Lo stilista dell’anno è Pierpaolo Piccioli, il direttore creativo di Valentino  

AGI – Pierpaolo Piccioli, direttore creativo di Valentino, ha vinto il premio come stilista dell’anno ai Fashion Awards 2022 sulla base della valutazione di una giuria internazionale composta da 1.000 esperti del settore.

Il premio è stato consegnato dall’attore Florence Pugh, vestito di tutto punto secondo le regole del marchio italiano per eventi su tappeto rosso e per una cerimonia costellata di stelle alla Royal Albert Hall di Londra. Erano presenti Tilda Swinton, Elizabeth Debicki, Golda Rosheuvel, Emma Corrin, Burna Boy, Sam Smith, Paris Jackson e Ashley Graham e Bella Hadid, che però ha partecipato in videocollegamento.

Per Piccioli è il secondo premio in questione, il precedente se l’è aggiudicato nel 2018. Del resto i risultati non mancano, Nel 2021 le vendite della casa di moda sono aumentate del 41%. 

Ha registrato entrate per 1,36 miliardi di euro (1,17 miliardi di sterline), il 3% in più rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019. A Piccioli, scrive il Guardian, viene ampiamente riconosciuta la crescita della domanda, “soprattutto tra la Gen Z, una fascia demografica molto ambita dal mercato del lusso”. Piccioli, per altro, quest’anno s’è anche distinto per aver collaborato con Pantone a creare una speciale tonalità di moda quest’anno, il “Pink PP”, disseminato su tutti gli oggetti, “dalle borse in miniatura agli abiti couture, ispirando infinite iterazioni high street”.

Tra gli altri destinatari di riconoscimenti della serata ci sono stati la stessa Bella Hadid, che ha vinto il premio come modella dell’anno, e Grace Wales Bonner, fondatrice del marchio Wales Bonner, che ha ricevuto il premio Independent British Brand.

Ma non è finita qui: il designer Raf Simons, l’attivista per la disabilità Sinéad Burke e l’ex direttore creativo di Gucci appena rimosso, Alessandro Michele, sono stati giudicati tra le 15 figure del settore premiate per esser stati gli artefici nella formazione dei leader del cambiamento.


Lo stilista dell’anno è Pierpaolo Piccioli, il direttore creativo di Valentino  

Le ricette vintage di B. Dylan Hollis che spopolano su TikTok

AGI – È vero, non c’è nulla di più inedito di ciò che è già edito. Sembra essersi ispirato a questa filosofia B. Dylan Hollis, 27 anni, che è diventato una star da 9 milioni di follower che spopola su TikTok con la sua “cucina vintage”, attinta da ricettari e talismani che risalgono al XX secolo, dopo aver collezionato nei mercatini di libri ben 340 titoli di diverso genere culinario. Con fornelli e forno lui non inventa nulla ma riproduce, a modo suo. E racconta le ricette dal vivo tra battute e smorfie.

Se nel corso della pandemia le persone si sono buttate a fare il pane coltivando il lievito madre, lui s’è gettato sulle finte torte di mele dell’era della Depressione (1929) e spaghetti in stile anni ’60 e su ricette ispirate a “periodi contrassegnati da penuria, guerra e generi alimentari trasformati”, spiega il Washington Post, che descrive così Hollis: “Non aveva mai cucinato seriamente prima della pandemia, Nato e cresciuto alle Bermuda, Hollis si è trasferito nel 2014 per frequentare il college a Laramie, nel Wyoming, dove ha studiato jazz da big band degli anni ’40 e ha guidato una classica Cadillac del 1963”.

Ma “all’inizio della pandemia, ha iniziato a pubblicare cortometraggi divertenti su TikTok sul Wyoming e il jazz, soprattutto per evitare la noia” fino a quando “ha scoperto le sue prime ricette vintage e ne è rimasto folgorato” cucinando un pane nel modo in cui veniva cucinato nel 1932 “con tutta la penuria di ingredienti che caratterizzava quel momento storico”. Anche se i suoi risultati non sono masi garantiti, chiosa il quotidiano. Un tipo originale.

Che sia una torta al maiale o un pane al burro di arachidi, le sue ricette alla fine hanno sempre tutte un grande punto interrogativo. Ma alla fine, quando è il momento di assaggiare il pane, la sua faccia sempre scettica si rilassa in un sorriso soddisfatto ed esclama: “Ecco perché cucino”. Tra bruciori allo stomaco e piaceri nostalgici, più spesso i suoi fan sono d’accordo con lui.


Le ricette vintage di B. Dylan Hollis che spopolano su TikTok

Chanel aprirà in Galleria a Milano, pagando più di 2,3 milioni di affitto

AGI – Chanel si aggiudica per un canone annuo di 2 milioni e 350mila euro la concessione di un negozio da 188 metri quadri in Galleria Vittorio Emanuele II. Lo spazio, ora ad insegna Tod’s, è stato oggetto di un’asta ad incanto che si è svolta oggi nella sede comunale di via Larga a Milano.

Sei i marchi del lusso che hanno partecipato al bando, pubblicato da Palazzo Marino a luglio e chiuso a settembre, e che oggi si sono contesi, con 31 rilanci non inferiori ai 50mila euro, lo spazio disposto su tre piani (terra, interrato e ammezzato) con ingresso, doppia vetrina e affaccio in Galleria.

Chanel, con la sua offerta finale, ha più che quadruplicato il valore di 545mila euro posto a base d’asta. Il nuovo negozio aprirà nella porzione maggiore dei locali attualmente occupati dal marchio di Diego Della Valle, in scadenza di contratto.

Per la nuova concessione d’uso, infatti, il Demanio ha diviso in due lotti l’ampio negozio di Tod’s fra l’Ottagono e via Silvio Pellico. La porzione minore, oggetto di un secondo bando con aggiudicazione all’offerta economicamente più vantaggiosa, è stata assegnata a Damiani, che per 126 metri quadri fra piano terra e interrato, con due vetrine in Galleria all’angolo con via Silvio Pellico, ha offerto 365mila euro.

“Il Comune di Milano – osserva l’assessore al Patrimonio Emmanuel Conte – ha cominciato a utilizzare lo strumento dell’asta all’incanto per i locali di pregio in Galleria nel 2019, primo fra gli enti pubblici in Italia, grazie al lavoro degli uffici della Direzione Demanio e del mio predecessore, Roberto Tasca. Dopo i successi degli inizi e due anni di pandemia, i rialzi di oggi confermano come nuove forme di valorizzazione del patrimonio possano portare benefici a tutta la città. La Galleria resta luogo unico e ricercato, capace di esprimere un valore di promozione commerciale che va oltre la pura redditivita’ e che cresce in prossimità dell’Ottagono. Senza rinunciare a tutelare la sua identità storica e culturale e la presenza delle botteghe storiche, la Galleria può continuare ad essere uno strumento finanziario per sostenere i servizi ai cittadini, soprattutto in un momento in cui i bisogni sono in significativa crescita”. 


Chanel aprirà in Galleria a Milano, pagando più di 2,3 milioni di affitto

Nelle aziende cresce l’impiego del “buono benessere” per i dipendenti

AGI – Servono misure ingegnose per aiutare le palestre (e le piscine) a sopravvivere a questo periodo buio. Lo hanno chiesto in questi giorni le associazioni del settore al governo. Molti rischiano di chiudere per i costi troppo alti e la stagione è appena cominciata.

Un supporto, già durante la pandemia, è arrivato da iniziative private. Come quella dell’azienda tutta italiana, Fitprime, che gestisce programmi di wellbeing per molte corporate italiane come Eni, Accenture, Luxottica e per molte PMI italiane fornendo servizi legati al benessere ad oltre 250.000 dipendenti in Italia.

“Fitprime è riuscita a coinvolgere una parte di utenza che non siamo mai riusciti a raggiungere prima”, spiega Andrea Pambianchi, presidente di Ciwas (Confederazione italiana wellness e attività sportive) oltre che proprietario di palestre. Fitprime, infatti, offre alle aziende la possibilità di affidarsi a un unico provider per offrire ai loro dipendenti la possibilità di accedere a migliaia di centri sportivi sparsi per tutta Italia.

“Fitprime ha portato utenti nuovi che forse non si sarebbe avvicinati mai a una palestra”, evidenzia Pambianchi. E lo ha fatto intercettando un bisogno prima inespresso: la volontà delle aziende di offrire ai dipendenti una sorta di “bonus benessere”, anziché il solo e tradizionale buono pasto.

Una via per fidelizzare ancora di più il lavoratore, oltre che a promuovere il suo benessere e, di conseguenza, anche la sua produttività. “C’è un grande interesse da parte delle aziende verso servizi che offrono benessere ai propri dipendenti”, conferma Matteo Musa ceo di Fitprime. “Ci si è resi conto che il benessere fisico e mentale dei propri dipendenti fa bene all’azienda e alla sua produttività”, aggiunge.

Fitprime ha di recente raggiunto un nuovo record, arrivando a quota 3mila centri sportivi attivi nel proprio network. Nel 2022 l’azienda chiuderà con una crescita di business del 215% rispetto al 2021. I suoi servizi sono a disposizione di 300.000 dipendenti e l’implementazione di programmi di Wellbeing l’ha portata a gestire più di 70 grandi aziende con dipendenti dislocati in tutta Italia.

Con Fitprime, inoltre, gli utenti hanno la possibilità di usufruire di migliaia di corsi “virtuali” che consentono, ad esempio, di fare yoga o di seguire un corso di mindfulness in ufficio durante la pausa pranzo. Un’opportunità straordinaria in lockdown e ora per chi non ha molto tempo da dedicare al benessere.

“Il nostro obiettivo è quello di aiutare le aziende a soddisfare il bisogno di benessere e lo facciamo ogni giorno aggiornando continuamente l’offerta dei nostri servizi dedicati al benessere inteso a 360 gradi, dall’attività fisica alla consulenza nutrizionale e psicologica”, sottolinea Musa.

“In questo modo ci sono ricadute positive anche per i centri sportivi che entrano nel nostro network. Più utenti significano più abbonamenti e, di conseguenza, una maggiore capacità di resistenza in un momento di grave crisi per tutto il settore”, aggiunge. “I vantaggi sono molteplici, perchè se da si aiutano i dipendenti ad affrontare parzialmente o integralmente la spesa in benessere fisico e mentale, dall’altra il contributo dell’azienda è deducibile dall’IRES e quindi conveniente. Insomma ‘una win-win situation’ per le palestre, per le aziende e soprattutto per i dipendenti”, conclude Musa. 

 


Nelle aziende cresce l’impiego del “buono benessere” per i dipendenti

L’arte perduta del riposo: un saggio francese spiega l’ossessione del fare

AGI – Tutto va veloce. E la pigrizia, oggi, “è quasi un peccato mortale”, scrive il Paìs nel trattare il saggio del francese Alain Corbin che ha pubblicato “Histoire du repos” (Storia del riposo). Vince ed è idolatrato chi è sempre occupato, al punto tale che termini come “riposo, pensione sono spesso considerati come assurdi”.

Scrive il Paìs che, approfittando dell’isolamento dovuto alla pandemia, Corbin ha scritto un saggio con cui invita a vivere in modo diverso il rapporto con la fatica e il tempo. Secondo lui, dire “ho bisogno di riposare” è formulare un desiderio, un sentimento tanto certo quanto elementare. Ma anche no, perché “l’ozio ha sostituito il riposo”. E “in uno scenario in cui più di 40 milioni di persone nel mondo (a modo loro privilegiate) hanno lasciato il lavoro lo scorso anno”, fenomeno conosciuta come la Grande Dimissione, le persone si sono rese conto improvvisamente che avrebbero potuto “trovare modi migliori per guadagnarsi da vivere o anche non guadagnarsi da vivere del tutto”. Per cosa poi?

Osserva il Paìs: lavorare oggi ed essere anche un capo “non è la stessa cosa che averlo fatto o esserlo stato negli anni Novanta”. E poco importa se viviamo in un momento di stress permanente in cui termini come ‘riposo’ o ‘riposare’ sono stati cancellati dalla nostra mente, poco importa se nel 2021 la rivista scientifica Environment International ha stabilito che il lavoro eccessivo è il principale fattore di malattia professionale, responsabile d’un terzo delle malattie professionali. 

O che un’altra indagine dell’Oms e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) abbia evidenziato che “ogni anno 750 mila persone muoiono di malattia coronarica ischemica e ictus “a causa di lunghe ore di lavoro”, il che evidenzia che oggi muoiono più persone per lavoro eccessivo che per malaria.

L’obiettivo di Corbin è comprendere la distanza che va dai tempi in cui il riposo si identificava con la salute — stato di eternità felice — al grande secolo del riposo, che si estende tra l’ultimo terzo dell’Ottocento e metà del Novecento, l’allegoria delle spiagge, il riposo terapeutico, le ferie retribuite percepite come tempo utile a riscattare le fatiche del lavoro. Ma cosa è successo nel passaggio? 

“La rivoluzione industriale”, spiega Corbin, che assicura che l’attuale ossessione per il bisogno di riposo “appare con l’arrivo delle fabbriche” che hanno reso “sottile l’alternanza lavoro-riposo” ed è “con il lavoro eccessivo, quello che Corbin chiama ‘surmenage’, che si stabilisce il riposo legale, e compaiono nuovi concetti come ‘tempo libero’, ‘relax’, ‘concentrazione’ o ‘disconnessione’, e a loro volta le scienze dello spirito. Del riposo come bene naturale”.

In sintesi: “Se la rivoluzione industriale ha portato la riduzione dei periodi di riposo e l’intensificazione della fatica, tra le classi privilegiate il progresso ha portato la possibilità di un riposo strettamente legato al tempo libero, alla coltivazione dell’io oltre il semplice recupero delle forze, a quello che oggi chiamiamo tempo personale e che rimanda al significato originario di riposo”. Che “non è ozio, ma sdraiarsi sull’erba sotto gli alberi in un giorno d’estate, ascoltare il mormorio dell’acqua o guardare le nuvole fluttuare nel cielo azzurro”. 


L’arte perduta del riposo: un saggio francese spiega l’ossessione del fare

Pagare le bollette e mettere in ordine la casa: rinviare produce stress

AGI – Procrastinare le scadenze come, per esempio, il semplice pagamento delle bollette produce disordine. E il disordine crea a sua volta altro disordine in una catena senza fine, che influenza la vita di ciascuno. Così, parafrasando Milan Kundera, il New York Times titola un articolo sull’argomento in questo modo: “L’insostenibile pesantezza del disordine”.

Già, perché uno studio pubblicato su Current Psychology ha messo in relazione e trovato uno stretto legame tra il procrastinare le proprie azioni, rinviarle, e i problemi di disordine, confusione organizzativa in tutte le fasce d’età. Anzi, con un rapporto direttamente proporzionale tra l’aumento dell’età e il disordine. Ciò che può avere un impatto negativo sul benessere mentale, creando invece un forte disagio in ciascuno.

Mentre un secondo studio, che però risale addirittura al 2010, apparso su The Journal of Personality and Social Psychology ha esaminato le coppie sposate a doppio reddito che vivono nell’area di Los Angeles che avevano almeno un figlio in età scolare a casa: il risultato è stato che “le mogli che percepivano di avere una casa disordinata” o che necessitava di lavoro per essere riordinata “tendevano ad avere livelli aumentati di cortisolo” durante il giorno mentre coloro che non si sentivano in disordine, che nello studio includeva la maggior parte degli uomini, “avevano livelli di cortisolo che tendevano a diminuire durante il giorno”.

Il cortisolo, per chi non lo conoscesse, è un ormone prodotto dalle ghiandole surrenali, più precisamente dalla zona fascicolata della loro porzione corticale, ed è un ormone di tipo steroideo, derivante cioè dal colesterolo. Motivo per cui le donne che nello studio di ricerca hanno descritto la loro casa come ingombra o bisognose di sistemata “hanno iniziato la giornata stressate e sono rimaste vieppiù stressate”.

Lo stesso vale per gli uomini: in termini di livelli di cortisolo, “gli uomini che facevano più lavori domestici la sera avevano la stessa probabilità di aumentare i livelli di cortisolo alla fine della giornata rispetto alle donne”. Il punto o la differenza, se si vuole, annota a questo proposito il Times, consiste solo nel fatto che alla fin fine “non sono tanti gli uomini che dedicano tanto tempo ai lavori domestici quanto le loro mogli”.

Certo, più cose si possiedono in casa maggiore è il rischio che il disordine imperversi. Quindi una possibile soluzione è quella “di fare uno sforzo consapevole per acquistare meno oggetti”, anche perché spesso la maggior parte di ciò che accumuliamo dentro le mura domestiche in realtà non ci serve in quanto scambiano i nostri desideri per bisogni sollecitati da mille condizionamenti. Non ultima quella della pubblicità.


Pagare le bollette e mettere in ordine la casa: rinviare produce stress

Vacanze di Natale in ville o casali, ecco l’ultima tendenza last minute

AGI – Villeggiare in villa. Magari a Capodanno, per cominciare a farci l’abitudine. Anche se i segnali di un avvio di tendenza non mancano, specie in vista delle prossime quanto imminenti vacanze natalizie, tra un mese o poco più.

Si stanno proponendo sempre più sul mercato immobiliare ville e casali di pregio, visto che i rispettivi proprietari hanno deciso di aprirle all’affitto breve anche fronteggiare il caro bollette e i tanti rincari dell’ultimo periodo.

La tendenza dice che tra chi sceglie di passare le festività natalizie in una dimora “da sogno”, la permanenza media “si attesta su 5 notti a soggiorno con prenotazioni che coinvolgono in media 12 persone per vere e proprie “reunion familiari”, anche se non mancano i gruppi delle coppie e quelli dei giovani che vogliono evadere specie nei giorni di transizione d’anno.

Secondo le prime rilevazioni di settore, gli italiani sarebbero in cima alla lista di quanti scelgono questa soluzione turistica: 38% dei residenti al Nord, 50% al Centro, 12% al Sud. Lazio e Lombardia sono le principali regioni di provenienza mentre le mete preferite puntano su Toscana, Umbria e Liguria. Il motivo di vacanze comuni in villa o nei casali? “Voglia di condivisione”, tra comfort rassicuranti come un camino a legna, ampi saloni e soggiorni attrezzati con ludici come sale biliardo, calciobalilla, spa.  

“La villa sta diventando sempre di più la destinazione e il luogo ideale dove costruire ricordi unici, quelli legati alle festività del Natale o Capodanno”, commenta Giammarco Bisogno, Fondatore e Ceo di Emma Villas srl. “Si tratta di strutture con standard qualitativi alti: campi da tennis, aree benessere, sale hobby, a disposizione esclusiva del gruppo di ospiti e che consentono di accogliere famiglie o piccoli gruppi nella massima sicurezza e privacy. Ecco perché queste tipologie di residenze sono sempre più scelte come luogo dove trascorrere le vacanze. Un trend positivo già registrato quest’estate, malgrado le preoccupazioni dovute ai rincari”.

Se si pensa che nel solo ponte di Ognissanti – quattro giorni uno di seguito all’altro – si sono spostati 10 milioni e 535 mila connazionali, ben di più saranno quelli che si spostano tra Santo Stefano e l’1 gennaio, specie dopo un’estate in cui s’è riscontrato un raddoppio delle prenotazioni totali di ville e casali di pregio sul 2021, si fa notare.

Si tratta di un mercato della “vacanza breve” per il quale potrebbe optare una gran parte degli italiani che si sta organizzando tra Natale e Capodanno: per questo periodo, infatti, almeno un 80% delle prenotazioni proviene proprio dall’Italia e, stando alle prime proiezioni, 4 turisti su 5 sono proprio italiani.

Ma quanto potrebbe costare una vacanza simie? Si calcola che l’affitto d’una villa o d’una tenuta di pregio per le festività può aggirarsi sui 3.400 euro, un costo che si fa più accessibile se suddiviso tra più ospiti, a seconda dei posti letto disponibili. Ma in genere per un budget che oscilla tra i 250 e i 500 euro a persona.

Tendenza dell’ultima ora per soggiorni brevi, cotti e mangiati.


Vacanze di Natale in ville o casali, ecco l’ultima tendenza last minute

Come comportarsi in situazioni di ogni… genere

AGI – C’è ancora posto per il galateo nella società contemporanea? Per Samuele Briatore, presidente dell’Accademia Italiana Galateo, coordinatore del Master in cerimoniale, galateo ed eventi istituzionali e assegnista di ricerca presso Sapienza Università di Roma, oltre che saggista, attivista e ideatore dei progetti di inclusione “Distretto X” per il Comune di Milano, la risposta è: assolutamente sì, ma con una bella mano di tinta arcobaleno.

Briatore, infatti, torna ora in libreria con un nuovo libro – dopo ‘Le regole delle buone maniere’, ‘Come usare le parole giuste’, ‘Il galateo del cuore’ – che aggiorna il galateo in una direzione assolutamente inedita: ‘Il nuovo galateo di genere’ (Newton Compton Editori, 10 euro, 288 pagine) raccoglie tutta una serie di riflessioni, informazioni e consigli per confrontarsi con i cambiamenti della nostra società e delle sue prassi.

Dalle occasioni più formali, come cerimonie o incontri di lavoro, ai momenti più leggeri, come cene o cocktail party “arcobaleno”, offre spunti preziosi per capire come mettere a proprio agio ogni ospite, che sia una persona LGBTQIA+ o etero/cisgender. Ma sono affrontate qui anche situazioni quotidiane e finora poco discusse nei manuali di galateo, eppure sempre più centrali, dalla medicina all’istruzione e fino al Pride.

Ma a cosa serve oggi un manuale di galateo e perché farne uno specificamente per il mondo LGBTQIA+? Ci sono dritte anche per le persone eterosessuali?

“Questo Galateo non parla solo del mondo LGBTQIA+, ma è un testo che coinvolge tutti, che parla di genere a 360 gradi, di maschilismo, di galanteria, di femminile e delle nuove esigenze che emergono. A mio avviso, è questo che la contemporaneità chiede a chi si occupa di galateo: raccontare i cambiamenti della società e offrire gli strumenti per padroneggiarli e, nei limiti del possibile, indirizzarli. In questo libro si parla  di storia del maschile e femminile attraverso il galateo, per capire dove stiamo andando sapendo da dove abbiamo iniziato, perché non c’è futuro senza passato. Poi ci sono le parole. Parole per dire e non dire, parole per capire e parole per connettere. Parole per creare il mondo e per renderlo un posto migliore, per chi parla e per chi ascolta”.

D’altronde, il galateo, come il linguaggio, attraverso le regole che detta riflette ciò che è in essere nella società e, quando quest’ultima cambia, si fa sentire anche la necessità di elaborare nuovi codici condivisi. Ma quella di Briatore non è solo teoria o una riflessione generica sul tema, anzi: l’autore offre piuttosto indicazioni pratiche per gestire in maniera piacevole per tutte e tutti ogni genere di circostanza. Prendiamo una situazione comune: gli appuntamenti. D’altronde, stanno cambiando anche per le coppie etero. Viene da chiedersi, per esempio, chi invita, e come? Chi paga? C’è spazio per le buone maniere anche a letto? “A letto tutto è lecito quando è consensuale” – spiega l’autore – “il sesso è un atto totalmente libero che non dovrebbe essere soggetto mai a giudizio. Il conto lo paga sempre chi invita, indipendentemente dal sesso, così come il menù senza prezzo, non viene offerto sempre alla donna ma deve essere offerto, se richiesto, all’ospite indipendentemente dal genere. Quella del conto è soprattutto una questione uomo/donna dove un retaggio culturale forse un po’ polveroso gioca su stereotipi e non risponde alle nuove esigenze”.

Ma ci sono anche tante situazioni che gli inesperti non necessariamente associano al galateo. Il mondo del lavoro, per esempio, o, ancora, social network e dating online. Il galateo può venirci in soccorso per navigare anche queste occasioni a testa alta? “Il galateo sul lavoro è ampissimo ma possiamo riassumerlo in una  regola fondamentale: non è concessa ogni galanteria di genere e le persone saranno appellate come meglio desiderano. Quindi si ha il pieno diritto a voler essere chiamate ministre, sindache, avvocate, architette ecc. Per quanto riguarda la vita online, esiste la “netiquette”, termine che nasce dall’unione della parola net, “rete”, ed etiquette, “etichetta/galateo”, e viene utilizzata per definire l’insieme di regole di comportamento corretto ed educato da tenere sul web. Si tratta di buone maniere del mondo virtuale nel senso più ampio del termine. Riferendoci alla netiquette, infatti, parliamo di galateo della parola da intendere come etica, giustizia e rispetto verso il prossimo nelle conversazioni online. Ogni canale ha o dovrebbe avere la sua netiquette, così come ogni gruppo o pagina social, soprattutto se in quello specifico ‘ambiente virtuale’ si affrontano temi sensibili e vulnerabili rispetto all’odio e alla violenza verbale”.

In ‘Il galateo di genere’ ce n’è per tutti. La chiave di lettura delle varie occasioni prese in esame, comunque resta il genere. Un tema sempre più centrale nell’attualità e nei dibattiti che coinvolgono l’opinione pubblica, trasversale a vari ambiti, dalla cultura pop, ai diritti civili, alla salute e alla giustizia.

Eppure ancora molti hanno difficoltà a cogliere i termini del discorso, e per questo Samuele Briatore viene in aiuto, mettendo a disposizione dei lettori non solo un glossario e una panoramica sul tema, ma anche offrendo strumenti pratici ed empatici per favorire il reciproco riconoscimento fra le parti.

Per esempio, cosa bisogna sapere per le occasioni in cui sono presenti persone LGBTQIA+? Come comportarsi di fronte a un coming out? “Usiamo tante parole spesso con leggerezza, poniamo domande poco opportune e ci lasciamo andare a considerazioni spesso sgradevoli. Il coming out è un momento importante di affermazione della propria identità che porta con sé gioia, sollievo e orgoglio. Quando una persona decide di fare coming out con noi, ascoltiamo, ringraziamo per la fiducia e non cadiamo in frasi banali e sciocche come: ‘l’ho sempre saputo’, ‘Ma sei sicuro’, ‘da quanto tempo lo sai’, ‘ho un amic* da presentarti’”.

Matrimoni e famiglia sono un vero e proprio campo di battaglia per le persone LGBTQIA+. Come ci aiuta il galateo a viverle meglio? “Il coming out in famiglia può assumere diverse forme: c’è chi si confessa a cuore aperto, chi si ritrova a dover rispondere in modo secco a una domanda secca, c’è chi si racconta tramite la scrittura, con una mail o un messaggio, e chi non sente affatto il bisogno di rivelarsi ma parla della propria sessualità o identità di genere senza dare peso alla questione. Non importa la strada, l’importante è la meta: quella di una famiglia unita e in armonia che si comprende e si supporta nelle difficoltà. Il modo di reagire e rispondere, però, può fare la differenza. Non sempre la scoperta arriva come un fulmine a ciel sereno, anzi ci sono genitori che sanno da sempre che quel momento arriverà, altri per i quali l’effetto della dichiarazione può essere abbastanza traumatico. Con gli amici e le amiche di Agedo, l’associazione di genitori e amici di persone LGBTQIA+, abbiamo discusso del percorso emotivo che un genitore percorre e quali sono le diverse tappe, sempre più liberatorie, che passano dall’accettazione fino a giungere alla condivisione e all’azione”.

Il nuovo galateo di genere traccia una mappa delle configurazioni che assume il genere nelle società contemporanee e allo stesso tempo propone una guida per attraversarle in maniera aperta, accogliente e soprattutto all’insegna del rispetto e della reciprocità. Il galateo, d’altronde, nasce come specchio e bussola del contesto sociale che lo produce, e quello di Samuele Briatore è un galateo plurale, uno strumento quotidiano di riflessione e supporto per chi desidera confrontarsi con le occasioni che gli si presentano senza automatismi, pregiudizi o ipocrisie.


Come comportarsi in situazioni di ogni… genere

Le muse di Emma Summerton nel nuovo Calendario Pirelli

AGI – Lo stile onirico di Emma Summerton segna il Calendario Pirelli 2023. Presentata a Milano nel museo di arte contemporanea Pirelli HangarBicocca “Love Letters to the Muse”, la 49esima edizione di The Cal™ è stata dedicata dalla fotografa australiana alle sue muse, cioè alle tante donne che, nella sua ricerca di ispirazione, l’hanno guidata nei percorsi e nelle scelte come artista e come persona.

Dalla prima edizione del 1964 a oggi, Emma Summerton è la quinta donna a firmare il Calendario dopo Sarah Moon nel 1972, Joyce Tenenson nel 1989, Inez Van Lamsveerde (del duo Inez and Vinoodh) nel 2007 e Annie Leibovitz nel 2000 e nel 2016. Emma Summerton ha fotografato per quasi tutte le testate di Vogue, raggiungendo il traguardo delle 50 copertine nel 2022.

Quest’anno è la stessa Emma Summerton ad aver curato anche la regia, insieme al regista Carlo Alberto Orecchia, del video di presentazione del Calendario Pirelli 2023. “Per il Calendario ho voluto tornare alla radice etimologica della parola musa. Musa originariamente rappresentava non solo la fonte di ispirazione, ma anche chi possedeva talento nella letteratura, le scienze e le arti”, ha spiegato Emma Summerton dicendosi “affascinata dalle donne che realizzano cose straordinarie e creative, donne che mi hanno ispirato lungo tutta la mia carriera e lungo tutta la mia vita, a partire da mia madre. Persone dalle quali ho imparato molto: scrittrici, fotografe, poetesse, attrici e registe. La mia idea, quindi, è stata quella di celebrare queste donne straordinarie e di creare un mondo in cui rappresentarle”.

Il Calendario Pirelli 2023 raccoglie 28 scatti di 14 modelle ritratte con lo stile onirico che distingue il lavoro di Emma Summerton. La loro scelta non è stata casuale. Ognuna di loro, infatti, presenta delle affinità con la Musa che è stata chiamata a rappresentare sui set realizzati tra Londra e New York per lo shooting avvenuto tra giugno e luglio.

“Nei miei scatti il confine tra il ruolo che le modelle interpretano e quello che realmente sono non è definito e il tutto si fonde in immagini che evocano il realismo magico”, spiega la fotografa. Così, ad esempio, troviamo Guinevere Van Seenus, che oltre a essere una top model è nella realtà anche una fotografa; Lauren Wasser, modella ma anche atleta; Ashley Graham, che nel Calendario rappresenta l’attivista, nota per il suo sostegno della body positivity; Precious Lee, la narratrice che ama scrivere sceneggiature e storie.


Le muse di Emma Summerton nel nuovo Calendario Pirelli

Impara, ridi, magia. La “filosofia wok” di Jeremy Pang in cucina

AGI – Un nuovo libro di ricette del “genio del wok”, tecnica su cui ha fondato anche una scuola e insegnato a oltre 60 mila studenti, è appena uscito nelle librerie italiane. Si tratta di una raccolta di 80 ricette per sette capitoli che esplorano la cucina asiatica pratica e veloce, con il metodo “wok clock”, scritta da Jeremy Pang, giovane chef anglo-cinese nato a Darlington, nel Regno Unito, che proviene da ben tre generazioni di cuochi appassionati e imprenditori estrosi.

“La cucina cinese rappresenta la mia eredità. Da entrambe le parti (mamme e papà) il mio lignaggio familiare è pieno di persone affamate e appassionate, con il desiderio di condividere il buon cibo e riunire la famiglia”, dichiara Jeremy in una newsletter.

Dopo il master in ingegneria biochimica e diversi ripensamenti nella carriera, Jeremy Pang decide di seguire la sua aspirazione e di iscriversi alla scuola di cucina Le Cordon Bleu. Così nel 2009 fonda a Londra la School of Wok, una scuola di cucina itinerante specializzata nell’insegnamento di cucina orientale, direttamente a casa degli studenti. 

In base a ciò riscuote un gran successo e nel 2012 apre la sua prima cucina professionale permanente a Covent Garden, vicino a Chinatown, nel cuore di Londra e vicino ai migliori ristoranti. Grazie a queste scelte, nel 2014 vince il British Cookery School Awards, insegnando a più di sessantamila persone le basi della cucina asiatica

Le oltre 80 le ricette di piatti di pesce, frutti di mare, carne e verdure, proposte nel libro portano direttamente nella sua scuola: dai pasti veloci infrasettimanali alle feste del weekend. Nell’introduzione viene ben spiegato cos’è un wok, quali tipi di wok ci sono in commercio, come stagionare un wok di acciaio al carbonio e come fare la manutenzione del wok. La filosofia di Jeremy Pang? Impara, ridi, mangia.


Impara, ridi, magia. La “filosofia wok” di Jeremy Pang in cucina

Sono le bucce di Parmigiano l’ingrediente segreto di un cuoco che si rispetti

AGI – Che farsene delle bucce di Parmigiano che avanzano dopo aver grattugiato tutto il formaggio? Buttarle è un affronto alla miseria oltreché alla cucina del riutilizzo. Meglio conservarle, perché possono conferire sapore a diverse pietanze. Alle minestre, alle zuppe, ai passati di verdura, per esempio.

Sono utili da dar da rosicchiare ai bambini piccoli per aiutarli a rinforzare i denti da latte, suggerisce il Guardian. Oppure, raschiare la buccia con un coltello tanto rimuovere quella pellicola un po’ di cera che la ricopre, “tagliarla a pezzetti, quindi metterla nel microonde per circa un minuto, finché non si gonfia”, consiglia Filippo La Gattuta, executive chef del Big Mamma Group di Londra. Una volta raffreddata, se ne avrà uno spuntino croccante perfetto per l’aperitivo.

Un’altra ricetta, offerta dallo chef Theo Randall, autore di “La dispensa italiana”, suggerisce di immergere le bucce in circa un litro di acqua bollente, quindi una volta che sono morbide tagliarle abbastanza sottilmente e infornarle. Il segreto è ottenere bucce belle e morbide in modo da ottenere un sapore molto più gradevole e poi trasferire il tutto in una padella scaldata su fuoco brillante. Il successo dello spuntino dipende molto dalla corretta conservazione delle bucce che devono esser tenute in un luogo asciutto.

Con cinque sei scorze si può fare un brodo succulento, l’abbiamo già detto, anche in sostituzione del dado. Le bucce aggiungono un tocco particolare anche alle salse, agli stufati, alle paste e fagioli o con patate. Non manca poi chi griglia anche le scorze che assumono un buon sapore di affumicato, facendo bene attenzione, però, a non bruciarle.   

 


Sono le bucce di Parmigiano l’ingrediente segreto di un cuoco che si rispetti

L’Italia del vino torna a scommettere sull’Estremo Oriente

AGI – “Riprendersi il Giappone ed estendersi in Corea del Sud”. Una metafora bellica, traslata sul vino, che indica l’importanza strategica delle due tappe inserite nel fitto calendario, appena partito, dei worldtour del Gambero Rosso nell’Oriente del Sol levante, come si legge nella nuova edizione del settimanale Tre Bicchieri.

Nel mercato, quello tra Giappone e Corea del Sud, il 2022 sta segnando una netta ripresa dei consumi dopo un difficile biennio pandemico. Anche perché tra il 2018 e il 2022 il Giappone “ha perso circa 4 milioni di consumatori, a parità nel numero di abitanti” mentre considerando l’export italiano a valore, nel 2021 (secondo dati Istat elaborati da Ismea), il Paese “ha importato oltre 155 milioni di euro di vini, con un incremento dello 0,7% sul 2020, anno che, a sua volta, aveva subito un forte contraccolpo”, proprio per gli effetti della pandemia sul commercio, “perdendo circa 30 milioni di euro di giro d’affari rispetto al 2019”.

Secondo il settimanale del Gambero, “a determinare la lieve ripresa del 2021 è stata la buona performance delle tipologie spumanti e frizzanti, rispettivamente in aumento del 4.7% e del 14,4 per cento”. Stabili, invece, i vini fermi in bottiglia che, “con oltre 104 milioni di euro, sono la grossa fetta dell’export di vino italiano in Giappone”.

Nel 2022, però, i trend appaiono in deciso miglioramento: +27% tra gennaio e luglio, a quota 118 milioni di euro, con l’imbottigliato che si avvicina al +30%. Cosicché considerando i quantitativi esportati dall’Italia, “il 2021 ha registrato un segno meno per le spedizioni di vino italiano in Giappone (-4,1%), a quota 37,7 milioni di litri (erano 39,3 nel 2020 e 48 milioni nel 2019)”.

Tuttavia, secondo il Tre Bicchieri, “l’Italia sta recuperando terreno”, tant’è che nel periodo gennaio-luglio 2022, le vendite verso questo mercato “hanno segnato un incremento: da 22,6 a 28,2 milioni di litri rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. E anche in questo caso si presenta positiva e “a doppia cifra” la performance di spumanti (+13,3%) e frizzanti (+10,9%).

Quanto al road show del Gambero Rosso a Tokyo, la tappa si è fermata al Ritz-Carlton, lussuoso hotel della capitale giapponese che ha aperto le sue sale per uno dei più importanti avvenimenti del vino post-pandemia per un totale di 84 produttori provenienti da tutte le regioni d’Italia hanno preso parte alla kermesse enologica, accogliendo un pubblico di appassionati del vino e un alto numero di partecipanti.

 


L’Italia del vino torna a scommettere sull’Estremo Oriente

Big Data Kitchen: le ricette in cucina a base di intelligenza artificiale

AGI – L’Intelligenza Artificiale conquista la cucina. O se ne impossessa. Il New York Times riferisce che i ricercatori la stanno usando per creare e scrivere ricette, complete di foto e dei retroscena dei fornelli, sostituendosi all’uomo. Con lunghi elenchi d’ingredienti, misurazioni ad hoc, istruzioni minuziose e note introduttive personalizzate. Il vantaggio è che “attingono a una vasta raccolta di informazioni online su cibo e cucina”. Big Data Kitchen.

Ma, si chiede il Times, possono funzionare? E migliorare l’esperienza culinaria tramandata da millenni? La risposta è che, “come sanno i cuochi casalinghi, gli chef professionisti e gli editori di riviste di cibo, la prova definitiva per le ricette è la cena del Ringraziamento, una occasione tentacolare e varia su cui si riversano alte aspettative”.

Ebbene, il quotidiano newyorkese s’è così deciso a provare l’AI, attraverso una tecnologia ribattezzata Gpt-3, “per ideare un menu delle vacanze”, poi preparato e presentato a un corpo di assaggiatori: quattro editorialisti di cucina del New York Times medesimo. I risultati, assicurano dalla redazione al 620 della ottava Avenue, dicono molto sul potenziale della tecnologia.

Il modello Gpt-3 è una rete neutrale, un sistema matematico in grado di apprendere abilità analizzando enormi quantità di dati, quindi una cosa appare chiara: “L’AI è pronta a rimodellare diversi campi, dall’email marketing alla programmazione informatica. 

La scrittura di ricette non è un’area di studio comune, ma una manciata di ricercatori, incluso un team del Mit, il Massachusets Institute of Technology, ha iniziato a esplorare se l’AI può padroneggiare le tecniche, tanto che il risultato è che “oggi molte ricette di AI possono sembrare indistinguibili da quelle create dall’uomo”, ha ammesso Janelle Shane, ricercatrice che gestisce un blog sull’apprendimento automatico.

Il Times racconta che per creare il menu del Ringraziamento AI, i tecnici del giornale hanno iniziato presentandosi al sistema GPT-3, in un modo “sorprendentemente umano” e con poche formalità tecniche. Ma cosa è accaduto veramente e come si è proceduto? “Dopo aver effettuato l’accesso a GPT-3 sul laptop”, si legge sul New York Times, “abbiamo digitato: ‘Sono originario del Texas e sono cresciuto in una famiglia indiana americana. Amo i sapori speziati, il cibo italiano e tailandese e i dolci non troppo dolci. Alcuni ingredienti con cui cucino spesso sono chaat masala, miso, salsa di soia, erbe aromatiche e concentrato di pomodoro. Quindi abbiamo scritto: ‘Mostraci un menu del Ringraziamento fatto apposta per noi”. Il risultato, secondo gli assaggiatori del Times è stato in parte soddisfacente ma è stato anche osservato che “non c’era anima” nel cibo.

I sistemi di AI provati sono stati più d’uno su altrettante varianti di ricette. Però Gpt-3 potrebbe anche aiutare a personalizzare una ricetta esistente “creando versioni meno piccanti o con sapori specifici”.

 


Big Data Kitchen: le ricette in cucina a base di intelligenza artificiale

I denti vanno lavati prima o dopo colazione?

AGI – Meglio lavarsi i denti prima o dopo colazione? È la domanda delle domande che pone e si pone il New York Times di fronte alla diversa opinione di molti dentisti. Del resto, “tutti sanno che ci si dovrebbe lavare i denti almeno due volte al giorno”, al mattino e prima di coricarsi, ma sono pochi gli studi che hanno sciolto l’interrogativo con risultati contrastanti e limitati. Quindi non c’è una risposta definitiva. E c’è chi sostiene che ci sono pro e contro in entrambe le soluzioni.

“Per molte persone, la colazione include carboidrati zuccherati,” analizza il dr. Carlos Gonzalez-Cabezas, dentista, professore e preside associato alla University of Michigan School of Dentistry. Cereali, pane, muffin e pancake, tutti contengono carboidrati fermentabili di cui i batteri amano nutrirsi.

E quando ci si alza al mattino, aggiunge Apoena de Aguiar Ribeiro, dentista pediatrica e microbiologa presso l’Università della Carolina del Nord, il livello di batteri in bocca è all’apice, quindi stando alla tesi di de Aguiar Ribeiro, una bocca piena di batteri e una colazione piena di carboidrati zuccherati significa che le condizioni sono perfette per la crescita e la moltiplicazione dei batteri e quando ciò accade, rilasciano acidi che possono logorare lo smalto protettivo dei denti, rendendoli più inclini alla carie. Perciò, a suo avviso, “lavarsi prima di colazione elimina i batteri, impedendo di nutrirsi del cibo”.

Un altro motivo per lavar denti prima di colazione è di avviare la produzione di saliva, per de Aguiar Ribeiro,  che “aiuta a rafforzare i denti depositando minerali che i batteri potrebbero aver consumato durante la notte”. La saliva contiene bicarbonato che aiuta a neutralizzare l’acidità in bocca mentre l’ulteriore vantaggio lo dà il dentifricio che, se contiene fluoro, “rende i denti più resistenti alla carie rafforzando lo smalto e neutralizzando gli acidi della colazione”.

Ma nel caso ci si volesse lavare i denti dopo colazione, quali le controindicazioni? In verità non ce ne sono, perché come dice il dottor Gonzalez-Cabezas ci sono anche buone ragioni per aspettare il dopo colazione per intervenire. Se si può riassumere, il difetto sta nel manico, nel modo di lavarsi i denti: “La maggior parte delle persone non si spazzola molto bene”, sostiene l’odontoiatra, e se ci si lava subito prima di colazione, “probabilmente i batteri in bocca potrebbero moltiplicarsi e produrre acidi durante la colazione e per il resto della giornata ci si può lavare dopo aver mangiato per ridurre al minimo il cibo persistente”, tanto più che “il fluoro del dentifricio influirà meglio durante il giorno se non viene eroso dalla masticazione del cibo subito dopo aver usato lo spazzolino”.

Poi ci sono esperti che sostengono che lavarsi i denti troppo presto dopo un pasto, specie a base di bevande acide come caffè o succo d’arancia, danneggia lo smalto, anche se non manca chi consiglia, se possibile, di attendere almeno 30 minuti dopo un pasto per rimuovere i rimasugli di cibo.

Questione controversa, quasi un rompicapo. E la scienza non aiuta. Il tema resta dibattuto e la risposta più certa è in un’ennesima domanda: “Quale abitudine mi indurrà a lavarmi i denti in modo coerente?” Prima o dopo, meglio lavarsi sempre. E sia prima che dopo è la soluzione migliore, è il consiglio sottinteso…


I denti vanno lavati prima o dopo colazione?

Arriva Pilar, il robot per le consegne a domicilio

AGI – Si chiama Pilar ed è un robot. Che cammina su quattro ruote e che viaggia alla velocità di 5 km l’ora. Addetto alle consegne commerciali a domicilio. Lo possono utilizzare i residenti della città madrilena di Alcobendas, dove lo scorso luglio l’esemplare iperteconologico è stato testato.

Scrive il Paìs che l’azienda Telepizza insieme alla società Dia potranno da ora disporre di un “fattorino automatizzato” e che le consegne avverranno “in un raggio di due chilometri quadrati” nel centro di Alcobendas tramite un gruppo iniziale di cinque robot e con l’obiettivo di arrivare a venti. Ma come funziona il sistema del fattorino-robot?

Gli ordini avvengono direttamente tramite le app o i siti web di entrambe le società”, spiega il giornale, e non appena “c’è la conferma, il robot si reca nel negozio fisico dove il personale apre la scatola tramite un codice e deposita l’ordine”. Infine, il robottino – 100% elettrico del peso di circa 50 chili – si dirige all’indirizzo stabilito per la consegna. È dotato di telecamere e sensori interni ed esterni che consentono di riconoscere l’ambiente in tempo reale, orientarsi a 360 gradi per rilevare pedoni, animali o biciclette, tra gli altri ostacoli lungo il percorso, rispettando le regole della mobilità come strisce pedonali, divieti, sensi unici, etc: il robot invia un avviso all’ufficio centrale, dove un operatore della società operativa Goggo Network “ha il controllo, guarda in entrambe le direzioni attraverso le telecamere e incrocia i dati”, nel caso delle strisce pedonali. L’autonomia di lavoro del robot è compresa tra 5, 8 o 12 ore prima di essere ricaricato nuovamente.

L’unica differenza con un normale fattorino è che Pilar “non sale le scale”. Quindi i clienti devono scendere fino al portone dello stabile per ricevere i loro ordini. E nel caso di un acquisto molto ingente, sarà probabilmente una persona a far loro la consegna, dato che i dispositivi sono in grado di trasportare solo poche borse quindi i robot saranno assegnati all’ordine solo se il suo volume lo consente. Ma dal supermercato o dal ristorante alle case o agli uffici, il robot si muove autonomamente, da remoto, a seconda del caso. Per il cliente nessun costo aggiuntivo.

Goggo Networks, la società di gestione, non dichiara stime sul costo né unitario né complessivo dell’investimento per far scendere i robot nelle strade, ma assicura che Pilar produrrà “nuovi posti di lavoro legati alla supervisione e al suo funzionamento”. A rimetterci il posto saranno però di sicuro i fattorini che c’erano prima. Quelli in carne e ossa.

 


Arriva Pilar, il robot per le consegne a domicilio