Per il Chianti sarà una vendemmia eccezionale  

AGI – Meno ma ottimo. Si preannuncia così il Chianti dell’annata 2020. Le aziende, che sono nel pieno della vendemmia, alcune a metà e altre già al termine, sono soddisfatte.

“È una vendemmia favolosa: la produzione di vino è minore rispetto agli altri anni, ma la qualità è ottima” afferma Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti. “La vendemmia sta proseguendo bene, speriamo che il tempo ci assista anche per i prossimi 10 giorni, poi potremo brindare”. 

Un calo della produzione era nei programmi. “Avevamo deciso di ridurla del 20% per garantire un equilibrio di mercato, mantenere i prezzi dello sfuso e la remuneratività per le imprese, ma poi non c’è stato bisogno che gli agricoltori facessero nessun intervento nelle vigne”. Ci ha pensato la natura: sulle viti quest’anno sono maturati meno grappoli così la diminuzione è stata spontanea.

Segnali positivi arrivano, oltre che dalle vigne, anche dal mercato.

“Al 31 agosto abbiamo registrato a consuntivo un calo solo dello 0,5% rispetto all’anno precedente, mesi fa ci aspettavamo perdite del 5-10%. Invece siamo sostanzialmente in pareggio” afferma Busi. Il Chianti è venduto per il 70-75% nella grande distribuzione e qui ha fatto registrare numeri in aumento nonostante la crisi dovuta alla pandemia.

“Nella grande distribuzione le vendite sono anche aumentate e hanno compensato le perdite del canale Horeca (hotel, ristoranti ed enoteche) che invece è completamente fermo” conclude Busi. Ma le circa 570 aziende del Consorzio che hanno come sbocco commerciale solo il canale Horeca  sono in forte crisi economica.

“Durante il lockdown questo canale è rimasto completamente chiuso. Ora sta riaprendo, ma la ripresa è lenta, mentre in campagna i costi, compresi quelli per la vendemmia, sono invariati e non si possono ridurre e l’accesso al credito è difficile”, spiega Busi che al governo nazionale e al nuovo governo regionale sollecita “un sostegno importante per traghettare le nostre imprese verso la ripartenza economica salvaguardando mano d’opera e investimenti fatti”.

Agi

Vacanze senza internet? In Sardegna si può col digital detox

Un fine settimana senza internet e a contatto con la natura? In Sardegna si puo’ fare. Parola di Gavino Puggioni, 27 anni, di Ploaghe (Sassari), che l’anno scorso ha messo su l’azienda ‘Logout, live now’ (Disconnettiti, vivi ora), per promuovere il cosiddetto ‘Week-end digital detox’, ossia uno o due giorni senza cellulari e connessioni digitali varie. “I partecipanti, appena arrivano nel luogo della vacanza”, spiega Puggioni all’AGI, “ci consegnano lo smartphone, che conserviamo in una cassetta di sicurezza. A quel punto inizia il soggiorno che prevede, tra le diverse attività, sedute di yoga e passeggiate nei boschi, considerato che l’evento si svolge sempre in parchi o aziende agrituristiche”.

 A luglio gli ultimi week-end ‘alternativi’ si sono tenuti a Lollove, borgo medioevale del comune di Nuoro. I partecipanti sono stati accolti nell’azienda agrituristica ‘Lollovers”. Dopodiché, per due giorni, sono andati alla scoperta di una frazione che oggi si è ridotta ad appena 13 abitanti, dentro un contesto architettonico giunto intatto dai secoli medioevali, con le case in pietra e l’acciottolato sulle vie urbane. “I partecipanti hanno apprezzato l’offerta”, assicura il titolare della ‘Logout, live now’, “attratti, tra le altre cose, dal laboratorio di cucina, per la preparazione dei ‘culurgiones’, il primo piatto di pasta e formaggio, e la visita alla casa museo, che ricorda la storia di quel borgo di pastori”.

E c’è anche il corso di ‘Benessere digitale’

L’azienda sarda delle vacanze alternative, nata nel 2019, è  già leader in Italia per continuità operativa. La particolarità non sta solo nell’idea dell’iniziativa. Non meno peculiare è il principio, che riporta ai giorni in cui Gavino Puggioni, fresco di laurea in Economia del turismo, a Milano Bicocca, decide di concedersi una vacanza in solitario, tra Cuba e il Sudamerica: “Proprio quando ero a Cuba”, racconta, “mi hanno rubato il portafoglio, con le carte di credito. Mi sono ritrovato con appena 50 euro, in un Paese dove l’Wifi nei luoghi pubblici è poco presente. L’inconveniente e la difficoltà dei contatti non mi hanno impedito di continuare la vacanza, che mi ha portato in Colombia. Oltre a mettere in campo una sorta di capacità di sopravvivenza, mi è servito per capire che in qualche momento si può anche staccare da internet e vivere comunque bene”. Nuova condizione che il giovane dottore logudorese insegna nel corso del ‘benessere digitale’, sempre all’interno delle vacanze senza connessioni: “Spiego come utilizzare al meglio i dispositivi digitali, guadagnando tempo, benessere e produttività”.

Tra le persone più interessate alla proposta, coloro che lavorano con gli strumenti digitali: “La ragione è che sono i primi ad aver bisogno di staccare la spina”. L’imprenditore delle ‘vacanze alternative’, affiancato dal fratello Giuliano, ha già in programma nuovi eventi. Sabato e domenica prossimi si ritorna all’eco-parco Neule, 50 ettari, nelle campagne di Dorgali (Nuoro), dove tra le altre cose i partecipanti potranno dedicarsi a discese col kayak e a escursioni tra i boschi, a cavallo o alla guida di un quad. Ferragosto riproporrà la visita al borgo nuorese di Lollove. Nel mezzo, gli eventi di una giornata a Porte Conte, sul litorale di Alghero (Sassari), ancora con yoga, mare e niente internet, per riconciliarsi con la natura e una vita più vicina all’esperienza bucolica. 

Agi

Contaminazioni in cucina, un ponte tra Liguria e Giappone

AGI – Metti uno chef stellato con una cresta gialla e uno sguardo tra il sornione e lo spiritato, pieno di tatuaggi e amante della musica new wave e punk rock e profondamente e orgogliosamente ligure e inseriscilo in un contesto giapponese classico, in un ristorante dove si respira l’aria del Sol Levante in ogni particolare, dal bonsai al centro della zona in cui scorre il nastro con le portate ai quadri alle pareti alle atmosfere, alle palle di vetro che scendono verso i tavoli, alle luci.

Fallo e otterrai una miscela esplosiva dal punto di vista culturale ancor prima che gastronomico. Una contaminazione tra due mondi diversi, addirittura tra forme di vita differenti che, come insegna Wittgenstein, non dovrebbero capirsi e che invece riescono a farlo benissimo. E convivono, anzi si alternano in cucina. E’ quanto accade al ‘Taki’, tempio gourmet dell’Estremo Oriente nel cuore di Prati a Roma che racconta una cucina autentica, secondo la tradizione di Kyoto, apre ora alla contaminazione ospitando nel suo spazio kaiten chic lo chef Massimo Viglietti, creativo e innovatore, amante della musica dei Clash e dei tatuaggi (ne ha ben 26) e da 40 anni protagonista della cucina italiana. Arrivato a Roma 5 anni fa dal Palma di Alassio (già 2 Stelle Michelin) all’Enoteca Achilli al Parlamento (e premiato anche qui con la stella Michelin), conosciuti Yukari e Onorio Vitti proprietari del ‘Taki’ decide di intraprendere con loro una nuova sfida.

Le due anime di Taki, Giappone e Italia

E così ‘Taki ‘si scinde in due anime e due corpi: da una parte Yukari Ohashi Vitti continuerà a raccontare il Giappone e i suoi sapori autentici e originali mentre dall’altra, a fare da contraltare, Viglietti narrerà il suo mondo fatto di una cucina colta, raffinata che accoglie in sé contaminazioni giapponesi rimanendo sempre inaspettata e coinvolgente. E fortemente legata alla sua Liguria.

E così, dal 21 luglio, sarà lui a dirigere ‘Taki Labò’, anteprima di ‘Taki Off’, una versione laboratorio “spin off” del futuro progetto gastronomico in via di realizzazione e che ora viene ospitato nell’ala dedicata alla ristorazione dinamica del kaiten.  Come avviene la contaminazione? Gli ingredienti giapponesi vengono uniti alle costruzioni dello chef e sono interpretati in totale libertà, quasi donando sapori sorprendenti, costruendo una visione contaminata dei piatti che mostra un punto di vista originale su ogni pietanza.

Fondamentale per Viglietti è la percezione al palato dei piatti e, per fare in modo che le papille gustative non vengano scioccate dal freddo o dal caldo, ogni pietanza sarà servita a temperatura controllata, quasi ambiente, per mantenere intatti i sapori e consistenze e non creare inutili pastosità. 

La formula è quella del menu degustazione in cui lo chef parla di se stesso, del suo passato e del suo futuro e lo mostra con ricchezza di colori, profumi, sentori. E la contaminazione è anche artistica. La scelta di una musica new wave di accompagnamento selezionata accuratamente dallo stesso Viglietti (una delle sue grandi passioni oltre alla cucina e al Genoa “autentico motivo di sofferenza” per lo chef quest’anno).

La raffinata presentazione dei piatti – come l’amuse bouche a base di patè di quinto quarto in sfoglia croccante e tris di fritti: una polpetta di carne wagyu, dei piccoli gamberetti bianchi di Fiumicino da mangiare interi e del formaggio Montasio impanato e fritto; oppure l’insalata croccante di verdure, baccalà e foie gras in cui i sapori ben separati vengono armonizzati dal paté di fegato d’oca e condite aceto giapponese ponzu, salsa su base agrumata, con aceto di lampone e aggiunta di olio EVO esclusivamente ligure – o la vera e propria performance situazionista che accompagna uno dei piatti più particolari e coraggiosi: la Tartare di manzo con gambero e umori della sua testa, che vengono spremuti a freddo sul piatto dei clienti direttamente dallo chef, cosa che permette, nelle sue intenzioni, di sentire tutti gli umori del mare uniti con la delicatezza delle carni conditi con una tapenade di olive e yogurt.

D’altronde è lo stesso Viglietti a spiegare lo spirito del ‘Taki Labò’: “Per me sarà una palestra, un laboratorio dove lavorare alle mie idee, per poi lanciare successivamente ‘Taki Off’. I clienti vivranno un’esperienza immersiva, ogni sera ci sarà una performance differente, con la mia musica di sottofondo”. 

La contaminazione cultural-gastronomica prende il via il 21 luglio e sarà possibile, dal martedì al venerdì, scegliere due percorsi (da sei o da 12 portate) in cui i piatti sono accompagnati da sake – tra cui un insolito sakè frizzante a bassa gradazione alcolica, servito con succo di sambuco, limone e menta che ‘apre le danze’ – e da vini selezionati abbinati ai cibi perché, come spiega lo stesso Viglietti, “ho immaginato per questo un insieme di accostamenti con bollicine, vino, sakè, tè che creano per ogni piatto la giusta unione”. 

Agi

Il coronavirus ha  rivoluzionato anche l’uso degli emoji

AGI –  Il Covid ha rivoluzionato anche l’uso degli ‘emoji’ sui social. Secondo un’indagine condotta dal brand di telefonia franco-cinese Wiko, le ‘faccine gialle’ con la mascherina e quelle ‘disperate’ (51%) hanno sopravanzato nel periodo quello ottimistiche dell’arcobaleno o delle mani giunte. Durante il lockdown e in altri particolari momenti storici ci sono stati veri e propri emoji trend: una sorta di racconto parallelo di ciò che è stato vissuto nella vita reale. Mentre infatti le emoji vengono generalmente (84%) impiegate per esprimere emozioni positive, in questo caso la situazione, in quarantena, si è ribaltata.

Il 17 luglio si celebra il World Emoji Day,

Le emoji, ormai così famose da essere celebrate ogni 17 luglio con il World Emoji Day, sono lo specchio della nostra società digitale secondo il 90% degli intervistati. La scelta del simbolino sui social o in chat, come suggerisce il suo significato, è spesso preferita ad una parola o ad una frase (57%).

La loro velocità  e universalità rappresenta la traduzione di un’emozione e la loro condivisione, così istantanea, permette di sentirsi subito parte di una comunità. Proprio per questo, il lancio di nuove faccine, sempre più frequente e al passo con i tempi, è accolto con entusiasmo dal 58% degli utenti, così come l’inserimento delle emoji dedicate alla diversity rappresenta un punto di svolta, in positivo, e amplifica le possibilità di comunicazione per il 66% dei rispondenti. 

Il debutto nel 1997 in Giappone

La fortuna delle “faccine gialle” inizia nel 1997 in Giappone quando questi simboli pittografici hanno cominciato, pian piano, ad avvalorare o a sostituire l’utilizzo delle parole negli SMS, nelle chat, nei forum e nei social network diventando così lo specchio della nostra società digitale. 

Alto il rischio ‘incomprensioni’

Seppur nel mondo digitale, un’emoji valga più di mille parole e sia sempre valida (55%) sempre per gli intervistati ci sono però determinati utilizzi e contesti off-limit. Ad esempio con una faccina non si può raccontare l’arte, una canzone o le trame di libri (52%) e se non utilizzate in maniera corretta sono motivo di incomprensioni all’ordine del giorno secondo il 72% dei rispondenti al sondaggio.

E per finire, pensavate che le emoji fossero roba da Millenial? Beh è falso perché secondo il 36% degli utenti le faccine gialle azzerano anche il “gender gap”.

Agi

Joe Bastianich mette all’asta la sua collezione di 30 mila vini

Joe Bastianich ha deciso di metter all’asta la sua imponente collezione di vini. Trentamila bottiglie, stimate tra i 3 e i 4,5 milioni di dollari e rappresentative delle migliori cantine di ogni regione saranno battute venerdì 24 e sabato 25 luglio dalla casa d’asta Hart Davis Hart Wine.

Le bottiglie vengono dalla cantina del ristorante ‘Del Posto’ di New York e tra le rarità ci sono selezioni di Barolo e Barbaresco di Bruno Giacosa, Angelo Gaja, Bartolo Mascarello, Giacomo Conterno e Giuseppe Rinaldi; Super Tuscans della Tenuta dell’Ornellaia, Sassicaia e Tignanello nonchè una selezione di Borgogna con Domaine de la Romanée-Conti.

“È con un misto di tristezza e di orgoglio che abbiamo deciso di mettere sul mercato una parte di questa imponente collezione”, racconta Joe Bastianich, “sono bottiglie che parlano di me, della mia storia, della mia anima dedicata al vino. Ma il momento è arrivato, sono felice di poter condividere con il mondo questi vini, e soprattutto queste annate. Spero troveranno palati interessati che sappiano goderne appieno”.

Per i collezionisti sono da non perdere la verticale di Monfortino Riserva, Giacomo Conterno, con bottiglie che raccontano la storia della cantina dal 1941 al 2013 (anche attraverso alcuni rari grandi formati), oppure il Barolo Giuseppe Rinaldi 1964 o il Recioto della Valpolicella Classico Gran Riserva di Giuseppe Quintarelli 1983 o il Sassicaia, Tenuta San Guido 1985, il Masseto Tenuta dell’Ornellaia 2005 Magnum oppure il Marsala Riserva Superiore di Marco De Bartoli del 1860.

Una parte del ricavato verrà devoluta a uno o più enti di beneficenza per progetti dedicati ai bambini negli Stati Uniti, da determinare a fine asta. 

Agi

Chi è l’influencer che ha fatto un falò del suo abito nuovo

Tra le tante abitudini e relazioni che il lockdown ha cambiato, segnala una nuova ricerca Ipsos e Flu, c’è anche il rapporto tra follower e influencer: uno su quattro ha iniziato a seguirne di nuovi, e più della metà degli 500 utenti  tra i 18 e i 55 anni intervistati ha compiuto delle azioni proprio perché ispirato dai propri guru digitali (primi tra tutti la coppia Ferragni-Fedez e la food blogger Benedetta Rossi):  il 61 per cento si è dedicato alla cucina seguendo le ricette consigliate dagli influencer, il 49 per cento armato di tappetino, si è tenuto in allenamento insieme a loro.

Gli influencer insomma non sono più visti soltanto come promotori di prodotti ma avrebbero conquistato un nuovo ruolo sociale come creatori di contenuti. E chissà se a questo punto, considerando che oltre al rapporto  tra guru del digital e follower, il lockdown  e il post clausura forzata hanno pesantemente rivoluzionato anche le modalità dello shopping, qualcuno adesso seguirà il gesto iconoclasta dell’influencer Lavinia Spagnuolo alias “Wizardina”, la shopping blogger e personal shopper del web detentrice del blog e degli account Instagram e Facebook ‘The wizzard of shopping”.

Esasperata dall’esperienza da incubo cui l’ha costretta uno dei colossi del fast fashion che in questo momento di emergenza anticoronavirus non permette di provare gli abiti nei camerini, la maga dello shopping ha dato vita a una performance artistica di stampo vendicativo, facendo un liberatorio falò dell’abito oggetto-soggetto di tanta disperazione  e postando il tutto nelle sue stories: “Un po’ come Jimi Hendrix che incendiò  le sue chitarre durante i suoi concerti chiarendo che “si sacrificano le cose che si amano” ho deciso anche io di immolare ciò che mi è più caro per protestare contro l’assurdità di regole come queste” spiega la sua performance all’AGI, raccontando quindi la sua odissea consumistica: “Una grande catena impone che gli abiti si debbano provare a casa propria, se vanno bene non c’è nessun problema, ma quando non è così come è stato nel mio caso devi riportarli in negozio e ti rimborsano solo se torni nella stesso dove li hai comprati – chiarisce –  In caso contrario puoi solo cambiarlo, io ho fatto avanti e indietro tre volte vanamente perché l’abito mi stava malissimo e poi mi sono fermata a ragionare, più che sul mio stress e sulle belle sensazioni dello shopping che quell’esperienza aveva distrutto, su cosa lo sottendeva”. Interrogativi sul piatto: “Perché colossi dello shopping ci fanno usare le nostre case come camerini? È giusto che ci trasformino in corrieri per uno shopping in negozio che poco si discosta da quello online?”.

Con il suo gesto Lavinia – Wizzardina (nei suoi account si esibisce spesso con il cappello da maga) ha messo l’accento sui nodi del commercio post coronavirus, ma non per questo, spiega, sta disertando i luoghi dello shopping tradizionale, dove, seppure con le misure anticoronavirus, provare nei camerini è concesso: “Amo lo shopping, lo considero un momento di totale spensieratezza, rende le mie giornate divertenti e anche se quello online sta prendendo sempre più piede e mi ha aiutato molto durante il lockdown, lo shopping in  negozio mi è mancato moltissimo” – chiarisce – sono anche convinta che dobbiamo tornare a vivere e se in questo momento lo shopping impone mascherine, gel igienizzanti e talvolta guanti mi adeguo, l’importante è tornare a casa con un bottino certo e di cui si è soddisfatti.  Indossiamo la mascherina per andare al bar non vedo perché non dovremmo farlo nei negozi”. Anzi, per aiutare le piccole boutique alle prese con una ripartenza complicata, Lavinia si spende in prima persona: giorni fa si è esibita in stile manichino, vestita con un abito lungo rosso e mascherina, nella vetrina di un negozio della capitale.

Romana, trentotto anni, una professione ufficiale dietro le quinte del mondo del cinema,  Spagnuolo ha fondato il suo blog  alla fine del 2019 dopo una dolorosa esperienza personale  che, racconta, “mi ha fatto decidere di riempire la mia vita  di cose divertenti”. Scherzando e ridendo (soprattutto nei faccia a faccia dove affronta la sua alter ego Wizzardina, che vorrebbe comprarsi di tutto e di più)  con toni e stile lievi, Spagnuolo ha però messo su un sito che fornisce consigli per gli acquisti su abbigliamento, arredamento, regali, piccoli elettrodomestici, accessori come le scarpe con il tacco intercambiabile, alto o rasoterra a seconda degli impegni di giornata. 

Alla cacciatrice di stile o “consulente magica” come si presenta non sono ovviamente sfuggiti i nuovi “must have” imposti dal coronavirus. Ha scovato, proponendole, aziende che hanno inventato mascherine pendant con mantelle e si è inventata (mettendoli in vendita nel suo wi-shop) laccetti da collo portamascherine con tanto di kit con due diverse scelte, gadget portamascherine e anche salva-orecchie per evitare inestetismi a chi, dalle parrucchiere alle bariste, è costretto a indossare la mascherina tutto il giorno.

 

Agi

“Sagne” e fagioli, il piatto ciociaro amato da Cicerone

AGI – “La fame è il migliore dei condimenti”, scriveva Cicerone nel suo “De finibus bonorum et malorum”. Ma c’è un piatto che il celebre oratore romano preferiva su tutti: pasta e fagioli. O meglio, “sagne” e fagioli. Così sostengono alcune fonti, e così si narra in Ciociaria e ad Arpino, patria di Cicerone (e del piatto). La versione che l’oratore aveva assaporato nella sua prima infanzia, prima di trasferirsi a Roma, è con tutta probabilità quella che si è tramandata finora e che si mangia oggigiorno d’inverno, ma anche d’estate, in occasione delle sagre locali. Con qualche rivisitazione.

Non nell’impasto, che resta rigorosamente sempre lo stesso: acqua e farina. E che fa di questa pasta fresca una sorta di maltagliato. La variante sta nel condimento. I fagioli ad esempio: i cannellini usati oggi hanno soppiantato il fagiolo originale e tipico del primo secolo avanti Cristo. È rimasta l’abitudine di aggiungere al legume delle spezie, quali il rosmarino, per insaporirlo: già l’oratore nei suoi scritti documentava, infatti, l’usanza di rimestare i cibi con rami di piante aromatiche per accentuarne il sapore. Nei secoli, ai fagioli, gli arpinati hanno aggiunto la pancetta e gli asparagi selvatici, che raccolgono in primavera e che congelano in grosse scorte per i mesi successivi.

La nuova ricetta, che viene fatta risalire al 1600 circa, ha trovato in tempi moderni un altro illustre estimatore: Marcello Mastroianni. Il celebre attore, nato anch’egli in Ciociaria, le preferiva però brodose e ‘rosse’, con il sugo, dunque.

Ecco la ricetta delle Sagne, fagioli e asparagi:

Per l’impasto:

  • 400 grammi di farina
  • 250 ml di acqua circa
  • Un pizzico di sale

Per il condimento:

  • Olio qb
  • Asparagi
  • Aglio
  • Cannellini

Procedimento:

Mettere i fagioli cannellini in ammollo per 12 ore circa, cambiando l’acqua di tanto in tanto.

Disporre la farina a fontana su un piatto di legno. Aggiungere l’acqua tiepida in cui è stato sciolto il sale. Iniziare ad impastare fino a ottenere un composto compatto ed elastico. Lasciar riposare l’impasto in una ciotola coperta per mezz’ora. Poi, stendere la sfoglia – meglio se col matterello – spessa circa un millimetro. Arrotolare la pasta a formare un rotolino appiattito e tagliare la sfoglia trasversalmente in modo grossolano, in forma di “orecchio di prete” o di “foglia d’ulivo”, come specificano in terra di Cicerone.

Scolare e sciacquare i cannellini e farli bollire per circa 2 ore a fiamma molto bassa.

Cuocere le “sagne” in acqua salata per 4-5 minuti.

Far soffriggere in un padellino olio, aglio e asparagi, aggiungendo un goccio d’acqua.

Infine, versare in un piatto le “sagne”, il condimento, un mestolo di asparagi ad ogni porzione e dell’acqua di cottura affinché la pietanza non risulti troppo asciutta.

Agi

 Nasce”Ascierto”, gelato dedicato a medico napoletano

AGI –  È uno dei medici– celebrati in questi mesi come “eroi” – che in un frangente drammatico per il Paese ha combattuto in prima linea la lotta al Covid, adoperandosi nella ricerca di cure sperimentali per pazienti gravemente colpiti dalla malattia. E oggi a rendere omaggio all’impegno del professor Paolo Ascierto, dell’Istituto tumori Pascale di Napoli, non è il mondo della medicina, ma quello – edonistico – del gelato, che gli ha dedicato un gusto: il gusto “Ascierto”.

Il dolce omaggio è un’idea della gelateria Note di Caffè di Solopaca (Benevento), paese natale del professore, che ha voluto celebrare il concittadino, ma anche lanciare un segnale di speranza e positività in un momento di fragile ripartenza, in cui la creatività, unita alla qualità dell’offerta, diventa la chiave di volta per guardare al domani.

Il gelato, studiato anche nell’estetica, fa incontrare l’Amarena Fabbri con lo zucchero filato e le scaglie di cioccolato. “La quarantena – ha spiegato la signora Maria, madre del titolare Bartolo Riccardi e addetta alla gelateria – è stata molto dura, ma anche la ripartenza si è presentata in salita. Da qui l’idea di proporre un nuovo gusto, che ci ha convinto perché buonissimo, e nello stesso tempo ci consentisse di lanciare un messaggio sociale”. Gli ingredienti non sono stati scelti a caso: “siamo partiti dall’Amarena Fabbri, un’eccellenza del dolciario italiano, cui abbiamo unito lo zucchero filato, pensato per i bambini e che nel colore, l’azzurro, evoca Napoli. Le scaglie di cioccolato, infine, antidepressivo naturale ed elemento che dona croccantezza”.

Il nome, ha sottolineato, “non voleva avere una valenza commerciale. Abbiamo voluto ringraziare una persona che con il suo impegno e le sue capacità sta rendendo un grande servizio al Paese”. La creatività, fino ad ora, è stata premiata dal pubblico e lo stesso medico, sentito telefonicamente, sembra aver apprezzato.“Ora lo aspettiamo per farglielo assaggiare”. Per quanto riguarda il domani, “cerchiamo di guardare con ottimismo. Continueremo a sperimentare nuovi sapori e forse anche nuove modalità di consumo”.

Agi

I cioccolatini sono razzisti? Via i Moretti dai supermercati svizzeri

AGI – È razzista chiamare moretto un dolce al cioccolato che peraltro nasconde il candore di un’anima di panna? Sì, per i supermercati della Migros, nota catena svizzera, che hanno stabilito, dopo anni di polemiche e petizioni, di ritirare dagli scaffali la golosità prodotta dal 1946 dalla Dubler, azienda del Cantone dell’Argovia, nel nord del Paese, dove sono conosciuti come Mohrenkopf,  ‘teste di moro’.

La decisione ha un impatto anche sulle rimembranze proustiane di tanti ex bambini italiani di confine che alla domenica andavano in Svizzera con mamma e papà a fare il pieno, quando ancora i prezzi erano più convenienti di quelli nostrani, e coglievano l’occasione per farsi regalare una scatola di moretti.

Che cosa sono i Moretti

Avvolti in una carta dorata, che merita più attenzione della frenesia con cui viene scartata,  nascondono sotto una sottile scorza di cioccolato un tripudio di crema appoggiato alla base di wafer.

L”eliminazione’ del moretto  è arrivata nelle scorse ore con un tweet in risposta all’ennesima protesta di un utente che definiva “estremamente razzista” il nome della delizia.

“Abbiamo deciso di rimuovere il prodotto dalla gamma – ha twittato Migros – L’attuale dibattito qui ci ha spinto a rivalutare la situazione. Siamo consapevoli che questa decisione porterà anche a discussioni.

Ma i Moretti spariranno?

Questo non significa che la squisitezza sparirà perché, ha precisato la catena, la decisione riguarda solo la Dobler, l’unica azienda che si ostina a chiamare i dolci col suo nome originale, mentre gli altri li hanno ribattezzati da tempo con un più universale kiss.  

In effetti, gli animi su Twitter si sono scaldati, come previsto, e in perfetto multilinguismo elevetico. C’è chi parla di “nuova, dilagante e subdola dittatura del politicamente corretto”, chi, volando più basso, sente spegnersi l’aroma dell’infanzia (“sono un ricordo legato alla mia amata zia che non c’è più e abitava a Ginevra, andare con lei alla Migros a mangiarli era una festa”, dice Chiara).

Si è indignato anche un uomo di fede, o almeno così si presenta: ”Oggi Migros non chiama più così i moretti per rispetto, ma di cosa? E io che sono un sacerdote potrò esigere che Migros dia un nome nuovo agli ‘strozzapreti’?”.

Chi esulta per la cacciata dei Moretti

Esultano invece i promotori di una petizione affiliati al Comitato contro i dolci razzisti che nel 2017 chiedevano di abolire il nome “palesemente razzista”.

A sostenere la loro tesi c’era anche una ricercatrice dell’Università di Basilea che sulle pagine della  NZZ Franziska Schutz si espresse per “decolonizzare la nostra lingua per evitare un futuro di nuovi drammi legati alla migrazione”.

Al momento, per i nostalgici dell’ultima ora, sul sito della Migros è ancora  presente la sezione dedicata all’acquisto dei moretti, li chiamano ancora così, poi saranno solo kiss.

Agi

La difficile vita degli influencer tra verità e menzogne

Chissà se è vero che Kylie Jenner, come recita l’ultima “Instagram Rich list” viene pagata 1,2 milioni di dollari per un singolo post su Instagram destinato alla sua platea monstre di 179 milioni di follower.

E chissà se lo scandalo che l’ha appena investita adesso si abbatterà anche sul suo tariffario relativo alle sponsorizzazioni: “Forbes” che due anni fa l’aveva incoronata, a 21 anni, “la più giovane miliardaria self made” ora l’ha accusata di aver gonfiato i bilanci della sua azienda Kylie Cosmetic dichiarando un guadagno di 360 milioni di dollari per il 2018 mentre, stando all’azienda Coty oggi proprietaria della linea ammonterebbero a 125 milioni.

Chissà come finirà, visto che la più giovane del clan Kardashian respinge al mittente le accuse. Ma il suo caso riaccende i riflettori sul variegato e liquido mondo degli influencer, composto da punte di diamante, celebrities strapagate, middle influencer, micro influencer , personaggi emergenti, immacolati o meno limpidi e di un sottobosco che in quanto a reputazione e credibilità deve fare i conti con  l’annosa questioncella dei follower farlocchi. 

La questione dei follower fasulli

Secondo la società di analisi HypeAuditor, più della metà dei 1,84 milioni dei profili Instagram esaminati a livello internazionale è ricorso a metodi fraudolenti per racimolare seguito.

Un fenomeno duro a morire anche se gli ingaggi delle aziende si basano sull’interazione dei follower e quelli finti che fanno solo numero o generano like automatici vengono smascherati facilmente dai sistemi di intelligenza artificiale.

Ma il mercato è florido: secondo lo studio della Nato “Falling Behind: How Social Media Companies are Failing to Combat Inauthentic Behaviour Online” la manipolazione dolosa del traffico di like e follower online è in costante crescita anche in Europa, forte, secondo gli esperti legali,  di un vuoto di regole e dell’assenza di misure sanzionatorie mirate. Con un budget di 300 euro, avverte la Nato è possibile incamerare 5.100 follower, 3.530 commenti, 25.750 “mi piace”, 20mila visualizzazioni.

Una pratica che non dovrebbe servire a chi è al top. Ma se adesso non ci si può fidare neanche più della regina degli influencer e dei suoi fatturati, qualche domanda in più qualcuno se la pone: “Il mistero del web – premette all’AGI Gianluca Diegoli, consulente di marketing e professore a contratto in digital marketing alla Iulm  – è che è tutto vero per chi ci crede. E nel mondo degli influencer per essere considerati di successo bisogna mostrare i propri successi. Veri o falsi che siano”.

L’esperto sostiene che vale la pena farsi venire qualche dubbio, nell’ambito del digital marketing, rispetto a quelli che sfoggiano i loro incassi e i  loro successi per vendere corsi che promettono di far diventare ricchi. Il metodo? Narrazioni di imperi creati da zero, ostentazione del tenore di vita in stile “Riccanza” sui social (ristoranti stellati, auto di lusso, hotel fastosi), e anche, precisa “l’estremo bisogno di condividere i propri segreti (“anche tu puoi, se ce l’ho fatta io!”) associato in molti casi, alla difficoltà, da parte di chi ci si approccia, nel capire cosa davvero li renda degli esperti e cosa insegnino nei corsi”. 

La regola è quella del “fingi finché non diventa vero”, chiarisce Diegoli mettendo in guardia anche, rispetto mondo degli influencer del settore della moda e dell’estetica, da quelli che millantano feste esclusive dove dicono di essere tra i pochissimi invitati (“magari è un party da duemila persone) o amicizie che non esistono.

Un modo a cui ha dichiarato guerra servendosi pure di un video dal titolo “Smascheriamo i buffoni del web marketing” anche Marco Montemagno invitando a diffidare da quelli che “hanno la verità in tasca” e da chi vanta numeri social sospetti: “Se hai 300 mila persone che ti seguono e nessuno reagisce, o sono falsi o sei incapace”.

I successi veri

I successi veri non mancano. Dalla food influencer Benedetta RossiMariano Di Vaio, 6 milioni di follower su Instagram. L’influencer maschio più famoso d’Italia,  (pure lui finito su Forbes tra gli under 30 più famosi del mondo) è uno dei pochi , accanto alla regina Chiara Ferragni  (20,2 milioni di follower)  a detenere un impero composto di aziende, sponsorizzazioni social e ingaggi da testimonial. 

L’influencer umbro ha un marchio tutto suo “NoHow” di e-commerce multimarca da cui, sostiene, proviene l’85 per cento dei 10 milioni di fatturato l’anno ed è pure testimonial global del profumo K Dolce e Gabbana. Ma intervistato nel maggio scorso da “Panorama” ha detto chiaro e tondo che le classifiche sui compensi che girano per i singoli post degli influencer, compresi i 22 mila euro che gli vengono attribuiti (quelli della Ferragni superano i 50 mila) per un singolo post che pubblicizza un prodotto sul suo profilo Instagram, sono farlocchi: “Leggo classifiche piene di dati falsi. Può essere vero che Kim Kardashian guadagni 100 mila dollari a post, ma nessuna di quelle cifre corrisponde all’Italia”.

Una chiave per capire luci e ombre del mondo degli influencer la fornisce all’AGI Stefano Prestini, academic fellow del dipartimento di marketing alla Bocconi: “Nel mondo complesso e dinamico degli influencer riescono a diventare casi di reale successo i veri content creator che propongono cioè conoscenze, competenze o divertimento che sono i prodotti di un piano editoriale serio, e quelli attenti all’ “always on content”, che mantengono cioè continuità nella comunicazione –  premette –  Ma un’altra chiave di successo è quella del proporsi con autenticità alla propria community, come fa ad esempio L’estetista cinica”.

Trattasi di Cristina Fogazzi, 649 mila follower su Instagram, regina dei prodotti VeraLab, che ha chiuso il 2019 con un fatturato di 28,365 milioni di euro.  “È una delle poche”, spiega Prestini, che durante l’emergenza Covid, mentre il settore beauty gestiva le complessità del contesto, è riuscita a far impennare le vendite dei suoi prodotti, condividendo i segreti di bellezza e creando prodotti ad hoc per l’emergenza coronavirus come la maschera per le mani screpolate dai troppi gel igienizzanti.

“L’estetista cinica”, continua,  “rappresenta un caso di successo nostrano del settore merceologico cosmetico che ha adottato uno stile genuino e dai feedback continui alla propria community. Basti pensare come anni fa dichiarò con trasparenza ai suoi follower perfino i piccoli ritardi di spedizione dovuti all’elevatissimo numero di richieste dei suoi prodotti”.

Sinceri come “l’estetista cinica”, un po’ l’anti Kylie Jenner nostrana, di reale successo o bugiardelli che siano, gli influencer sebbene colpiti anch’essi dalla crisi Covid-19, con parecchie aziende che hanno tagliato gli ingaggi, continuano ad ammaliare i fan. Tant’è che sul web spopola “Webboh”, il sito che nato un anno fa oggi ha raggiunto 110 mila follower (veri) su Instagram  raccontando  il mondo italico di influencer, creator, instagrammer, youtuber, tiktoker, a un target giovane e soprattutto femminile (il 76 per cento).

Il cofondatore Giulio Pasqui spiega all’AGI che lo scandalo che ha coinvolto la Jenner non è destinato a minare il business degli influencer. Anzi. “Non è il solo scoppiato nei giorni del Covid”. A casa nostra ad autorovinarsi la reputazione ci hanno pensato i due famosi tiktoker Gianmarco Rottaro e Marta Losito, lui di Milano lei di Treviso che essendo stati ingaggiati per girare un video a sostegno di e iniziative benefiche anti coronavirus, hanno pensato di farlo non in remoto ma dal  vivo, infrangendo il lockdown e postando poi foto in cui festeggiavano il loro anniversario. “Si sono beccati una serie di insulti, da “pagliacci” a “buffoni” agli hashtag  #MartaLositoIsOverParty e #GianmarcoIsOverParty finiti in tendenza su Twitter, all’inizio in parecchi hanno smesso di seguirli ma poi i follower sono addirittura aumentati”, spiega Pasqui.

Possibile? “Il popolo dei social dimentica in fretta, anzi gli scandali generano “hype”, cioè attesa e interesse” chiarisce Pasqui. Tant’è che il profilo Instagram di Losito ha due milioni di follower e Rottaro veleggia sugli 850mila. Chissà, a questo punto, quanti ne guadagnerà ancora la Jenner.

Agi

Dove si va in vacanza nella Fase 2? Cosa dicono le prenotazioni online

L’estate è alle porte, ma l’Italia non si è ancora lasciata del tutto alle spalle l’emergenza coronavirus. Complici le incertezze sugli spostamenti consentiti nei prossimi tre mesi, le difficoltà economiche e la probabile scarsità di ferie a disposizione (molti le hanno dovute consumare nei primi giorni di lockdown), la proverbiale vacanza potrebbe slittare alla fine dell’anno. Abbiamo chiesto ad Expedia.it, agenzia di viaggi online che offre oltre 435.000 alberghi in tutto il mondo, di spiegarci se gli italiani si stanno già guardando attorno per le vacanze del prossimo autunno/inverno. 

L’estate in Italia, ma per l’inverno non ci sono dubbi

“In molti sognano di poter tornare a volare verso posti lontani, anche se al momento nessuno sa ancora se questi viaggi saranno possibili”, spiega all’AGI Michele Maschio, responsabile relazioni esterne di Expedia.it. “Per quanto riguarda i viaggi di fine anno, gli italiani che possono permetterselo stanno probabilmente sognando un’estensione di un’estate più breve o che potrebbero passare al lavoro”. In cima alla classifica delle mete più desiderate per viaggiare da ottobre a dicembre 2020, quindi, ci sono le Maldive. In top 10, poi, altre mete di mare: dalla Polinesia Francese a Dubai, fino alle classiche mete del Mar Rosso, Hurghada e Sharm el Sheikh. 

Se nell’autunno, insieme a queste mete esotiche, i dati rivelano interesse anche verso metropoli come New York, Londra, Roma, Amsterdam e Parigi, tra gennaio e febbraio 2021 il sogno di molti italiani sembra essere soltanto quello di godersi il sole in spiaggia: Phuket, Zanzibar, Tenerife, Repubblica Dominicana, è un tripudio di paradisi terrestri dove cercare il relax. 

Spendere di più, ma essere sicuri di poter rinunciare

Secondo Maschio, “chi prenoterà lo farà in modo un po’ diverso rispetto al passato, preferendo le tariffe aeree flessibili e gli hotel completamente rimborsabili, con un occhio indubbiamente attento alle possibili restrizioni e ai rischi sanitari dei singoli stati”. 

Ma il trend di prenotazioni flessibili non riguarda soltanto il prossimo inverno. Già oggi, prosegue il manager di Expedia.it, gli utenti “stanno prenotando soprattutto tariffe hotel completamente rimborsabili fino anche a 24 ore prima del check-in”. Una tendenza “destinata a consolidarsi in un mondo post-coronavirus”, spiega Maschio. In che modo? “I viaggiatori preferiranno pagare un po’ di più per avere la certezza di poter cancellare la propria prenotazione, invece che risparmiare con le tariffe non-rimborsabili”.

L’estate? A Roma prenotando last minute

Expedia ha registrato un altro dato interessante: luglio e agosto, i periodi normalmente più vacanzieri, non stanno accendendo la fantasia degli italiani. “Le ricerche si stanno concentrando da un lato sulle prenotazioni dell’ultimo minuto per andare in vacanza nelle prime settimane di giugno – prosegue Maschio – e dall’altra per viaggi tra tre o quattro mesi. Il periodo luglio-agosto al momento sembra creare ancora incertezza e si può provare ad ipotizzare che sarà prenotato last-minute di settimana in settimana”. 

Per l’estate, ed è un altro aspetto da sottolineare, tra le mete più cercate non c’è il mare: in cima alla classifica delle destinazioni, infatti, spunta Roma. La costiera romagnola è al secondo posto, mentre è il Salento a chiudere il podio. In top ten, dietro ad Argentario, Calabria e Sardegna, ecco altre sorprese che hanno poco a che fare con spiagge e mare: ci sono Trentino e Sud Tirol, Val d’Aosta, le valli alpine lombarde e il lago di Garda. “Possiamo interpretare queste destinazioni come la voglia di aria fresca, grandi spazi e camminate salutari – sostiene Maschio – Ma potrebbero essere anche un’ovvia conseguenza del fatto che chi vive in Veneto, Lombardia e Piemonte, le zone più popolose e tra le più colpite del Paese, sta pensando ad un’estate di viaggi di prossimità in destinazioni raggiungibili velocemente in auto”. 

Gli occhi dei turisti tedeschi sull’Italia

A Expedia abbiamo chiesto anche di spiegarci se ci sono segnali di una ripresa del turismo straniero verso l’Italia. “È difficile fare previsioni, considerando le diverse restrizioni e le incertezze nelle riaperture dei confini. Ma il Paese europeo dove riscontriamo già un grande interesse a prenotare viaggi per questa estate è senza ombra di dubbio la Germania”, spiega Maschio. “Che abbiano voglia di viaggiare è un buon segno, perché i tedeschi sono indubbiamente turisti fondamentali per tantissime destinazioni, inclusa l’Italia, visto che tra gli stranieri che di solito prenotano soggiorni nel nostro Paese, al primo posto per distanza ci sono proprio i tedeschi”. 

L’Italia dovrà però vedersela con Spagna, Croazia e Grecia, le altre mete più battute dai turisti tedeschi. A loro, spiega Maschio, quest’anno si sono aggiunte altre concorrenti: le città tedesche sul Baltico. “Senza possibilità di volare oltreoceano e senza certezze di poter lasciare la Germania, abbiamo riscontrato un livello di domanda altissimo per vacanze sul Baltico richieste appunto da tedeschi”.

Agi

Come sta andando la riapertura nei grandi outlet

La nuova normalità  che consenta di fare shopping passa anche per gli outlet. I  5 Designer Outlet italiani di McArthurGlen hanno riaperto al pubblico da lunedì 18 maggio:  villaggi pedonali e all’aperto in cui si concentrano in un solo luogo tra 120 e 240 negozi dei principali marchi italiani e internazionali, che offrono le loro collezioni delle stagioni precedenti con uno sconto dal 30% al 70% garantito tutto l’anno. Nomi come Nike, Armani, Hugo Boss, Calvin Klein, Moschino, Versace, Dolce e Gabbana, Prada, Levi’s, Polo Ralph Lauren. 

Secondo Joan Jove, managing director per il Sud Europa, “il ritorno ad una ‘nuova’ normalità” significa “approfittare delle  offerte vivendo un momento di condivisione in famiglia o con gli amici, nel più rigoroso rispetto delle regole sanitarie”.

Anche se la chiusura delle frontiere e la limitazione degli spostamenti sul territorio nazionale stanno avendo un organico impatto sull’affluenza dei Centri rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in questa prima settimana di riapertura i visitatori non sono mancati e alcune categorie di beni hanno conosciuto persino un interesse maggiore del solito: la moda per bambini, la biancheria, gli articoli per la cucina e lo sport.

“Nella prima settimana di riapertura il calore dei visitatori è stato davvero superiore alle nostre aspettative” dichiara Enrico Biancato, Centre Manager di Castel Romano “In attesa di poter riaccogliere i turisti, abbiamo avuto una risposta molto incoraggiante dai nostri clienti del territorio che da anni ci scelgono come destinazione di shopping preferita. Le visite si svolgono in un ambiente sicuro,  i clienti seguono tutte le regole in modo esemplare:  lavoriamo costantemente affinché l’esperienza di shopping nel nostro Centro sia serena e piacevole”.

McArthurGlen ha aumentato la frequenza di pulizia delle aree comuni e prevede in tutti i centri distributori di gel igienizzanti per le mani. I servizi igienici sono disinfettati dopo ogni singolo passaggio e richiede a tutti i suoi dipendenti e visitatori di mantenere una distanza sociale minima di un metro. 

Ogni Brand partner è tenuto a gestire il numero di clienti presenti nel suo negozio in conformità delle disposizioni governative, per consentire il rispetto delle regole di distanza sociale le code davanti all’ingresso di ogni negozio sono regolamentate da un’apposita segnaletica disposta sul pavimento.

In base alle disposizioni governative, l’accesso ai Centri non sarà consentito ai visitatori con temperatura superiore a 37.5 gradi. Presso l’outlet di Castel Romano la misurazione della temperatura all’ingresso è obbligatoria.

La mascherina è obbligatoria nei punti vendita e obbligatoria o fortemente raccomandata nei Centri sulla base delle diverse ordinanze regionali. I guanti sono necessari per toccare i prodotti all’interno dei negozi.

È raccomandato di usare il più possibile modalità di pagamento contactless.

Questi primi giorni di riapertura dei Centri si è svolta in modo graduale per permettere ad ogni punto vendita di soddisfare le condizioni di accoglienza del pubblico come fornitura di gel igienizzante, organizzazione delle casse in modo da proteggere personale e clienti, comunicazioni per il centro con il vademecum delle norme da adottare, tendiflex e adesivi al pavimento per gestire al meglio le code.

 

Agi

Il revenge shopping latita e non solo perché ci stiamo impoverendo

Niente code, nessuna corsa all’accaparramento di borse, scarpe e vestiti. Il “revenge shopping” cinese di post lockdown, con il boom di incassi e le file davanti al negozio Hermès di Canton che a metà aprile aveva aperto le speranze su un effetto fotocopia in Italia, per ora non si è visto, eccezion fatta per taglio, colore e piega dal parrucchiere.

A poco più di una settimana dal via alla riapertura dei negozi, tra dispenser all’ingresso e mascherine, gli incassi del commercio sono ancora molto ridotti e le spese vendicative latitano, fenomeno che non stupisce Nadia Olivero, docente di psicologia dei consumi all’Università di Milano-Bicocca.

Intervistata dall’Agi all’indomani dello shopping sfrenato di Canton aveva avvertito che l’andamento dello shopping nostrano, alla ripresa, sarebbe stato condizionato dal “consumer sentiment”, cioè l’andamento della fiducia dei consumatori sulla situazione e sulle prospettive economiche del Paese. A tagli e casse integrazioni che hanno impoverito i portafogli, si aggiunge, insomma, la paura del futuro. “Le decisioni relative agli acquisti, soprattutto in periodi critici come questi, vengono condizionate, più che dall’entità del conto in banca dal livello di ottimismo sul futuro Paese” ribadisce spiegando quindi che  “il sovvertimento delle nostre priorità durante il  lockdown ha inciso sui nostri consumi.

Possibile che abiti, borse e scarpe per cui spasimavamo ora ci lascino improvvisamente indifferenti?

“L’isolamento casalingo ha impattato sui nostri valori e quindi su priorità e obiettivi: siamo sopravvissuti senza dover dimostrare chi siamo attraverso i consumi. Se prima di questa tragedia  l’affermazione sociale e la riuscita economica erano ai primi posti, e con loro i cosiddetti “consumi ostentativi”, il lockdown ci ha obbligato a riscoprire  una dimensione che non ci apparteneva più, quella dei valori familiari, casalinghi, sentimentali e della salute, con i consumi a loro funzionali: le tecnologie per comunicare, i farmaci…”. 

Però sul parrucchiere e sull’estetista non si risparmia…

“E’ un consumo in linea con il cambiamento dei valori: siamo davanti a un’introversione del consumatore, al suo desiderio di prendersi cura di se stesso”.

I conti in banca si stanno svuotando, la cassa integrazione impera e anche i consumatori che ancora potrebbero permetterselo hanno paura di spendere. Quanto pesa il fatto che la crisi economica innescata dalla pandemia sia stata equiparata a quella del 2008?

“Pesa parecchio, e riguardo al “consumer sentiment” è aggravata dal fatto che questa crisi, rispetto a quella del 2008, contiene un elemento di preoccupazione in più, quello relativo a una seconda ondata del virus. Per la società contemporanea è un fenomeno del tutto nuovo.

Mettiamoci pure che andare in un negozio oggi, tra igienizzazioni, guanti e mascherine, non è poi così gratificante…

“Per  difendersi dalla concorrenza dell’e-commerce, i negozi del consumo tradizionale hanno puntato da anni sull’esperienza sensoriale, quella di chi andava per esempio in un celebre negozio monomarca di sneakers, portandosi a casa, come e anche più del prodotto, quell’esperienza oggi negata o mortificata dalle misure anticoronavirus”.

Come si spiega che i desideri modaioli si stiano concentrando quasi essenzialmente sulle mascherine, da quelle griffate e di lusso in seta o di strass a quelle di cotone in vendita sulle bancarelle?

“L’abbigliamento rappresenta un’estensione del nostro corpo, e la mascherina ha un valore simbolico doppio e ambivalente: da una parte è il simbolo dell’isolamento sociale imposto dal pericolo coronavirus, dall’altro è l’unico strumento che ci permette di avvicinarci all’altro.  E’ entrata prepotentemente nel nostro quotidiano e sta diventando strumentale all’espressione della nostra creatività, siamo rappresentati dalla mascherina che scegliamo di indossare”.

Agi

Ora che si possono rivedere gli amici spunta il “saluto del porcospino”

Pare che senza mascherina il saluto con il gomito, affettuosa alternativa alla stretta di mano proibita dal coronavirus, non sia poi così sicuro, perché obbliga ad avvicinarsi l’uno all’altro più del dovuto. Idem quello con le caviglie.

Per non limitarsi all’unica soluzione del “namastè” indiano, dagli studenti della Luiss e di altre sei università, adesso che con l’Italia di nuovo in moto  e con lo sdoganamento degli amici il distanziamento sociale diventa centrale, arriva “il saluto del porcospino” dotato di cartone animato e videotutorial dedicati.

Condito dagli hashtag #behumanagain e #iosonoporcospino il saluto prevede che le due persone, una di fronte all’altra, a debita distanza naturalmente, debbano guardarsi negli occhi come si fa nei brindisi portando in avanti il braccio e il palmo della mano destra per poi condurlo vicino al cuore, rivolto verso l’altro. Slogan: “Ti vedo, ti sento, ci sono, iosonoporcospino”.

All’apparenza espediente giocoso, il saluto del porcospino, come spiega Angelo Monoriti, docente di negoziazione alla Luiss, che l’ha ideato e coordinato insieme  alla psicoterapeuta Maria Rita Parsi, è invece un “nuovo codice di comunicazione relazionale” che ha basi  scientifiche e filosofiche: il nuovo saluto viene presentato come un “attivatore mentale comune” che punta a risolvere “la dissonanza emotiva tra la necessità di protezione  imposta dal pericolo del contagio e l’esigenza di umanità”. Il filosofo di riferimento è  Schopenhauer,  che in “Parerga e paralipomena” nel 1851 aveva elaborato il seguente “dilemma del porcospino”: “Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche. Il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno: di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. Finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione”.

Visto che il coronavirus in quanto a relazioni sociali e paura dell’altro ci ha trasformati tutti in una sorta di porcospini umani tocca affidarsi ai principi delle neuroscienze e al nuovo codice di comunicazione relazionale a cui hanno lavorato gli studenti della Luiss insieme a quelli della La Sapienza, di Roma Tre, dell’Accademia delle Belle Arti di Bologna, Macerata, Roma, e del Conservatorio di  Sassari. “Nella mano ci sono i nostri nuovi occhi” spiega Monoriti, chiarendo   che posare lo sguardo sull’altro è la prima forma di riconoscimento, di calore, e di umanità e che “l’altro esiste quando viene guardato”. Il saluto del porcospino, è vero, richiede qualche attimo in più rispetto alla toccata di gomito in cui si sono mediaticamente esibiti anche i candidati alla Casa Bianca Biden e Sanders, prima del ritiro del secondo. Ma pare che ne valga la pena.

 

Agi

Le occasioni sprecate della quarantena

Sarà  perché lo smart working ha finito per colonizzare l’intera giornata di chi ha potuto lavorare in casa, o come dicono gli psicologi, perchè siamo stati impegnati a confrontarci con noi stessi, col nostro passato e il nostro futuro incerto, e pensando e riflettendo e autoanalizzandoci sul divano, il tempo correva. Sarà pure perché banalmente ci siamo concessi di svegliarci un po’ più tardi e la giornata, tra una passata di aspirapolvere, l’estenuante fila al supermercato e l’intrattenimento dei bambini è volata, ma con lei, settimana dopo settimana di lockdown totale, sono volati via anche i tanti buoni propositi che avevano a inizio clausura.

C’è chi aveva scaricato dozzine di lezioni di pilates del guru del momento e ne ha seguita solo una e chi, come il conduttore Marco Liorni , si era riproposto di dedicarsi “in questo tempo dilatato, a film dilatati, quelli che di solito dici “che palle”, scherza con l’Agi, “come quelli di Akira Kurosawa” e finora però non l’ha fatto. E, ancora quelli che volevano studiare il cinese, o banalmente l’inglese come nel caso di Gabriella Germani, l’imitatrice del cuore di Fiorello, e poi ha lasciato perdere. La sintesi la fa con Agi, con la sincerità che si concede sempre anche in tv, Iva Zanicchi: “Il fatto è che questa quarantena ci ha impigriti tutti..”, chiarisce, spiegando di essersi inizialmente ripromessa di fare un po’ di movimento: “In casa ho la cyclette e il tapis roulant ma non li sopporto… all’inizio della quarantena passeggiavo in casa, poi ho cominciato a trovarlo noioso, e allora con mio marito ci siamo dati al burraco e ci siamo messi anche all’ingrasso, lui ai fornelli io addetta ad apparecchiare e sparecchiare”.

Nella lista dei tanti che oggi sui social parlano di #quarantenasprecata piangendo lacrime di coccodrillo su quello che si poteva fare e non si è  trovato il tempo di fare c’era un po’ di tutto, dal riordino degli armadi alla corsa quotidiana, da tutta le stagioni di Black Mirror alla ricetta dell’anatra all’arancia alla lettura dell’Ulisse di Joyce. Alti o bassi che fossero i buoni propositi, un po’ come la classica dieta del lunedì (molti si erano proposti pure quella) si sono sciolte come neve al sole, ma non tutti, fortunatamente si sentono in colpa, a partire dalla conduttrice di Agorà Serena Bortone: “Lo smart working mi ha permesso di staccare molto poco, ma è anche vero che essendo io un’ottimista pervicacemente ostinata a prendere il meglio della vita non ho voluto programmare nulla: la vita ti regala dei pomeriggi in cui non sei costretta a girare, vedere, socializzare e  ti imponi dei compiti?”.

Se ne è fatta una ragione anche l’attrice e conduttrice Carla Signoris che un buon proposito “utile al fisico” spiega, se l’era dato: “Volevo fare ginnastica, invece niente – ammette – perché a un certo punto mi sono data alle torte, io che ai fornelli sono un mezzo disastro. La ginnastica,insomma ,me la sono mangiata”. È anche vero però che a meno  di un nuovo ritorno alla fase uno, sul quale gli scongiuri sono d’obbligo, due mesi a casa non recapiteranno tanto facilmente. 

Per lo scrittore Federico Moccia, il lockdown è arrivato quando, dopo qualche giorno sugli sci aveva deciso di rimettersi atleticamente in pista anche per presentarsi in forma alle presentazioni del suo nuovo romanzo “Semplicemente amami”, previsto a fine marzo e adesso slittato a metà giugno: “Mi ero appena iscritto in palestra – racconta – e quando hanno chiuso tutto avevo deciso che avrei fatto comunque ginnastica a casa e invece niente neanche una flessione”. Non si è potuto invece sottrarre invece , causa insistenza della moglie (“mi guardava in cagnesco”) al riordino degli scatoloni che provenienti dalla sua stanza-ufficio in casa nella madre, sostavano da mesi in corridoio: “C’erano ricordi, molti dei quali dimenticati,  accumulati dai miei 18 anni ai 27 è stato come aprire un uovo di Pasqua, l’ho trovato terapeutico”. 

Voleva correre e non l’ha fatto anche Beppe Convertini: “Mi ero prefissato un’ora al giorno, ma quando ho capito che era concesso correre solo in prossimità di casa, praticamente il giro del palazzo, ho lasciato perdere”. Il conduttore avrebbe voluto anche leggere di più, chiarisce, ma non è riuscito a tenere il ritmo che si era imposto: “Mi sono rimasti sul comodino e saranno i prossimi che leggerò, “L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi e “I cretini non sono mai eleganti”, il ritratto di Giorgio Armani scritto da Paola Pollo. Chissà.

Resta da capire perché ci siamo mollemente impigriti mandando in fumo tanti buoni propositi. Gli esperti spiegano che non essendo più la giornata scandita da appuntamenti e obblighi tradizionali, il senso del tempo finisce per sfuggirci di mente e di mano. Ma non è solo questo:  la Germani, che il lockdown l’ha passato in Ciociaria, vicino ad Arpino nella sua casa di campagna, spiega di aver lasciato perdere l’inglese di cui voleva impadronirsi come alternativa al francese studiato a scuola, quando ha capito che le mancava la giusta concentrazione: “Ho scoperto di non avere più l’ansia del controllo – chiarisce – davanti alla pandemia mi sono sentita come in alto mare in mezzo alle onde e ho pensato che  non aveva nessun senso nuotare (e studiare l’inglese ndr). Mi sono lasciata trasportare, mi sono detta che mal che fosse andata sarei morta e alla fine mi sono sentita perfino più rilassata”. Però non ha mangiato più di tanto: “Prima del lockdown avevo perso due chili e mi ero comprata un paio di jeans fantastici che non voglio assolutamente buttare via”.

Liorni spiega il congelamento dei buoni propositi con la schiavitù da smart working:  “Da casa si finisce per lavorare il triplo, perché le cose non sono mai chiare, ognuno ha orari diversi, quasi un fuso orario personalizzato, diventa tutto complicato” chiarisce, spiegando di essere dispiaciuto di non aver potuto smaltire i film arretrati cui voleva dedicarsi, accanto a Kurosawa anche Truffaut  e la saga di Harry Potter, “ho visto il primo e mia figlia me ne parla sempre”.

Il motivo per cui non è riuscito neanche a leggere come voleva però è anche un altro: “Adesso sto recuperando, ma il primo mese non riuscivo a concentrarmi  perché avevo continuamente bisogno di leggere informazioni sull’andamento della pandemia”. È quello che su Mashable Italia lo psicoterapeuta Leonardo Paletta ha descritto come “rumore di sottofondo” chiarendo che in molti si sono dedicati alle varie attività più per distrarsi dalla paura, dall’ansia e dal dolore di questa situazione”. Una strategia di distrazione, insomma, anziché un’urgente passione.  Significa forse che quando tutto sarà davvero finito torneremo forse a dedicarci davvero al Pilates, alle lingue straniere alle serie tv e alle ricette da chef stellati. Sempre che si trovi il tempo per farlo.

Agi