Ecco come Qualcomm e Google miglioreranno le performance di gioco su Pixel 4, Galaxy S10 e Note 10

In attesa che si materializzi Project Mainline Google sta lavorando per estendere quel concetto ad altri aspetti del mondo Android. L’ultima notizia in tal senso riguarda i driver della GPU e coinvolge in partnership il colosso dei processori, Qualcomm.

Le due aziende statunitensi infatti hanno dichiarato di essere al lavoro per rilasciare degli aggiornamenti ai driver delle GPU attraverso il Play Store. In questo modo sarebbe molto più semplice per un produttore poter migliorare performance ed efficienza senza dover passare da un più complicato aggiornamento di tutto il firmware.

In particolare si sta lavorando su un tool di profilazione grafica chiamato Android GPU Inspector in grado di permettere agli sviluppatori di ottimizzare i propri giochi analizzando le performance a un livello molto più di dettagliato. Questo strumento permetterà di inviare dei feedback direttamente a Google e Qualcomm, che, una volta apportate delle modifiche, potrebbe rilasciare una nuova versione beta dei driver pronta per i test.

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Se tutto poi dovesse andare per il verso giusto l’aggiornamento potrebbe essere rilasciato come si fa per le comuni app e sarebbe disponibile per tutti i dispositivi compatibili. Al momento gli sviluppatori stanno sperimentando la novità su Pixel 4, Samsung Galaxy S10 e Galaxy Note 10, con l’obiettivo di estenderla ad altri dispositivi e GPU in futuro.

Giusto per farvi un’idea, durante i test Google ha trovato un modo di ridurre il carico della GPU su Pixel 4 del 40% ottenendo un frame rate superiore e minori consumi energetici. Niente male come prospettiva!

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Come funziona l’e-learning. Viaggio nella didattica online

Che si chiami didattica a distanza o e-learning, la sostanza è quella: il coronavirus e le scuole chiuse hanno forzato l’utilizzo delle piattaforme digitali per l’istruzione. Com’è già successo in Cina (su scala ben più ampia), lo studio via smartphone ha in pochi giorni rivoluzionato le abitudini dei studenti e insegnanti, ma anche la composizione dei download. Piattaforme per la didattica e soluzioni per videoconferenze hanno superato social e giochi nelle classifiche delle app più scaricate.

Da Google a Microsoft

Come per lo smart working, la tecnologia è lì da anni. Ma solo adesso sta entrando nelle case di milioni di persone. Alla fine di febbraio, il Miur ha pubblicato una pagina dedicata alla didattica a distanza. È “un ambiente di lavoro in progress per supportare le scuole nel periodo di chiusura legato all’emergenza coronavirus”. Il ministero indica due piattaforme, che hanno messo a disposizone le proprie risorse: G-Suite for Education e Office 365 Education A1. La prima è il pacchetto di Google. Oltre a prodotti generalisti come Gmail e Drive, ce ne sono di più specifici. Hangouts Meet consente di comunicare via chat e videoconferenza, fino a 250 partecipanti, e con streaming fino a 100.000 utenti. L’applicazione Classroom consente di “creare classi virtuali, distribuire compiti e test, dare e ricevere commenti su un’unica piattaforma”. Office 365 Education A1 è invece di Microsoft. Include Teams, che permette di attivare videoconferenze, videochiamate, lavagne digitali, collaborazione tra classi e archivio dei file.

Le piattaforme che portano le classi online

Le piattaforme per l’e-learning non si fermano ai grandi gruppi. Quella italiana che raggiunge più docenti e studenti è WeSchool. Fondata da Marco De Rossi con il nome di Oilproject, aiuta gli insegnati a “portare le loro classi online e rendere la loro didattica digitale”. Sono circa 2 milioni gli studenti che accedono ogni mesi alla sezione Library, popolata da videolezioni. Moodle è una piattaforma open source utilizzata dalle aziende per fare formazione, ma anche dagli insegnanti per digitalizzare parte dei percorsi educativi. Edmodo dà la possibilità di organizzare il lavoro della classe, sia sui banchi che in cattedra. Offre infatti risorse per scuole, insegnati, studenti e anche per i genitori. Redooc, più che come versione digitale delle classi, si pone come “alternativa online alle ripetizioni” ed è focalizzata su “matematica, fisica, italiano, Invalsi, educazione finanziaria e giochi di logica”. Il Miur cita Bricks Lab, una piattaforma milanese che “permette di creare lezioni multimediali” e “costruzioni didattiche personalizzate”. Le risorse possono essere condivise dai docenti con gli studenti, ma anche con i colleghi, “in modo da mettere a fattor comune il proprio lavoro e beneficiare di quello degli altri”.

Effetto scuole chiuse: le app più scaricate

Come già successo in Cina, anche in Italia le applicazioni per videoconferenze e lezioni a distanza hanno scavalcato TikTok e giochi per smartphone. Secondo i dati di App Annie, le sette applicazioni più scaricate del 6 marzo su iPhone sono legate a istruzione o riunioni da remoto. Nell’ordine: Meet e Classroom di Google, WeSchool, Skype, Edmodo, Zoom (per i meeting) e Microsoft Team. Anche su Google Play (il negozio delle app per Android), Meet e Classroom sono in cima. Edmodo, Teams, Zoom, Skype e WeSchool sono nella top 20.

Zone gialle e rosse: i primi esempi

Prima che la chiusura delle scuole fosse estesa, alcuni istituti delle zone più esposte si erano già organizzati. Alcune delle loro esperienze sono state raccolte dal Miur. Al liceo scientifico Oriani di Ravenna, gli studenti seguono le esercitazioni e le lezioni dei professori tramite le app Classroom e Meet. L’Istituto Prealpi di Saronno sta organizzando lezioni tramite Skype e WeSchool, non tanto per avanzare con il programma quanto per organizzare percorsi di recupero. L’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino (cui fa capo anche Vo’, in provincia di Padova) ha avviato lezioni trasmesse in diretta dagli insegnanti. Dal 25 febbraio, i professori dell’Istituto Tosi di Busto Arsizio si collegano ogni mattina con gli studenti.

L’esperienza (prima del coronavirus)

Chi aveva già utilizzato le piattaforme di e-learning senza la costrizione del coronavirus ha deciso di mettere a disposizione la propria esperienza. A Indire (un istituto di ricerca del ministero dell’Istruzione) fanno capo il movimento Avanguardie educative e il progetto Piccole scuole. Il primo ha portato avanti l’idea delle “Flipped Classroom”, cioè delle “classi capovolte”: le lezioni si fanno da casa, con video e risorse digitali. Le aule diventano invece spazi-laboratorio, con un approccio pratico. Piccole scuole aggrega quasi 9 mila istituti e 600 mila studenti, con lezioni e progetti condivisi anche grazie all’uso di videoconferenze. I docenti che appartengono a queste due reti educative hanno dato la propria disponibilità a collaborare con i colleghi che, da un giorno all’altro, si sono ritrovati fare lezioni digitali. Hanno organizzato una serie di webinar gratuiti: corsi che vanno dalla privacy alle lezioni di musica, dalle istruzioni sull’uso delle piattaforme fino agli esempi pratici di didattica. Obiettivo: “Diffondere e condividere buone pratiche a sostegno dei processi d’innovazione per il nostro sistema scolastico”. Qualcuno aveva già capito quanto fossero importanti. Anche senza coronavirus. 

Agi

Come funzionano le patch di sicurezza mensili di Android

È dall’agosto del 2015 che Google ci fornisce mensilmente delle patch di sicurezza per Android. Ma come funzionano esattamente queste patch? Qual è l’iter che permette di passare dal codice fornito di Google al firmware rilasciato via OTA dai vari produttori? Cerchiamo di dare una risposta.

Ogni vulnerabilità che è stata rimossa ha un suo numero identificativo CVE (Common Vulnerabilities and Exposures), i riferimenti associati, il tipo, il grado di severità e la versione AOSP colpita (se esiste). L’unione di tutti questi fix va a creare la patch di sicurezza mensile.

Ma le patch di sicurezza quante sono?

I più attenti avranno notato come ogni mesi vengono rilasciate due diverse patch di sicurezza. Il loro formato è AAAA-MM-01 e AAAA-MM-05. Se AAAA e MM identificano, rispettivamente, anno e mese di rilascio, le ultime due cifre potrebbero far fare confusione: non indicano il giorno di rilascio, ma il “grado di sicurezza”:

  • AAAA-MM-01 contiene i fix mensili al framework di Android ma non le patch di sicurezza dei fornitori (vendor patches) e le patch al kernel di Linux.
  • AAAA-MM-05 contiene il pacchetto completo.

Queste due patch sono rilasciate lo stesso giorno del mese e si basano sulle patch “05” del mese precedente (per chiarezza vi consigliamo di rifarvi alla tabella qui sotto nella quale è indicato, come esempio, la patch di sicurezza di aprile 2019). Le “patch di sicurezza dei fornitori” si riferiscono al codice close-source relativo ai componenti fisici, come possono essere i driver per il Wi-Fi o per il Bluetooth.

Contenuto della patch2019-04-012019-04-05
Contiene le patch del framework di aprile
Contiene le patch dei fornitori e del kernel di aprileNo
Contiene le patch del framework di marzo
Contiene le patch dei fornitori e del kernel di marzo

È importante sottolineare come ogni specifico produttore (OEM) possa modificare le patch di sicurezza mensili inserendo modifiche specifiche relative al singolo modello. Questo non dovrebbe stupire: alcune vulnerabilità potrebbero colpire Samsung ma non Motorola (per fare un esempio). Fortunatamente alcuni produttori pubblicano la lista delle modifiche specifiche per ogni modello:

Le tempistiche per il rilascio

Sebbene Google rilasci le patch di sicurezza in un giorno (non meglio precisato) del mese, alcuni OEM riescono a fornire l’aggiornamento per i propri dispositivi prima degli altri. Com’è possibile? Certo, alcuni devono inserire le proprie modifiche all’interno del firmware (si veda il punto precedente), ma c’è anche un altro dettaglio rilevante: alcuni OEM sono Android partner.

Come si diventa Android partner? Quali sono i vantaggi?

Chi sono questi Android partner? Sono aziende che hanno ottenuto la licenza per utilizzare il brand Android nel materiale per il marketing ma, soprattutto, possono inserire i Google Mobile Services (GMS) all’interno dei propri prodotti.

Ovviamente tutti i principali OEM sono Android partner, ma non è così semplice diventarlo: è necessario rispettare determinati requisiti in termini di Compatibility Definition Document (CDD) e superare alcuni test, tra i quali Compatibility Test Suite (CTS), Vendor Test Suite (VTS), Google Test Suite (GTS).

In tutto questo c’è un enorme vantaggio temporale: gli Android partner non solo ricevono notifiche riguardanti i problemi al framework e al kernel Linux almeno 30 giorni prima del rilascio del changelog, ma ricevono anche da Google le patch per questi problemi in anticipo in modo tale che possano testarle e unirle ai firmware (all’interno di un bel file zip). Per fare un esempio, i problemi risolti nella patch di maggio 2019 sono stati comunicati il 20 marzo 2019. Quasi un mese e mezzo prima.

Questo non significa che il changelog è fissato 30 giorni prima del rilascio: Google ha la facoltà di cambiarlo in corso d’opera nel caso sia necessario sistemare qualche bug o vulnerabilità pericolosa.

Come cambiano le tempistiche per un’azienda NON Android partner?

Se un’azienda non si trova nell’Olimpo dei privilegiati, il processo di rilascio di una patch di sicurezza viene inevitabilmente allungato a causa di alcuni dettagli non trascurabili che vengono risparmiati agli Android partner:

  • Le patch per il framework di Android sono disponibili dopo essere state unite nell’AOSP, solitamente 1-2 giorni dopo il rilascio del changelog di sicurezza.
  • Le patch al kernel Linux vengono selezionate solamente dopo il rilascio.
  • Le patch relative ai fornitori dipendono unicamente dall’accordo tra OEM e azienda produttrice. Questo significa che l’OEM può creare i propri fix se ha accesso al codice sorgente o deve attendere la patch dal fornitore.

Un accesso privilegiato non significa tempi di rilascio rapidi

Alcuni Android partner non forniscono rapidamente le patch di sicurezza mensili. Perché? I problemi possono essere molteplici:

  • Gli OEM devono apportare significativi cambiamenti al codice a causa di qualche incompatibilità
  • I fornitori non forniscono le patch dei componenti rapidamente
  • La certificazione da parte degli operatori (per i modelli brandizzati) può richiedere tempo
  • Alcune aziende potrebbero non voler rilasciare patch di sicurezza senza l’aggiunta di nuove funzionalità (per questioni d’immagine e di gestione delle risorse interne)

Per affrontare tutti questi problemi, nel tempo Google ha cercato di rimuovere queste problematiche (si pensi a Project Treble o a Project Mainline), e alcune di esse hanno avuto un impatto rilevante sulla diffusione delle patch. Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti come questo approccio, ad oggi, non è sufficiente a fornire tempestivamente le patch di sicurezza a tutti.

E le custom ROM?

Non avete ricevuto una patch di sicurezza? Conviene, per questo motivo, passare a una ROM modificata contenente le ultime patch di sicurezza? Non è detto. Certo, alcuni fix vengono sistemati con le patch non fornite dall’OEM, ma lo sblocco del bootloader lascia il dispositivo più vulnerabile agli attacchi esterni.

Questo significa che non è detto che l’installazione di una ROM custom sia la scelta più sensata dal punto di vista della sicurezza. Per di più, con una ROM custom vi portate a casa solo le migliorie contenute nelle patch AAAA-MM-01, lasciando fuori le patch dei fornitori. Insomma, la parte relativa ai componenti interni è comunque nelle mani degli OEM.

Qualche dettaglio interessante

Lo sapevate che i maggiori OEM devono fornire “almeno 4 patch di sicurezza” all’interno del primo anno di vita di un dispositivo e 2 anni di aggiornamenti? Non sono dati specificati da Google, ma l’azienda ha specificato che ha “lavorato sul fornire le patch di sicurezza all’interno degli accordi con gli OEM”. Per di più:

  • i dispositivi Android Enterprise Recommended (AER) devono ricevere patch di sicurezza entro 90 giorni dal rilascio per 3 anni
  • i dispositivi rugged AER devono ricevere aggiornamenti di sicurezza per 5 anni
  • i dispositivi Android One dovrebbero ricevere le patch di sicurezza ogni mese per 3 anni

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Kena Mobile permette il cambio offerta gratuito, ecco come

Kena Mobile è uno degli operatori virtuali attivi nel mercato italiano e ha appena introdotto un’interessante novità per i suoi attuali clienti intenzionati a cambiare offerta tariffaria.

L’operatore infatti ha reso disponibile una sezione del suo sito web con lo scopo di offrire il cambio dell’offerta tariffaria gratuitamente. Il cambio offerta può essere richiesto in autonomia dal cliente e si completerà automaticamente al primo rinnovo dell’offerta stessa. Per usufruirne è necessario che il cliente abbia ovviamente un’offerta attiva al momento della richiesta. Il cambio offerta non contempla eventuali costi di attivazione associati alla nuova offerta.

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Per maggiori informazioni sulla possibilità di cambio offerta gratuito vi rimandiamo direttamente al sito ufficiale di Kena Mobile.

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MediaTek annuncia il nuovo Helio P95: come il predecessore, ma migliorato e ottimizzato

MediaTek ha annunciato l’ultimo arrivato della gamma di processori Helio, il P95. Successore dell’Helio P90 (che risale a due anni fa), il P95 porta con sé numerosi miglioramenti che comprendono GPU, connettività, fotocamera e intelligenza artificiale, nonostante la struttura sia la stessa del modello precedente.

Il P95 è infatti basato sulla stessa architettura octa-core, di cui 2 ARM Cortex-A75 a 2,2 GHz e 6 AMR Cortex A55 a 2,0 GHz. Rimane invariata la GPU PowerVR GM 9446, che grazie alla nuova ottimizzazione riceve un +10% a livello prestazionale. Lo stesso discorso vale per il chip dedicato all’intelligenza artificiale (APU). Con questo nuovo modello Mediatek ha finalmente portato la tecnologia HyperEngine anche sulla serie P, rendendoli più adatti anche al gaming.

L’Helio P95 introduce il supporto ai sensori fotografici a 64 MP in configurazione singola e 24 e 16 MP in caso di doppia fotocamera. Grazie al nuovo ISP il processore riesce a gestire i processi RAW 14 bit e YUV 10 bit; non mancano le migliorie permesse dalla IA, come il tracking automatico delle persone in fase di scatto (fino a 5) e la modalità AK-NR per le condizioni di scarsa luminosità.

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Dal punto di vista della connettività il P95 supporta le reti 4G LTE e 4G dual SIM VoLTE, Wi-Fi 5 e Bluetooth 5. Non sono chiare le tempistiche di lancio e i modelli che equipaggeranno questo nuovo processore, anche se con tutta probabilità si tratterà di dispositivi di fascia bassa.

 

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Come mangeremo nel 2020

Cambiare modo di alimentarsi. È la scommessa per il prossimo futuro. Meglio, a partire dal gennaio. Per una questione che riguarda non solo strettamente la salute ma, al tempo stesso, anche l’impatto ambientale. Ne va della sopravvivenza di ciascuno di noi, intesi come singoli, ma anche della nostra Terra, intesa come collettività di donne e uomini. La quale Terra, per altro, come recitava un vecchio slogan ambientalista “è l’unica che abbiamo”. Quindi non sprechiamola. E difendiamola.

L’operazione “rigenerativa” scatterà pertanto già nel prossimo 2020, quindi tra poche settimane, e secondo gli esperti di Whole Food Market, la società americana acquistata da Amazon nel 2017, i trend del prossimo anno sono racchiusi in dieci grandi linee guida o filoni. E qui non si parla tanto di chef quanto di ingredienti. Ovviamente, buoni per essere utilizzati da tutti gli chef del mondo che vorranno attenersi a questo “manuale della cucina sana” quanto morigerata nelle combinazioni più diverse, originali e fantasiose.

E se si parla di prodotti, di ingredienti alla base di una cucina sostenibile, non si può che partire gioco forza dalla terra, intesa come suolo da coltivare: applicando quella che viene definita come agricoltura rigenerativa, in grado di recuperare i terreni esausti, quindi di restituirci super farine, di farci apprezzare sapori e gusti particolari, anche di Paesi a noi lontani, come l’Africa Occidentale ad esempio, inducendo un tipo di coltivazione in grado di migliorare la biodiversità nel suo complesso.

Perciò il 2020 sarà innanzitutto l’anno delle farine alternative e dei prodotti da forno. E ci sarà un sostanziale incremento – perché il mercato al consumo lo richiede – dell’uso di farine, diverse da quelle di tipo tradizionale come lo è, ad esempio, la farina di teff (senza glutine, è ottenuta dai minuscoli semi di un cereale originario dell’Etiopia e dell’Eritrea) o la farina derivante dalla frutta come la banana, il cavolfiore o di tigernut, che deriva dalle nocciole, ovvero zigolo dolce, tubero originario della Spagna, ma anche super farine, forti di fibre e proteine in genere.

Il trend cibo 2020 contempla perciò i sapori africani, che vedono l’uso sempre maggiore di Moringa, tamarindo, sorgo, fonio, teff, miglio, prodotti di base della cucina di Paesi come Niger, Senegal, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria. Approdano pertanto sulle nostre tavole piatti tipici come il pollo yassa o il riso jollof.

Non si faranno mancare gli snack vegani o snack da frigo, freschi, morbidi e anche dolci come le barrette di granola. Perché la dieta vegana ormai sta facendo proseliti e impazza, insieme all’alimentazione di tipo vegetariano, nell’idea di ridurre il più possibile il consumo di carne anche per favorire il minor impatto sull’ambiente: cioè, meno carne ma di migliore qualità. Da allevamenti biologici, certificati o riconosciuti. Comunque garantiti.

Oltre la soia, andranno molto anche i prodotti vegetali in genere, con i fagioli verdi, i semi di canapa, quelli di zucca, di avocado, di anguria e l’alga clorella dorata. Non mancheranno le uova e i latticini vegetali, la salsa tahini. Tutti gli zuccheri alternativi con riduzioni sciroppose di frutta, il burro derivato da ogni genere di seme.

Quindi la tendenza 2020, in fatto di alimentazione, contempla anche i surrogati di carne con sostituti a base vegetale, che è anche stato uno degli argomenti tra i più discussi di questo anno 2019 che ci lasciamo alle spalle. E non mancano le esperienze concrete come dimostra l’hamburger vegetale ideato, messo in produzione e in commercio con successo da Burger King.

Bene, ma la vera tendenza delle tendenze gastronomiche del 2020 – nell’ambito del quadro appena delineato – sarà quella del healthy bowl. Ovvero il piatto unico,  che consolida il timido approccio avviato già l’estate scorsa con quella che è stata definita la “ciotola sana”, con dentro tutto, per un pasto completo, leggero, nutriente e saziante. Ma soprattutto gustoso.

Una soluzione che per altro va incontro alle esigenze di stili di vita in forte trasformazione dentro un mondo, stretto o costretto in tempi di vita e tempi di lavoro in continua mutazione e sempre più compressi. Dove slow e fast sono alternative di vita nette, che si contrastano e si combattono in duelli all’ultimo sangue.

Cosicché gli healthy bowl sono oggi anche il risultato di un matrimonio esclusivo quanto perfetto tra salute, gusto e bellezza insieme. Con alimenti naturali, biologici, ricchi di carboidrati a basso indice glicemico e a lento rilascio di energia, grassi buoni e fibra, con cereali integrali ma anche verdura, con largo uso di curcuma e utilizzo di avocado, che contribuiscono tutti insieme a mantenere in forma e allo stesso tempo in salute. E si possono preparare in casa come ordinare al ristorante o nei negozi dedicati.

Agi

Come sono fatti i locali per pensare

Via dalla pazza folla! Lontano dal rumore. Dagli assembramenti. Dalla musica a tutto volume. Rifuggendo i grandi schermi che inondano di immagini e suoni. Via dai luoghi dove necessita alzare la voce anziché  poter parlare normalmente. Socializzare. Scambiarsi pensieri. Idee. Sensazioni. Impressioni. Raccogliere i propri pensieri. Leggere, buttar giù appunti, scrivere. Nel silenzio. O, al massimo, nel parlottìo. Ma a bassa voce. Un semplice rifugio, un bisogno diffuso. E al tempo stesso una tendenza. Ma dove trovarli, nelle città? O nei paesi? Come individuarli dei locali simili?

A questo ci hanno pensato Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri. Editrice indipendente, lei, storico con diversi saggi e articoli al proprio attivo, lui. Toscana che vive a Perugia, Francesca, romano trasferitosi in Toscana da una ventina d’anni, Valerio. Che spiega: “Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva ‘andiamo dentro’; oggi, se sei in un locale, si dice ‘andiamo fuori’, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare”. L’esempio è efficace, l’approccio filosofico molto semplice.

Perciò Francesca e Valerio, sollecitati anche da amici e conoscenti a mettere insieme un elenco di luoghi tranquilli dove poter pensare, sono rimasti fulminati quando, durante un incontro la scrittrice Dacia Maraini, invitata a presentare il libro su Luisa Spagnoli di Corvisieri, ha rievocato con nostalgia gli anni ’50 e ’60, l’età d’oro dei bar e dei caffè letterari, dando così vita a una comune riflessione sulla difficoltà di poter comunicare dentro i locali per come sono concepiti oggi. Ed stata la scintilla che ha dato il là a “Locali per pensare”. Prima una pagina Facebook, poi un sito per mettere “in rete” i locali che adottano questa filosofia, che ha un suo statuto rigoroso.

Per far parte di questa “rete”, i locali devono garantire d’essere “No musica ad alto volume”, “No maxischermo, tv, video con diffusione sonora costante, per eventi sportivi”.. Devono poi mettere a disposizione uno spazio minimo e utile per socializzare, il locale dev’essere “in sintonia con il territorio, con spazi per sedere intorno a un tavolo o parlare uno di fronte all’altro”. Devono offrire la possibilità di ospitare eventi culturali, giochi di ruolo e altre iniziative “per pensare” (l’opzione è facoltativa), offrire sorrisi e gentilezza a chi entra (facoltativo); per i ristoranti il menù deve essere “alla carta, di filiera corta e stagionale” (facoltativo) mentre per i bar è preferito il servizio al tavolo. Gradita è l’esposizione di libri, opere artistiche o altri oggetti “per pensare”. Un decalogo ferreo.

Sul sito ci si iscrive per due possibili forme di adesione: gratuita (Basic) o a pagamento (Plus, dai 50 ai 100 euro l’anno). Il sito e la pagina Facebook fanno da vetrina che promuove le iniziative culturali dei locali stessi. Come presentazioni di libri. Dibattiti. Reading e tutto ciò che chiama alla riflessione e non alla dispersione del pensiero o del dialogo. I locali che hanno aderito da aprile sono 86, coprendo 19 regioni. Cinque i locali che hanno optato per la formula Plus, tra bar, caffetterie, sale da tè, circoli culturali, enoteche, librerie e bistrot.

L’esigenza di potersi raccogliere sta diventando ormai un’esigenza sociale che coinvolge sempre più larghi , tanto che persone attente come il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti o come il professor Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, si sono accorti subito di questo fenomeno e l’hanno segnalato in modi diversi. Nicoletti con una videoanalisi sul sito de La Stampa ricorda che caffè, trattorie, osterie, enoteche, ristoranti “hanno rappresentato per tutto il ‘900 i luoghi privilegiati in cui si incontravano e si confrontavano gli intellettuali che hanno contribuito alla nascita di nuove correnti di pensiero, espressione artistica, evoluzione sociale”, Crepet dedicando l’incipit di un capitolo del suo nuovo libro, Libertà (Mondadori), in cui osserva che “si tratta di un’urgente occasione per riflettere sulla nocività di un lento, implacabile avvelenamento” dato da “il rumore che ha invaso ogni angolo e momento della nostra quotidianità” (…), un’invasione di chiasso che sembra escogitata proprio per inibire il sorgere di qualsivoglia pensiero, critica, ironia, autoironia, senza i quali non c’è, né ci sarà libertà vera”. E nel ricordare gli incontri spiati da giovane al Caffè Canova di Piazza del Popolo a Roma, tra Fellini e Mastroianni, scrive: “Ho spesso immaginato che La dolce vita sia nata anche grazie a quei tavolini (…), non un pensatoio separato dal mondo, ma un luogo di passaggio, come dovevano essere i pensieri di quei due grandi artisti”.

Hanno raccontato bene e in maniera molto suggestiva cosa hanno rappresentato i locali nello spirito di quegli anni, lo sceneggiatore e regista Ugo Pirro in Osteria dei pittori e l’attrice Paola Pitagora in Fiato d’artista, dieci anni a Piazza del Popolo (entrambi Sellerio). E, per dirla con il poeta Tonino Guerra, “bisogna creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Un’esigenza sempre più urgente.

Agi

Ninja come Ronaldo. Il “calciomercato” dei gamer vale milioni di dollari 

La guerra degli streamer è ufficialmente iniziata. Negli ultimi mesi la scena dei gamer professionisti che giocano in diretta sul web è stata completamente rivoluzionata. E la ragione è semplice: soldi, molto soldi. Le piattaforme che permettono di “stremmare” hanno iniziato a farsi concorrenza a colpi di contratti milionari (con cifre rigorosamente segretissime) a favore dei nomi principali del settore.

Tutto è iniziato tutto lo scorso agosto quando Tyler Blevins, detto “Ninja”, ha abbandonato a sorpresa Twitch, la piattaforma più utilizzata acquistata da Amazon nel 2016 per un miliardo di dollari, per passare alla assai meno nota Mixer, proprietà di Microsoft. Un cambio di casacca che può essere paragonato al trasferimento di Cristiano Ronaldo dal Real Madrid alla Juventus per certi aspetti, quello economico primo tra tutti.

Ninja è infatti il gamer più famoso negli Stati Uniti e probabilmente nel mondo, soprattutto grazie alle sue partite su Fortnite. Sponsor importanti, gadget ufficiali, linee di abbigliamento e accessori in collaborazione con Adidas, ospitate nei principali programmi di intrattenimento della tv americana, oltre gli immancabili milioni di follower su tutte le piattaforme social: Blevins è a tutti gli effetti una celebrità il cui brand supera il mondo dei videogiochi.

Selezionato da Time come una delle persone più influenti del 2019 e di recente indicato da Forbes come il giocatore più pagato al mondo, Ninja e il suo management sono sempre stati capaci di strappare accordi impossibili per chiunque altro. Capacità che ne hanno accresciuto la leggenda. Ad esempio, in occasione dell’uscita del rivale di Fortnite, Apex Legend, Ninja fu pagato un milione di dollari per giocarci e dargli così quella visibilità iniziale che ha permesso al gioco di Electronic Arts di scalzare proprio Fortnite dal trono del più seguito online, almeno per un breve periodo. Un piccolo esempio del “potere” mediatico di Ninja insomma.

Il cambio di piattaforma è però qualcosa di ancora più rilevante. Abbandonando quella che ti ha reso popolare perdi infatti anche i relativi follower e le entrate che questi ti garantiscono tramite sottoscrizioni e visualizzazioni. Per un salto del genere l’incentivo deve essere piuttosto rilevante.

Secondo due inchieste pubblicate dal sito di videogame Kotaku e da Cnn Business, l’accordo che Microsoft ha offerto a Ninja prevede un assegno da venti milioni di dollari l’anno per tre anni per “giocare” solo su Mixer. Una cifra degna di una star dello sport.

Il caso di Ninja è quello più rilevante, ma non è di certo l’unico. Oltre alle già citate Twitch e Mixer infatti, ci sono altre due piattaforme molto impegnate in questo calciomercato degli streamer (o forse sarebbe meglio chiamarlo “streamercato”): YouTube e Facebook, con la sua sezione Gaming, sono gli altri due grossi nomi della partita e non stanno risparmiando certo sulle offerte per accaparrarsi i big del gaming.

Secondo le indiscrezioni raccolte da Kotaku, Imane “Pokimane” Anys, la streamer più famosa di Twitch, avrebbe firmato un accordo da 4 milioni e mezzo con la piattaforma per restare, Michael “Shroud” Grzesiek avrebbe ottenuto “una decina di milioni” per passare a Mixer, mentre lo streamer Zizaran ha rifiutato un’offerta da oltre un milione di dollari per passare da Twitch a Facebook.

La lista dei cambi di sito si è molto allungata negli ultimi mesi, segno di una battaglia entrata nel vivo. Resta ora da capire se questa età dell’oro, almeno per gli streamer, durerà per sempre. Questa partita è qualcosa di più di un (video)gioco.

Agi