Instagram si prepara a dire addio allo swipe up nelle Storie (foto)

C’è aria di cambiamento per quanto riguarda Instagram: vi abbiamo già parlato della possibilità in arrivo di mettere Mi Piace anche alle Storie, e proprio circa quest’ultime spunta un nuovo dettaglio interessante.

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Per chi ha più di 10 mila follower o ha il profilo verificato, è infatti possibile aggiungere un link alle proprie Storie, che può essere raggiunto tramite swipe up: questa gesture si prepara ad essere rimossa dal social network. Molti creator stanno ricevendo una notifica che li informa del fatto che dal 30 agosto non sarà più possibile includere un link tramite swipe up.

C’è ovviamente una alternativa a tutto ciò: da un paio di mesi è in test una funzione che permette di aggiungere uno Sticker con un link nelle Storie (senza essere limitati dal numero di follower), che prenderà dunque il posto della gesture swipe up.

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Instagram si prepara a dire addio allo swipe up nelle Storie (foto)

Google guarda ai Pixel 6 e inizia a dire addio a Pixel 5 e 4a 5G

La prossima generazione di smartphone Google si avvicina sempre più, i Pixel 6 sui quali BigG si gioca davvero tanto arriveranno a ottobre, e le generazioni precedenti iniziano a tramontare.

Nelle ultime ore infatti Google ha confermato a 9to5Google che il suo attuale top di gamma, Pixel 5, verrà ritirato ufficialmente dal mercato entro le prossime settimane. Lo stesso accadrà, probabilmente con le stesse tempistiche, anche per Pixel 4a 5G. Quanto appena riferito si riferisce al mercato statunitense, ma facilmente si rifletterà anche sugli altri mercati in cui vengono commercializzati i due modelli.

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Il tramonto di Pixel 5 e 4a 5G è comprensibile e atteso, in vista dei nuovi Pixel 6 che arriveranno in autunno. Dalle nostre parti non ci accorgeremo di nulla, visto che i due modelli non sono mai arrivati ufficialmente. Speriamo che i Pixel 6 avranno una sorte diversa.

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Google guarda ai Pixel 6 e inizia a dire addio a Pixel 5 e 4a 5G

Chrome di Google dirà addio ai cookie di terze parti nel 2023

Chrome, il browser di Google, potrebbe eliminare i cookie di terze parti entro la fine del 2023. Lo afferma Big G in un post sull’evoluzione di Privacy Sandbox. L’iniziativa, lanciata nel 2019, punta a sviluppare soluzioni collaborative e open source che proteggano la privacy degli utenti senza danneggiare imprese e sviluppatori che poggiano sulla pubblicità e sull’offerta di contenuti gratuiti.

Fino a oggi, Chrome e altre realtà hanno messo in campo più di 30 proposte, di cui quattro già in fase di sperimentazione. Obiettivo: tecnologie principali “pronte per la distribuzione entro la fine del 2022, affinché la comunità degli sviluppatori possa iniziare ad adottarle”. Si passerebbe poi a “eliminare gradualmente i cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi, cominciando verso metà del 2023 e fino alla fine dell’anno”.

Perché i tempi sono così lunghi

I tempi non sono brevissimi, come riconosce a più riprese Google: l’obiettivo “richiede un progresso condiviso e un ritmo responsabile”. Chrome deve avere “un tempo adeguato” per “valutare le nuove tecnologie, raccogliere i feedback e riflettere sui processi”. Non è semplice come spegnere un interruttore: Privacy Sandbox sta cercando un complicato punto di equilibrio tra la protezione della privacy e i modelli di business – come quello di Google – che campano di pubblicità (anche grazie ai cookie). Si tratta quindi di conciliare interessi avvertiti spesso (a ragione) come contrapposti, attraverso il coinvolgimento di sviluppatori, editori e autorità di regolamentazione. I tempi, quindi, si allungano non solo per ragioni tecniche ma anche per l’esigenza di mediare.

Google è però convinta che il progetto sarà “un vantaggio per tutti”. Trovare soluzioni alternative permetterebbe di mitigare le perdite provocate dagli ad-blocker (i software che bloccano la pubblicità online), ricalibrare le metriche che decretano il successo di una campagna e scoraggiare la sostituzione dei cookie con “altre forme di tracciamento individuale”, ancora più invasive, come il fingerprinting (una tecnica di tracciamento che raccoglie “l’impronta digitale” di un dispositivo, assemblando dati utili per profilare chi lo utilizza).

Cosa vuol dire (in pratica)

Il termine cookie è ormai familiare a molti utenti. Lo è da quando, nel 2019, l’Ue ha imposto l’obbligo di consenso attivo: nella prassi, è quel messaggio che compare quando entriamo su un sito, spesso approvando senza pensarci troppo. Delegare alla scelta dell’utente è sì una tutela in più, ma non ha certo limitato il potere di tracciamento. I cookie sono infatti “pezzetti” di codice che riconoscono l’utente, fornendogli una navigazione personalizzata (con pubblicità su misura).

Vuol dire che, grazie alle soluzioni di Privacy Sandbox, i cookie saranno eliminati del tutto? No. Saranno eliminati solo quelli di terze parti, cioè quelli che raccolgono dati e personalizzano gli annunci durante tutta la navigazione, su pagine web diverse. È un po’ come se Mario, identificato per strada, venisse seguito in casa, in ufficio e in palestra dallo stesso occhio. Resteranno invece attivi i “cookie originali” (o di prima parte): sono quelli creati da un sito, che personalizzano l’esperienza (pubblicitaria e non) solo su quel sito. Mario viene riconosciuta solo quando entra in casa. La differenza è notevole, perché i cookie di terze parti – sapendo come si comporta Mario in diversi luoghi e contesti – possono ricreare un profilo molto più dettagliato.

Cosa si può fare già adesso

Nel 2023, quindi, potrebbero esserci dei passi avanti ma non ci sarà la fine del tracciamento. Sia perché – come dice Google – ci sono già sistemi alternativi invasivi (come il fingerprinting), sia perché altri browser (di default) e lo stesso Chrome (tramite le impostazioni) permettono già di bloccare i cookie. Basta aprire il browser da computer, cliccare sull’icona dei tre puntini in alto a destra e poi su “Impostazioni”. Nella sezione “Privacy e sicurezza”, selezionare “Cookie e altri dati dei siti” e scegliere l’opzione: “Accetta tutti i cookie”, “Blocca tutti i cookie”, “Blocca cookie di terze parti nella modalità di navigazione in incognito”, “Blocca cookie di terze parti”.

La mossa di Big G, però, è più complessa di un aggiornamento delle impostazioni: non vuole solo eliminare i cookie di terze parti ma trovare un’alternativa. Certo: è uno sforzo funzionale al business di Google, che guadagna dalla pubblicità. Ma è comunque uno sforzo destinato ad avere ampie ripercussioni e andare oltre il bilancio di Mountain View, se non altro per una questione di scala: Chrome detiene quasi due terzi del mercato dei browser. La quota di Safari, che però gira solo su dispositivi Apple, è attorno al 18%. Firefox si ferma poco oltre il 3%.

Le fasi della Privacy Sandbox

Guardando da qui al 2023, Privacy Sandbox seguirà “un rigoroso processo di sviluppo pubblico in più fasi”. La prima discute “le tecnologie e i relativi prototipi in forum come GitHub o gruppi W3C”. C’è poi una fase di test. Una delle tecnologie già arrivata a questo punto (e che Google definisce “incoraggiante”) è la Federated Learning of Cohorts (FloC): aggrega le persone in gruppi (coorti) caratterizzati da interessi simili. In questo modo i dati vengono resi anonimi ed elaborati a livello di dispositivo, mantenendo privata sul browser la cronologia web di ogni utente. Anche se le prime simulazioni sono state positive, Google riconosce che “il risultato dipende dalla forza dell’algoritmo utilizzato da FLoC per eseguire i raggruppamenti e dal tipo di segmento di pubblico che si intende raggiungere”. Tradotto: c’è ancora da lavorare.

Una volta completato il processo di sviluppo, si passerà alla fase di adozione e all’eliminazione graduale dei cookie di terze parti. Dopo aver completato i test e aver lanciato le API, inizierà (dalla fine del 2022) una fase di transizione, durante la quale editori e investitori avranno il tempo di migrare i servizi e Chrome potrà ricevere informazioni e suggerimenti. Secondo le previsioni, questa fase dovrebbe durare circa nove mesi. Dalla metà del 2023, “Chrome eliminerà gradualmente il supporto ai cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi che terminerà alla fine dell’anno”.


Chrome di Google dirà addio ai cookie di terze parti nel 2023

Addio HomePod: caso isolato o spia di problemi più grossi? – iPhoneItalia Podcast S10E25

L’addio di HomePod rappresenta un flop per Apple: in questo podcast cerchiamo di capirne i motivi e se ci sono altre nubi all’orizzonte per la mela

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Addio HomePod: caso isolato o spia di problemi più grossi? – iPhoneItalia Podcast S10E25

Huawei P40 / P40 Pro e Mate 30 Pro ricevono la EMUI 11 Global: primi segnali del clamoroso addio ad Android (foto)

Huawei ha appena rilasciato dei nuovi aggiornamenti software per alcuni dei suoi smartphone più recenti, in particolare Huawei P40 / P40 Pro e Mate 30 Pro, introducendo la EMUI 11 stabile.

La novità consiste nel fatto che la build inizia a uscire dai confini cinesi, attualmente è in fase di distribuzione in Turchia e presto potrebbe arrivare in Europa. L’aggiornamento ha un peso di circa 1,1 GB e introduce tutte le novità della EMUI 11, basata ancora su Android 10, che abbiamo già visto nel dettaglio.

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La novità che più ci interessa non riguarda direttamente le feature introdotte dalla EMUI 11, ma il fatto che Huawei potrebbe aver avviato concretamente la transizione da Android a HarmonyOS, il suo nuovo sistema operativo per dispositivi mobili. Come vedete dagli esempi in galleria, l’animazione di avvio della EMUI è stata modificata: ora non troviamo più il marchio “Powered by Android” con il font proprietario di Google. Inoltre, tra le impostazioni di sistema non leggiamo più Android Security Patch Level, ma semplicemente Security Patch Level.

Si tratta di due piccoli segnali che in realtà potrebbero voler dire tanto. Al momento Huawei non ha comunicato nulla di ufficiale in merito al possibile passaggio ad HarmonyOS per i suoi dispositivi, sebbene non si trovino ancora tracce dell’implementazione di Android 11 nella EMUI. Vi terremo aggiornati su tutti i prossimi sviluppi.

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Addio  a Manlio Armellini, anima instancabile del Salone del Mobile di Milano

AGI – È mancato, ieri, Manlio Armellini, figura storica del Salone del Mobile di Milano, la grande più grande manifestazione del design del mondo, dal 1965 segretario generale e successivamente amministratore delegato di Cosmit. 

“Con Manlio perdiamo un amico – sono le parole di Claudio Luti, presidente del Salone del Mobile.Milano – che con la sua tenacia e competenza ha permesso al Salone del Mobile di raggiungere i successi che tutto il mondo ci riconosce”.

Con lui il Salone è diventato il più importante evento internazionale

Armellini “ha seguito e gestito – continua Luti – accanto agli imprenditori l’evoluzione di una manifestazione che è diventata il più importante evento internazionale non solo per il design, ha attivato progetti culturali che hanno contaminato la città di Milano, ha voluto e creduto nel progetto SaloneSatellite, ha colto i tanti cambiamenti nel tempo rispondendo sempre con soluzioni e innovazioni salvaguardando e rafforzando il marchio Salone che è stata anche la sua casa e la sua vita affiancato dalla moglie Armida. Continuare in questa direzione sarà la nostra migliore dedica a un uomo straordinario che mancherà a tutti noi. Ciao Manlio”.

La carriera ricca di successi e riconoscimenti

Cavaliere di Gran Croce all’Ordine e al Merito della Repubblica Italiana Manlio Armellini nacque a Porto San Giorgio (AP) il 9 ottobre 1937. In quarantanove anni di attività nel settore del mobile (eventi fieristici, pubblicazioni, iniziative culturali) Manlio Armellini, che inizia la sua carriera in Federlegno, organismo di categoria di Confindustria, è presente nel sistema del Salone del Mobile fin dalla sua prima edizione (1961) e ha ricevuto incarichi, benemerenze, premi, attestazioni in campo nazionale e internazionale a motivo dei lusinghieri risultati toccati dalle iniziative da lui promosse e gestite.

Il Salone Internazionale del Mobile che Manlio Armellini fa decollare definitivamente nel 1965 completandone l’offerta commerciale con la presenza delle principali aziende leader del settore arredo-design, sotto la sua guida come Segretario Generale dal 1974 passa dai 97.000 a 207.577 metri quadrati netti di area espositiva e attira da 67.000 a 315.353 operatori professionali, di cui 177.964 esteri provenienti da 154 nazioni. Numerosissimi i premi e i riconoscimenti ricevuti. Dalla medaglia d’oro di Federlegno alla targa d’argento dell’Ente Fiera Milano per i successi raggiunti dal Salone del Mobile. A lui si deve nel dicembre 2007 l’assegnazione a Cosmit dell’Ambrogino d’Oro. (AGI)

Agi

Il Covid rivoluziona la Moda, addio tacchi alti, torna la veletta

AGI – Il Covid ha stravolto la nostra esistenza e sta cambiando abitudini e stili di vita di tutti. E con essi cambia anche la moda. Quasi una condizione inevitabile in un momento storico così particolare. E così accade che, complice il forzato lockdown che ha interessato tutto il mondo, per un periodo di alcuni mesi le persone si sono vestite “a metà”: si privilegiava la parte superiore del corpo, quella esposta alla vista della videocamera nelle riunioni su Zoom dei lavoratori in smart working. Le donne, più attente e preoccupate alla propria immagine, hanno curato soprattutto il décolleté e il trucco. Si è così assistito a un picco di vendite di top stravaganti. Gli uomini, invece, più sciatti e trascurati, hanno adottato uno stile casalingo, con camicia sopra il pigiama o sopra i pantaloni della tuta. Nell’analisi che la storica della moda Silvia Vacirca fa all’AGI su come è cambiato il gusto degli italiani e le tendenze internazionali dei fashion brand, si parte proprio dal lockdown. Poi si passa al dopo. Ed è qui che si apre un mondo incredibile e del tutto inatteso. La moda nell’era Covid abbandona tutti i canoni classici, cancella con un colpo di spugna accessori che sembravano inamovibili, ne riscopre altri vecchi di 70 anni e ne introduce altri ancora che sembrano usciti da un cartone animato. 

“Oggi si nota che in passerella la tendenza prevalente è la cosiddetta ‘Working from home fashion’ – racconta Silvia Vacirca – ossia un tipo di abbigliamento un po’ meno formale di quello tradizionale da ufficio, più morbido, più confortevole e gentile. Gli stilisti tendono ad assecondare la richiesta delle persone di mantenere quel comfort che avevano quando lavoravano da casa anche adesso che tornano alla vita quotidiana”. E così accade l’impensabile: “Le donne abbandonano i tacchi alti per scarpe comode, i tailleur per abiti con volumi ‘over’ – spiega l’esperta – ossia non perfettamente in taglia, un po’ abbondanti. Prediligono tessuti morbidi, che hanno fluidità. La donna elegante oggi si veste a strati – aggiunge – come ha mostrato la recente collezione di Prada: completo giacca-pantalone, scarpe basse, camicia, magari cardigan con sopra il cappotto”.

E l’uomo? Anche per il cosiddetto ‘sesso forte’ la moda al tempo del Covid ha in serbo una rivoluzione. “Viene praticamente abbandonato il completo da ufficio e si predilige l’abbigliamento sportivo, che vive un vero e proprio momento magico e conquista anche uno spazio che prima gli era precluso – spiega ancora la professoressa Vacirca – per non parlare della cravatta, accessorio praticamente scomparso dall’abbigliamento maschile che oggi viene indossato solo dai politici”. La tendenza predominante nella moda dell’era Covid è quindi quella che si può definire “elegante informale”, che è anche una risposta psicologica alla crisi che stiamo vivendo. “Infatti negli Stati Unti – spiega ancora l’esperta – lo stile di abbigliamento maschile si sta andando uniformando a quello californiano. Il che non significa che gli uomini vanno in giro con le infradito, ma che c’è un certo rilassamento e la ricerca della comodità nel vestire. Tra le donne – aggiunge – il fenomeno del cosiddetto ‘Cottagecore style’ va per la maggiore, con abiti maxi, enormi, comodi, modelli premaman a stampe o colorati”. Uno stile che è lontanissimo dall’idea classica di femminilità e che, malgrado sia nato prima della pandemia, secondo la storica della moda interpellata dall’AGI adesso ha preso piede con forza: “Il modello femminile classico, quelle delle top model, è scomparso – spiega – e si è accentuata la tendenza che si basa sull’idea di ‘a-gender’, dell’annullamento di genere, per cui gli abiti diventano unisex”.

Le sorprese che riserva la moda al tempo del Covid non finiscono qui. E lo spiega ancora la professoressa Vacirca: “Tutti i brand del lusso stanno proponendo mascherine abbinate agli abiti, con tessuti. Ma vanno anche oltre: la volontà di abbinare un accessorio fashion alla richiesta di sicurezza porta alcuni marchi a riproporre dopo 70 anni il velo e i guanti. Si rivede la veletta che scende da un cappellino o da un cerchietto o un fermaglio. Ovviamente è diversa da quella delle nostre nonne – precisa – sono glamour, con brillantini, giovanili. In quanto ai guanti, invece, spesso sono in tessuto di pizzo e si tratta soprattutto di accessori per le collezioni dell’estate“. Ma anche su quest’ultimo aspetto ci sono novità: “La stagionalità sembra sia saltata – spiega l’esperta – e così vediamo in collezioni teoricamente per l’inverno, sfilare modelli con indosso abiti estivi o sandali aperti. Su questi ultimi c’è poi da fare una considerazione – aggiunge – si tratta del modello di scarpa più venduto oggi che siamo in autunno. Il motivo a mio giudizio è da ricercarsi nello stile di vita di molti lavoratori, costretti in smart working, che fanno il loro servizio da località balneari se non addirittura in zone calde fuori dal Paese”.   

Per concludere l’analisi della moda al tempo del Covid, la professoressa Vacirca spiega infine quella che sembra essere una nuova folle tendenza che ha preso piede in Estremo Oriente e che è in arrivo anche da noi: la ‘catsuit’ intima. Una tuta intera del tessuto dei collant, a stampa o coloratissima che avvolge la donna dai piedi alle mani. “Ci entri aprendo una zip a scomparsa sulla schiena e ti copre fino al collo – spiega – poi si indossa sotto i vestiti come se fosse una seconda pelle. Accade quindi che sotto una maglietta a maniche corte escono braccia coloratissime, oppure sotto una gonna o un pantalone corto si vede una gamba con colori improbabili. Sembra di vedere una sorta di cartone animato – sorride l’esperta – ma in Giappone, dove la tendenza della moda a sperimentare è fortissima, già è un indumento molto diffuso. E devo dire che alcuni abbinamenti audaci, analoghi a quelli che contraddistinguono la cosiddetta Generazione Z, i nativi digitali, per quanto apparentemente folli e originali sono a loro modo ‘cool’. Hanno un loro motivo di essere e, probabilmente, un futuro”.

Agi

Samsung termina un altro servizio: addio Game Tuner, lunga vita a Game Plugin! (foto)

È tempo di pulizie di primavera anche in casa Samsung a quanto pare, dopo l’annuncio di ieri della chiusura di MirrorLink, Find My Car e Car Mode, oggi scopriamo che anche l’app Game Tuner chiuderà i battenti a breve, per la precisione da… ieri! Dal 30 aprile 2020 infatti l’applicazione non è più scaricabile né da Play Store né da Galaxy Store.

Chi se la trova installata potrà continuare a utilizzarla, anche se ormai erano due anni che non veniva aggiornata e funziona solo su dispositivi con Android Oreo. Tutti gli altri d’ora in avanti dovranno guardare a Game Plugin per poter avere praticamente lo stesso servizio.

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Game Tuner infatti permetteva di settare una serie di parametri per limitare gli FPS, impostare un livello di luminosità dello schermo per ogni gioco, abbassare la risoluzione, ecc. Insomma era uno strumento utile soprattutto su tutti quegli smartphone di fascia media e bassa che potevano avere qualche difficoltà a far girare fluidamente certi titoli.

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L’assistente vocale S Voice di Samsung ai saluti: addio programmato per il 1 giugno

Uno dei primi assistenti vocali di Samsung sta per essere definitivamente messo da parte dal produttore sudcoreano: parliamo proprio di S Voice, l’assistente che gli utenti più affezionati ricorderanno sui dispositivi Samsung più datati.

Samsung ha programmato di salutare definitivamente S Voice per il prossimo 1 giugno 2020 e la notizia non ci sorprende particolarmente, visto che l’utilizzo di S Voice non è mai decollato. Poi il lancio di Bixby insieme a Galaxy S8 l’ha definitivamente oscurato. Dopo il 1 giugno S Voice risulterà non più funzionante, ma il cambiamento non verrà nemmeno percepito sui dispositivi più recenti, visto che Samsung ha deciso di non pre-installarlo da diversi anni.

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Tra i dispositivi che ancora possono contare su S Voice troviamo Galaxy A3, A5, A7, A8, A9, Galaxy Note 2, 3, 4, 5, Galaxy S3, S4, S5, S6. Sicuramente le alternative con cui consolarsi non mancano, in cima a tutte Google Assistant e Bixby.

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