Viaggio in Italia in 20 formati di pasta (e qualche ricetta)

AGI – Ripiena, secca o fresca, fatta in casa o industriale: esistono tantissimi formati di pasta e ancora altri se ne continuano a inventare. In Italia mangia pasta il 98% della popolazione, se ne consumano circa 23 kg a testa l’anno e 6 italiani su 10 la mangiano tutti i giorni.

I consumi più elevati si registrano al Sud, dove si realizza un terzo del fatturato di settore. E per quanto questo alimento campeggi sulle tavole degli italiani con grande frequenza, aggiudicandosi il titolo di vero e proprio simbolo Made in Italy, la varietà e le tradizioni regionali italiane non hanno risparmiato alla pasta una certa diversità, almeno nei formati. E di conseguenza nei condimenti.

Ecco, dunque, il giro d’Italia in 20 formati di pasta, una piccola guida alle tradizioni locali per saper mangiare bene al prossimo viaggio nel Belpaese.

Le trofie

Pasta ligure per eccellenza, il loro nome significa gnocchi mentre la loro forma è data dal peculiare carattere arricciato come il truciolo da falegname. La tradizione le vuole accostate al pesto ligure (rigorosamente fatto in casa), patate e fagiolini.

I tajarin

Questo tipo di pasta lunga è piemontese e viene preparata con ben 30 tuorli per un chilo di farina che donano a essa quel famoso colore giallo. A dispetto di quello che può sembrare, i tajarin sono una pasta molto delicata, pensata appositamente in abbinamento con il tartufo bianco, tipico della zona.

Gli chnéffléne

Pasta tipica valdostana, sono piccoli gnocchi realizzati con farina e uova poi ‘grattugiati’ con un apposito strumento direttamente nell’acqua che bolle. Originariamente venivano conditi con burro fuso e cipolla brasata, ma oggi il condimento che va per la maggiore è quello con la fonduta.

I pizzoccheri

Tpici della Valtellina, questo formato di pasta lombardo si presenta come le tagliatelle, ma più spesse e più corte. Gli ingredienti sono farina di grano saraceno, altri tipi di farina e acqua. Si condiscono tradizionalmente con patate, verze, burro fuso e formaggio (Casera o Bitto), ma sono molte le varianti nate nel tempo.

I bigoli

Una sorta di spaghetto, ma più spesso, di grano tenero e acqua in grado di trattenere il condimento: questi sono i bigoli, pasta tipica veneta che può essere fatta con farina di grano saraceno o con l’uovo. In ogni caso, vanno serviti con ragù di anatra o di oca, oppure sugo di pomodoro, o, ancora, con le acciughe.

Gli cjarsons

È una pasta tipica friulana ripiena. La loro particolarità è quella di essere farcita con ripieno in cui il dolce e il salato sono accostati insieme: dentro possiamo infatti trovare uva passa, cioccolato fondente o cacao, cannella, spinaci, erba cipollina, ricotta, marmellata, rum, grappa, prezzemolo, biscotti secchi, uova, latte. Il condimento è bene sia soft: ricotta affumicata alla base e un po’ di cannella con burro chiarificato fuso e bollente sopra.

Gli spätzle

Originari della Germania meridionale, sono un piatto tipico anche del Trentino Alto Adige. Piccoli gnocchetti a base di farina di grano tenero, uova e acqua, possono essere fatti anche nella versione con spinaci, assumendo un bel colore verde. I condimenti più comuni sono quelli con i sughi di carne, ma vanno forte anche creme di formaggio o burro fuso e aromatizzato o, ancora, panna da cucina.

I tortellini 

Sono la pasta ripiena dell’Emilia Romagna per eccellenza e vanno rigorosamente mangiati in brodo. In realtà, si contendono il territorio con i cappelletti, altra pasta ripiena servita allo stesso modo. Le differenze? I primi sono della zona dell’Emilia, i secondi della Romagna, i primi sono piccoli e ripieni di carne con una ricetta rigida e depositata presso la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bologna dalla Confraternita del Tortellino e dall’Accademia italiana della cucina. Per i cappelletti, invece, la cosa è un po’ meno formale, ma tradizionalmente chi li fa li preferisce non usare la carne, ma solo formaggio. La cosa migliore è assaggiare entrambe le preparazioni, ma occhio a non confondervi quando li ordinate!

I pici

Formato di pasta lungo tradizionale toscano, è una pasta fresca preparata rigorosamente a mano a base di farina, acqua e sale. Si adattano bene a molti sughi, ma danno il meglio di loro con quello di carne tipico toscano.

I bucatini

Tra i più strani e famosi formati di pasta ci sono i bucatini, tipici spaghetti cavi, cult della tradizione laziale, famosi nella preparazione “all’amatriciana”.

Gli strangozzi

Altro tipo di pasta lunga, fatta solo di farina e acqua (ma si può aggiungere anche l’uovo), sono gli strangozzi, tipici dell’Italia centrale e in particolar modo dell’Umbria. Di origini povere, gli strangozzi sono nati nelle cucine delle massaie che ancora oggi stendono a mano la sfoglia fino a uno spessore di 2 mm per poi tagliarla in strisce di circa 3-4 mm lunghe 30 cm che ricordano le stringhe delle scarpe. Possono essere conditi con un sugo piccante o di carne, ma sono buoni anche accompagnati dal tartufo nero tipico di quelle zone.

I maccheroncini

Il nome completo è “maccheroncini di Campofilone” ed è una pasta lunga all’uovo tipica marchigiana. Ciò che distingue i maccheroncini dagli altri formati di pasta è la sottigliezza della sfoglia e un taglio finissimo che consente di cuocerli in acqua bollente in un minuto o direttamente nel condimento. Non solo: per prepararli viene impiegato più uovo di quanto non viene fatto in altri formati di pasta. Trattengono molto il condimento, di solito sugo di carne.

I maccheroni alla chitarra 

Tipici dell’Abruzzo, questo formato di pasta lungo viene fatto con un telaio di legno di faggio (o un altro legno neutro) sul quale sono tesi dei fili d’acciaio paralleli, la chitarra. Per realizzare i maccheroni, la sfoglia va adagiata sullo strumento e premuta con il mattarello sui fili: così si ottengono spaghetti a sezione quadrata, lunghi circa 30 centimetri. Possono essere conditi in tanti modi, ma anche in questo caso quello tradizionale resta il ragù. Qui di pecora, però.

Le sagne

Pasta tipica molisana, le sagne sono ricorrenti in tutta la cucina molisana e possono essere di diversi formati: romboidali nella loro versione classica, o a listarelle piatte, o, ancora, a piccoli quadrati o rettangoli. Di solito vengono mangiate con i legumi, in particolare con i fagioli.

Gli strascinati

Tipica della Basilicata, si tratta di una pasta corta molto diffusa anche nel resto del sud Italia, che viene preparata facendo strisciare dei tocchetti di pasta sulla spianatoia con un coltello o con le dita. Il condimento perfetto? Semplicemente un sugo, oppure un ragù. Ma, anche qui vince la fantasia.

Le orecchiette

Formato pugliese per eccellenza, possono essere fresche o secche e in Puglia tradizione vuole che vengano mangiate con le cime di rapa. In realtà, però, esse sono anche molto diffuse nell’abruzzese, dove si chiamano orecchie di prete. Ci sono poi piccole modifiche famose in altre province: in zona Taranto, si chiamano chiancaredde e sono orecchiette larghe 4 cm e leggermente più piatte che di solito si mangiano con cavolo e pancetta o con sughi di carne. Nel foggiano, invece, ci sono le pestazzulle: un’orecchietta meno incavata e più piatta.

I paccheri

Pasta corta tipica campana, se non addirittura napoletana, il nome deriva da pacca, che in napoletano vuol dire schiaffo, probabilmente per lo “sciàff” che emettono quando le tuffiamo nel sugo. Ma possono essere abbinati con moltissimi condimenti essendo molto porosi e quindi trattenendo bene i condimenti.

La fregola

Pasta tipica sarda, la fregola è costituita da piccole palline di grano duro e acqua, lavorate a mano e tostate nel forno, anche detta cous cous sardo. Si può condire in tanti modi, uno dei più tradizionali è quello con le arselle.

La stroncatura

Questo formato di pasta calabrese era in origine un prodotto di recupero e veniva fatta con le crusche dello scarto della molitura. Si racconta che la farina venisse letteralmente “spazzata” da terra, cosa che per ovvi motivi igienici è stata poi proibita. Oggi, questo formato di pasta è pressoché scomparso e solo poche botteghe la vendono ancora (con tutte le norme igieniche del caso). Si tratta di una pasta scura fatta di grano duro e farina integrale trafilata al bronzo, simile alle fettuccine, molto grosse con un sapore lievemente acidulo e ruvide. Si condisce in maniera altrettanto povera:  olio, aglio, peperoncino, sarde, olive, pomodori secchi e “mollica di pane” tostata.

Le busiate 

Sono un tipo di maccheroni arricciolati fatti a mano con semola e acqua, tipici della Sicilia. La tradizione le vuole con il pesto trapanese, essendo originarie di quelle zone, e cioè basilico, mandorle e pomodoro, ma possono essere molto versatili e sposarsi bene anche con altri sughi.


Viaggio in Italia in 20 formati di pasta (e qualche ricetta)

Torna il calendario Pirelli, firmato da Bryan Adams

AGI –  Torna, dopo la pausa di un anno dovuta al Covid, il Calendario Pirelli, lanciato per la prima volta nel 1964. A firmare l’edizione 2022 di “The Cal”, dedicato al tema “On the road”, il cantante e fotografo canadese Bryan Adams, intervenuto alla conferenza stampa di presentazione da una camera d’albergo, costretto dalla quarantena dopo essere risultato positivo al Covid per la seconda volta in un mese al suo arrivo a Milano, venerdì scorso. Protagonisti dei suo scatti artisti e musicisti della scena internazionale dal 1960 a oggi immortalati “On the road” durante momenti diversi vissuti in tournée. Insieme allo stesso Bryan Adams, immagine del mese di dicembre, nella 48esima edizione di The Cal ci sono dieci artisti di fama mondiale e di generi musicali, età e percorsi professionali diversi: Cher, Grimes, Jennifer Hudson, Normani, Rita Ora, Bohan Phoenix, Iggy Pop, Saweetie, St. Vincent e Kali Uchi.    

Oltre alle fotografie, Bryan Adams ha firmato anche il brano omonimo “On the road” che il 62enne rocker canadese ha scritto per il Calendario e che sarà inserito nel suo prossimo album. Non a caso il calendario è presentato all’interno della custodia di un LP in vinile. Il ritorno di The Cal coincide, inoltre, con l’anno della celebrazione dei 150 anni di Pirelli, il cui logo è stato svelato contestualmente al Calendario dal numero uno del hruppo, Marco Tronchetti Provera. L’ad ha ringraziato Adams definendolo “un grande uomo” e un “artista lungimirante e visionario” che “ha fatto delle cose meravigliose per questo calendario”.     

Le foto sono state scattate la scorsa estate, in soli tre giorni di lavorazione, in due location di Los Angeles – il Palace Theatre e l’hotel Chateau Marmont di Hollywood – e a Capri all’hotel Scalinatella.

Adams, conosciuto soprattutto come cantante e autore di brani di grandi successo quali “Please forgive me” e “Everything I do (I do it for you)”, è anche un fotografo pluripremiato che ha pubblicato su Harper’s Bazaar e Vogue. In ‘The Cal 2022’ ha cercato di cogliere i tratti distintivi dei diversi artisti e i mesi del Calendario si susseguono con oltre 160 pagine e più di 70 scatti: dal risveglio in albergo di St. Vincent (il cui volto appare anche sulla copertina del volume), al giorno di pausa a bordo piscina di Kali Uchis, dal check out verso un altro viaggio di Saweetie al backstage di Cher, dal riposo di Normani prima delle prove del suono all’arrivo a teatro di Jennifer Hudson, dai momenti prima dello show di Iggy Pop (immortalato anche sulla quarta di copertina) a Grimes all’interno dello studio di registrazione, da Bohan Phoenix che rientra in hotel dopo la sua performance a Rita Ora dopo lo show.     

“Sarebbe davvero difficile sintetizzare con una lavorazione di pochi giorni – ha spiegato – tutto quello che succede sulla strada. Quello che ho cercato di fare è stato quindi di rappresentarne alcuni aspetti. Per esempio, noi musicisti non vediamo mai veramente la facciata dell’edificio, ma sempre soltanto il retro: vediamo l’ingresso degli artisti, vediamo l’area del backstage, vediamo il seminterrato. Si passa dall’ingresso degli artisti alla portiera della macchina a quella dell’hotel a quella del treno e poi del bus. Un sacco di porte, dunque, ma sempre di viaggio si tratta”.  


Torna il calendario Pirelli, firmato da Bryan Adams

Ci sono 36 nuove stelle Michelin in Italia 

AGI – La sempre emozionante cerimonia per la presentazione della 67a edizione della Guida Michelin ha visto l’assegnazione di 36 nuove stelle a 35 ristoranti, con la sorpresa del ristorante Tre Olivi di Paestum, passato da zero a due stelle

Tra le 35 novità stellate che hanno delineato un nuovo firmamento in quattordici regioni della penisola, la Campania si è distinta sia per il numero di riconoscimenti complessivi (8 nuove stelle), che per la presenza dei due nuovi ristoranti due stelle, inseriti nella selezione italiana. Nella Guida figurano dunque 2 new entry con due stelle e 33 novità con una stella, per un totale di 378 ristoranti. Confermati tutti gli 11 con tre stelle

L’evento, trasmesso in streaming, è stato condotto da Fjona Cakalli con la partecipazione di Federica Pellegrini che, in veste di Ambassador Michelin, ha annunciato i 17 ristoranti ai quali gli ispettori hanno assegnato la Stella Verde,  il totale dei ristoranti con stella verde sale così a 30.

Il panorama stellato 2022:

  • Una stella: 329 ristoranti (33 novità)
  • Due stelle: 38 ristoranti (2 novità)
  • Tre stelle: 11 ristoranti

Per un totale di 378 ristoranti stellati.

La classifica regionale 

Nella classifica delle stelle per regioni, la Lombardia mantiene la leadership grazie ai 56 ristoranti (3 con tre stelle, 5 con due,  48 con una) ed ai 4 nuovi stellati. La Campania si aggiudica invece il record annuale di novità (ben 7) issandosi al secondo posto con 48 ristoranti, (8 con due stelle e 40 con una). Di conseguenza il Piemonte, 1 novità e 45 ristoranti (1 con tre stelle, 4 con due, 40 con una), scende sul gradino più basso del podio mentre con una new-entry e 41 ristoranti (1 con tre stelle, 5 con due, 35 con uno), la Toscana scala in quarta posizione davanti al Veneto che a fronte del totale di 36, è la seconda regione più premiata del 2022 grazie a 5 nuovi ristoranti stellati (1 con tre stelle,4 con due, 31 con una) presenti in guida.

Tra le province, Napoli si conferma prima per distacco con 30 ristoranti (6 con due stelle e 24 con una) seguita da Roma in seconda posizione con 20 (1 con tre stelle, 1 con due, 18 con una ) e quindi da Bolzano; terza a quota 19 ristoranti (1 con tre stelle,  3 con due, 15 con una) davanti a Cuneo con 18 (1 con tre stelle, 2 con due, 15 con una). Milano scivola in quinta posizione con 16 ristoranti stellati (1 con tre stelle, 3 con due, 12 con una).

Confermati gli 11 con tre stelle che “valgono il viaggio”

Nel linguaggio della guida, le insegne con tre macaron propongono una cucina che “vale il viaggio”, ed i ristoranti  selezionati sono:

  • Piazza Duomo ad Alba (CN), 
  • Da Vittorio a Brusaporto (BG), 
  • St. Hubertus, a San Cassiano (BZ), 
  • Le Calandre a Rubano (PD), 
  • Dal Pescatore a Canneto Sull’Oglio (MN), 
  • Osteria Francescana a Modena, 
  • Enoteca Pinchiorri a Firenze, 
  • La Pergola a Roma, 
  • Reale a Castel di Sangro (AQ), 
  • Mauro Uliassi a Senigallia (AN) 
  • Enrico Bartolini al MUDEC a Milano

Le stelle verdi 

La Stella Verde è un simbolo che contraddistingue i ristoratori in prima linea sul fronte della sostenibilità e può essere attribuito a qualsiasi ristorante, non solo ai ristoranti stellati o ai Bib Gourmand. Nell’assegnare il riconoscimento, gli ispettori prendono in considerazione molteplici fattori: la produzione delle materie prime, il rispetto del lavoro e il supporto dei produttori locali, la riduzione degli sprechi, la gestione dei rifiuti, le azioni mirate a minimizzare l’utilizzo delle risorse energetiche e l’impatto della struttura sull’ambiente, la formazione sostenibile dei giovani, sono solo alcuni dei temi. Sono 30 in totale i ristoranti con stella verde, 17 le novità. 

I premi speciali

I premi speciali conferiti sono stati quattro e sono: 

  • Premio michelin giovane chef 2022 by Lavazza, assegnato a Solaika Marrocco, Primo Ristorante, Lecce;
  • Premio michelin servizio di sala 2022 by Intrecci – Alta Formazione di Sala, assegnato a Matteo Zappile del ristorante il Pagliaccio, Roma;
  • Premio michelin chef mentore 2022 by Blancpain, assegnato a Nadia Santini, ristorante dal Pescatore, Canneto sull’Oglio (Mn)
  • Premio michelin sommelier 2022 by Consorzio del Vino Brunello di Montalcino, assegnato a Sonia Egger, ristorante Kupperlain, Castelbello (BZ).

La Guida oltre le stelle

nella guida sono presenti complessivamente 1.900 ristoranti. La presenza di un ristorante è un attestato di qualità e, nell’ottica di una selezione più diretta, immediata e leggibile, Michelin ha scelto di ritirare il simbolo del Piatto. La faccia sorridente dell’omino Michelin che si lecca i baffi, indica un ristorante capace di proporre una piacevole esperienza gastronomica, con un menu completo a meno di 35 euro.Sono presenti  255 Bib Gourmand di cui 20 novità, 575 posti in cui la carta dei vini è particolarmente interessante e 798 esercizi ameni. 

La app, il sito della Guida e la novità hotel

La Guida Michelin non è solo cartacea. Tutti i ristoranti si trovano anche nella app Michelin Ristoranti, scaricabile gratuitamente per iOS e Android.Il sito www.guide.michelin.com/it è ricco d’informazioni, funziona come motore di ricerca e permette di scegliere facilmente il ristorante secondo gusti, occasioni, budget.

Ad ogni ristorante corrisponde una descrizione dettagliata ed il sito contiene inoltre una sezione editoriale in cui si trovano ristoranti, novità in anteprima e suggestivi itinerari segnalati dagli ispettori. Da quest’anno, la selezione dedicata agli hotel sarà disponibile in formato digitale, sul sito e sull’App. Una selezione che verrà costantemente aggiornata e potrà essere consultata, prenotata e condivisa su entrambe le piattaforme digitali.

Gli hotel raccomandati sulle piattaforme digitali sono selezionati con i medesimi elevati standard dei ristoranti, al fine di mantenere la stessa promessa: ambire all’eccellenza e promuovere l’unicità. Tuttavia, sebbene le selezion dedicate ad hotel e ristoranti condividano gli stessi esatti valori, i ristoranti sono selezionati da anonimi ispettori, mentre la selezione è creata dal team di Tablet Hotels – esperti di hotellerie – e dalla sua comunità di viaggiatori.

La selezione è un’impresa collaborativa alla quale partecipa tutta la community, composta da ospiti verificati che hanno prenotato il soggiorno attraverso Tablet. Essi possono validare gli indirizzi e condividere le proprie impressioni. Qualunque hotel con valutazione inferiore al soddisfacente, sarà ulteriormente esaminato in modo d’assicurare che le raccomandazioni delle Guide siano sempre degne di fiducia. La selezione digitale degli hotel permette ai viaggiatori di beneficiare della migliore piattaforma di prenotazioni sviluppata da Tablet.

Storia della Guida 

La Guida Michelin nasce in Francia nel 1900. Era una piccola guida che avevano voluto i fratelli Édouard e André Michelin, i fondatori della Michelin, per aiutare le poche migliaia di automobilisti francesi alle prese con un viaggio che, allora, era spesso avventuroso. Conteneva informazioni pratiche (dove fare rifornimento, dove trovare un’officina, dove cambiare i pneumatici) e indicazioni su dove mangiare e dormire. In Italia, la prima Guida Michelin è del 1956. Nasce quindi come aiuto per chi viaggia, come ogni prodotto (pneumatici, carte e guide) Michelin, e continua ad esserlo.

I rigorosi criteri di selezione, applicati in modo omogeneo in 30 Paesi, la rendono un riferimento nel campo della ristorazione. Gli ispettori operano in modo anonimo seguendo una consolidata metodologia in tutto il mondo e pagano il conto al ristorante, valutando esclusivamente la qualità della cucina in base a cinque criteri definiti da Michelin: qualità dei prodotti, gusto e abilità nella preparazione dei piatti e nella combinazione dei sapori, cucina rivelatrice della personalità dello chef, rapporto qualità/prezzo e continuità nel tempo e nel menu. Questi criteri sono rispettati dagli ispettori Michelin in Italia, come in Giappone o in Cina e negli Stati Uniti. Ne consegue che la qualità di un ristorante tre stelle è la stessa a Firenze e a New York, così come dev’essere equiparabile la qualità di un ristorante una stella a Napoli e a Londra.


Ci sono 36 nuove stelle Michelin in Italia 

Abitare collaborativo? In Sardegna si scopre con un gioco

AGI –  Cosa s’intende per “abitare collaborativo“? In Sardegna è stato creato un gioco di società per spiegarlo, anzi per viverlo attraverso un’esperienza ludica in cui alla fine si vince tutti insieme. “Si chiama Homu ed è il primo esempio in Italia di questo tipo di divulgazione: è un modo semplice e coinvolgente per far conoscere una realtà di cui si sa poco e si parla ancora meno””, spiega all’AGI Francesca Setzu, presidente di Re.Coh aps, associazione di promozione sociale di Cagliari costituita da ingegneri e architetti 35enni specializzati in restauro.

Molti non sanno che questa scelta abitativa è un modo per far coesistere spazi privati e condivisi nello stesso stabile: in un condominio, per esempio, si possono condividere sale comuni multifunzionali o spazi di coworking.

Le riunioni possono trasformarsi in aperitivi di quartiere oppure si può frequentare insieme una sala cinema, ricavare spazi per bambini, come asili condivisi e gestiti a turno dai genitori residenti oppure aprire sale giochi dedicate ai più piccoli, atelier, botteghe e officine per il fai da te e coltivare all’esterno orti condivisi.

Come si gioca

Homu è stato progettato dalla game designer Alessia Luca e disegnato dall’illustratrice Marina Brunetti, entrambe trasferitesi dalla Toscana in Sardegna. La scatola da gioco include 6 location, 6 tipologie abitative, 15 famiglie, 30 spazi e servizi condivisi, 4 professionisti del settore, 5 eventi, 10 anni di tempo.

Il giocatore durante la partita deve coinvolgere i propri ‘vicini di casa’, cioè gli altri giocatori, in un’entusiasmante partita con l’obiettivo di realizzare un progetto abitativo collaborativo. Più spazi e servizi verranno realizzati, più punti si guadagneranno, per scoprire infine a che tipo di abitante collaborativo corrisponde il proprio profilo.

Una scelta sostenibile

L’abitare collaborativo punta a contemperare l’esigenza di socialità con scelte economiche sostenibili. “L’ideale è che queste realtà coniughino anche il recupero del patrimonio edilizio e architettonico già esistente”, sottolinea Setzu. “L’abitare collaborativo vuole contrastare per esempio l’abbandono dei centri storici in favore di nuove costruzioni alla periferia delle città. Si tratta di utilizzare e riprogettare l’esistente”.

Gli esempi del nord Europa

L’abitare collaborativo è una possibilità ampiamente sperimentata nel nord Europa a partire dalla Danimarca, Paese scuola, dov’è nato negli anni ’60 e poi Olanda e Germania. In Italia è ancora una scelta di nicchia con Milano epicentro dei maggiori progetti nati dal cofinanziamento di fondazioni private e istituzioni pubbliche.

“C’è anche qualche esempio in Sardegna”, segnala Setzu, “ma si tratta di casi isolati. Per questo Homu ci aiuta a far conoscere questa realtà”. Il gioco nasce come declinazione di un’esperienza laboratoriale organizzata sempre da Re.Coh aps in collaborazione con altre realtà del territorio e chiamata Re.play.

“Questa attività che abbiamo utilizzato molte volte è stata utile ed apprezzata ma aveva il limite di richiedere la nostra presenza per poterla svolgere”, racconta Setzu. Allora abbiamo pensato al gioco da tavolo che può essere usato autonomamente, uno strumento più fruibile”.

“Giocando si può scoprire una realtà che aderisce alla proprie esigenze”, aggiunge la presidente di Re.Coh aps. “Homu è per tutti, semplice e coinvolgente: non ci sono squadre avversarie ma è un gioco cooperativo in cui si deve arrivare all’obiettivo tutti insieme, come nella filosofia dell’abitare collaborativo”.

Per aiutare la produzione di Homu è stata avviata una raccolta crowdfunding su produzionidalbasso.com, che terminerà il 30 novembre prossimo. 


Abitare collaborativo? In Sardegna si scopre con un gioco

Nasce Domo, l’hotellerie di design ma in appartamento

AGI – Viaggiare in sicurezza, che sia per un giorno o per un anno, prenotando un appartamento con i servizi da hotel premium. Fa il suo esordio in Italia, a Trieste, Domo, la nuova formula dell’hotellerie longstay firmata Sweetguest che consente ai viaggiatori di poter soggiornare anche per lunghi periodi di tempo, in appartamenti di design con le comodità degli alberghi a quattro stelle e con la possibilità – in caso di viaggi di lavoro – di avere a disposizione anche un ufficio personale.

“Live actually, live everywhere”, è il payoff del progetto che, in linea con i cambiamenti imposti dalla pandemia, rivoluziona il concetto di hospitality introducendo una formula flessibile, ibrida e modulare, all’insegna del design e del lusso – che consenta a ogni “turista” la soluzione adatta alle sue necessità.

Tra business e leisure, Domo mette a disposizione diverse tipologie di appartamenti completi di tutte le funzionalità, con la possibilità di ricevere le amenities di un albergo, dal concierge alle pulizie, dai parcheggi in convenzione alla laundery. Il tutto, arricchito da ambientazioni dal design ricercato ma accessibile, in linea con il mood della città ospitante.

Location d’esordio del progetto è Trieste, più precisamente il Borgo Teresiano, tra Piazza dell’Unità e Piazza della Borsa, all’interno di un elegante palazzo del 1800. Il capoluogo giuliano è, tra l’altro, tra le Europe’s best walking cities, la speciale classifica stilata dal The Guardian delle migliori sei città europee per camminare, insieme a Berlino, Lisbona, Marsiglia, Copenaghen e Siviglia.

Alla base del progetto, la “new culture of staying” che si sta affermando, dopo gli Usa, anche in Europa: il “Domo” prescelto non è una seconda casa, non è un albergo e nemmeno un B&B, ma un punto di riferimento, di partenza e di ritorno per la vita di chi, a vario titolo, viaggia.

Ogni Domo è stato pensato per essere estremamente flessibile sia nel design che nelle funzionalità, proprio per rispondere alle diverse esigenze degli ospiti. Sono quattro, in particolare, le tipologie previste. Lo “Studiò”, è l’appartamento dal taglio più piccolo – fino a 35mq circa – composto da un locale principale con angolo cottura e zona living/notte, con un piccolo ingresso, antibagni e bagno.

Caratteristica di questa formula, è la possibilità di essere abbinata a una suite, così da diventare “Deluxe suite”. La “Suite” varia dai 35 ai 45mq ed è composta da una zona living con angolo cottura, una camera matrimoniale, antibagno e bagno. La “Deluxe suite” è la formula più ampia: è composta da due o tre locali – living con angolo cottura e zona pranzo, una o due camere da letto – e varia dai 58 ai 70mq.

Infine, c’è l’“Home office”, al piano terra, composta da uno“Studiò” adibito a zona lavoro con un grande tavolo da riunioni, con antibagno e bagno; può essere aggregato a un ulterioreStudiò adibito a zona living con un secondo tavolo per meeting di piccoli gruppi, con la possibilità di usufruire anche di un divano letto, l’angolo cottura e il bagno.

L’avventura di Domo inizia quando i giovanissimi Rocco Lomazzi (Founder e Presidente) e Edoardo Grattirola (Founder e CEO) decidono di implementare la startup Sweetguest, da loro fondata nel 2016. “Alla base del progetto, unico in Italia nel suo genere, c’è il concetto di flessibilità. La pandemia ha accelerato una tendenza già in atto – commenta Edoardo Grattirola – che ha rivoluzionato il concetto stesso di viaggio. Da un lato ci sono tantissime persone che oggi si spostano per lavoro e che vivono a cavallo tra una città e l’altra per periodi piuttosto lunghi, dall’altro abbiamo visto che il confine tra viaggio d’affari e viaggio di famiglia è diventato sempre più labile. Abbiamo dunque deciso, forti del successo di Sweetguest, di proporre un modello di hospitality che, proprio grazie alla flessibilità e alla modularità, fosse in grado di rispondere in maniera efficace alle diverse esigenze dei viaggiatori. Ci siamo ispirati a realtà simili già presenti all’estero, per proporre un modello innovativo anche nel nostro Paese”. 


Nasce Domo, l’hotellerie di design ma in appartamento

Il caso delle lacrime di Bella Hadid su Instagram

AGI – Una serie di scatti con il volto sconvolto dalle lacrime, gli ochi arrossati, le bellissime labbra increspate in un broncio disarmante. Non sembra nemmeno Bella Hadid la ragazza che ha postato sull’account Instagram della top model gli scatti disturbanti e un messaggio ancora più inquietante: “Questa sono io praticamente ogni giorno, ogni notte da qualche anno ormai, i social non sono reali. A tutti quelli che stanno lottando, ricordatevelo”.

La venticinquenne modella ha deciso di rompere il silenzio e rivelare che da diverso tempo fa i conti con “ansia e depressione”, disturbi che le hanno cambiato la vita.

A innescare la rivelazione su una realtà che appare lontana migliaia di miglia dall’immagine patinata fatta di fisici statuarii, viaggi esotici, party esclusivi è stata un video pubblicato dalla figlia di Will Smith, Willow, che per prima si era confidata sul tema.

“A volte tutto quello di cui hai bisogno è sentire che non sei solo” scrive Bella Hadid nel post, “Quindi vi dico: non siete soli. Voglio che sappiate che la malattia mentale o gli squilibri fisici non sono lineari ed è quasi come essere sulle montagne russe… con i loro alti e bassi. Ma c’è sempre la luce alla fine del tunnel e le montagne russe si fermano sempre ad un certo punto. C’è sempre spazio per ricominciare, ma per me è sempre stato bello sapere che anche se sono passati pochi giorni, settimane o mesi, migliora, in qualche modo, anche per un momento. Mi ci è voluto molto tempo per capirlo nella mia mente, ma ho avuto abbastanza momenti no per riuscire a comprendere che se lavori abbastanza duramente su te stesso, trascorrendo del tempo da solo per capire i tuoi traumi, i fattori scatenanti, le gioie e la routine, imparerai a gestire il dolore. Che è tutto ciò che puoi chiedere a te stesso. Grazie per avermi visto e grazie per avermi ascoltato. Vi voglio bene”.


Il caso delle lacrime di Bella Hadid su Instagram

È morta Federica Cavenati, astro nascente della moda

AGI – Dopo una breve, folgorante malattia è morta ad appena 28 anni Federica Cavenati, stilista e co-fondatrice del marchio londinese 16Arlington. Stella nascente del settore, aveva fondato il marchio insieme al compagno di lavoro e di vita, Marco Capaldo, conosciuto durante gli studi nella sede londinese dell’Istituto Marangoni.

La giovane è morta il mese scorso, tre settimane fa, ma la famiglia lo ha reso noto solo oggi con un necrologio pubblicato su Vogue britannico, parlando di “incredibile senso di perdita”. “Che la sua risata senza freni e il suo sconfinato appetito per la creatività non risuonino più nello studio 16Arlington è una tragica perdita per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di incontrarla. Kikka era una luce bianca; con un’energia inconfondibile e l’amica più incoraggiante e fieramente leale “, ha scritto sempre su Vogue l’amica Lena Dunham.

 

 

Sebbene relativamente nuova, l’azienda fondata nel 2017 da Kikka – come era conosciuta da chi le era più vicino – e dal suo socio in affari e compagno, Marco Capaldo, ha vestito celebrities come Jennifer Lopez, Kendall Jenner, Lizzo, Billie Eilish, Lady Gaga e Amal Clooney

 

Marco Capaldo e Federica (“Kikka”) Cavenati si erano incontrati all’università  a Londra. Prova vivente che gli opposti si attraggono, l’etichetta dei due – chiamata così in omaggio al loro primo studio condiviso – era nata dal mix tra la tendenza di Kikka verso il minimalismo scandinavo e l’occhio di Marco per certi barocchismi. “Se hai paura del glamour, questo non è un marchio con cui giocare” si diceva di loro nel nondo della moda.

A ispirare Federica era il fatto di aver visto le ragazze londinesi indossare gli ultimi look delle passerelle, integrandoli con quelli di talenti emergenti, per poi mescolarli con chicche trovate nel mercatino di Portobello. “In qualche modo tutto funziona, è sicuramente un risultato del fatto che Londra è un centro culturale” diceva, “Gli italiani sono tutti per l’esuberanza: amano la vita e sono estremamente appassionati. Il parallelo tra il modo di vestire della donna londinese e lo stile di vita della donna italiana è molto evidente”.

Nella dinamica di coppia, Capaldo rapresentava l’artigianalità e l’architettura di un capo. “Ho montato il nostro albero di Natale e Marco lo decora” diceva di lui Federica, “La donna 16ARLINGTON non è conforme a un particolare gruppo di età, occupazione o stile di vita. Le nostre donne condividono tutte lo stesso atteggiamento e senso del divertimento: la sua vita è una festa e tutti sono invitati”.

 


È morta Federica Cavenati, astro nascente della moda

Chiara Ferragni fa una nuova magia: sigla un accordo con Safilo e il titolo vola in borsa

AGI – Safilo ha siglato un’intesa con Chiara Ferragni per il design, la produzione e la distribuzione della prima collezione di occhiali in licenza col marchio dell’imprenditrice e influencer. L’intera gamma di occhiali, sia da sole sia da vista, verrà presentata per la Primavera Estate 2022 e sarà disponibile da gennaio 2022.

“Siamo entusiasti di accogliere nel nostro portafoglio una delle più famose e influenti imprenditrici digitali al mondo”, ha sottolineato l’ad di Safilo Angelo Trocchia. “Insieme vogliamo creare un nuovo marchio fashion di riferimento nell’eyewear che, attraverso il digital, sia in grado di parlare direttamente alle nuove generazioni, lavorando in sinergia con lo straordinario potere della fan base globale di Chiara per rafforzare ulteriormente la presenza di Safilo nell’universo digitale. Un brand che si inserirà perfettamente nel nostro portafoglio marchi e che rappresenta una significativa opportunità di crescita nel segmento contemporary”.

“Safilo rappresenta non soltanto un’eccellenza nell’eyewear ma anche, come il mio marchio, un grande esempio di spirito italiano con una valenza globale”, ha aggiunto Ferragni, che da ad e direttore creativo guida il proprio brand. Il gruppo dell’occhialeria “ha fortemente creduto nel mio marchio e nel lancio di questa nuova categoria e io li ho scelti per la connessione che ho sentito con i loro valori, l’innovazione e l’impegno per l’eccellenza. Abbiamo lavorato insieme per creare una collezione che non vedo l’ora di presentare l’anno prossimo”.

Apertura in rally per il titolo Safilo a Piazza Affari: all’avvio delle contrattazioni, è balzato di oltre l’11,5%, arrivando a sfiorare il 12%. 

Era già successo con Tod’s, quando l’annuncio dell’ingresso di Chiara Ferragni nel cda del gruppo aveva fatto volare in borsa il titolo dell’azienda. Un effetto che oggi stupisce, ma fino a un certo punto, abituati ormai a vedere l’imprenditrice e fashion blogger più famosa d’Italia (e non solo) trasformare in oro tutto quello che tocca. Una moderna Re Mida dell’era dei social network.

Eppure sono passati poco più di 10 anni quando una giovanissima Ferragni, all’epoca studentessa in giurisprudenza alla Bocconi, ebbe l’idea di aprire, un po’ per gioco, un blog – The Blond Salad – su quello che allora era solo un hobby: la moda. Moda e viaggi. Non poteva di certo immaginare che, outfit dopo outfit, quello sarebbe diventato non solo il suo lavoro ma la sua miniera d’oro.

In un mondo di account, di foto, di vita privata condivisa con milioni di sconosciuti e di consenso digitale, che all’epoca era appena agli albori. Instagram, il social che ha davvero consacrato Chiara Ferragni, arriverà solo nel 2012. Nel frattempo c’è stato un corso di laurea accantonato e una linea di scarpe che ha visto la luce con il nome di Chiara Ferragni Collection. Poco per fare esplodere il fenomeno ma pur sempre un inizio.

Nel 2013 il nome della cremonese, oggi 33enne, inizia a circolare davvero: Chiara Ferragni lancia una linea di scarpe con Steve Madden e nell’aprile dell’anno successivo diventa la prima fashion blogger ad apparire sulla copertina di Vogue (Spagna). Proprio lei che da sempre Vogue lo aveva solo sfogliato, trasognante, per trarne ispirazione per i suoi look. Dopo quella cover ne sono arrivate molte altre, tra cui quella dell’edizione italiana: “Finalmente sono sulla copertina del mio magazine preferito”, commenterà la fashion blogger.

Intanto i follower aumentano e il modo di comunicare inizia a cambiare. Sui social Chiara si sente a suo agio e li usa sempre di più per pubblicizzare borse, abiti e scarpe. Nasce anche una nuova figura: l’influencer, di cui lei oggi è il testimonial per antonomasia. Nel 2015, Forbes la inserisce nella lista delle 30 personalità sotto i 30 anni nella categoria “Art & Style” per la rivoluzione apportata nel campo della Moda e della Comunicazione.

Nello stesso anno si accorgono di lei anche ad Harvard dove diventa un case study. La fashion blogger italiana tornerà anche nel 2017 nell’ateneo che vanta tra i suoi studenti personaggi del calibro di John Fitzgerald Kennedy, Bush senior e Barack Obama per raccontare la sua storia imprenditoriale.

Già perché nel frattempo Chiara Ferragni è diventata un’imprenditrice e “The Blond Salad” oggi non è più un blog ma un’azienda – TBS Crew Srl, di cui è presidente e ceo – che ingloba in sè una talent Agency, un magazine online e una piattaforma di e-commerce. Un’attività da 40 milioni di euro, con oltre 10 negozi nel mondo.

Per Forbes è “l’influencer di moda più importante al mondo”. E devono pensarla così anche Pantene, Swarovski, Pomellato, Intimissimi e gli altri marchi che l’hanno scelta come testimonial tra altri nomi internazionali.

Per comprendere il segreto del suo successo sono state scomodate teorie sociali ed economiche. Difficile spiegare il suo lavoro a chi non ha dimestichezza con i social. O a chi il mondo della moda è sempre apparso frivolo.

Ma forse dietro il suo successo, oltre al tempismo, oltre il fiuto, c’è soprattutto la capacità di cavalcare i social. La vita di Chiara Ferragni non ha segreti. È tutta online. O almeno così sembra. E ogni post, secondo la Instagram Rich List 2020 compilata dall’agenzia inglese di digital marketing Hopper HQ, vale 60 mila dollari.

I suoi 23 milioni di follower su Instagram ricordano il suo matrimonio con Fedez in Sicilia, conoscono ogni pigiamino del loro primo figlio Leone, e hanno da poco condiviso la nascita della secondogenita Vittoria, avvolta in tutina e cuffietta “Chiara Ferragni”.

Perché se un tempo le mamme ricamavano il corredino per il proprio bimbo, lei riprende la tradizione, il rito, e ne fa quello che sa fare meglio: disegna una linea di vestiti per bambine e la promuove al meglio. Un’intimità non più degna di essere chiamata tale, secondo molti. Persino nella beneficenza Chiara Ferragni e Fedez non restano nell’anonimato, incassando critiche e giudizi poco lusinghieri.

Ma Chiara Ferragni ci tiene a non essere travisata: la sua non è una vita fatta di apparenza. E così nel pieno dell’emergenza Covid organizza una raccolta fondi: la coppia raccoglie tre milioni di euro per un reparto anti-Covid dell’ospedale San Raffaele. A dicembre il comune di Milano li premia con il massimo riconoscimento cittadino: l’Ambrogino d’oro.

Pochi mesi prima, il 19 ottobre, l’allora premier Giuseppe Conte aveva chiesto ai ‘Ferragnez’ di aiutare il Governo a convincere i giovani a indossare la mascherina. “Abbiamo ricevuto una telefonata inaspettata: siamo stati messi in contatto con il Presidente del Consiglio che ci ha chiesto di aiutarlo a esortare la popolazione, soprattutto quella più giovane, all’uso della mascherina”, aveva raccontato all’epoca Fedez.

E di questo deve esserne convinto anche Safilo se ha voluto Chiara Ferragni per conquistare il cuore (e le tasche) dei più giovani. Intanto cresce tra le teenager il desiderio di “diventare la Ferragni”. Non un mestiere, forse nemmeno davvero compreso, ma un cognome. 


Chiara Ferragni fa una nuova magia: sigla un accordo con Safilo e il titolo vola in borsa

Il mercato del caviale ha minacciato e poi salvato gli storioni dall’estinzione

AGI – Non molti sanno che da anni gli storioni sono una specie in estinzione e non sono più pescati nel Mar Caspio o nel Mar Nero, dove ormai ne restano davvero pochi. Sono invece allevati in diversi paesi del mondo con culture e controlli sanitari differenti, quindi oggi le origini del caviale sono molte e rappresentano filosofie produttive alquanto diverse. Tra questi paesi primeggia l’Italia con gli standard qualititativi tra i più alti e i controlli più rigidi.

Mentre l’immaginario del caviale è ancora legato alla Russia e all’Iran, tra i grandi esportatori oggi è presente anche la Cina che, come per moltissimi altri prodotti, detiene il record produttivo. La cosa curiosa è che, mentre la maggior parte degli italiani ritiene ancora il caviale un prodotto russo o iraniano, il nostro Paese esporta il miglior caviale del mondo, e importa il prodotto cinese che giunge qui a prezzi molto bassi. Non a caso esiste un comitato che tiene periodicamente un incontro a porte chiuse in cui si decidono i trend del mercato. Le discussioni sono principalmente sulle quantità disponibili e le tipologie di caviale che verranno immesse sul mercato, ma soprattutto sui trend delle produzioni proveniente dalla Cina.

Non per questo il caviale al dettaglio costa meno, nella vendita finale e al ristorante generalmente non viene specificata l’origine del prodotto che quindi viene venduto a normali prezzi di mercato, approfittando della scarsa competenza del consumatore. il caviale è un cibo fatto esclusivamente con uova di storione e sale, le uova di altri pesci sono solo succedanei, ne imitano la forma, il colore (vengono spesso colorate artificialmente), ma non possono imitarne il sapore ineguagliabile. 

Come riconoscere il caviale

La confezione è sigillata da una bandella non rimovibile che contiene l’etichetta imposta dalla CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Flora and Fauna), la quale riporta attraverso una serie di codici alcune informazioni importanti. Il primo codice di tre lettere indica la specie di storione dal quale è prodotto il caviale, la lettera C indica che gli storioni provengono da acquacoltura, il terzo codice di due lettere è fondamentale perché indica il codice ISO del paese di provenienza del caviale. IT dimostra l’origine italiana.

Poi segue l’anno di produzione, ma purtroppo i criteri imposti dalla CITES sono piuttosto bizzarri e questo anno corrisponde alla produzione solo quando il caviale arriva direttamente dal produttore primario, mentre in caso di riconfezionamento da parte di altri soggetti, viene riportato solo l’anno dell’ultimo confezionamento che può non coincidere con la data di produzione. Anche per questo è preferibile acquistare da produttori che allevano gli storioni, producono e confezionano direttamente il caviale, così è conservato meglio e offre una maggiore tracciabilità al consumatore.

Come è nato il caviale ‘italiano’?

Già negli Anni ‘70 Rodolfo Giaveri fonda un allevamento di anguille, in quanto il terreno dove nasce la proprietà è ricchissimo di risorgive; l’acqua purissima nonchè l’ecosistema, altrettanto ricco del territorio, come meglio poteva essere utilizzato, se non per un allevamento ittico? Creando un ambiente ideale per i pesci, senza contare il vantaggio di poter utilizzare esclusivamente acque purissime che sgorgano all’interno degli impianti stessi: un ambiente chiuso perfettamente controllabile in ogni suo aspetto, condizione invidiabile per una produzione di alta qualità alla quale già si puntava fin dall’inizio.

In seguito Giaveri, ha l’intuizione di cominciare ad allevare le specie di storioni, quando la pesca di questi ultimi (si trovavano in natura), fu totalmente bloccata con l’introduzione dello storione tra le specie in via di estinzione protette dal CITES. Gli allevamenti erano inizialmente destinati solo alla pesca sportiva o per la carne, ma dopo il cambiamento dello scenario internazionale del mondo del caviale, Giaveri inizia le prime collaborazioni e ben presto diventa leader del settore per la produzione del caviale.

Oggi Caviar Giaveri è condotta da Jenny, Giada e Joys Giaveri, 3 giovani imprenditrici che, con grande passione, continuano la tradizione di famiglia a fianco del padre ed è attualmente il parco storioni più vario del mondo dove si allevano ben dieci diverse specie, il che permette di scegliere tra una ricca varietà di tipi di caviale eco–sostenibile.

Come vengono allevati gli storioni?

Grazie alla realizzazione di un efficiente sistema di acquacoltura moderna con un impianto all’avanguardia, ogni esemplare è accudito e seguito in ogni fase della sua crescita: ogni aspetto è curato minuziosamente per ricreare il miglior habitat (lo storione è specie protetta e l’allevamento ne tutela la sopravvivenza), garantendo il massimo rispetto per l’equilibrio dell’ecosistema.

L’alimentazione, la temperatura dell’acqua, le condizioni di ogni storione, sono monitorati 24 ore su 24, 7 giorni su 7 da sistemi computerizzati e dal vigile controllo di personale esperto. Gli elevati standard raggiunti permettono di avere la tracciabilità totale del caviale prodotto.

Tra le fasi più importanti per ottenere un buon caviale è quella della crescita del pesce, quando gli equilibri della specie devono essere rispettati e l’ambiente dove gli esemplari vivono deve essere il più simile possibile a quello naturale. Servono molti anni per la maturazione del pesce, che comporta un ciclo produttivo estremamente lungo, dai 7 ai 20 anni e oltre, a seconda della specie allevata. 

Un processo meticoloso, un rituale che si perpetua per mantenere elevati standard di eccellenza, nel tempo. Dopo il ciclo di allevamento che può durare decenni, si procede con la fase di selezione degli esemplari che hanno maturato le uova, attraverso uno screening che avviene senza l’uso di metodi invasivi, con l’impiego di un ecografo.

Grazie a questa tecnologia e all’esperienza pluridecennale, l’operatore riesce a individuare con precisione la qualità dell’uovo e a valutare quindi, caso per caso, se selezionare o meno il pesce per la fase successiva di produzione del caviale.  La successiva trasformazione non può migliorare nulla, è però essenziale nel preservare e tutelare al massimo la qualità naturale.

Come viene prodotto il caviale

Ottenute uova brillanti e pure come perle, si procede alla delicata fase di salatura, che segue il metodo russo Malossol (poco sale) e prevede un rituale tramandato dalla tradizione russa e una ricetta segreta di Caviar Giaveri appresa grazie ai workshops aziendali con esperti salatori iraniani e russi.

La selezione delle uova avviene a mano con assoluto rigore e precisione, come il confezionamento.  Il tutto in ambiente controllato e certificato secondo i più rigidi standard internazionali come IFS FOOD. Ognuna delle fasi di lavorazione delle uova avviene in una “camera bianca” con aria pura dove accedono solo le persone autorizzate.

Una volta salate le uova vengono inscatolate e lasciate maturare nelle originali e tradizionali scatole blu con l’elastico rosso da 1/1,7 kg: si crea così un naturale sottovuoto che permette la lunga maturazione e conservazione del prodotto. Entro i primi due mesi il caviale ha un gusto quasi impercettibile: le uova sono morbide e delicate, la salatura non si è ancora completata penetrando perfettamente in tutto il prodotto, ed è ancora in atto il lento rilascio degli oli e dei liquidi dell’uovo.

Dopo il secondo mese, il caviale comincia ad acquisire un gusto elegante e vellutato. Dal terzo mese si percepiscono netti tutti i sapori, la consistenza dell’uovo è fragrante: sono quindi evidenti le qualità superbe di questo cibo.  La seconda linea di lavorazione è quella dello storione che utilizza il pesce per avviarlo al settore della ristorazione: la carne dal sapore delicato viene distribuita in tranci da cuocere al forno o al cartoccio, tartare e carpacci. Oppure più facilmente il pesce viene trasformato in gustosi e versatili filetti in olio d’oliva, ricchi di Omega3 e consigliati come sostituti dei pesci troppo inquinati dai metalli pesanti.

La terza linea di lavorazione utilizza invece le uova, che vengono prima sgranate con particolari tecniche manuali e poi passate alla fase di lavaggio e di minuziosa pulizia da ogni impurità. Da sempre vi è un forte impegno a rendere il percorso produttivo più rispettoso per l’ambiente, risparmiando risorse energetiche e idriche utilizzando energia certificata proveniente da fonti rinnovabili: un’importante scelta di responsabilità nei confronti del pianeta e delle generazioni future.

Giaveri vende quasi il 90% del suo caviale all’estero. I principali Paesi d’esportazione sono Francia, Germania, Inghilterra, USA, Brasile, Canada, Sud Africa, Oriente (Giappone, Thailandia, Korea, Hong Kong), Medio Oriente e Australia. Anche il mercato italiano è in forte crescita

Com’è andata durante la pandemia?

Durante la pandemia i buongustai non hanno rinunciato al caviale: c’è stato un forte sviluppo dell’e-commerce grazie alle nuove abitudini d’acquisto, si è accentuato l’interesse del consumatore finale a comprare direttamente dal produttore.   


Il mercato del caviale ha minacciato e poi salvato gli storioni dall’estinzione

La moda diventa sostenibile grazie a una collezione tutta in rafia

AGI – La rafia diventa protagonista delle serate estive. La casa di moda Souldaze Collection di Domitilla Mattei, stilista e snowboarder romana che utilizza solamente tessuti italiani naturali e riciclati, in occasione del Phygital Sustainability Expo 2021 in programma il 5 luglio a Roma, primo evento in Italia dedicato alla transizione ecosostenibile della moda e del design, presenterà in anteprima un capo della sua nuova collezione estiva 2022, un abito lungo e fluttuante ispirato allo stile africano, creato con tessuti naturali di recupero italiano stampato in seta o in viscosa, che si fondono con la rafia, materiale grezzo naturale decorativo. Un capo elegante e sfizioso che rappresenta in pieno il lato femminile di Souldaze Collection.

Le collezioni estive di Souldaze Collection da sempre puntano su completi, giacche e pantaloni rigorosamente in tessuti naturali e riciclati, sui toni del bianco, verde, salvia pensati per durare, senza mai diventare noiosi. Fondato sei anni fa, Domitilla Mattei ha declinato il suo marchio in creazioni casual-eleganti versatili che si possano indossare a tutte le ore del giorno e in tutte le situazioni: dall’ufficio, all’aperitivo alle serate, e ora in epoca di pandemia e smart working, anche in conference call.

“Per me è un grande piacere che Souldaze Collection sia stata selezionata per partecipare a un evento di questa portata, interamente dedicato alla moda ecologica e che si terrà a Roma, città dove sono nata e dove Souldaze ha sede. Il Phygital Sustainability Expo è sicuramente un passo importante per sensibilizzare l’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità anche nella moda nel nostro Paese”, ha commentato la stilista Domitilla Mattei.


La moda diventa sostenibile grazie a una collezione tutta in rafia

Un’altra vita è possibile, in barca a vela

AGI – In fondo, a un certo punto della vita, lo abbiamo sognato po’ tutti: mollare la scrivania, i capi, i colleghi, il traffico, lo stress, lo smart working che tanto smart non è, chiudere baracca, insomma, per andarsene in giro per il mondo, in fuga da ritmi sempre più asfissianti.

C’è chi ci è riuscito davvero, e pure sul mezzo che più simboleggia l’idea di libertà, una barca a vela, trasformandosi da impiegata della ditta di famiglia in una donna finalmente ‘Scalza, spettinata, abbronzata’ titolo del libro (Giulio Perrone editore) in cui Raffaella Marozzini, romana, neocinquantenne, racconta il suo mezzo giro del mondo interrotto dal Covid: cinque anni tra dalla Grecia a Australia, più di15mila miglia tra due oceani, atolli, delfini, mareggiate e incontri che nutrono l’anima condivisi con il suo compagno Giovanni, un collaudato amore a distanza Roma-Livorno uscito indenne da una prova che sarebbe stata complicata per chiunque, un avvio di convivenza sui 12 metri del loro Obiwan, omaggio all’Obi-Wan Kenobi il guerriero jedi di “Guerre Stellari”.

Vivere a contatto con il mare, era, fin dall’adolescenza e dall’imprinting di un corso di vela, l’obiettivo di Marozzini, assecondato con uscite in barca, un diploma da istruttrice e, quindi con un’attività di noleggio barche, tappa intermedia tra il lavoro ventennale nella ditta di famiglia e il giro del mondo. La sua svolta esistenziale la racconta così: “In sei mesi ho lasciato il lavoro in ufficio, ho svuotato e dato in affitto la mia casa, venduto macchina e scooter e mi sono trasferita a bordo da Giovanni, insegnante di yoga, che già ci viveva per più di metà dell’anno”.

Il libro, dedicato a velisti, appassionati di viaggi e a tutti quelli che sognano ad occhi aperti, è nato quasi come terapia letteraria all’astinenza da mare, scoppiata ferocemente quando il Covid ha interrotto il viaggio di Raffaella e Giovanni, a metà del loro giro del mondo: “A gennaio 2020 avevamo portato la barca a terra in Australia ed eravamo andati prima a Roma a visitare i parenti e quindi in Nuova Zelanda”. Erano lì quando i confini si sono chiusi, rendendo impossibile raggiungere l’Australia e rimettere a mare la barca: “Siamo rimasti bloccati per sei mesi in Nuova Zelanda, e una volta a corto di soldi abbiamo deciso di tornare in Italia”.

Ora lavorano su una barca altrui in Toscana, in attesa di riprendere il loro viaggio e la loro Obiwan, ormai casa, chiarisce, visto che le loro sono affittate, proprio per potersi permettere la nuova vita. Il libro è corredato da un Qr Code che porta a un video suddiviso in capitoli che seguono l’indice del libro, in modo che il lettore possa seguire la rotta vedendo anche foto e video dei luoghi raccontati. Tutti da sogno, dai Caraibi alle Galapagos, dalle Fiji alle isole Cook, e arricchiti da personaggi che nel tragitto casa-ufficio raramente si incontrano, o dei quali non ci accorge causa immersione nei propri smartphone.

Le immersioni, in mare e nelle vite degli altri, invece qui sono tante: “Quello che ci ha davvero colpiti nel nostro viaggio è stato soprattutto il rapporto con le persone” racconta Marozzini all’AGI. Su un atollo della Polinesia hanno conosciuto un uomo che, stile Tom Hanks in ‘Cast away’ vive da solo raccogliendo cocco, in un ristorantino di Capoverde  una signora dimessa con le sportine della spesa che una volta indossata la sua camicia porpora e afferrato il microfono si è trasformata in una wonder woman del canto. E poi ad Almerimar l’incontro con Carlo protagonista di quaranta traversate atlantiche e un giro del mondo in solitario, uno dei tanti italiani conosciuti per mare: ‘Quando abbiamo deciso di compiere il giro del mondo ci sentivamo fighi, pensavamo di fare qualcosa di unico ma ci siamo resi presto conto che le persone che affrontano questa scelta di vita sono tante e non è neanche un’impresa da supereroi: la maggior parte degli equipaggi è formata da coppie di coniugi anche parecchio avanti negli anni”.  Rare crisi di nostalgia di casa a parte  (“nel mezzo di una tempesta nel Pacifico ho rimpianto il divano cittadino”), un’altra vita, insomma, è possibile.


Un’altra vita è possibile, in barca a vela

L’app per andare al mare senza fare code e a distanza di sicurezza

AGI – La stagione balneare è iniziata e, insieme alla voglia di mare, c’è anche la necessità di rispettare le nuove norme ed evitare gli assembramenti. Gli stabilimenti balneari sottostanno a precise regole e devono tener conto in primis del distanziamento, determinando così una diminuzione dell’offerta a fronte di un aumento sicuro della domanda, dovuto anche alle mancate partenze per l’estero degli italiani.

Esiste una app che si ripropone di risolvere ansie e problemi logistici: Riva Booking, in versione iOs e Android, è stata ideata per facilitare le prenotazioni di lettini e ombrelloni, ma anche degli altri servizi offerti dagli stabilimenti: tavolo al ristorante, parcheggio, sport acquatici, giornata in barca, ingresso piscina e qualsiasi altro servizio offerto dal beach club.

Secondo una ricerca della società XChannel, l’87% degli italiani nell’estate 2021 ha deciso di passare le vacanze nel Belpaese e, secondo un sondaggio condotto su un campione di 500 persone, il 93% di queste teme file e affollamenti: ecco quindi che le prenotazioni digitali diventano uno strumento fondamentale per godere al meglio di tutti i servizi che gli operatori turistici offrono.

Con quasi 500 beach club all’attivo in 11 regioni – Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Molise, Liguria, Puglia, Sardegna, Sicilia e Toscana – e molti altri stabilimenti balneari in via di affiliazione, individuare il luogo ideale per le proprie vacanze estive e pianificare ogni singola giornata in tutta sicurezza non è mai stato così facile.

“Riva Booking funziona come le prenotazioni delle poltrone quando si vuole andare al cinema, o come i servizi di booking negli hotel: un metodo semplice e funzionale che, infatti, sta riscuotendo successo tra molti beach club – diceYor Balini, CEO di Riva Booking, che insieme a Diana Danza e Ottavio Di Paolo l’ha ideata – Da aprile a oggi, sono decine gli stabilimenti che ogni settimana entrano nel nostro network”.

Il funzionamento è  semplice: basta selezionare la località scelta per la propria vacanza, indicare tra le strutture presenti sull’app quella preferita, selezionare i servizi – lettino, ombrellone, sdraio, food, ecc – e procedere con il pagamento (sul quale Riva Booking applica una piccola commissione).

In questo modo, con pochi tap, ognuno può pianificare la propria giornata al mare in totale relax, senza lo stress di svegliarsi presto per garantirsi un posto in spiaggia, cercare parcheggio o, banalmente, fare la fila per compilare le schede con i propri dati personali che, in epoca Covid, è obbligatorio fornire. Gli operatori del settore affiliati, dal canto loro, hanno a disposizione uno strumento per la gestione delle presenze, riducendo drasticamente le code e le attese all’ingresso. Non solo: in questo modo Riva Booking solleva gli stabilimenti dall’onere di conservare i documenti cartacei con i dati personali degli ospiti.


L’app per andare al mare senza fare code e a distanza di sicurezza

A che serve filtrare a freddo la birra

AGI – La filtrazione a freddo è un metodo che è già una tendenza, utilizzato anche per la spremitura dell’olio, l’estrazione dei succhi di frutta o le cold brew nel mondo del caffè. Il processo di filtrazione a freddo avviene alla fine di quello di maturazione della birra ed insieme servono ad eliminare per precipitazione e filtrazione, alcune sostanze ed il lievito rimasto in sospensione rendendo la birra quindi, quindi, più ‘’pulita”. Più la temperatura è bassa più questo processo è efficace. Nel caso della Birra Moretti Filtrata a Freddo questo processo avviene ad una temperatura di -1°C aiutando così ad ottenere una notevole pulizia organolettica.

Birra Moretti ha appena immesso sul mercato una lager dal moderato tasso alcolico (4,3%) derivata da un processo di filtrazione a freddo, grazie al quale la birra viene portata fino a -1 prima di passare il filtro, per esaltarne al meglio le caratteristiche. La temperatura è un agente importante, responsabile della “pulizia” della birra sia nella fase di maturazione che di filtrazione.

Il design è diverso rispetto alle altre birre della casa: una bottiglia di vetro trasparente con un formato inedito: 55 cl per la grande distribuzione e 30 cl per ristoranti, hotel e bar.

La ricetta della nuova  Moretti filtrata a freddo prevede l’utilizzo di due luppoli differenti. Da una parte un luppolo, aggiunto ad inizio bollitura per regalare a questa birra un’amarezza delicata e dall’altra, un luppolo ricco di oli essenziali, inserito a fine bollitura per donare una profumazione particolarmente floreale.

Si presenta con un colore brillante, luminoso dalla tonalità paglierina. È una birra che al naso ha una grande aromaticità e freschezza, nella quale si percepiscono eleganti note erbacee e di fiori bianchi. Al palato è morbida e piena, con una delicata nota amara che dona equilibrio e profondità gustativa. Ha una grande facilità di bevuta, pur mantenendo struttura e corposità date da uno speciale processo appositamente creato per ottenere una ricchezza gustativa.

Crea una buona armonia con piatti dai gusti bilanciati e delicati. Ideale quindi da abbinare con paste con sughi bianchi a base di pesce e verdure (ad esempio, la classica zucchine e gamberetti), insalate mediterranee (con pollo, uova, tonno, ecc.), focacce con formaggi a pasta morbida, quindi piatti che siano saporiti ma non particolarmente intensi. Ha una buona frizzantezza e cremosità, che permette di sgrassare, con una struttura e un equilibrio che non mascherano il piatto. Quanto ai dolci, si abbina bene ad esempio con la crostata di frutta.

Birra Moretti ha deciso di far produrre, ad hoc, un vetro flint, acromatico e trasparente, appositamente trattato. In questo modo si garantisce una protezione dai raggi UV equivalente a quella di un vetro verde ma, essendo la bottiglia trasparente, permette di ammirare da subito il prodotto, preservandone comunque la stabilità. Senza opportuni trattamenti, il vetro non è adatto a proteggere la birra da uno dei suoi nemici principali, la luce: quando i raggi UV colpiscono la bevanda innescano una reazione nelle molecole presenti nella birra alterandone l’aroma.


A che serve filtrare a freddo la birra

Domitilla Mattei, la stilista-snowborder che pensa all’ambiente

AGI – La novità dell’anno saranno i costumi da bagno da uomo realizzati con la plastica delle bottigliette recuperate nel mar Mediterraneo, che andranno ad arricchire la collezione femminile tutta fibre naturali e tessuti riciclati da avanzi di produzione. C’è tanta passione ecologica dietro il marchio “Souldaze” (letteralmente, dall’inglese, “stordimento dell’anima”) nome scelto dalla designer Domitilla Mattei, 36 anni “pensando soprattutto al benessere interiore” come racconta all’Agi “assicurato da abiti realizzati con un basso impatto ambientale”.

Se cotone biologico, lino e lane sono a chilometro zero, recuperati nella capitale e venduti, oltre che online, in uno show-room ai Parioli, Mattei è invece cittadina del mondo, oltre che donna dai tanti talenti. Prima di dedicarsi a Souldaze aveva un marchio specializzato in costumi femminili, ma nasce come arredatrice di interni e continua ad associare al suo lavoro da designer quello di insegnante di snowboard, in Svizzera, a Verbier: “Il mio amore per la natura nasce dalla mia passione sportiva” racconta all’Agi da Verbier, che a differenza delle stazioni sciistiche nostrane quest’anno ha aperto regolarmente i suoi impianti (tenendo chiusi, però ristoranti e rifugi).

“Lo snowboard è il mio dispensatore di benessere, una carezza per l’anima che trasferisco nelle mie collezioni”. Mattei che qualche anno fa ha disegnato anche, in edizione limitata, una collezione per The Blonde Salad di Chiara Ferragni, ha declinato il suo marchio ‘Souldaze’, fondato sei anni fa, in creazioni casual-eleganti versatili “che si possano indossare a tutte le ore del giorno, dall’ufficio, all’aperitivo alle serate, e ora in epoca di pandemia e smart working, in conference call”. 

La collezione estiva punta su completi giacche e pantaloni (o gonne) rigorosamente in tessuti naturali e riciclati, sui toni del bianco, verde, salvia “pensati per durare, senza mai diventare noiosi, con un quid in più”. Anche i prezzi, chiarisce, sono in linea con la filosofia del marchio, “con un massimo di 350 euro per un cappotto di lana e cachemire”.  All’homewear, imperativo categorico modaiolo dettato dalla stagione pandemica, la stilista-snowborder amante della vita all’aria aperta non si è piegata. Ma sta cominciando ad accarezzare invece, l’idea di una linea da yoga. Per accarezzare meglio l’anima.


Domitilla Mattei, la stilista-snowborder che pensa all’ambiente

Il prosciutto che vuole salvare il fiume

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021 il Consorzio del Prosciutto di San Daniele omaggia il fiume Tagliamento, uno degli ultimi corsi d’acqua europei a conservare le condizioni idrologiche naturali e la morfologia originaria, a canali intrecciati, che cambia a seconda delle condizioni meteorologiche e del volume d’acqua trasportato.

Definito il “re dei fiumi alpini”, il Tagliamento scorre per 170 chilometri, attraversando il Friuli- Venezia Giulia dal Passo della Mauria fino al Mare Adriatico e costeggiando la città di San Daniele. Risalendo il corso del fiume, le brezze salmastre adriatiche incontrano quelle fredde provenienti dalle Alpi Carniche, generando condizioni ambientali uniche. Sono proprio questi fattori a influire sul livello di umidità e sulla naturale regolazione della temperatura, conferendo unicità al peculiare microclima delle colline di San Daniele.

Insieme all’accurata selezione della materia prima e a una tecnica di lavorazione millenaria, l’irripetibile microclima del territorio concorre a creare il gusto inimitabile del San Daniele DOP. Il Disciplinare di produzione del Prosciutto di San Daniele e il dispositivo normativo alla base della DOP, infatti, riconoscono al fiume Tagliamento un ruolo essenziale nella stagionatura del Prosciutto di San Daniele e nel conferimento dei tratti aromatici che lo caratterizzano. Alla luce dell’indispensabile contributo apportato, il Consorzio del Prosciutto di San Daniele è da sempre schierato a favore della tutela del fiume friulano.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021 il Consorzio ha deciso di tenere vivo il tema della tutela delle fonti idriche e contrastare interventi invasivi ad opera dell’uomo all’interno del Tagliamento. È proprio grazie alla natura incontaminata del fiume che, su proposta del Wwf European Alpine Programme, si sta discutendo della possibilità di candidare il Tagliamento a patrimonio mondiale dell’Unesco, massimo riconoscimento di tutela del patrimonio culturale e naturale di tutto il mondo.

Il Consorzio ha attuato numerose attività nell’ambito del controllo dello spreco e la tutela delle acque, tra cui il servizio di smaltimento delle acque reflue. Anche attraverso un attento uso di tecniche per la depurazione delle acque si registra un continuo miglioramento dei reflui. Vengono trattati circa 300.000 metri cubi l’anno e, grazie alla tecnologia impiegata, è possibile monitorare costantemente la qualità dell’acqua e l’impatto sull’ambiente.

“Il Consorzio del Prosciutto di San Daniele si prodiga da sempre per la tutela del fiume Tagliamento e la salvaguardia di tutto l’ecosistema del territorio – dichiara Mario Emilio Cichetti, Direttore Generale del Consorzio – impegnandosi verso una gestione sempre più sostenibile della filiera del Prosciutto, con l’obiettivo di tutelare le risorse naturali, l’ambiente e l’unicità che distingue il nostro prodotto in tutto il mondo”.


Il prosciutto che vuole salvare il fiume