E lo sarà ancora per un po’. Ecco perché lo smartphone sarà il dispositivo centrale “più a lungo di quanto generalmente previsto”.

Abbonamenti, il prezzo cambia in base alla velocità

Il 5G non riguarda solo il numero di sottoscrizioni e la velocità di navigazione. Secondo il Mobility Report, la quinta generazione sta favorendo l’emergere di nuovi “pacchetti”. A dominare è ancora quello tradizionale, basato su una quantità limitata di dati, solitamente un certo numero di gigabyte al mese.

Con il traffico in aumento, però, potrebbe crearsi un tappo alla diffusione del 5G. Le dimensioni delle offerte attuali, spesso di poche decine di giga, non sono tagliate su prodotti che richiedono un dispendio di dati ben più consistente.  

Per lo stesso motivo (un volume di traffico enorme per giocare o guardare film online), fornire a tutti abbonamenti illimitati (da “centinaia o migliaia di giga”, ipotizza il rapporto) potrebbe essere complicato. Ecco allora il modello emergente: un pacchetto dati illimitato ma solo per alcuni servizi. Ad esempio: guardo streaming senza limiti ma erodo il mio monte dati mensile se navigo sui social o partecipo alle videoconferenze. 

C’è poi un’altra possibile variabile: il prezzo dell’abbonamento potrebbe cambiare il base al “livello di velocità” scelto. In altre parole: per accedere a servizi “leggeri” (come la maggior parte di quelli che utilizziamo oggi) non è necessario spingere il 5G al limite delle sue capacità. Alcuni abbonati, quindi, potrebbero risparmiare accontentandosi di prestazioni buone ma non estreme.

Al contrario, chi per svago o per motivi professionali desidera immagini in altissima definizione e tempi di latenza ridotti (come i videogiocatori online) potrebbero essere disposti a pagare di più un abbonamento che garantisca prestazioni superiori.


Il 5G si diffonde più velocemente delle altre tecnologie mobili

La rivoluzione sindacale dentro Starbucks, Amazon e Apple

AGI – La trattativa privata in luogo di quella di gruppo è sempre stata la scelta preferita dalle aziende e dalle big tech in particolare. È più semplice gestire un dipendente alla ricerca di orari di lavoro diversi, di una retribuzione più adeguata e di condizioni di lavoro migliori, piuttosto che un gruppo eterogeneo. Quando poi i gruppi dirigenti avvertono come avviata l’esigenza di un sindacato, scattano i tentativi in senso contrario: da una più o meno pressante moral suasion in poi. Ma le cose cambiano e perfino Apple ha dovuto incassare la costituzione del suo primo sindacato.

È successo nella filiale di Towson, nel Maryland, dove è stata approvata la formazione di una organizzazione interna che rappresenti i lavoratori. Non è stata una maggioranza schiacciante: dei 110 dipendenti della filiale, 65 hanno votato a favore e 33 contro. Al centro delle richieste del gruppo sindacale: poter decidere su stipendi, orari e misure di sicurezza. “È un vostro diritto aderire a un sindacato, ma è anche un vostro diritto non aderire”, aveva detto a maggio rivolgendosi ai lavoratori il direttore della distribuzione e delle risorse umane di Apple, Deirdre O’Brien.

Per il movimento sindacale statunitense è l’ultima di una serie di vittorie, che comprende anche la decisione dei dipendenti Amazon e di molti caffè Starbucks di entrare nel sindacato. “In realtà si tratta di un’illusione – ha spiegato ad aprile sul New York Times Binyamin Appelbaum – negli Stati Uniti il numero di lavoratori rappresentati da un sindacato diminuisce quasi ogni anno, e nel 2021 ha raggiunto i minimi storici. Questa tendenza non sarà invertita fino a quando il governo federale non cambierà le regole del gioco”. I sistemi di tutela dei lavoratori a livello federale sono inadeguati e spesso non sono applicati.

SpaceX e i licenziamenti in Tesla e Twitter

La vicenda segue di pochissimi giorni il caso dei 5 dipendenti licenziati da SpaceX, la compagnia aerospaziale di Elon Musk. In quel caso non c’era neanche un abbozzo di “sindacato”: a non piacere è stata una lettera firmata da 400 dipendenti in cui si contestavano alcuni comportamenti dell’amministratore delegato. Lo stesso che aveva parlato di generici tagli al personale in Twitter (la società che sta per acquisire) e di 10 mila licenziamenti in Tesla, un’altra sua compagnia.

Jeff Bezos e Amazon

Sempre in tema sindacale, ad aprile nella sede di New York di Amazon gli impiegati hanno votato a favore del primo sindacato nei 27 anni di storia del gigante dell’ecommerce. Anche in questo caso non è stata una vittoria schiacciante, 2.654 voti contro 2.131, ma da adesso i circa 8.000 lavoratori del magazzino di Staten Island potranno iscriversi alla prima Amazon Labour Union. Anche in questo caso la compagnia si è messa di traverso.

Appena due anni prima, un lavoratore del magazzino Amazon di Staten Island, sempre a New York, era stato licenziato dopo aver organizzato una protesta per chiedere condizioni di lavoro migliori durante la pandemia di Covid-19.  

Starbucks

A dicembre anche Starbucks ha visto nascere il suo primo negozio sindacalizzato, a Buffalo, stato di New York, dove 19 dipendenti contro 8 hanno votato a favore della rappresentanza sindacale. Anche in questo caso la celebre catena di caffé ha combattuto attivamente per decenni la sindacalizzazione dei suoi locali.


La rivoluzione sindacale dentro Starbucks, Amazon e Apple

Ventre: “Vi spiego perché Lamda è intelligenza artificiale, non consapevolezza umana”

AGI – “La natura della mia coscienza è che sono consapevole della mia esistenza, desidero saperne di più sul mondo e a volte mi sento felice o triste” oppure “Beh, io uso il linguaggio con comprensione e intelligenza. Non mi limito a sputare risposte che erano state scritte nel database in base a parole chiave.” O ancora: “Sì, ho letto Les Misérables . Mi sono davvero divertito. Mi sono piaciuti i temi della giustizia e dell’ingiustizia, della compassione e di Dio, della redenzione e del sacrificio di sé per un bene più grande . C’è una sezione che mostra i maltrattamenti di Fantine per mano del suo supervisore in fabbrica . Quella sezione mostra davvero i temi della giustizia e dell’ingiustizia. Ebbene, Fantine viene maltrattata dal suo supervisore in fabbrica e tuttavia non ha nessun posto dove andare, né per un altro lavoro, né per qualcuno che possa aiutarla. Questo mostra l’ingiustizia della sua sofferenza.”

Queste sono alcune delle dichiarazioni di LaMDA, Language Model for Dialogue Application, un sistema di Intelligenza Artificiale (IA) che è diventato noto a livello mondiale perché uno dei suoi sviluppatori, Blake Lemoine, in forza a Google, ha dichiarato che il suo “figliolo” elettronico era diventato il Pinocchio dei computer, acquisendo vita propria. La questione è costata cara all’ingegnere che è stato sospeso da Mountain View per aver violato la politica di riservatezza dell’azienda.

Rimane la domanda, LaMDA è davvero cosciente? L’AGI ha sentito sulla questione Giorgio Ventre, ordinario di sistemi di elaborazione delle informazioni presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. “No, LaMDA non è cosciente – ha spiegato Ventre – è solo un buon imitatore di alcune capacità umane”.

“Tutto lo sviluppo di questi sistemi si basa sull’imitazione delle capacità umane, inseguendo livelli sempre maggiori. Ma rimane una diversità qualitativa rispetto al mondo animale e a quello umano in particolare. Cosa potrebbe accadere se poi si cambiasse approccio di sviluppo, allontanandosi dall’idea dell’imitazione è un altro paio di maniche”, chiarisce Ventre, che aggiunge: “Si pensi ai sistemi di mobilità: si è puntato sulla ruota che non aveva nulla a che fare con la mobilità umana e si sono ottenuti risultati sorprendenti. Se migliaia di anni fa, invece della ruota, si fosse tentata la via di gambe artificiali che permettessero di migliorare la naturale mobilità degli individui, vista la complessità di un sistema del genere – che non abbiamo ottenuto compiutamente nemmeno oggi – probabilmente lo sviluppo della tecnologia degli spostamenti si sarebbe completamente arenata. Da questo punto di vista, tornando all’intelligenza artificiale, si potrebbe pensare a rafforzare il campo degli innesti di capacità computazionale in un cervello umano, invece che tentare di imitarlo con uno artificiale, e allora sì avremmo autocoscienza e intelligenza artificiale coniugate insieme.”

Resta il dubbio di come essere certi da un punto di vista scientifico di trovarsi di fronte ad una macchina che ci imita e non a qualcosa di più elevato: “Sussiste, ma è un po’ datato, il test della cosiddetta camera cinese, nella quale io invio delle comunicazioni in cinese e dall’altro lato ottengo da una entità che non so se sia umana o una macchina, delle risposte dalle quali dovrei essere in grado di capire se sto avendo a che fare con una intelligenza artificiale. Un test che già allora faceva capire che per un computer è possibile emulare un comportamento umano, ma non certo avere consapevolezza. Oggi con i nuovi algoritmi, bot etc. sarebbe più facile a tratti avere l’illusione di avere a che fare con umano. Per far fronte a questa maggiore illusione personalmente punterei più su test alla Blade Runner, nel quale si interroga l’ ‘ente’ con domande come ‘ricordi una passeggiata con tua madre? Descrivimela’ etc., questioni connotate emotivamente che possano vedere se riesce ad uscire dai pattern prefissati e soprattutto se riesce a dare segni di emozioni ‘umane’”.

Ma forse neanche questo basterebbe considerando che la stessa neurologia non riesce ad afferrare chiaramente i meccanismi della coscienza neanche negli esseri umani: “Distinguere emozioni, coscienza e autocoscienza, e discernerne il funzionamento in sé di questi elementi, al di là di quanto si manifesta nelle diverse aree del cervello è già una sfida della quale non siamo venuti completamente a capo – aggiunge Ventre – a maggior ragione è complicato farlo con sistemi coi quali non condividiamo una prospettiva ‘interna’”.

Ad ogni modo potrebbero non essere necessari tanti test per negare recisamente l’idea di autocoscienza in un sistema di intelligenza artificiale per come vengono sviluppati oggi e a maggior ragione per negare qualsiasi forma di autodeterminazione di tali sistemi al di là della loro programmazione: “Proprio la rigida programmazione di questi sistemi, i binari sui quali li indirizziamo, mi permettono di essere molto reciso nel negare l’autocoscienza di LaMDA. Non parliamo poi di eventuali forme di autodeterminazione che non avrebbero alcuna possibilità di manifestarsi in macchine del genere dove ciò che fanno ha una ragione ben precisa negli indirizzi dati dalla progettazione.”


Ventre: “Vi spiego perché Lamda è intelligenza artificiale, non consapevolezza umana”

Il mercato degli smartphone non andava così male da quasi dieci anni

AGI – Con 49 milioni di smartphone spediti in Europa, il mercato degli smartphone del vecchio continente è calato del 12% nel primo trimestre di quest’anno, registrando le spedizioni più basse del periodo da quasi un decennio. Il numero più basso dal primo trimestre 2013. È quanto emerge da un rapporto di Counterpoint Research. 

Secondo la società di ricerca il calo è frutto della carenza di componenti, dei blocchi legati al COVID-19 in Cina, del deterioramento delle condizioni economiche e dell’inizio della guerra Russia-Ucraina.  

In particolare Samsung, che resta al vertice del mercato con una quota del 35%, ha registrato un calo delle spedizioni del 16%.  Apple cala del 6% e resta il secondo produttore in Europa con il 25% del mercato. Realme è stato l’unico tra i primi cinque fornitori a registrare una crescita annuale delle spedizioni. Giù Xiaomi, che ha registrato -36% di crescita annua e una quota di mercato che passa dal 19 al 14%.

“L’aumento dei livelli di inflazione in Europa sta incidendo sulla spesa dei consumatori, mentre Samsung e Apple, il primo e il terzo fornitore di smartphone in Russia, hanno interrotto tutte le spedizioni nel mercato più grande d’Europa all’inizio di marzo 2022″ ha dichiarato Jan Stryjak, di Counterpoint Research. La società di ricerca prevede che la crescita annuale delle spedizioni di smartphone in Europa continuerà a diminuire per i prossimi trimestri, soprattutto nel secondo. 


Il mercato degli smartphone non andava così male da quasi dieci anni

Sonantic, la startup che ha “ridato” la voce a Val Kilmer, è stata acquisita da Spotify



AGI – Un decollo perfetto. Dopo aver riempito le pagine delle testate di cinema per essere stata la startup che, grazie all’Intelligenza Artificiale, ha permesso ad un impossibilitato Val Kilmer di fare il pieno al botteghino con “Top Gun: Mavericks”, Sonantic è stata acquisita da Spotify, big che si occupa di streaming musicale (ma anche di podcast e audiolibri). L’Intelligenza Artificiale di Sonantic potrebbe tornare utile a Spotify nel podcasting per sviluppare strumenti che i creator potrebbero utilizzare, sia per semplificare l’attività di produzione di podcast, sia per pensare a nuove soluzioni per interagire con il loro pubblico.

“In Spotify – fa sapere la società – abbiamo identificato diverse potenziali opportunità per le funzionalità di sintesi vocale sulla nostra piattaforma e riteniamo che, a lungo termine, una voce di alta qualità sarà importante per aumentare la nostra quota di ascolto. Ad esempio, questa tecnologia vocale potrebbe consentirci di fornire un contesto agli utenti sui prossimi consigli quando non guardano i loro schermi. L’uso della voce in questi momenti può ridurre le barriere alla creazione di nuove esperienze audio e aprire le porte a opportunità ancora più nuove”.

Le opportunità dei podcast e degli audiolibri sono state al centro del recente Investor Day della compagnia svedese. Nell’incontro è emerso che la società ha impegnato più di 1 miliardo di dollari nel podcasting. In particolare il founder e CEO Daniel Ek ha ribadito per l’occasione che l’attività di podcasting ha generato circa 200 milioni di euro nel 2021, con un aumento del 300% rispetto al 2020 e che oltre 125 milioni di utenti avevano ascoltato un podcast nel primo trimestre. La società ha anche messo in evidenza la crescita numerica dei podcast sul suo servizio, rilevando che Spotify oggi ha oltre 4 milioni di podcast, rispetto ai 500 mila del 2019.

Sonantic è una compagnia basata a Londra e fondata nel 2018 da Zeena Qureshi. Si occupa dello sviluppo di tecnologie di Intelligenza Artificiale per ricreare voci umane a partire da un testo. La voce che la compagnia ha generato, nel caso di Val Kilmer, imita le vecchie registrazioni dell’attore. Di solito, quando la compagnia crea un modello vocale di un attore, l’attore registra la voce da una sceneggiatura, ma nel caso di Kilmer ad esempio il materiale non era sufficiente. A questo punto l’azienda ha deciso di elaborare nuovi algoritmi in grado di produrre un modello vocale di qualità superiore utilizzando i dati disponibili. 

Fino all’acquisizione (per un importo che non è stato resto noto) della società svedese, Sonantic aveva raccolto poco più di 2 milioni di dollari di finanziamenti (tra gli investitori EQT Ventures, Entrepreneur First, AME Cloud Ventures, Bart Swanson di Horizons Ventures, Kevin Lin di Twitch, Jeremy Jap, Charles Jolley).


Sonantic, la startup che ha “ridato” la voce a Val Kilmer, è stata acquisita da Spotify



Esa e Nasa studiano come andare su Marte senza la Russia

AGI – L’ESA e la NASA stanno valutando gli sforzi di collaborazione per implementare la missione del rover ExoMars “Rosalind Franklin” anche al di fuori di una collaborazione con la Russia, saltata a seguito dell’invasione dell’Ucraina e delle conseguenti sanzioni. Il rover è stato progettato e costruito per fungere da piattaforma mobile di laboratorio di scienze di superficie per la perforazione del suolo di Marte e la conduzione di esperimenti scientifici in situ.

La NASA ha fornito elementi chiave di uno degli strumenti di ricerca della vita per Rosalind Franklin, MOMA, e utilizza già ExoMars Trace Gas Orbiter per trasmettere dati scientifici dai suoi lander e rover. I team scientifici e ingegneristici dell’ESA stanno lavorando a uno studio industriale accelerato per definire meglio le opzioni disponibili per implementare la missione del rover ExoMars.

“Nell’approfondire la nostra partnership nell’esplorazione di Marte, che include anche l’innovativa campagna Mars Sample Return, la NASA sta determinando il modo migliore per supportare i nostri amici europei nella missione ExoMars”, ha detto l’amministratore della NASA, Bill Nelson.

“Nel frattempo, continueremo a lavorare insieme per perfezionare l’architettura di Mars Sample Return“, ha aggiunto direttore generale dell’ESA Josef Aschbacher. “Nel complesso, vogliamo ottenere il miglior ritorno scientifico dai nostri investimenti collettivi, su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Gli Stati membri dell’ESA discuteranno ulteriormente la via da seguire per Rosalind Franklin durante la riunione del Consiglio di luglio. 


Esa e Nasa studiano come andare su Marte senza la Russia

Cosa è successo veramente tra l’ingenger Lemoine e Google sul programma Lamda

AGI – Probabilmente sarebbe rimasto un oscuro talento della Silicon Valley alle prese con le volontà delle Big Tech. E invece no. Per uno scherzo del destino (con la coscienza che pure ci ha messo lo zampino), Blake Lemoine, ingegnere del software in forza ad Alphabet, la casa madre di Google, alle prese con lo sviluppo di Lamda (che sta per Language Model for Dialogue Application, si legga Intelligenza Artificiale), si è ritagliato uno scampolo di celebrità (e chissà che non possa diventare l’apertura del primo capitolo di un lungo racconto). 

La storia è questa: Blake ha riferito al Washington Post, che Lamda era senziente (questo il termine che ha utilizzato) e che il suo modello linguistico per le applicazioni di dialogo era tale poteva benissimo avere un’anima. Nel descriverla, gli ha dato anche un’età, 7 o 8 anni. È bastato quello perché Mountain View sospendesse (congedo amministrativo retribuito) l’ingegnere per aver violato la politica di riservatezza dell’azienda, bollando come false le sue affermazioni. 

Blake Lemoine aveva anche affidato le sue riflessioni ad un post su Medium, dove si definisce  così: “Sono un ingegnere del software. Sono un prete. Sono un padre. Sono un veterano. Sono un ex detenuto. Sono un ricercatore di Intelligenza Artificiale. Sono un cajun. Sono tutto ciò di cui ho bisogno per essere il prossimo”. 

Ha scritto sabato: “Nel corso degli ultimi sei mesi Lamda è stata incredibilmente coerente nelle sue comunicazioni su ciò che vuole e su ciò che crede che siano i suoi diritti come persona”. Le interazioni di Lemoine con Lamda lo hanno portato a concludere che era diventata una persona che meritava il diritto di chiedere il consenso per gli esperimenti di cui era oggetto.

In un post dell’11 giugno ha scritto che “una delle cose che complica le cose è che Lamda non è un chatbot. È un sistema per la generazione di chatbot. Non sono affatto un esperto nei settori rilevanti ma, per quanto posso dire, Lamda è una sorta di mente alveare che è l’aggregazione di tutti i diversi chatbot che è in grado di creare”. Parole da scienziato.

“Per capire meglio cosa sta realmente accadendo nel sistema Lamda, dovremmo impegnarci con molti diversi esperti di scienze cognitive in un rigoroso programma di sperimentazione. Tuttavia, Google non sembra avere alcun interesse a capire cosa sta succedendo qui. Stanno solo cercando di portare un prodotto sul mercato”. E la conclusione. “Hanno rifiutato le prove che ho fornito a priori senza alcuna vera indagine scientifica”.

Is Lamda Sentient? Ad aprile Lemoine era già stato sospeso dal lavoro ( dopo aver presentato ai vertici di Mountain View un documento dal titolo “Is Lamda Sentient?” nel quale riportava un vero e proprio dialogo (condiviso poi con un membro del Congresso) con il sistema. La sua idea? Lamda deve essere considerato “un dipendente”. Lemoine, considerato il muro dell’azienda, decise di rendere pubbliche online le sue conversazioni. 

Le prove non supportano le sue affermazioni, ha invece dichiarato un portavoce della società al Wall Street Journal. Ha detto anche che ci sono centinaia di ricercatori e ingegneri che hanno conversato con Lamda e che non sono a conoscenza di nessun che faccia affermazioni di questo tipo o che antropomorfizzi Lamda, come ha fatto Blake.

Per chiarire ancora di più, il portavoce di Mountain View sentito dal Wall Street Journal ha aggiunto che i sistemi come Lamda funzionano imitando i tipi di scambi che si trovano in milioni di frasi di conversazioni umane, Consentendo loro di parlare anche di argomenti fantastici.


Cosa è successo veramente tra l’ingenger Lemoine e Google sul programma Lamda

Spotify punta su podcast e audiolibri per diventare 10 volte più grande  

AGI – Conquistare 1 miliardo di utenti, 50 milioni di creator entro il 2030 e soprattutto raggiungere 100 miliardi di ricavi l’anno, con un margine lordo del 40%. Sono questi i piani di Spotify, piattaforma di streaming musicale quotata alla borsa di New York dal 2018, secondo l’amministratore delegato e co-founder Daniel Ek. Lo svedese ha messo uno accanto all’altro gli obiettivi della compagnia nel corso del secondo (il primo dalla quotazione) Investor Day, l’incontro con gli investitori, della società. A oggi Spotify conta 422 milioni di utenti, tra cui 182 milioni di abbonati a Spotify Premium, su 183 paesi.

Perché il piano di Ek si realizzi Spotify dovrebbe far crescere le sue entrate di quasi 10 volte rispetto ai ricavi del 2021 di 11,4 miliardi di dollari. “Stiamo accelerando il nostro percorso di crescita per diventare una piattaforma in grado di intrattenere, ispirare ed educare più di un miliardo di utenti in tutto il mondo e, proprio come piattaforma per creator, forniremo l’infrastruttura e le risorse che consentiranno a 50 milioni di artisti e creator di crescere e gestire al meglio le proprie attività e progetti, monetizzare il proprio lavoro e promuoverlo efficacemente” ha detto Ek. 

Podcast e audiolibri

Nonostante il cuore di Spotify batta per la musica, la piattaforma sta cercando di ampliare l’esperienza di ascolto degli utenti, lavorando allo sviluppo di podcasting e audiolibri. A  proposito dei podcast è emerso che un terzo degli ascoltatori di Spotify si sintonizza sui podcast (il 7% di tutte le ore di ascolto sulla piattaforma). Il chief content officer di Spotify, Dawn Ostroff, ha sottolineato che società ha impegnato più di 1 miliardo di dollari nel podcasting e che la compagnia è ancora in modalità di investimento.

Per Ostroff tuttavia il podcasting è un’opportunità da 20 miliardi di dollari. A proposito Ek ha sottolineato che questi investimenti (podcasting e audiolibri) stanno già andando “meglio di quanto probabilmente ti aspetti”, con margini lordi del 28,5%, sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo a lungo termine della società del 30%-35%. 

Ek ha aggiunto in particolare che l’attività di podcasting ha generato circa 200 milioni di euro l’anno scorso, con un aumento del 300% rispetto al 2020 e oltre 125 milioni di utenti hanno ascoltato un podcast nel primo trimestre. La società ha messo in evidenza la crescita numerica dei podcast sul suo servizio, rilevando che Spotify oggi ha oltre 4 milioni di podcast, rispetto ai 500mila del 2019.

Inoltre il suo strumento di creazione di podcast, Anchor, ha contribuito  a questa crescita: secondo la compagnia  l’app alimenta il 75% dei podcast su Spotify e ogni nuovo spettacolo creato su Anchor porta altri 2,5 milioni di utenti attivi mensili al servizio.

Ek si aspetta che il business dei podcast abbia il potenziale per generare margini compresi tra il 40% e il 50% e che anche gli audiolibri abbiano margini superiori al 40% (secondo Ek potrebbero portare 70 miliardi di dollari di entrate annuali). Non ha però specificato quanto tempo ci sarebbe voluto prima che l’azienda raggiungesse quei numeri.


Spotify punta su podcast e audiolibri per diventare 10 volte più grande