La moda diventa sostenibile grazie a una collezione tutta in rafia

AGI – La rafia diventa protagonista delle serate estive. La casa di moda Souldaze Collection di Domitilla Mattei, stilista e snowboarder romana che utilizza solamente tessuti italiani naturali e riciclati, in occasione del Phygital Sustainability Expo 2021 in programma il 5 luglio a Roma, primo evento in Italia dedicato alla transizione ecosostenibile della moda e del design, presenterà in anteprima un capo della sua nuova collezione estiva 2022, un abito lungo e fluttuante ispirato allo stile africano, creato con tessuti naturali di recupero italiano stampato in seta o in viscosa, che si fondono con la rafia, materiale grezzo naturale decorativo. Un capo elegante e sfizioso che rappresenta in pieno il lato femminile di Souldaze Collection.

Le collezioni estive di Souldaze Collection da sempre puntano su completi, giacche e pantaloni rigorosamente in tessuti naturali e riciclati, sui toni del bianco, verde, salvia pensati per durare, senza mai diventare noiosi. Fondato sei anni fa, Domitilla Mattei ha declinato il suo marchio in creazioni casual-eleganti versatili che si possano indossare a tutte le ore del giorno e in tutte le situazioni: dall’ufficio, all’aperitivo alle serate, e ora in epoca di pandemia e smart working, anche in conference call.

“Per me è un grande piacere che Souldaze Collection sia stata selezionata per partecipare a un evento di questa portata, interamente dedicato alla moda ecologica e che si terrà a Roma, città dove sono nata e dove Souldaze ha sede. Il Phygital Sustainability Expo è sicuramente un passo importante per sensibilizzare l’attenzione all’ambiente e alla sostenibilità anche nella moda nel nostro Paese”, ha commentato la stilista Domitilla Mattei.


La moda diventa sostenibile grazie a una collezione tutta in rafia

Un’altra vita è possibile, in barca a vela

AGI – In fondo, a un certo punto della vita, lo abbiamo sognato po’ tutti: mollare la scrivania, i capi, i colleghi, il traffico, lo stress, lo smart working che tanto smart non è, chiudere baracca, insomma, per andarsene in giro per il mondo, in fuga da ritmi sempre più asfissianti.

C’è chi ci è riuscito davvero, e pure sul mezzo che più simboleggia l’idea di libertà, una barca a vela, trasformandosi da impiegata della ditta di famiglia in una donna finalmente ‘Scalza, spettinata, abbronzata’ titolo del libro (Giulio Perrone editore) in cui Raffaella Marozzini, romana, neocinquantenne, racconta il suo mezzo giro del mondo interrotto dal Covid: cinque anni tra dalla Grecia a Australia, più di15mila miglia tra due oceani, atolli, delfini, mareggiate e incontri che nutrono l’anima condivisi con il suo compagno Giovanni, un collaudato amore a distanza Roma-Livorno uscito indenne da una prova che sarebbe stata complicata per chiunque, un avvio di convivenza sui 12 metri del loro Obiwan, omaggio all’Obi-Wan Kenobi il guerriero jedi di “Guerre Stellari”.

Vivere a contatto con il mare, era, fin dall’adolescenza e dall’imprinting di un corso di vela, l’obiettivo di Marozzini, assecondato con uscite in barca, un diploma da istruttrice e, quindi con un’attività di noleggio barche, tappa intermedia tra il lavoro ventennale nella ditta di famiglia e il giro del mondo. La sua svolta esistenziale la racconta così: “In sei mesi ho lasciato il lavoro in ufficio, ho svuotato e dato in affitto la mia casa, venduto macchina e scooter e mi sono trasferita a bordo da Giovanni, insegnante di yoga, che già ci viveva per più di metà dell’anno”.

Il libro, dedicato a velisti, appassionati di viaggi e a tutti quelli che sognano ad occhi aperti, è nato quasi come terapia letteraria all’astinenza da mare, scoppiata ferocemente quando il Covid ha interrotto il viaggio di Raffaella e Giovanni, a metà del loro giro del mondo: “A gennaio 2020 avevamo portato la barca a terra in Australia ed eravamo andati prima a Roma a visitare i parenti e quindi in Nuova Zelanda”. Erano lì quando i confini si sono chiusi, rendendo impossibile raggiungere l’Australia e rimettere a mare la barca: “Siamo rimasti bloccati per sei mesi in Nuova Zelanda, e una volta a corto di soldi abbiamo deciso di tornare in Italia”.

Ora lavorano su una barca altrui in Toscana, in attesa di riprendere il loro viaggio e la loro Obiwan, ormai casa, chiarisce, visto che le loro sono affittate, proprio per potersi permettere la nuova vita. Il libro è corredato da un Qr Code che porta a un video suddiviso in capitoli che seguono l’indice del libro, in modo che il lettore possa seguire la rotta vedendo anche foto e video dei luoghi raccontati. Tutti da sogno, dai Caraibi alle Galapagos, dalle Fiji alle isole Cook, e arricchiti da personaggi che nel tragitto casa-ufficio raramente si incontrano, o dei quali non ci accorge causa immersione nei propri smartphone.

Le immersioni, in mare e nelle vite degli altri, invece qui sono tante: “Quello che ci ha davvero colpiti nel nostro viaggio è stato soprattutto il rapporto con le persone” racconta Marozzini all’AGI. Su un atollo della Polinesia hanno conosciuto un uomo che, stile Tom Hanks in ‘Cast away’ vive da solo raccogliendo cocco, in un ristorantino di Capoverde  una signora dimessa con le sportine della spesa che una volta indossata la sua camicia porpora e afferrato il microfono si è trasformata in una wonder woman del canto. E poi ad Almerimar l’incontro con Carlo protagonista di quaranta traversate atlantiche e un giro del mondo in solitario, uno dei tanti italiani conosciuti per mare: ‘Quando abbiamo deciso di compiere il giro del mondo ci sentivamo fighi, pensavamo di fare qualcosa di unico ma ci siamo resi presto conto che le persone che affrontano questa scelta di vita sono tante e non è neanche un’impresa da supereroi: la maggior parte degli equipaggi è formata da coppie di coniugi anche parecchio avanti negli anni”.  Rare crisi di nostalgia di casa a parte  (“nel mezzo di una tempesta nel Pacifico ho rimpianto il divano cittadino”), un’altra vita, insomma, è possibile.


Un’altra vita è possibile, in barca a vela

L’app per andare al mare senza fare code e a distanza di sicurezza

AGI – La stagione balneare è iniziata e, insieme alla voglia di mare, c’è anche la necessità di rispettare le nuove norme ed evitare gli assembramenti. Gli stabilimenti balneari sottostanno a precise regole e devono tener conto in primis del distanziamento, determinando così una diminuzione dell’offerta a fronte di un aumento sicuro della domanda, dovuto anche alle mancate partenze per l’estero degli italiani.

Esiste una app che si ripropone di risolvere ansie e problemi logistici: Riva Booking, in versione iOs e Android, è stata ideata per facilitare le prenotazioni di lettini e ombrelloni, ma anche degli altri servizi offerti dagli stabilimenti: tavolo al ristorante, parcheggio, sport acquatici, giornata in barca, ingresso piscina e qualsiasi altro servizio offerto dal beach club.

Secondo una ricerca della società XChannel, l’87% degli italiani nell’estate 2021 ha deciso di passare le vacanze nel Belpaese e, secondo un sondaggio condotto su un campione di 500 persone, il 93% di queste teme file e affollamenti: ecco quindi che le prenotazioni digitali diventano uno strumento fondamentale per godere al meglio di tutti i servizi che gli operatori turistici offrono.

Con quasi 500 beach club all’attivo in 11 regioni – Basilicata, Calabria, Campania, Emilia Romagna, Lazio, Molise, Liguria, Puglia, Sardegna, Sicilia e Toscana – e molti altri stabilimenti balneari in via di affiliazione, individuare il luogo ideale per le proprie vacanze estive e pianificare ogni singola giornata in tutta sicurezza non è mai stato così facile.

“Riva Booking funziona come le prenotazioni delle poltrone quando si vuole andare al cinema, o come i servizi di booking negli hotel: un metodo semplice e funzionale che, infatti, sta riscuotendo successo tra molti beach club – diceYor Balini, CEO di Riva Booking, che insieme a Diana Danza e Ottavio Di Paolo l’ha ideata – Da aprile a oggi, sono decine gli stabilimenti che ogni settimana entrano nel nostro network”.

Il funzionamento è  semplice: basta selezionare la località scelta per la propria vacanza, indicare tra le strutture presenti sull’app quella preferita, selezionare i servizi – lettino, ombrellone, sdraio, food, ecc – e procedere con il pagamento (sul quale Riva Booking applica una piccola commissione).

In questo modo, con pochi tap, ognuno può pianificare la propria giornata al mare in totale relax, senza lo stress di svegliarsi presto per garantirsi un posto in spiaggia, cercare parcheggio o, banalmente, fare la fila per compilare le schede con i propri dati personali che, in epoca Covid, è obbligatorio fornire. Gli operatori del settore affiliati, dal canto loro, hanno a disposizione uno strumento per la gestione delle presenze, riducendo drasticamente le code e le attese all’ingresso. Non solo: in questo modo Riva Booking solleva gli stabilimenti dall’onere di conservare i documenti cartacei con i dati personali degli ospiti.


L’app per andare al mare senza fare code e a distanza di sicurezza

A che serve filtrare a freddo la birra

AGI – La filtrazione a freddo è un metodo che è già una tendenza, utilizzato anche per la spremitura dell’olio, l’estrazione dei succhi di frutta o le cold brew nel mondo del caffè. Il processo di filtrazione a freddo avviene alla fine di quello di maturazione della birra ed insieme servono ad eliminare per precipitazione e filtrazione, alcune sostanze ed il lievito rimasto in sospensione rendendo la birra quindi, quindi, più ‘’pulita”. Più la temperatura è bassa più questo processo è efficace. Nel caso della Birra Moretti Filtrata a Freddo questo processo avviene ad una temperatura di -1°C aiutando così ad ottenere una notevole pulizia organolettica.

Birra Moretti ha appena immesso sul mercato una lager dal moderato tasso alcolico (4,3%) derivata da un processo di filtrazione a freddo, grazie al quale la birra viene portata fino a -1 prima di passare il filtro, per esaltarne al meglio le caratteristiche. La temperatura è un agente importante, responsabile della “pulizia” della birra sia nella fase di maturazione che di filtrazione.

Il design è diverso rispetto alle altre birre della casa: una bottiglia di vetro trasparente con un formato inedito: 55 cl per la grande distribuzione e 30 cl per ristoranti, hotel e bar.

La ricetta della nuova  Moretti filtrata a freddo prevede l’utilizzo di due luppoli differenti. Da una parte un luppolo, aggiunto ad inizio bollitura per regalare a questa birra un’amarezza delicata e dall’altra, un luppolo ricco di oli essenziali, inserito a fine bollitura per donare una profumazione particolarmente floreale.

Si presenta con un colore brillante, luminoso dalla tonalità paglierina. È una birra che al naso ha una grande aromaticità e freschezza, nella quale si percepiscono eleganti note erbacee e di fiori bianchi. Al palato è morbida e piena, con una delicata nota amara che dona equilibrio e profondità gustativa. Ha una grande facilità di bevuta, pur mantenendo struttura e corposità date da uno speciale processo appositamente creato per ottenere una ricchezza gustativa.

Crea una buona armonia con piatti dai gusti bilanciati e delicati. Ideale quindi da abbinare con paste con sughi bianchi a base di pesce e verdure (ad esempio, la classica zucchine e gamberetti), insalate mediterranee (con pollo, uova, tonno, ecc.), focacce con formaggi a pasta morbida, quindi piatti che siano saporiti ma non particolarmente intensi. Ha una buona frizzantezza e cremosità, che permette di sgrassare, con una struttura e un equilibrio che non mascherano il piatto. Quanto ai dolci, si abbina bene ad esempio con la crostata di frutta.

Birra Moretti ha deciso di far produrre, ad hoc, un vetro flint, acromatico e trasparente, appositamente trattato. In questo modo si garantisce una protezione dai raggi UV equivalente a quella di un vetro verde ma, essendo la bottiglia trasparente, permette di ammirare da subito il prodotto, preservandone comunque la stabilità. Senza opportuni trattamenti, il vetro non è adatto a proteggere la birra da uno dei suoi nemici principali, la luce: quando i raggi UV colpiscono la bevanda innescano una reazione nelle molecole presenti nella birra alterandone l’aroma.


A che serve filtrare a freddo la birra

Domitilla Mattei, la stilista-snowborder che pensa all’ambiente

AGI – La novità dell’anno saranno i costumi da bagno da uomo realizzati con la plastica delle bottigliette recuperate nel mar Mediterraneo, che andranno ad arricchire la collezione femminile tutta fibre naturali e tessuti riciclati da avanzi di produzione. C’è tanta passione ecologica dietro il marchio “Souldaze” (letteralmente, dall’inglese, “stordimento dell’anima”) nome scelto dalla designer Domitilla Mattei, 36 anni “pensando soprattutto al benessere interiore” come racconta all’Agi “assicurato da abiti realizzati con un basso impatto ambientale”.

Se cotone biologico, lino e lane sono a chilometro zero, recuperati nella capitale e venduti, oltre che online, in uno show-room ai Parioli, Mattei è invece cittadina del mondo, oltre che donna dai tanti talenti. Prima di dedicarsi a Souldaze aveva un marchio specializzato in costumi femminili, ma nasce come arredatrice di interni e continua ad associare al suo lavoro da designer quello di insegnante di snowboard, in Svizzera, a Verbier: “Il mio amore per la natura nasce dalla mia passione sportiva” racconta all’Agi da Verbier, che a differenza delle stazioni sciistiche nostrane quest’anno ha aperto regolarmente i suoi impianti (tenendo chiusi, però ristoranti e rifugi).

“Lo snowboard è il mio dispensatore di benessere, una carezza per l’anima che trasferisco nelle mie collezioni”. Mattei che qualche anno fa ha disegnato anche, in edizione limitata, una collezione per The Blonde Salad di Chiara Ferragni, ha declinato il suo marchio ‘Souldaze’, fondato sei anni fa, in creazioni casual-eleganti versatili “che si possano indossare a tutte le ore del giorno, dall’ufficio, all’aperitivo alle serate, e ora in epoca di pandemia e smart working, in conference call”. 

La collezione estiva punta su completi giacche e pantaloni (o gonne) rigorosamente in tessuti naturali e riciclati, sui toni del bianco, verde, salvia “pensati per durare, senza mai diventare noiosi, con un quid in più”. Anche i prezzi, chiarisce, sono in linea con la filosofia del marchio, “con un massimo di 350 euro per un cappotto di lana e cachemire”.  All’homewear, imperativo categorico modaiolo dettato dalla stagione pandemica, la stilista-snowborder amante della vita all’aria aperta non si è piegata. Ma sta cominciando ad accarezzare invece, l’idea di una linea da yoga. Per accarezzare meglio l’anima.


Domitilla Mattei, la stilista-snowborder che pensa all’ambiente

Il prosciutto che vuole salvare il fiume

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021 il Consorzio del Prosciutto di San Daniele omaggia il fiume Tagliamento, uno degli ultimi corsi d’acqua europei a conservare le condizioni idrologiche naturali e la morfologia originaria, a canali intrecciati, che cambia a seconda delle condizioni meteorologiche e del volume d’acqua trasportato.

Definito il “re dei fiumi alpini”, il Tagliamento scorre per 170 chilometri, attraversando il Friuli- Venezia Giulia dal Passo della Mauria fino al Mare Adriatico e costeggiando la città di San Daniele. Risalendo il corso del fiume, le brezze salmastre adriatiche incontrano quelle fredde provenienti dalle Alpi Carniche, generando condizioni ambientali uniche. Sono proprio questi fattori a influire sul livello di umidità e sulla naturale regolazione della temperatura, conferendo unicità al peculiare microclima delle colline di San Daniele.

Insieme all’accurata selezione della materia prima e a una tecnica di lavorazione millenaria, l’irripetibile microclima del territorio concorre a creare il gusto inimitabile del San Daniele DOP. Il Disciplinare di produzione del Prosciutto di San Daniele e il dispositivo normativo alla base della DOP, infatti, riconoscono al fiume Tagliamento un ruolo essenziale nella stagionatura del Prosciutto di San Daniele e nel conferimento dei tratti aromatici che lo caratterizzano. Alla luce dell’indispensabile contributo apportato, il Consorzio del Prosciutto di San Daniele è da sempre schierato a favore della tutela del fiume friulano.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua 2021 il Consorzio ha deciso di tenere vivo il tema della tutela delle fonti idriche e contrastare interventi invasivi ad opera dell’uomo all’interno del Tagliamento. È proprio grazie alla natura incontaminata del fiume che, su proposta del Wwf European Alpine Programme, si sta discutendo della possibilità di candidare il Tagliamento a patrimonio mondiale dell’Unesco, massimo riconoscimento di tutela del patrimonio culturale e naturale di tutto il mondo.

Il Consorzio ha attuato numerose attività nell’ambito del controllo dello spreco e la tutela delle acque, tra cui il servizio di smaltimento delle acque reflue. Anche attraverso un attento uso di tecniche per la depurazione delle acque si registra un continuo miglioramento dei reflui. Vengono trattati circa 300.000 metri cubi l’anno e, grazie alla tecnologia impiegata, è possibile monitorare costantemente la qualità dell’acqua e l’impatto sull’ambiente.

“Il Consorzio del Prosciutto di San Daniele si prodiga da sempre per la tutela del fiume Tagliamento e la salvaguardia di tutto l’ecosistema del territorio – dichiara Mario Emilio Cichetti, Direttore Generale del Consorzio – impegnandosi verso una gestione sempre più sostenibile della filiera del Prosciutto, con l’obiettivo di tutelare le risorse naturali, l’ambiente e l’unicità che distingue il nostro prodotto in tutto il mondo”.


Il prosciutto che vuole salvare il fiume

L’alta moda di Armani privé in “omaggio a Milano”

AGI – L’alta moda di Giorgio Armani Privé arriva domani a Milano, a Palazzo Orsini. L’evento esclusivo che da sempre si tiene a Parigi, due volte l’anno, a gennaio e a luglio a Parigi, nel calendario dell’Haute Couture, ha cambiato sede e data, per volontà dello stilista.

Dalle passerelle di Parigi a quelle di Milano

Un modo simbolico per dimostrare la sua vicinanza all’Italia e Milano duramente colpite dalla pandemia. Risale a maggio, ai primi mesi difficili del lockdown, l’annuncio di Armani di voler trasferire la sfilata dalla storica sede parigina in via Borgonuovo.

Per Sala un atto d’amore per la città

Un gesto molto apprezzato anche dal sindaco di Milano Giuseppe Sala che volle ringraziare pubblicamente “re Giorgio”, come lo definì, con gratitudine per questo “atto d’amore per la città”. I numeri ancora alti del contagio hanno imposto però nuove modifiche ai programmi iniziali del brand, facendo annullare il fashion show aperto al pubblico.   

Sfilata in streaming su Armani.com

“A causa dell’emergenza in corso, non sarà possibile tenere l’evento precedentemente annunciato”, hanno comunicato dalla maison. “Con rammarico, contrariamente ai desideri di Giorgio Armani, la prossima sfilata di Armani Privé si svolgerà a porte chiuse, a Milano, senza pubblico”.

La sfilata è prevista per le ore 19:00 e sarà trasmessa in live streaming sui canali social media del marchio. 


L’alta moda di Armani privé in “omaggio a Milano”

Il cappotto sfoggiato da Michelle Obama per l’insediamento di Biden somiglia a quelli di Kidman in “The Undoing”

Vi ha ricordato qualcuno Michelle Obama avvolta nel maxicappotto bordeaux indossato su pantaloni e maglia dello stesso colore alla cerimonia d’insediamento di Biden? Ma Nicole Kidman alias Grace Fraser naturalmente, con i lunghi cappotti da urlo (e pure dello stesso colore di quello dell’ex first lady) sfoggiati in ‘The Undoing’. Sono i protagonisti, come e a questo punto più della star, della serie HBO/Sky che sta tenendo incollati al video e ai siti le spettatrici fashion victim, considerando che il motore di ricerca  specializzato Stylight ha rilevato un aumento del 60 per cento di clic per i cappotti simili a quelli indossati dalla Kidman nelle sue camminate a Central Park e nelle vie di Manhattan.

Tocca infatti accontentarsi di banali imitazioni per impossessarsi del cappotto superstar della serie ad alta tensione psicologica, quello verde oliva lungo fino ai polpacci, di velluto ma dall’effetto pelliccia di astrakan, stile impero. Lo ha creato con le sue mani la stylist della serie Signe Sejlund, a questo punto più star della Kidman, che intervistata in tutto il mondo ha spiegato la filosofia del successo dei suoi look, fuori e dentro la tv: “Tutte le donne sognano un cappotto che le faccia sentire protette, sicure e allo stesso tempo eleganti: io non ho fatto che portarli sullo schermo”.

Volendosi accontentare della sciarpa di cachemire con cui Kidman accompagna il cappotto verde, invece, è rintracciabile l’originale di Etro. E sempre che si trovi il coraggio di mettere su fisici mediterranei i modelli indossati dall’inarrivabile stangona australiana, anche gli altri cappotti, sebbene personalizzati per  lei con qualche sapiente ritocco dalla Sejlund, sono in commercio: quello a vestaglia bordeaux è di Max Mara (e anche in saldo sul sito di e commerce insieme ad altri abiti della serie) il cappotto floreale sul beige con cintura sul vitino da vespa  è targato Etro.

Cappotti a parte, l’abito da urlo della serie è senz’altro quello lungo e  plissettato  con scollatura verticale sul davanzale, un po’ da antica greca, che Kidman-Fraser indossa nella serata di gala da cui si dipana il giallo che coinvolge suo marito Hugh Grant. E’ una creazione di Givenchy e sui siti di e-commerce è in vendita alla modica cifra di settemila dollari, sconto del trenta per cento compreso.


Il cappotto sfoggiato da Michelle Obama per l’insediamento di Biden somiglia a quelli di Kidman in “The Undoing”

Il Molise esiste e sta diventando la patria del tartufo

AGI – Cresce come destinazione di raccolta per il tartufo la regione Molise, configurandosi sempre piu’ la nuova meta dei cavatori e degli appassionati. Una tendenza, ancora non chiaramente emersa, ma che “rischia”, nel lungo termine, di fare ombra anche alla piu’ nota e famosa Alba in Piemonte: ad oggi, infatti, il Molise possiede il 40% della raccolta nazionale di tartufo e l’80% della produzione va all’export. Un dato economico poco conosciuto e con un valore molto importante perché può contare su un prodotto molto pregiato che poche altre regioni possono avere: il Molise è infatti lontano da ogni infiltrazione ed inquinamento industriale.

È il trend di mercato che registra e comunica “MoliseFood”, progetto di promozione di qualità enogastronomica e turistica finalizzato a far conoscere il “Made in Molise”, con sviluppo occupazionale nei prossimi mesi: possibilità che potrà dare una boccata d’ossigeno all’economia regionale e nazionale in questo periodo di emergenza sanitaria causata dal Covid-19.

Il progetto imprenditoriale “MoliseFood”, nato due anni fa con il coinvolgimento di circa 20 aziende agricole e un paniere di prodotti di eccellenza enogastronomica e identitari della regione, puo’ contare su un attuale piano di sviluppo che vede tre store enogastronomici aperti a Roma e un quarto in dirittura di arrivo nella zona Parioli della Capitale, con l’obiettivo di espandersi in Italia (Milano, Bologna), Europa (già attivo un punto vendita in Spagna, a Siviglia) e negli Stati Uniti, senza dimenticare il mercato cinese, nel rispetto delle norme che regolano l’emergenza sanitaria.

Dal report di “MoliseFood” emerge che nel territorio molisano la produzione di tartufo è di 50 quintali tra bianchetto e altri, mentre è tra i 30 e 70 quintali quella di bianco. Quella di tartufo nero estivo è di 300 quintali all’anno. Dal punto di vista territoriale, il tartufo bianco è molto frequente nelle vallate umide situate nelle zone più interne di Isernia e Campobasso. In particolare, le zone più note per la presenza di tartufo bianco sono Carovilli, S. Pietro Avellana e Capracotta, nella provincia di Isernia, e Bojano nella provincia di Campobasso.

Nelle zone più asciutte del Molise si raccoglie invece lo scorzone, tartufo con forma globosa, con l’esterno detto scorza nera con verruche a forma di piramidi rigate in maniera trasversale. La polpa varia dal colore nocciola chiaro al bruno ed è attraversata da numerose venature bianche. Nella stessa zona di trova anche l’Uncinato, tartufo di colore nero con verruche a forma di piramide, la polpa è inizialmente biancastra poi diventa di colore nocciola e infine brunastra.

Un trend in continua crescita e “buona parte degli 87 ristoratori di origine molisana che operano a Roma – riferisce Francesco Caterina, direttore generale di MoliseFood – ha scelto i nostri negozi per acquistare il tartufo”.
 


Il Molise esiste e sta diventando la patria del tartufo

Com’è successo che il caviale italiano è diventato il migliore al mondo

Caviale Beluga, Caviale Osietra, Caviale Siberian: ma non siamo in Russia, siamo in Italia. Negli ultimi 40 anni il nostro Paese è stata la culla di vari allevamenti di storioni, pesci poco conosciuti nel nostro territorio anche se presenti fin dall’antichità.

Nelle acque Italiane vivevano in natura tre specie di storione che sono andate scomparendo a causa dell’antropizzazione dei corsi fluviali e l’eccesso di pesca illegale, destino comune in tutto il Mondo dove a causa appunto dell’eccessivo sfruttamento, tali specie ittiche sono state inserite nella Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites) al fine di favorirne la conservazione.

Ma è proprio grazie all’unicità del nostro territorio e alle sue  risorse naturali come l’acqua pura e calda, che nelle zone lombardo-venete l’allevamento dello storione in acquacoltura ha trovato  le condizioni perfette.

“Mentre da noi” spiega Rodolfo Giaveri, fondatore di Caviar Giaveri “grazie a queste risorse inizialmente si allevavano le anguille, in Francia e, precisamente in Aquitaine, con lo scarseggiare del prodotto “selvaggio” nascevano i primi allevamenti di storione per la produzione del caviale, era la loro cultura gastronomica a richiederlo, la tradizione culinaria, crearono anche un vero e proprio consorzio come per lo Champagne, per tutelarne l’origine.

 L’Italia venne subito dopo, nei primi anni ’80 e si affermò rapidamente grazie al grosso vantaggio delle risorse idriche”. In Veneto, infatti, vengono trasformati in quel periodo i possedimenti ittici della Caviar Giaveri nel comune di San Bartolomeo di Breda (in provincia di Treviso), a pochi chilometri da Venezia e diventano allevamenti di storioni specializzati nella  produzione del caviale.

Nasce così un allevamento di storioni di dieci diverse specie, attualmente il parco più vario del mondo, che permette di scegliere tra una ricca varietà di tipi di caviale eco–sostenibile: dal famossisimo Beluga, passando a l’Osietra fino ad arrivare al Sevruga, ce né per tutti i gusti.

Le grandi dimensioni delle vasche all’aperto, che riproducono perfettamente l’habitat naturale, l’utilizzo bilanciato di nutrienti adeguati, l’estrazione delle uova in ambiente protetto e la loro rapidissima conservazione a temperatura controllata, sono tutti aspetti che permettono a Caviar Giaveri di porsi al top nel mondo della produzione del caviale. Ogni esemplare è accudito e seguito in ogni fase della sua crescita ed ogni aspetto è curato minuziosamente per garantire il massimo rispetto dell’equilibrio dell’ecosistema. Passione e pazienza quotidiana caratterizzano Caviar Giaveri, servono, infatti, molti anni per la maturazione del pesce, ciò comporta un ciclo produttivo estremamente lungo, dai 7 ai 15 anni e oltre per fare il caviale, a seconda della specie allevata. 

L’obiettivo è quello di ottenere un prodotto di elevata qualità ed è questo che ha determinato la scelta di lavorare artigianalmente e di confezionare direttamente il caviale seguendo fedelmente la tradizione. La salatura, fase molto delicata segue una ricetta segreta di Caviar Giaveri, il metodo russo malossol (poco sale), la selezione delle uova avviene a mano con assoluto rigore e precisione, come il confezionamento. Il tutto in ambiente controllato e certificato. Un processo meticoloso che si perpetua per mantenere elevati gli standard nel tempo.

Ognuna delle fasi di lavorazione delle uova avviene in un ambiente protetto e controllato, una “camera bianca” con aria pura dove accedono solo le persone autorizzate. Il rigore del processo produttivo è testimoniato dai certificati più autorevoli, come “IFS FOOD” higher level. Nell’ottica del continuo miglioramento, Caviar Giaveri si è certificata in conformità ai più alti standard ed è un marchio votato all’eccellenza, uno stile riconoscibile come la qualità del caviale proposto in diverse selezioni. 

A quarant’anni dall’intuizione di Rodolfo Giaveri, e per merito di tutta la sua famiglia possiamo trovare, alle porte di casa, il cibo preferito degli Zar che non teme confronti con kìestero. Giaveri è sempre stato presente in questo mondo, conosce bene le sue dinamiche a livello mondiale e gioca un ruolo importante, tant’è che partecipa ad un incontro a porte chiuse “unico” che si tiene una volta l’anno tra i più importanti allevatori e produttori di caviale i quali decidono il trend di questo mercato.

Oggi l’Azienda è condotta da Jenny, Giada e Joys Giaveri, 3 giovani imprenditrici che, con grande passione, continuano la tradizione di famiglia a fianco del padre.

Caviar Giaveri esporta in tutto il mondo caviale italiano di alta qualità, i principali Paesi sono Francia, USA, Canada, Brasile, Sud Africa, Oriente (Giappone, Thailandia, Korea, Taiwan, Hong Kong, Indonesia e Malesia), Medio Oriente e Australia. 

In questo anno di pandemia il mercato occidentale e americano è rallentato mentre i mercati in Oriente hanno mantenuto la stessa richiesta, anzi è aumentata perché non potendo più viaggiare, la fascia alta della popolazione acquista i prodotti di eccellenza per consumarli comodamente a casa.  

“La nostra” conclude Jenny Giaveri che si occupa dell’estero “è un’azienda a conduzione familiare dove ricompriamo i ruoli chiave ed è quindi più flessibile e dinamica: il caviale non si spreca, si preferisce produrre meno quantità se necessario e mantenere sempre un elevatissimo standard qualitativo.

 

Agi

La storia tutta italiana dell’aperitivo in busta “supplente” dei bartender bloccati dalla pandemia

In un panorama imprenditoriale affossato e demotivato dal Covid, spicca una storia di successo che sembra studiata per i tempi bui di zone rosse e bar totalmente chiusi o tristemente privati dell’happy hour, ma che invece è stata pensata molto prima, neanche i tre ideatori avessero avuto la classica palla di vetro per predire il futuro.

È quella del brand, tutto made in Italy ‘The Perfect Cocktail”, che propone Long Island, Cosmopolitan and Co in buste monodose dal packaging chic, già miscelate e pronte da bere e dopo aver spopolato negli Stati Uniti ha appena debuttato in Italia con lo slogan “Shakera, apri, versa”. senza dimenticare pure il doveroso “e bevi responsabile” .

L’impresa che senza averlo previsto si è trovata a supplire al divieto di aperitivo nei bar imposto dalle chiusure governative anticoronavirus si distingue anche per un dettaglio anagrafico non da poco: l’idea è di tre milanesi, Gianni Merenda, già esperto di “mixology” con la sua agenzia di eventi e bar show che ha collaborato con i più importanti bartender internazionali e dei fratelli Max e David Razionale che si sono formati nell’azienda di famiglia che progetta articoli promozionali e gadget destinati soprattutto per aziende beverage. I tre non sono millennials né fanno parte della generazione Z, ma avendo rispettivamente 60, 50 e 45 anni stanno dimostrando che le startup vincenti non sono esclusivamente una roba da giovani.

Ma andiamo con ordine: “Quattro anni fa quando abbiamo cominciato a pensare al progetto – spiega all’AGI Gianni Merenda, responsabile della scelta dei miscelati e dello sviluppo dei cocktail – pensavamo a un prodotto da proporre in assenza del bartender di fiducia. Aperitivi da portare  nei viaggi in barca, sui campi da golf, in aereo, in vetta alle montagne e così via”. Detto fatto, è nato ‘The Perfect Cocktail”, conservato in una mini-bag da cento millilitri realizzata con una speciale combinazione di materiali riciclabili. Basta shakerare la mini-bag, aprirla e versarla in un bicchiere pieno di ghiaccio.

L’idea di debuttare prima negli Stati Uniti, dove sono arrivati nel gennaio scorso, poco prima dell’emergenza coronavirus, spiega “è stata dettata dal fatto che gli Usa sono da sempre un grande mercato per gli alcolici, è lì che sono nati gli aperitivi che hanno fatto la storia”.

Prima di sbarcare con un contratto annuale di esclusiva sugli scaffali della catena americana ‘Total wine and more’ dotata di 220 punti vendita, racconta Merenda, per testare il gradimento del prodotto è stato fatto un “blind  test”: “Un gruppo di clienti che contano ha assaggiato i nostri cocktail senza sapere la loro provenienza” spiega. Dopo la degustazione, chiamati ad esprimere il loro voto da zero a 5, si sono espressi con una media del 4,3 per la qualità. “Un successo, seguito da un moto di incredulità quando subito dopo abbiamo proiettato il video che svelava la connotazione dei cocktail”.

Perfezionati da un team che comprende bartender, enologi e chimici e fabbricati in Italia, i cocktail che negli Usa, informa Merenda, stanno registrando un tasso di crescita di oltre il 30 per cento al mese, (“realizziamo dalle 40 mila alle 80 mila minibox al giorno”) in autunno sono approdati anche in Italia con dieci diverse proposte, dal Negroni (il preferito a casa nostra) all’Old fashioned (quello che piace di più agli americani) passando per il Manhattan. Sono esclusi quelli che prevedono le bollicine, incompatibili con la proposta in mini-bag. “In Italia abbiamo cominciato nei grandi alberghi dove però il Covid ci ha fermato e ora ci stiamo muovendo con l’ecommerce e con il perfezionamento di accordi con la grande distribuzione”.

E i prezzi? I cocktail sono venduti in box da cinque mini-bag al costo di 24 euro (4.80 euro a singolo cocktail) e per chi vuole esagerare “o fare un regalo di Natale all’immancabile amico che ha tutto” c’è pure, informa il mini-frigo The Perfect Cocktail con 20 cocktail all’interno, a 295 euro.

 

Agi

Le cene e i brindisi natalizi aziendali al tempo del coprifuoco

Uno chef che da un set allestito in una cucina attrezzata mostra come preparare cappelletti e affini, mentre gli invitati, ognuno rigorosamente a casa sua, tutti collegati via Zoom, cucinano pescando gli ingredienti da una  gift box che in omaggio al divieto di assembramenti casalinghi può sfamare non più di quattro persone.

A declinare la tradizione  di pranzi e cene prenatalizie, aziendali in formato digitale, con arte di arrangiarsi 2.0 ci ha pensato Future4 Comunicazione, coraggiosamente fondata durante il primo lockdown e specializzata in comunicazione d’impresa, consulenza strategica e formazione manageriale, dal digitale agli eventi aziendali.

Con soluzioni che puntano a dribblare la crisi da Covid: “In un mercato in profonda trasformazione, il coinvolgimento delle persone interne ed esterne alle aziende passa obbligatoriamente attraverso un ripensamento delle forme di condivisione”  spiega all’Agi Massimo Melis, cofondatore e managing director dell’agenzia che nel  board advisory schiera anche due altri grandi esperti di comunicazione come Giuseppe Coccon e Francesco De Lorenzo.

L’evento natalizio che punta al team building in smart working e di ristoranti chiusi a cena ed è declinabile anche in ambito familiare per riavvicinare i parenti reclusi nelle varie regioni, punta ad esaltare, insieme a convivialità e spirito di gruppo,  pure il made in Italy: “I prodotti delle nostre smart box  sono rigorosamente italiani, abbiamo scelto quelli delle piccole e medie imprese”.

La società  che con il virus ancora incombente punta a  una comunicazione aziendale ibrida, tra eventi in presenza e soluzioni social, a Natale, per chi preferisce soluzioni più veloci e meno impegnativi ha ideato anche a uno ‘Smart Christmas’ , un aperitivo digitale a base di gift box personalizzate piene di parmigiano, salamino, vino rosso , olive per brindisi tra colleghi sempre via Zoom. Con eventi pensati anche per grandi numeri, fino a trecento persone. Tutte collegate per il brindisi condito dall’immancabile e motivante discorso del megadirettore di turno.

Agi

Del Ringraziamento non ci importa, ma perché non provare a cucinare il tacchino?

Il Thanksgiving, la festa più sentita dagli americani, non potrà mai mettere radici in Italia. Ma il suo protagonista indiscusso, il tacchino, qualche chance ce l’ha già. Farcito con le castagne è già presente in alcune cucine regionali come piatto forte delle festività natalizie.

Ma per chi volesse cimentarsi giovedì – il giorno del Ringraziamento – con il pennuto, ecco alcuni consigli della stella Michelin Francesco Apreda, dal 2019 al The Pantheon/Iconic Rome Hotel nella cucina di Idylio by Apreda.

“Ho lavorato da sempre nelle cucine dei grandi hotel e, vista la grande presenza degli americani, il Ringraziamento è un appuntamento fisso del calendario gastronomico. E con esso l’immancabile tacchino”, ha commentato Apreda all’AGI. Non solo: “Mia moglie è americana, alla nostra tavola siedono spesso anche i suoi parenti ed è importante cucinarlo come da tradizione”. Per i palati meno aperti alle contaminazioni invece “ci sono alcune varianti” alle pietanze a stelle e strisce. 

​Prima di mettersi ai fornelli, però, è importante munirsi di un ingrediente indispensabile: la pazienza. Il tacchino infatti necessita di una preparazione e di una cottura lenta. Basti pensare che un tacchino piccolo di 4 chili necessita di una cottura di almeno 2 ore.

“Il tacchino è farcito, quindi partiamo da quello. Per il ripieno usiamo la carne dell’animale stesso, salsicce, pane, uovo e castagne. Queste ultime le arrostiamo, le sgusciamo e le uniamo al composto che introduciamo nel tacchino insieme ad alcuni odori, quali timo e rosmarino, al sale e al pepe”. L’ingrediente in più di Apreda è il tartufo nero, “che non fa parte della tradizione americana, ma ci sta benissimo”.

Il passo successivo è avviare la cottura: “Lo teniamo a 180 gradi. Quando siamo oltre la metà del tempo lo bagnamo con del vino bianco e proseguiamo. Piano piano il vino si asciugherà lasciando un fondo di cottura che servirà dopo. Ma prima che sarà evaporato del tutto controlliamo la cottura con uno spillone: lo inseriamo nella carne e se viene fuori poco succo vuol dire che il tacchino è quasi cotto”. A questo punto, raccomanda lo chef, “alziamo la temperatura al massimo così facciamo arrostire la pelle”.

Non c’è tacchino senza la sua salsa di mirtilli: “Fondamentale. Su ogni fetta di tacchino viene spalmata questa composta che avremo ottenuto unendo la salsa di mirtilli (possiamo comprarla) al fondo di cottura”, spiega Apreda.

“La tradizione vuole poi che il tacchino venga accompagnato con contorni precisi: cavoletti di Bruxelles saltati al burro, fagiolini, purea di zucca, mais”. L’alternativa italiana potrebbe prevedere “purè di patate o castagne saltate in padella”. Il pane, invece, “è rigorosamente di mais”. Come vino “suggerisco un buon rosso, un Barbaresco, magari”.

Infine il dolce della tradizione “che è sempre a base di zucca. Oppure si conclude il pasto con dei biscottini allo zenzero”. La variante addomesticata, suggerisce Apreda, “potrebbe essere una mousse di ricotta con i canditi, accompagnata da salsa con cachi e aceto di mele”. 

Agi

Addio  a Manlio Armellini, anima instancabile del Salone del Mobile di Milano

AGI – È mancato, ieri, Manlio Armellini, figura storica del Salone del Mobile di Milano, la grande più grande manifestazione del design del mondo, dal 1965 segretario generale e successivamente amministratore delegato di Cosmit. 

“Con Manlio perdiamo un amico – sono le parole di Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile.Milano – che con la sua tenacia e competenza ha permesso al Salone del Mobile di raggiungere i successi che tutto il mondo ci riconosce”.

Con lui il Salone è diventato il più importante evento internazionale

Armellini “ha seguito e gestito – continua Luti – accanto agli imprenditori l’evoluzione di una manifestazione che è diventata il più importante evento internazionale non solo per il design, ha attivato progetti culturali che hanno contaminato la città di Milano, ha voluto e creduto nel progetto SaloneSatellite, ha colto i tanti cambiamenti nel tempo rispondendo sempre con soluzioni e innovazioni salvaguardando e rafforzando il marchio Salone che è stata anche la sua casa e la sua vita affiancato dalla moglie Armida. Continuare in questa direzione sarà la nostra migliore dedica a un uomo straordinario che mancherà a tutti noi. Ciao Manlio”.

La carriera ricca di successi e riconoscimenti

Cavaliere di Gran Croce all’Ordine e al Merito della Repubblica Italiana Manlio Armellini nacque a Porto San Giorgio (AP) il 9 ottobre 1937. In quarantanove anni di attività nel settore del mobile (eventi fieristici, pubblicazioni, iniziative culturali) Manlio Armellini, che inizia la sua carriera in Federlegno, organismo di categoria di Confindustria, è presente nel sistema del Salone del Mobile fin dalla sua prima edizione (1961) e ha ricevuto incarichi, benemerenze, premi, attestazioni in campo nazionale e internazionale a motivo dei lusinghieri risultati toccati dalle iniziative da lui promosse e gestite.

Il Salone Internazionale del Mobile che Manlio Armellini fa decollare definitivamente nel 1965 completandone l’offerta commerciale con la presenza delle principali aziende leader del settore arredo-design, sotto la sua guida come Segretario Generale dal 1974 passa dai 97.000 a 207.577 metri quadrati netti di area espositiva e attira da 67.000 a 315.353 operatori professionali, di cui 177.964 esteri provenienti da 154 nazioni. Numerosissimi i premi e i riconoscimenti ricevuti. Dalla medaglia d’oro di Federlegno alla targa d’argento dell’Ente Fiera Milano per i successi raggiunti dal Salone del Mobile. A lui si deve nel dicembre 2007 l’assegnazione a Cosmit dell’Ambrogino d’Oro. (AGI)

Agi

La riscoperta della merende e gli altri riti sociali nella seconda ondata del Covid

Le pantofole con pelliccetta nera intonata ai calzini di Ilary Blasi, la felpa rosa salmone di Chiara Ferragni , i “task pants” (come quelli “cool” chiamano i pantaloni simil-tuta) della regina della moda Anne Wintour, il rito sociale dell’aperitivo anticipato all’ora della merenda o addirittura sostituito con la colazione al bar. Non siamo ancora al “sono già le 10 devo fare pranzo” della gag dell’attore comico Paolo Camilli che su Facebook inscena una telefonata a un ristorante  dove prenota “la cena alle 17 e l’aperitivo alle 16”.

Ma coprifuochi e regole varie anti Covid  dell’Italia multicolor giallo-arancione-rosso, infliggendo un indubbio colpo alla socialità stanno però stimolando nuovi business italici,  concentrati soprattutto sull’homewear o loungewear che dir si voglia e estri personali all’adattamento, con innesti convivial-creativi come il compleanno con invitati a turno appena messo in scena dalla scrittrice Lia Levi.

Per i suoi 89 anni, racconta all’Agi, in obbedienza alla raccomandazione governativa di limitare gli inviti casalinghi, ha convocato due persone ogni ora: “Per maggiore prudenza rispetto al contagio, quando è stato il turno dei miei nipotini in età scolastica ho preferito incontrarli all’aperto, sotto casa, anziché riceverli al chiuso, e così il mio è stato anche un compleanno in ascensore e in mascherina, sicuramente memorabile” scherza la scrittrice che ha aggiunto un tassello ai nuovi riti sociali escogitati da adulti e soprattutto giovani. Fatti di riscoperta della merenda, di diciottesimi tristemente declinati in inviti a pranzo “con tre tavoli da quattro amici, tutti tamponati dopo la positività di uno della loro cerchia”, come chiarisce Paola Troncarelli, madre di due ragazzi, e anche, come racconta ad Agi Barbara Mattei, madre di una sedicenne, dallo sfrondamento della cerchia degli amici a favore di una o due prescelte promosse a congiunte, “per dormire in tranquillità a casa dell’una o dell’altra” . Ovviamente dotate di tute e pigiami modaioli che non sfigurino sull’inevitabile reportage Instagram o Facebook.

Che l’abbigliamento da casa e quello sportivo sarebbero state le due principali tendenze autunnali l’avevano già previsto a fine estate gli analisti di  Retviews, prendendo in esame i prodotti  online in Francia, Italia e Germania di quindici brand  e anticipando il dominio di felpe e cardigan, meglio se in tessuti ecologici, incentrati sui colori marrone, terracotta, castagno, rosa polvere e beige, tanto per sottolineare il mood depressivo..

La seconda ondata, con la chiusura di bar e ristoranti alle 18 e il nuovo avvento dello smart working ha fatto il resto, archiviando look ricercati, outfit eleganti ma anche pigiama e tute impresentabili e spesso infarinate sfoggiate nel primo lockdown, quando non c’era stato il tempo per rinnovare il look da casa. Oggi spopolano invece  le linee dedicate, come la “Comfy”  di Mango, un nome e un programma a base di  pantaloni e maglie larghe, e prodotti di lusso come tute di cashmere o pantaloni larghi piumati stile boa da star hollywoodiane.

E ancora gli Ugg, gli iconici stivali piatti che incredibilmente tanto piacciono alle celebrities declinati in pantofole di pelliccia, alla pari dei sandali Birkenstock, mentre il marchio Leslipper propone  pantofole di velluto con profili in raso a contrasto, una roba in stile  Flavio Briatore insomma. Ma, trovate di lusso a parte, basta farsi un giro nei mercatini rionali per accorgersi che i banchi dove ci assembra pericolosamente di più sono quelli che vendono pantofole, morbide vestaglie di ciniglia e tute varie, e anche quelli che smerciano lenzuola e piumini. Si cerca di abbellire insomma il contenuto (noi) e il contenitore (la casa) come conferma all’Agi la direttrice di Caleffi, tra i negozi  con più clienti di Castel Romano Outlet in questo momento storico-sanitario: “Assistiamo a una ricerca del fashion casalingo, comprano piumini per il letto, lenzuola, asciugamani e accappatoi- analizza – dovendo trascorrere per forza più tempo a casa si sente l’esigenza di svecchiarla”.

Riguardo al rifacimento del look personale casalingo, la psicoterapeuta Marinella Cozzolino spiega all’Agi  che si tratta di un’esigenza innescata dal primo lockdown, quando ci siamo resi conto di non essere sempre così presentabili nei collegamenti Zoom: “Adesso è diventata una pratica per noi stessi, che noi psicoterapeuti incoraggiamo, perché vedersi con qualcosa di pratico ma carino indosso e anche magari con un filo di rossetto aiuta le difese immunitarie, mentre trovarsi davanti allo specchio spettinati e trasandati ci fa sentire in qualche modo malati anche se non lo siamo”.

Il look accurato, sottolinea, aiuta anche a dare la giusta importanza al lavoro che svolgiamo in smart working (“Non a caso molte scuole private impongono la divisa anche agli allievi in didattica a distanza”) e chiarisce non è solo un’esigenza femminile: “Mio marito vende abbigliamento maschile e mi racconta che ultimamente sono tanti gli uomini che chiedono “una tuta che non sembri una tuta”. Era ora.

Agi