OnePlus Ultra e OnePlus 10 esistono: cosa avranno sotto il cofano

OnePlus è molto attiva nel mercato smartphone e dopo il lancio di OnePlus 10 Pro a livello internazionale, arrivato insieme alla nostra recensione, l’azienda si prepara al lancio di nuovi modelli.

Stando a quanto riferito dal leaker Yogesh Brar, OnePlus starebbe lavorando al nuovo OnePlus Ultra e OnePlus 10. Il primo sarà un nuovo modello top di gamma, con a bordo il nuovissimo processore Snapdragon 8 Gen 1+ di Qualcomm. Questo modello dovrebbe proporre un comparto fotografico di prim’ordine.

Oltre a questo possiamo aspettarci anche l’arrivo di OnePlus 10: il modello base della serie di top di gamma OnePlus potrebbe arrivare sul mercato con un processore Snapdragon 8 Gen 1 o Dimensity 9000.

Ma non finisce qui: l’azienda rinnoverà anche la serie Nord, quella che raccoglie i modelli di gamma media, sui quali troveremo processori come Snapdragon 888 o Dimensity 8000. Infine, l’azienda starebbe lavorando anche ad un nuovo smartphone con processore Snapdragon 7 Gen 1.

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OnePlus Ultra e OnePlus 10 esistono: cosa avranno sotto il cofano

Telegram Premium: cosa si potrà sbloccare con l’abbonamento a pagamento

Telegram è una delle piattaforme di messaggistica istantanea più usate al mondo, con le sue app che sono installate su milioni e milioni di smartphone. Nelle ultime ore sono trapelati interessanti dettagli sul suo futuro abbonamento Premium.

Canale Telegram Offerte

Grazie all’abile opera di reverse engineering del noto Alessandro Paluzzi, abbiamo modo di vedere un primo assaggio di Telegram Premium. Il servizio a pagamento del servizio di messaggistica istantanea sarà proposto in abbonamento e permetterà di sbloccare contenuti esclusivi sulla piattaforma, come pacchetti di sticker, reaction aggiuntive e non solo.

Dalle immagini capiamo anche che tutti coloro che si abboneranno a Telegram Premium riceveranno un badge, visibile anche nella propria sezione personale.

Al momento non vi sono indicazioni sui costi previsti e sul debutto di Telegram Premium. Dallo screenshot che troviamo in galleria capiamo che lo sviluppo di Telegram Premium è abbastanza avanzato, quindi potrebbe arrivare anche nel prossimo futuro.

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Telegram Premium: cosa si potrà sbloccare con l’abbonamento a pagamento

Cosa sapere sul servizio di riparazioni fai-da-te lanciato da Apple

AGI – È un programma che consente di poter ordinare pezzi ufficiali di ricambio e che allega anche le istruzioni per sostituire componenti difettosi all’interno dei dispositivi, senza doversi per forza rivolgere ai punti di assistenza sul territorio. Si chiama fai-da-te ed è una pratica molto comune. Solo che a lanciarla è Apple, azienda che ha fatto dei propri componenti hardware (e della loro costosa riparazione) un elemento distintivo.

Solo strutture qualificate e certificate potevano mettere le mani sui device della mela morsicata. Le cose stanno cambiando. Cupertino infatti ha lanciato il programma fai-da-te (anche Samsung ha in fase di lancio un servizio analogo) negli Stati Uniti (il servizio arriverà entro la fine dell’anno anche in Europa e in Italia).

Prezzi analoghi all’assistenza tradizionale

Ma ci sono una serie di “ma”, uno è il prezzo. Fra la riparazione fai-da-te e quella dell’assistenza tradizionale, a stare ai prezzi degli States, non c’è differenza. Lo ha dichiarato proprio Apple, secondo cui i prezzi per i componenti, che vanno dai 0,20 dollari per le viti ai 312 dollari per un kit display per iPhone 12 Pro Max, sono gli stessi di quelli disponibili per la rete esistente di rivenditori di riparazioni autorizzati di Apple.

Si risparmia qualcosa però se si restituiscono i pezzi cambiati. “Per determinate riparazioni – fa sapere la società – i clienti riceveranno un credito al momento della restituzione di una parte sostituita per il riciclo”.

Non solo prezzi analoghi. Apple da una parte apre al fai-da-te, dall’altra spinge i consumatori a utilizzare i canali tradizionali. “La riparazione self-service fa parte degli sforzi di Apple per espandere ulteriormente l’accesso alle riparazioni. Per la stragrande maggioranza dei clienti che non hanno esperienza nella riparazione di dispositivi elettronici, rivolgersi a un fornitore di riparazioni professionale con tecnici certificati che utilizzano parti originali Apple è il modo più sicuro e affidabile per ottenere una riparazione”.

Perchè il servizio fai-da-te

Il lancio del servizio arriva dopo che i sostenitori del right-to-repair movement (il movimento del “diritto alla riparazione”. Tra i membri anche il co-fondatore di Apple Steve Wozniak) hanno a lungo fatto pressioni su legislatori e società tecnologiche affinché offrissero ai consumatori la possibilità di riparare i gadget da soli. A luglio scorso, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva approvato un ordine esecutivo che ordinava alla Federal Trade Commission di emanare regole che impedissero ai produttori di imporre restrizioni che rendono difficile la riparazione dei dispositivi. 

Le restrizioni al fai-da-te “possono aumentare in modo significativo i costi per i consumatori, soffocare l’innovazione, chiudere opportunità commerciali per le officine di riparazione indipendenti, creare inutili rifiuti elettronici, ritardare le riparazioni tempestive e minare la resilienza”, aveva dichiarato a luglio la presidente dell’FTC Lina Khan.

Self service repair store

Come funziona il servizio di Apple? Cupertino ha organizzato un vero e proprio negozio. Si chiama Self Service Repair Store: ci si collega, si seleziona il prodotto da riparare e il componente interessato, per poi ritirare il tutto nei centri autorizzati. I pezzi di ricambio sono tutti certificati Apple, gli stessi che vengono utilizzati quando si ricorre all’assistenza.

Facciamo qualche esempio. L’iPhone 12 Display Bundle (per riparare lo schermo) costa 269,95 dollari. Che diventano 236,35 se restituisci la parte sostituita. Su Amazon il kit (non originale) sta sui 200 dollari. L’iPhone 12 Battery Bundle (per cambiare la batteria) costa sul Self Service Repair Store di Apple 46.84 dollari. Su Amazon la stessa batteria la trovi (non originale) a 30 dollari.

Cacciaviti speciali

Cupertino ha pensato anche alla strumentazione. Ma anche in questo caso non stiamo parlando per intendersi di normali cacciaviti, ma di strumenti appositamente tarati. Comprare un Torque Driver per 85 dollari e usarlo una o due volte è veramente troppo.

“Apple offrirà kit di noleggio strumenti per 49 dollari, in modo che i clienti che non desiderano acquistare strumenti per una singola riparazione abbiano comunque accesso a questi strumenti di riparazione professionali. I kit di noleggio per una settimana verranno spediti ai clienti gratuitamente”. 

Cosa c’è nella cassetta degli attrezzi

Nel dettaglio, il programma Self Service Repair di Apple è stato lanciato negli States con 200 pezzi di ricambio (tra schermi, batterie e fotocamere) per riparare i vari modelli di iPhone 12, iPhone 13 e iPhone. Nei prossimi mesi il programma coinvolgerà anche i nuovi Mac, quelli con processori Silicon. 


Cosa sapere sul servizio di riparazioni fai-da-te lanciato da Apple

Cosa succederà a Twitter nelle mani di Musk 

Elon Musk ha comprato Twitter. E adesso? Non saranno mai più come prima né il social network né la società che lo gestisce. Per “affrontare i cambiamenti di cui ha bisogno”, aveva dichiarato il ceo di Tesla al momento della sua offerta, Twitter dev’essere una “compagnia privata”. Fuori dalla borsa o nulla. Il primo cambiamento, ormai certo anche se non immediato, sarà questo: a breve Twitter non sarà più quotata.

Twitter dirà addio alla borsa

Diventare privati vuol dire essere più liberi da regole e vincoli. Twitter non sarà più sotto l’occhio della Security and Exchange Commission (l’autorità che regolamenta i mercati statunitensi). Le frizioni tra Musk e la commissione sono note: nel 2018, la Sec – proprio dopo l’annunciata e mai concretizzata privatizzazione di Tesla – aveva vietato a Musk di twittare senza un controllo preventivo per evitare che le sue dichiarazioni impattassero sul titolo di Tesla. Da allora, l’uomo più ricco del pianeta ha sempre fatto sapere cosa pensa della Sec. E lo ha fatto anche ieri, affermando che la commissione è “una marionetta senza vergogna”.

La privatizzazione di Twitter, però, non è solo una questione personale. Non essendo quotata, la compagnia non dovrà più rispettare le stringenti comunicazioni sui dati trimestrali. Avrà quindi meno pressione da parte degli azionisti, che tendono a chiedere risultati di breve termine, e non sarà soggetta alle oscillazioni del mercato.

Vuol dire, in sostanza, poter guardare a un’evoluzione di medio termine, senza preoccuparsi troppo di fatturato, utili e crescita degli utenti. Non è certo la prima volta che una società abbandona la borsa. L’anomalia sta nel fatto che a fare il grande passo non è una società d’investimento ma un uomo solo.

Un consiglio di amministrazione più debole

Altro cambiamento: il board. Il consiglio di amministrazione è espressione dell’azionariato. Sarebbe quindi fisiologico un cambiamento, che potrebbe ripercuotersi anche sul ceo Parag Agrawal. Senza dimenticare la “variabile Musk”. In un tweet del 18 aprile ha fatto sapere che, in caso di acquisto, la paga dei consiglieri di amministrazione sarebbe stata “zero”. 

La composizione del board cambierà. E non solo per questione di stipendio. Musk, come sua abitudine e come sua facoltà, vorrà al tavolo di comando persone fidate e condiscendenti. Sarà anche ceo? Guidare tre compagnie come Twitter, Tesla e Space X sarebbe un’impresa, ma non è escluso. D’altronde, la veste di proprietario unico in una compagnia privata lo rende un monarca che per comandare non ha bisogno di una targhetta fuori dalla porta.

La moderazione dei contenuti

Lo ha detto più volte e lo ha ripetuto anche a operazione conclusa: “La libertà di parola è il fondamento di una democrazia”. E ancora: “Spero che anche il mio peggior critico rimanga su Twitter”.

I hope that even my worst critics remain on Twitter, because that is what free speech means

— Elon Musk (@elonmusk) April 25, 2022

La questione centrale della nuova proprietà riguarda la moderazione dei contenuti. Musk ha sempre sbandierato il proprio assolutismo: chiunque dovrebbe poter scrivere qualsiasi cosa per evitare che i social diventino arbitri della discussione pubblica. Il problema esiste, da anni. Ma l’assolutismo dovrà scontrarsi con la prassi: oltre ai contenuti contro la legge (come violenze e pedo-pornografia) ci sono le ampie zone grigie delle bufale e dell’incitamento all’odio.

L’eventuale ritorno di Trump sulla piattaforma è solo il caso più famoso, ma non quello più problematico. Da compagnia privata, Twitter potrà anche sottrarsi alla Sec ma non alle norme sempre più stringenti in tema di controllo dei contenuti, dal Digital service act dell’Ue alle proposte di legge statunitensi che vanno nella stessa direzione.

Le nuove funzionalità

Ultimo ma non ultimo: come cambieranno le funzionalità di Twitter? Molto attesa è la possibilità di correggere i propri tweet anche dopo la pubblicazione. Musk ha lanciato un sondaggio tra i suoi follower e la compagnia ha confermato che il cosiddetto “edit button” è in fase di sperimentazione. Fino a ora, la funzionalità era stata messa da parte per una sola ragione: le modifiche, come ha più volte ripetuto il fondatore Jack Dorsey, avrebbero potuto inquinare la discussione pubblica. Visto l’atteggiamento più disinvolto di Musk, Twitter potrebbe cambiare idea.

Nel comunicato che ha ufficializzato l’acquisto, il neo-proprietario ha citato altre due modifiche: “algoritmi open source per aumentare la fiducia”, battaglia “ai bot”. A marzo, Musk si è detto “preoccupato” di un “bias de facto degli algoritmi”. In sostanza, Twitter favorirebbe la visibilità di alcuni contenuti e ne scoraggerebbe altri. “Come facciamo a sapere cosa succede davvero?”. La soluzione sarebbero quindi algoritmi aperti e più trasparenti.

If our twitter bid succeeds, we will defeat the spam bots or die trying!

— Elon Musk (@elonmusk) April 21, 2022

Infine bot e account falsi. “Batteremo lo spam o moriremo provandoci”, twittava il 21 aprile. Quello dei profili che non hanno dietro persone reali è un problema contro cui Twitter sta combattendo da tempo. Nel 2017, una ricerca delle università di Southern California e Indiana ha stimato che i bot costituissero tra il 9 e il 15% degli account. Una seria battaglia ai profili automatizzati potrebbe ridurre il numero degli utenti attivi. Ma, con la società privata e non più costretta a diffondere i dati ogni trimestre, non sarebbe più un problema.  


Cosa succederà a Twitter nelle mani di Musk 

TikTok, nel 2021 bloccati 320 milioni di video: cosa ha funzionato e cosa no

AGI – TikTok deve fare i conti con i video contrari alle sue regole. Tra attività illegali, nudità, molestie e bullismo, in tutto il 2021 ha bloccato più di 320 milioni di contenuti, 85,8 milioni dei quali solo tra ottobre e dicembre. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, i video bloccati sono quasi raddoppiati e oggi rappresentano circa l’1% di tutti quelli caricati.

Il dato, che emerge dal “Rapporto sull’applicazione delle Linee Guida della Community” di TikTok, non significa necessariamente che sulla piattaforma ci siano più contenuti vietati. Con tutta probabilità è aumentata la capacità di intercettarli: sarebbe quindi merito, sottolinea la compagnia, “dei continui miglioramenti al riconoscimento e al rilevamento audio e vocale” e del “rilevamento proattivo”.

Un video su tre bloccato in automatico

Tra ottobre e dicembre 2021, il 90% dei video è stato infatti cancellato prima che venisse visualizzato la prima volta (era poco più dell’80% l’anno prima) e il 94% è stato rimosso entro 24 ore dalla pubblicazione. In particolare, spiega il responsabile Head of Trust & Safety di TikTok Cormac Keenan, rispetto a inizio anno “le rimozioni di contenuti con zero visualizzazioni sono cresciute del 14,7% per molestie e bullismo, del 10,9% per i comportamenti d’odio, del 16,2% per l’estremismo violento e del 7,7% per il suicidio, l’autolesionismo e le azioni pericolose”.

Come altre piattaforme, anche i controlli di TikTok mescolano moderazione umana e controlli automatici. La prima resta fondamentale, ma la “proattività” dipende in gran parte dall’automazione. Lo dimostrano anche i dati. Tra gennaio e marzo dello scorso anno, i software hanno rimosso circa il 14% dei video contrari alle regole della piattaforma. Tra ottobre e dicembre sono arrivati al 33%. Uno su tre.

Quanto sbagli TikTok

Oltre ai numeri complessivi va però anche misurata l’accuratezza. Esistono infatti i cosiddetti “falsi positivi”, ossia video oscurati per errore. Nel caso di TikTok, circa un video su venti viene reinserito dopo un ricorso. La quota è minoritaria ma resta significativa. E, soprattutto, non ha mostrato gli stessi passi avanti fatti altrove: il tasso di errore era del 4,5% nel primo trimestre 2021 ed è stato del 5,5% nel quarto. È uno dei parametri da guardare nei prossimi mesi, perché misura l’attendibilità del controllo e – in particolare – l’evoluzione di quello automatizzato.

Propaganda e odio: le zone grigie

C’è un’altra sfida, forse la più complessa. Il report di TikTok afferma che il 45% dei video è stato rimosso perché metteva a rischio la sicurezza dei minori, il 19,5% perché riguardava attività illegali, l’11% per nudità o attività sessuali, l’8,5% per contenuti violenti o espliciti, il 7,4% perché relativi a suicidio e autolesionismo e il 5,7% per bullismo o molestie. La stragrande maggioranza delle rimozioni riguarda quindi argomenti in cui è chiaro ciò che è lecito e ciò che non lo è. In cui è relativamente semplice distinguere il concesso dal vietato. È invece molto più complicato (per tutti, da Facebook a Twitter fino a Youtube) farlo quando il confine tra regole e libertà d’espressione è più sfumato.

E su questo punto TikTok dovrà insistere: solo l’1,5% dei contenuti è stato oscurato per “comportamenti improntati all’odio”, lo 0,8% per “estremismo violento” e lo 0,6% per problemi di “integrità e autenticità”. Come sta dimostrando la guerra in Ucraina, TikTok non è più (solo) il social dei ragazzini e dei contenuti futili: è una piattaforma di comunicazione a tutto tondo, dove circolano informazione e propaganda, notizie e bufale, documenti e tarocchi, analisi e sproloqui. La sua integrità passa dalla capacità di distinguerli.   


TikTok, nel 2021 bloccati 320 milioni di video: cosa ha funzionato e cosa no

WhatsApp fa il punto sulle note vocali: ecco tutto quello che è cambiato (e cosa cambierà)

Tra le funzioni di WhatsApp più utilizzate e apprezzate dagli utenti troviamo sicuramente i messaggi vocali: nel corso degli ultimi mesi, gli sviluppatori hanno aggiunto diverse funzionalità tramite i tanti aggiornamenti in beta, e ora è arrivato il momento di fare il punto della situazione.

In un post ufficiale, WhatsApp ha dunque parlato di tutte le funzionalità che hanno arricchito le note vocali:

  • Riproduzione a 1,5x e 2x: questa è praticamente disponibile per tutti, ma WhatsApp ha comunque dichiarato che ora il rollout sarò esteso proprio a tutti gli utenti della versione stabile dell’app.
  • Riproduzione in background: di questo ne abbiamo parlato recentemente. Il player è già disponibile sulla versione stabile per iOS, ma presto arriverà anche su quella per Android.
  • Visualizzazione della forma d’onda: cambiamento estetico che era già disponibile su desktop. Anche in questo caso il rollout sarà esteso a tutti gli utenti.
  • Continua riproduzione, ovvero riprendere la riproduzione dal punto in cui ci si era fermati. Questa funzione è disponibile solo in beta ma presto arriverà per tutti gli utenti della build stabile.
  • Anteprima delle note vocali: permette di ascoltare le note vocali prima di inviarle e eventualmente di riprendere la registrazione con la funzione citata dopo.
  • Mettere in pausa e riprendere la registrazione: già disponibile per i beta tester e presto per tutti.

L’azienda ha poi parlato di quanto i messaggi vocali siano apprezzati dagli utenti:

Quando abbiamo lanciato i messaggi vocali nel 2013, sapevamo che avrebbero rivoluzionato le abitudini comunicative degli utenti. Grazie al design intuitivo, abbiamo infatti reso la registrazione e l’invio dei messaggi vocali semplice come scrivere messaggi di testo. Ogni giorno, i nostri utenti inviano in media 7 miliardi di messaggi vocali su WhatsApp, ognuno dei quali è protetto da crittografia end-to-end per la massima privacy e sicurezza.

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Cosa rischia il traffico aereo negli Usa con il lancio del 5G

AGI – Alla fine ha ceduto anche Verizon. Dopo At&t anche l’altro colosso della telefonia mobile Usa ha deciso per un nuovo rinvio dell’accensione delle sue antenne 5G nei pressi degli aeroporti statunitensi. American Airlines e United avevano avvertito che, con l’accensione delle torrette, ci potrebbero essere “gravi problemi operativi” al trasporto aereo.

Con il 5G rischio “caos”

Tutto ha inizio a inizio dicembre, quando alcune compagnie statunitensi hanno avvertito del potenziale “caos” che potrebbe derivare dall’istallazione delle antenne nelle aree di decollo e atterraggio, temendo “potenziali interferenze” tra le frequenze usate dalla nuova tecnologia di internet mobile e la strumentazione degli aerei. At&t in una nota si è detta “sconcertata” dai ritardi dell’autorità americana, la Faa, mentre la Casa Bianca ha fatto sapere che sono in corso discussioni tra Faa e le compagnie aeree per risolvere lo stallo. Le anomalie al momento sono state riscontrate dalla Faa sui Boeing 787-8, 787-9 e 787-10 e potrebbero riguardare diversi sistemi dell’aereo senza essere evidenti fino a quando il velivolo non sia a bassa quota durante l’avvicinamento.

Quali rischi corrono gli aerei: le frequenze

Già lo scorso dicembre Airbus e Boeing avevano avvertito l’autorità americana dell’aviazione (Faa) dei rischi per le apparecchiature degli aerei. Il motivo è che le frequenze utilizzate dal 5G sono vicine a quelle utilizzate dai radioaltimetri degli aerei, gli strumenti che forniscono la distanza presente tra il velivolo e il suolo.

Agli operatori telefonici statunitensi è stata assegnata la banda di frequenza da 3,7 a 3,98 gigahertz (GHz) per il 5G, un diritto per il quale hanno pagato decine di miliardi di dollari. L’industria aerea teme però che questa frequenza interferisca con i dati dei radioaltimetri, essenziali per operazioni come l’atterraggio durante la notte o in condizioni di scarsa visibilità.

Questi operano nello spettro da 4.2 a 4.4 GHz. Non c’è quindi alcun rischio di interferenza tra le frequenze, ma, viene spiegato dalle società, la potenza di trasmissione delle antenne 5G potrebbero rappresentare comunque un problema per alcuni altimetri.

Un problema solo per gli Usa?

“Questa non è una questione globale o europea, è davvero una questione specifica sull’uso del 5G e la sua implementazione negli Stati Uniti in termini di bande di frequenza e potenza”, ha detto il capo di Airbus, Guillaume Faury, a inizio gennaio. In Europa la banda di frequenza principale per il 5G è stata delimitata tra 3,4 e 3,8 GHz, frequenze che sono meno simili a quelle dei radioaltimetri in uso negli Stati Uniti. In Corea del Sud, un paese all’avanguardia nella diffusione della tecnologia mobile, le frequenze 5G non vanno oltre i 3,7 GHz.

Il Giappone, che permette ai suoi operatori di arrivare fino a 4,1 GHz, non prevede “nessuna misura di mitigazione sotto i 4 GHz”, cioè nessuna restrizione nello spettro in cui si svolgeranno le operazioni 5G negli Stati Uniti, “e non ci sono state segnalazioni di interferenze”, sostiene il Ctia, l’organizzazione che riunisce l’industria americana della telefonia mobile. Al momento la palla è nel campo delle autorita’ americane, che potrebbero decidere un rinvio per tutti all’ultimo momento e cercare di risolvere l’impasse normativo e tecnico. 


Cosa rischia il traffico aereo negli Usa con il lancio del 5G

Quanto varrà e cosa farà l’Iot nel 2030

AGI – La verità è che nessuno sa come sarà il futuro dell’Internet of things. E l’ultimo rapporto di McKinsey lo conferma: entro il 2030, l’IoT potrebbe generare tra i 5500 e i 12.600 miliardi di dollari a livello globale. Un dato che ci dice due cose. Primo: la crescita c’è e ci sarà, forte. Secondo: la forbice tra la stima più cauta e quella più ottimistica è ancora enorme, perché sono ancora tante le incognite che potrebbero rallentare o spingere il mercato degli oggetti connessi.

D’altronde, l’analisi ha corretto al ribasso un analogo report del 2015: sei anni fa McKinsey prevedeva che l’IoT sarebbe valso tra i 3.900 e gli 11.100 miliardi entro il 2025. Per quella data, l’ultimo studio punta a 2.800-6.300 miliardi. In altre parole: la previsione più brillante è stata quasi dimezzata. C’è molta più cautela sullo sviluppo delle fabbriche intelligenti, delle smart city e dei veicoli autonomi (che non sono proprio dietro l’angolo), mentre sembra esserci stata un’accelerazione nelle case, negli uffici e – in parte – nella salute.

Al di là dei dubbi e delle correzioni di rotta, però, una cosa è certa: nei prossimi anni l’Internet delle cose sarà sempre più presente nei nostri appartamenti, sul posto di lavoro e al supermercato. Ecco come, secondo lo studio “The Internet of Things: Catching up to an accelerating opportunity”.

In fabbrica e nei campi

Nonostante stime al ribasso, l’applicazione dell’Iot nelle fabbriche resta la più promettente in termini economici: vale 1.400-3.300 mila miliardi di dollari, circa un quarto del totale. La diffusione dei sensori permette una migliore gestione degli impianti. Quando l’adozione sarà su vasta scala, le fabbriche potrebbero ridurre del 10-15% i costi operativi, con un risparmio della spesa energetica del 5-10%.

L’Iot permetterebbe di trovare quello che McKinsey chiama “il sacro Graal dei tecnici”: la manutenzione predittiva. Niente più rigidi calendari di controllo e fermi improvvisi: i dati segnalano quando un macchinario ha bisogno di un intervento prima che si verifichi un guasto. “L’adozione della manutenzione predittiva è avvenuta più lentamente del previsto, ma vi sono segnali di miglioramento”, afferma il rapporto.

Dagli impianti ai campi: l’agricoltura di precisione permetterebbe di produrre di più con meno risorse, aumentando la resa del 15-20%.

Per la salute: dispositivi indossabili e ingeribili

La seconda applicazione dell’Iot per valore generato (550-1.760 miliardi) è la salute. Il settore affronterà un cambiamento enorme, di cui abbiamo già avuto un assaggio durante la pandemia. Oggi, il valore dell’Internet of things applicato alla sanità (150 miliardi) è simile a quello che riguarda il benessere (130 miliardi). Nel 2030 il monitoraggio e il trattamento delle malattie potrebbe arrivare a valere il doppio rispetto alle applicazioni legate a fitness e tracciamento del sonno. Sì, ma come? Ci saranno i wearable, i dispositivi indossabili come gli smartwatch. Ma anche sensori “impiantabili, iniettabili e ingeribili”.

I pazienti potranno utilizzare apparecchiature che rilevano e comunicano dati ai medici, lanciando allarmi in caso di anomalie. Flaconi intelligenti e applicazioni ricorderanno al paziente quando è il momento di assumere i farmaci, rendendo più semplice seguire la terapia.

In città: meno traffico e incidenti

L’impatto economico dell’Iot sulle città potrebbe essere di 1000-1700 miliardi di dollari. Si va dal monitoraggio della qualità dell’aria alla riduzione degli sprechi, dalla sicurezza all’energia.

La fetta più consistente (da un decimo a quasi un quarto del valore complessivo) sarebbe però generata dalla “gestione del traffico centralizzata e adattiva”. Cioè, in sostanza, da sistemi in grado di organizzare la viabilità in base ai dati. Linee e orari del trasporto pubblico sarebbero definiti grazie alle informazioni a disposizione e i semafori darebbero priorità a bus e tram per garantire maggiore puntualità.

Un traffico più scorrevole permetterebbe di ridurre i tempi di intervento in caso d’emergenza del 20-35%. Mentre un automobilista passerebbe alla guida il 15-20% di tempo in meno. Non male: vorrebbe dire risparmiare una decina di minuto per ogni ora passata al volante. Si taglierebbero, di conseguenza, spese per il carburante ed emissioni di CO2. Ci sarebbero anche meno incidenti, meno danni materiali e meno vittime, anche grazie alla guida autonoma. Che, però, rappresenterà ancora una nicchia: se oggi non c’è nessuna auto in circolazione dotata dei livelli di autonomia più elevati (il quarto e il quinto), nel 2030 potrebbe dirsi autonomo appena l’1% delle vetture.

Al supermercato: offerte personalizzate 

L’Iot cambierà anche il modo di comprare. Già nei prossimi due anni, più di una catena di vendita al dettaglio su due potrebbe avere casse automatiche, con una copertura dell’80-90% nel 2030. In altre parole: una spesa “fai da te” sarà la norma nel giro di qualche anno. I clienti guadagnerebbero tempo, mentre i supermercati ridurrebbero i costi.

McKinsey prevede però che “la chiave della futura esperienza” sarà legata alla personalizzazione: offerte su misura in tempo reale, sconti, consigli dedicati al singolo cliente. Si tratta di una sorta di trasposizione fisica di quanto succede già online: quando accediamo a un sito, ci vengono dati dei consigli in base alle nostre tracce passate. Il futuro in negozio potrebbe essere così. Quando l’utente arriva tra gli scaffali, un’app segnalerà al personale prodotti e promozioni in corso a cui il cliente potrebbe essere interessato. Oppure, con telecamere e reti neurali, ognuno potrebbe avere un “profilo di comportamento” tra reparti e articoli, fornendo informazioni sui suoi gusti. Tecnologie come questa potrebbero aumentare la spesa in negozio del 20-30%.

In casa: energia e video 

Dal punto di vista economico ha ricadute potenziali contenute rispetto ad altri ambiti (400-800 miliardi di dollari, il 7-8% del totale), ma ha “un impatto enorme su come le persone trascorrono tempo e spendono denaro”. È l’Iot in casa. Verrà utilizzato per automatizzare le faccende domestiche, dalle pulizie fino alla spesa.

Se gli smart speaker attuali giocano quasi tutto sull’audio, “guardando al futuro, il video potrebbe essere un abilitatore tecnologico ancora più importante”. Perché, spiega il rapporto “non è solo fondamentale per i casi d’uso della sicurezza, ma consente anche ai robot di muoversi efficacemente all’interno della casa”. L’altra grande fonte di valore è il risparmio energetico, combinando taglio della bolletta e delle emissioni di anidride carbonica.

Al lavoro: uffici e cantieri

In un uffici in cui tutto è connesso, la gestione degli spazi diventerebbe più efficiente. Ad esempio, identificando le sale conferenze disponibili o indicando il percorso più breve all’interno di un edificio. Le informazioni raccolte su movimenti e attività dei dipendenti permetterebbero di progettare meglio la configurazione degli spazi. La realtà aumentata migliorerebbe la condivisione, anche da remoto. I sistemi intelligenti per il monitoraggio dell’energia sarebbero in grado di tagliare costi ed emissioni.

Gli stessi principi, applicati sui cantieri, potrebbero aumentare la produttività del 5-10% e ridurre il costo delle materie prime del 5-9%.

Acceleratori e freni

Come dimostra la grande escursione economica stimata da McKinsey, ci sono molti fattori che potrebbero accelerare o frenare lo sviluppo dell’Iot. Tra quelli che il report chiama “abilitatori” ci sono il valore percepito (consumatori e aziende devono convincersi che l’Internet of things è utile), la tecnologia (con il progresso accompagnato da costi sempre più bassi), la connettività (il rapporto stima che sarà coperto dal 5G il 60% della popolazione mondiale entro il 2026 e il 90% nel 2030). 

In direzione contraria agiscono le “barriere”: le imprese si concentrano troppo spesso su “progetti pilota” e non su veri progetti di trasformazione; se l’interoperabilità non è sufficiente (cioè se i sensori non parlano gli stessi linguaggi) aumenta i costi e si rallenta lo sviluppo di nuove applicazioni. E poi ci sono i rischi e le normative: cybersecurity e privacy, senza le quali l’Iot si trasforma da opportunità in rischio.  


Quanto varrà e cosa farà l’Iot nel 2030

Facciamo il punto della situazione: ecco cosa è successo a novembre su Stadia

Un altro mese è passato e come di consueto ci ritroviamo qui per riportarvi quelle che sono state le novità che Google ha introdotto nel suo servizio di cloud gaming Stadia durante tutto il suo corso. 

A novembre la libreria Stadia Pro ha raggiunto i 40 giochi: un mix di titoli open world, giochi sportivi, avventure attraverso nuovi mondi e molto altro, a cui tutti gli abbonati possono giocare, compresi i titoli appena aggiunti come Saints Row IV: Re-Elected, Hundred Days – Winemaking Simulator e Wavetale.

Tra gli altri nuovi titoli inseriti nello store servizio citiamo anche Just Dance 2022, Rayman LegendsFarming Simulator 22.

Inoltre, quello appena passato è stato il mese che ha segnato un importante traguardo: i due anni di Stadia. Le vendite di Stadia Premiere Edition hanno aiutato i giocatori a estendere il gameplay ai loro televisori e le offerte del negozio Stadia hanno offerto successi come Far Cry 6 o FIFA 22 a un prezzo inferiore.

Dallo scorso anno sono stati inseriti nel negozio oltre 120 giochi, tra cui:

  • 10 giochi, prove e demo gratuiti per qualsiasi giocatore Stadia, come Immortals Fenyx Rising, Riders Republic e Crayta;
  • 19 titoli, tra cui HITMAN 3 e HUMANKIND, che hanno aggiunto funzionalità come State Share o Stream Connect
  • Altri prodotti esclusivamente giocabili su Stadia, come Wavetale, Hello Engineer, Outcaster e PixelJunk Raiders.

A ciò bisogna anche aggiungere l’arrivo di una nuova funzionalità. Ora infatti gli utenti possono condividere le proprie acquisizioni e stati di gioco con altri e vedere altri contenuti della community per i titoli a cui giocano.

Sintetizzando, i nuovi contenuti lanciati su Stadia a novembre sono stati:

  • Farming Simulator 22
  • Hunting Simulator 2
  • Just Dance 2022
  • Rayman Legends
  • Saints Row IV: Re-Elected
  • The Jackbox Party Pack 8
  • Wavetale

 

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Facciamo il punto della situazione: ecco cosa è successo a novembre su Stadia

Con l’ultima beta di WhatsApp per Android potete inoltrare l’unica cosa che non potevate inoltrare

Altro giro di aggiornamento per l’app WhatsApp, una delle piattaforme di messaggistica istantanea più popolari in assoluto, con il quale viene introdotta una funzionalità inedita per l’inoltro dei messaggi.

Con il nuovo aggiornamento dell’app Android di WhatsApp Beta finalmente si potranno inoltrare anche gli sticker. In precedenza, proprio gli sticker erano l’unico tipo di contenuto impossibile da inoltrare tra le chat di WhatsApp. L’opzione sarà disponibile per le conversazioni private quanto per i gruppi chat.

Dopo l’aggiornamento sarà dunque possibile inoltrare gli sticker ricevuti in chat senza la necessità di passare prima per il loro salvataggio sul proprio account personale.

La novità è attualmente in fase di distribuzione con la versione 2.21.13.15 di WhatsApp Beta per Android. Chi ha aderito al programma di beta testing ufficiale la riceverà entro le prossime ore.

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Con l’ultima beta di WhatsApp per Android potete inoltrare l’unica cosa che non potevate inoltrare

Bufale e sfide pericolose: che cosa dice uno studio di TikTok   

AGI – È passato poco meno di un anno da quando il Garante per la protezione dei dati personali ha disposto il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti di TikTok per i quali non sia stata accertata l’età, chiedendo al social di mettere in campo una serie di interventi al fine di tenere gli infratredicenni fuori dalla piattaforma.

Il provvedimento d’urgenza era stato deciso dopo che i giornali e la procura di Palermo avevano collegato la morte di una bambina all’utilizzo del social network, in conseguenza di una challenge, una sfida. Un anno complicato per il social network di proprietà di Bytedance che si è mosso per adottare nuove misure per impedire in maniera ancora più efficace l’accesso dei più piccoli alla piattaforma, pur non convincendo i genitori (in particolare quelli rappresentati dal Moige) secondo i quali Le misure di protezione assunte da TikTok per gli utenti minorenni sono del tutto insufficienti e non possono assolutamente bastare.

Già, è passato un anno. Nel frattempo non si è placata la preoccupazione intorno alle sfide pericolose, all’autolesionismo, alle bufale. E TikTok cresce sempre di più. Secondo Blogmeter e la sua analisi condotta su di 1.714 internauti residenti in Italia, di età compresa tra i 12 e i 75 anni, iscritti ad almeno un social network, il social cresciuto di più nel 2021 è TikTok (un miliardo di utenti attivi su base mensile), utilizzato dal 41% degli intervistati. Ma qual è la dimensione del problema? I numeri che dicono?

TikTok ha commissionato una ricerca a The Value Engineers (TVE), una società di consulenza per i brand. La ricerca di TVE si è strutturata in un sondaggio online completato da 5.400 adolescenti (tra cui 1800 tra i 13 e i 15 anni, 1.800 tra i 16 e i 17 e 1.800 tra i 18 e i 19). Il sondaggio è stato completato anche da 4.500 genitori di adolescenti e 1.000 educatori, per un campione totale di 10.900 persone in tutto il mondo. Il campione comprende partecipanti da Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Australia, Italia, Brasile, Messico, Indonesia, Vietnam e Argentina reclutati online da un’agenzia di ricerca che conduce sondaggi in rete.

Le “sfide” e le “bufale” sono al centro delle domande del sondaggio. Agli intervistati è stato chiesto quanto conoscessero e se partecipassero alle sfide online in generale e non specificamente a sfide pericolose. Alcune domande chiedevano agli intervistati di dare anche un parere sul rischio.

Le challenge

Nello studio è stato chiesto agli adolescenti di descrivere il livello di rischio associato a challenge viste online di recente. Per quasi la metà (48%) erano percepite come sicure e sono state definite divertenti o spensierate. Al 32% è stato associato un certo rischio, ma sempre considerandole sicure. Il 14% è stato descritto come rischioso e pericoloso. Soltanto il 3% delle challenge online è stato definito molto pericoloso e appena lo 0,3% degli intervistati ha dichiarato di aver preso parte a una challenge che considerava pericolosa.

Quanto sanno delle sfide

Tra i dati raccolti, la consapevolezza delle sfide online è elevata tra gli adolescenti, i genitori e gli insegnanti: il 73% degli adolescenti e dei genitori e il 77% degli insegnanti hanno detto di conoscere l’esistenza delle sfide online. 

Partecipare alle sfide

Nel complesso, i dati raccolti mostrano che la maggior parte dei bambini non partecipa personalmente alle sfide, solo il 21% degli adolescenti partecipa attivamente a sfide (di qualsiasi tipo), a prescindere dal fatto che scelgano di pubblicarle o meno. Solo il 2% degli adolescenti ha preso parte a una sfida che considera rischiosa e pericolosa e lo 0,3% ha partecipato a una sfida che ha classificato come molto pericolosa. 

Perchè

Per capire perché gli adolescenti partecipano alle sfide (di qualsiasi tipo), è stato chiesto agli intervistati di classificare una serie di possibili motivazioni per cui pensano che gli adolescenti possano partecipare. I dati sugli atteggiamenti mostrano che la motivazione più comune è ottenere visualizzazioni, commenti e Mi Piace, con il 50% degli adolescenti che la include tra le 3 motivazioni principali e il 22% che la indica come ragione più importante. Il 46% degli adolescenti ha incluso il fatto di fare colpo sugli altri fra le tre principali motivazioni.

Le bufale

In fatto di bufale i dati mostrano che la consapevolezza delle bufale è elevata. Riguarda l’81% di tutti gli adolescenti consultati, l’81% dei genitori e l’84% degli insegnanti. Il 77% degli adolescenti, il 74% dei genitori e il 77% degli insegnanti sono venuti a conoscenza delle bufale attraverso i social media.

La salute mentale

Un numero significativo di persone ha riportato un impatto negativo dall’esposizione alle bufale. Tra gli adolescenti, il 17% ha convenuto che l’esposizione alle bufale ha avuto un impatto positivo, il 51% crede che non abbia avuto alcun impatto e il 31% ritiene che abbia avuto un impatto negativo (con numeri coerenti tra i gruppi di età). Tra coloro che hanno avuto dalle bufale un impatto negativo, il 63% degli adolescenti riporta un impatto negativo sulla salute mentale. Questo livello di impatto è impressionante e suggerisce la necessità di un supporto facilmente identificabile e accessibile per gli adolescenti.

Genitori e insegnanti

I dati mostrano poi che i genitori sono cauti nel modo in cui affrontano la discussione delle bufale con i loro figli. Il 56% dei genitori ha convenuto che non avrebbe menzionato una specifica bufala a meno che un adolescente non l’avesse citata per primo. Inoltre, il 43% dei genitori trova che i consigli disponibili sulle bufale online non siano buoni come quelli disponibili sui rischi offline e il 37% dei genitori ritiene che sia difficile affrontare l’argomento senza suscitare interesse.

I dati poi sugli insegnanti suggeriscono un elevato livello di preoccupazione: il 56% indica di essere estremamente o molto preoccupato per le bufale e l’88% concorda sul fatto che “conoscere le bufale online è una parte importante del mio lavoro”. Tuttavia, il 50% ritiene che le scuole non abbiano le conoscenze e le risorse per affrontare questo fenomeno in modo efficace e solo il 33% concorda sul fatto che le scuole forniscano a bambini e famiglie strumenti e indicazioni utili in merito.


Bufale e sfide pericolose: che cosa dice uno studio di TikTok   

Cosa ha causato il down di Facebook, Whatsapp e Instagram?

AGI – Intorno alle 17,40 del 4 ottobre Facebook, Instagram e WhatsApp sono diventate inaccessibili in tutto il mondo. Poi poco prima dell’una di notte (ora italiana) hanno ripreso lentamente a funzionare. E alla fine sono arrivate le scuse anche di Mark Zuckerberg per il gigantesco blackout globale: “Scusate per l’interruzione, sappiamo quante persone fanno affidamento sui nostri servizi per restare connesse”

Ma cosa è successo? Secondo gli esperti di Acronis, “mentre non c’è alcuna conferma su ciò che ha causato l’incidente, è possibile che il problema risieda nel protocollo BGP o DNS – che sono obiettivi popolari tra i criminali informatici.

Ci sono vari potenziali attacchi contro l’infrastruttura DNS – dagli attacchi DDoS al rebinding DNS locale o all’hijacking di un DNS con il social engineering contro il registrar. Guardando le statistiche generali degli attacchi, sono molto meno popolari dei comuni attacchi malware e ransomware, ma possono essere estremamente devastanti se hanno successo in un attacco sofisticato. È come tirare il cavo elettrico della vostra sala server – l’intera impresa diventa improvvisamente buia”, commenta Candid Wuest, Acronis VP of Cyber Protection Research.

“La protezione contro gli attacchi DNS non è banale in quanto si presentano in molteplici sfaccettature. Richiede una forte autenticazione e patch per proteggere i propri servizi, una formazione contro gli attacchi social engineering, così come le classiche mitigazioni DDoS dai fornitor. Naturalmente, anche i problemi di configurazione dovrebbero essere evitati. A seconda di quale servizio viene attaccato – per esempio, se si tratta di un server di autenticazione centrale condiviso tra più brand, come in questo caso, allora una tale interruzione può portare a più brand che vanno offline. In verità, dobbiamo notare che la maggior parte delle interruzioni sono causate da azioni non maligne e sospettiamo che anche questo sia il caso” conclude Wuest.

Topher Tebow, amnalista di cybersecurity di Acronis Cybersecurity spiega come sono possono essere andate le cose.

Quanto sono popolari i cyberattacchi ai server DNS? Quanto deve essere sofisticato l’attaccante per eseguirli?

L’attacco Denial of service è il tipo più comune di attacco DNS, ed è facilmente realizzabile dagli aggressori, poiché si basa sul semplice sovraccarico di richieste di un server. Altri attacchi come l’hijacking DNS e l’avvelenamento DNS, dove i record di un dominio vengono sostituiti o spoofati da un aggressore, sono più difficili da portare a termine, ma possono essere realizzati da un aggressore familiare con le potenziali vulnerabilità del sistema DNS.

Avete visto la crescita di questi attacchi da quando la pandemia ha colpito?

Gli hacker informatici sono sempre alla ricerca di nuovi modi per raggiungere i loro obiettivi. Negli ultimi due anni, abbiamo visto alcuni attacchi DNS utilizzati come parte di uno schema di multi-estorsione quando le vittime di ransomware non pagano il riscatto. Questi attacchi non hanno visto l’aumento che hanno avuto altri tipi di attacchi, ma come per altri tipi di attacchi, sembrano accadere più frequentemente – con gli attacchi DDoS che guidano gli attacchi DNS.

In caso di un attacco informatico, qual è la linea d’azione consigliata?

Come per qualsiasi attacco, è importante mantenere la calma e avere un piano di risposta in atto prima del tempo. Per un attacco DNS, questo piano includerà chi comunica cosa, come e quando – così come avere una soluzione DNS di backup pianificata che può essere rapidamente implementata, se non automaticamente commutata in caso di un attacco ai server DNS principali. La comunicazione diretta con il provider DNS sarà utile nella maggior parte dei casi.

Come fanno le aziende a proteggersi da questi attacchi?

Il monitoraggio DNS, le CDN e la ridondanza sono alcuni dei modi migliori per proteggersi dagli attacchi DNS. Niente garantisce completamente che un attacco non avrà successo, ma con un monitoraggio adeguato, DNS ridondanti e l’utilizzo di un CDN, il danno di un attacco può essere minimizzato.

Per le aziende come Facebook, un attacco ai server DNS significa interruzione per tutti i suoi brand? o potrebbe essere evitato?

Per le aziende che ospitano più brand, l’effetto sulle filiali dipenderà davvero da come le aziende sono configurate. Se tutte usano gli stessi server DNS, e l’attacco è su quei server, allora i servizi andranno in down per tutte le aziende associate.


Cosa ha causato il down di Facebook, Whatsapp e Instagram?

Da cosa si capisce se uno Stradivari è autentico

AGI – L’autenticità di strumenti musicali a corda potrebbe essere confermata o smentita dall’analisi degli anelli nel legno con cui sono stati realizzati. A suggerirlo uno studio, pubblicato sulla rivista Science, condotto dagli scienziati della Swiss Federal Institute for Forest, Snow and Landscape Research e dell’Università della British Columbia, che hanno elaborato una metodica innovativa per autenticare violini e archi antichi.

Il team, guidato da Paolo Cherubini, ha utilizzato una tecnica di dendrocronologia, un metodo non distruttivo, sfruttando l’analisi degli anelli presenti sul materiale utilizzato. Gli strumenti a corda, in particolare quelli creati dai liutai del nord Italia nel XVII e XVIII secolo, spiegano gli autori, sono tra le opere d’arte più apprezzate al mondo.

Ne sono un esempio gli esemplari realizzati dalla famiglia Stradivari, considerati superiori per qualità tonali e una serie di caratteristiche che da anni li rendono la prima scelta per moltissimi musicisti. L’autenticità degli archi, tuttavia, può essere complicata da verificare, perché stile e design sono soggetti a falsificazioni e riproduzioni.

Il team di Cherubini suggerisce che la dendrocronologia potrebbe essere estremamente utile per stabilire l’età degli oggetti valutando gli anelli di crescita osservabili sul legno degli strumenti a corda.

A differenza della datazione al carbonio e dell’analisi degli isotopi, sottolinea l’autore, questo metodo non è distruttivo, ma costituisce comunque una tecnica oggettiva per fornire una stima della data di realizzazione dello strumento. Lo scienziato sottolinea che questa valutazione presenta anche dei limiti, perché consente di ottenere una supposizione del periodo di creazione, piuttosto che una data precisa.

“La dendrocronologia – afferma Cherubini – permette una verifica oggettiva delle attribuzioni di data effettuate sulla base della storia dell’arte e dei criteri stilistici. È una tecnica analitica distintiva, non distruttiva e scientificamente valida se correttamente applicata, ma non fornisce indicazioni esatte sul momento in cui l’opera e’ stata realizzata”.


Da cosa si capisce se uno Stradivari è autentico

Che cosa compriamo quando scegliamo uno smartphone

AGI – Ogni anno, quando pubblica una nuova edizione dello Zingarelli, Zanichelli decide quali parole nuove devono entrare dal suo vocabolario. Ma anche quali devono uscire. Si tratta perlopiù di parole di cui nessuno sentirà la mancanza, così desuete da non comparire più da decenni in alcun testo. O di oggetti e strumenti scomparsi definitivamente e da tempo dall’uso comune.

Ci sono parole che resteranno ancora a lungo per il fascino che esercitano, ma che si riferiscono a oggetti che, pur mantenendo la stessa funzione, si sono così evoluti da non poter più avere lo stesso nome. Prendiamo il grammofono. Comparsa per la pima volta nel 1908 la parola serviva a definire quello strumento che serviva ad ascoltare suoni provenienti da un disco inciso. Oggi che il vinile è tornato di moda, nessuno chiamerebbe un giradischi “grammofono”, anche se lo scopo è sempre lo stesso: la riproduzione di suoni. E quanti fra dieci o vent’anni chiameranno ancora telefono uno smartphone?

Se si guarda alle offerte delle compagnie telefoniche, salta subito agli occhi che avere traffico voce ed sms illimitati è dato quasi per scontato, mentre la vera sfida si gioca sul campo del traffico dati. In questo l’Italia fa eccezione sia in Europa che rispetto agli Stati Uniti: palate di giga vengono date via a 10 euro perché gli italiani si sono scoperti grandi appassionati di social e fruitori di streaming in un Paese in cui la copertura della banda larga su linea fissa è ancora troppo limitata.

Ma quanto parliamo ancora al telefono? Gli adolescenti – e, ahimè, non solo loro – si scambiano interminabili messaggi vocali che non ammettono il contraddittorio in tempo reale. Nessuno di loro chiama più telefonino il cellulare, sia perché è una parola relegata agli anni ’90 e sia perché non è un piccolo telefono, ma uno strumento del tutto nuovo rispetto a quello entrato prepotentemente nelle nostre vite ormai trent’anni fa.

Ma una cosa non è cambiata: oggi come allora serve per raccontare e raccontarsi. “L’utilizzo maggiore dello smartphone è ancora legato alle funzioni basilari: chiamate, messaggi e fotografia” dice Isabella Lazzini, a capo del marketing di Oppo Italia “È ancora un racconto attraverso la creazione e la fruizione di contenuto: foto e testo”.

Ma è uno scenario che sta cambiando velocemente, come dimostra la travagliata storia del green pass.  Mostrare il certificato verde – e di fatto avere accesso alla vita sociale – è più facile se si possiede uno smartphone ed è più facile ottenere il green pass se si utilizza lo Spid, l’identità digitale per ottenere la quale è praticamente essenziale avere uno smartphone. Lo stesso vale per gli acquisti, il controllo da remoto della sicurezza della casa o della climatizzazione dell’auto. Nulla che abbia a che fare con una chiacchierata al telefono.

“È un nuovo concetto quello che si sta diffondendo” dice Lindoro Ettore Patriarca, direttore marketing di vivo Italia “qualcosa che è già funzione da tempo, ma è diventata da poco una idea condivisa: quello dello smartphone come abilitatore”. Non più un device, ma una porta di accesso a funzioni di ogni genere, dall’organizzazione delle vacanze al consulto medico. Ed ecco che quelli che fino a poco tempo fa ci apparivano poco più che come gadget divertenti assumono un ruolo nuovo: la fotocamera che funziona come microscopio diventa utile per fotografare un neo e farlo vedere al medico. Ma si possono misurare l’ossimetria e abilitare – per l’appunto – tutte quelle funzioni che, come dice Lazzini, “costituiscono lo scenario futuro della telemedicina e facilitano la discussione tra medico e paziente”.

Il problema, a questo punto, è la democratizzazione della tecnologia. Mettere cioè a disposizione del pubblico – di tutto il pubblico – quegli strumenti che non solo rendono la vita più semplice oggi, ma saranno indispensabili domani. Una delle tecnologie più utili e meno discusse è l’NFC (Near Field Communication) che, per citare un solo esempio, è quella che ci permette di pagare con lo smartphone, ma domani potrebbe consentirci di entrare in azienda senza cercare il badge nella borsa o al cinema senza aprie una app per mostrare il green pass. Non in tutti i telefoni l’NFC è presente e questo è già un limite nel processo di democratizzazione delle tecnologie. Un processo che sta portando allo sviluppo esponenziale della fascia media degli smartphone, quelli che stanno tra i 350 e i 600 euro e che costituiscono “la pancia del mercato”, come la definisce Lazzini.

“Siamo in una fase in cui fare ricerca e sviluppo per un produttore di smartphone non significa solo pensare a come rendersi indipendenti dai fornitori di chip” spiega Patriarca, “ma riuscire a mettere a disposizione del cliente la tecnologia migliore al prezzo più competitivo. Da una parte abilitatore di servizi, dall’altra aggregatore di tecnologia”.

È così che si spiega, ad esempio, l’operazione nostalgia che ha portato alla nuova edizione dell’iPhone SE, ormai quasi un anno e mezzo fa. Apple doveva creare un prodotto di fascia media senza che sembrasse che stava sposando la politica di abbassamento dei prezzi cara ai produttori cinesi.

Quello della fascia media è da tempo il campo di battaglia del mercato degli smartphone. Un po’ come accade nel mondo dell’automobile: si sviluppano soluzioni per la Formula 1 per poi adottarle per le berline di famiglia. Le tecnologie da flagship (come si chiamano gli smartphone di fascia alta, quelli cioè compresi tra gli 800 e i 1.200 euro) di oggi saranno adottate nei modelli di fascia media domani (letteralmente perché spesso per il passaggio bastano sei mesi).

E se lo show – con il dispiegamento di gadget – è tutto per i flagship, è nella fascia media che si concentrano gli sforzi delle aziende, come dimostrano il debutto del Reno 6 di Oppo e la strategia di vivo, arrivata in Italia da meno di un anno. Entrambe le aziende hanno attinto a piene mani – sia in termini di mercato che di management – dalla voragine lasciata dal crollo di Huawei ed entrambe hanno imparato, come dice Patriarca, che “la credibilità si crea nella fascia media, per poi risalire”.

L’obiettivo di vivo è “offrire una performance bilanciata, essere adattabili su diverse realtà e diventare da qui a tre anni una fascia di valore” e i primi passi sono stati in effetti mossi nella giusta direzione: l’X60 Pro, presentato come smartphone ufficiale degli Europei di calcio, ha delle novità interessanti come la stabilizzazione pressoché perfetta della fotocamera, una di quelle evoluzioni che sembrano gadget trascurabili ma sono destinate ad applicazioni di là da venire. È un telefono di fascia alta disponibile a un prezzo ragionevole (anche se non da fascia media) che incarna alla perfezione l’idea con la quale nasce: essere un abilitatore. Ottimo hardware, quindi, ma software migliorabile in alcuni aspetti. Nulla che non si possa correggere e che serve comunque a creare quella famosa credibilità che serve nella fascia media.

Oppo – che pure fa capo alla stessa conglomerata Bbk cui attingono realme, OnePlus per ricerca e sviluppo – ha fatto da apripista e secondo i dati di GfK ha conquistato a luglio la quarta posizione in Europa con una crescita a tripla cifra – 235% – anno su anno e una quota di mercato al 7%. Il mercato italiano, dice Lazzini, è il fiore all’occhiello, con una quota del 13,2% che sale al 18% nella fascia medio-alta. Un risultato importante se si pensa che un anno fa era fermo al 3%. “Ancora più importante” aggiunge Lazzini, “quando ti siedi a negoziare con operatori e grande distribuzione”.

Superata la soglia psicologica del 10% del mercato, l’obiettivo è creare quell’ecosistema in cui altri la fanno già da padrone: Xiaomi su tutti. “Siamo ancora in uno stadio preliminare” ammette la manager di Oppo, “presidiamo il mondo degli indossabili, ma sicuramente da qui ai prossimi mesi la famiglia dell’Internet delle cose si allargherà”.

Intanto Oppo tira fuori dalla manica un altro asso per la ‘pancia’ del mercato: il Reno 6 Pro 5G, pensato per chi, come dice Lazzini, considera lo smartphone “oltre che un abilitatore, una estensione della propria personalità, un prolungamento di sé, l’oggetto attraverso il quale raccontarsi”.  Non a caso il punto di forza è il comparto fotografico, con l’effetto Bokeh Flare Portrait Video pensata per i giovani storyteller che usano i video-ritratti per raccontare le loro storie”. In poche parole i minivideo di TikTok e i reel di Instagram. Una profusione di intelligenza artificiale alimentata da un dataset di oltre 10 milioni di ritratti e dagli algoritmi per la correzione della luce ambientale e la stabilizzazione. Tutto per raccontare e raccontarsi. Con buona pace delle quattro chiacchiere al telefono.


Che cosa compriamo quando scegliamo uno smartphone