Seri problemi per OnePlus Nord: casi di reset e perdite di dati improvvise (aggiornato: risposta di OnePlus)

Quelle che sono arrivate nelle ultime ore non sono delle notizie confortanti per OnePlus e per gli utenti possessori di OnePlus Nord, il nuovo dispositivo medio-gamma che l’azienda cinese ha lanciato la scorsa estate.

Attraverso il forum ufficiale di OnePlus diversi utenti si sono lamentati di seri problemi verificatisi su OnePlus Nord: le criticità consisterebbero in reset completi o parziali dei dispositivi improvvisi, all’insaputa dell’utente. I reset includerebbero tutti i dati personali degli utenti e di quelli associati agli account personali. Il dettaglio ancor meno confortante consiste nel fatto che le segnalazioni arrivano da diverse regioni geografiche, da dispositivi con diverse versioni software della OxygenOS.

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OnePlus ha preso atto delle segnalazioni dei suoi utenti e ha riferito di essere già a lavoro su un fix software, pur non avendo indicato una data approssimativa di rilascio dell’aggiornamento.

Nel frattempo, se foste possessori di un OnePlus Nord, vi consigliamo caldamente di effettuare un backup dei dati che non vorreste perdere accidentalmente. Fateci sapere se invece il problema ha colpito anche il vostro dispositivo.

Aggiornamento25/09/2020 ore 18:30

OnePlus conferma di essere a conoscenza dei rilevanti problemi che affliggono OnePlus Nord, relativi ai reset improvvisi. Il produttore cinese ha riferito di essere attivamente a lavoro per rilasciare un fix software al più presto e nel frattempo consiglia gli utenti afflitti dal bug di tener premuto il pulsante Power + Vol su per almeno 10 secondi in modo da riavviare il dispositivo e scongiurare la perdita dei propri dati. OnePlus non ha comunicato delle tempistiche di rilascio del fix.

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Seri problemi per OnePlus Nord: casi di reset e perdite di dati improvvise

Quelle che sono arrivate nelle ultime ore non sono delle notizie confortanti per OnePlus e per gli utenti possessori di OnePlus Nord, il nuovo dispositivo medio-gamma che l’azienda cinese ha lanciato la scorsa estate.

Attraverso il forum ufficiale di OnePlus diversi utenti si sono lamentati di seri problemi verificatisi su OnePlus Nord: le criticità consisterebbero in reset completi o parziali dei dispositivi improvvisi, all’insaputa dell’utente. I reset includerebbero tutti i dati personali degli utenti e di quelli associati agli account personali. Il dettaglio ancor meno confortante consiste nel fatto che le segnalazioni arrivano da diverse regioni geografiche, da dispositivi con diverse versioni software della OxygenOS.

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OnePlus ha preso atto delle segnalazioni dei suoi utenti e ha riferito di essere già a lavoro su un fix software, pur non avendo indicato una data approssimativa di rilascio dell’aggiornamento.

Nel frattempo, se foste possessori di un OnePlus Nord, vi consigliamo caldamente di effettuare un backup dei dati che non vorreste perdere accidentalmente. Fateci sapere se invece il problema ha colpito anche il vostro dispositivo.

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Google, i dati saranno eliminati in automatico (ma non per tutti)

AGI – Dicembre 2018: Sundar Pichai si presenta davanti al Congresso, che (in modo non sempre competente) interroga il ceo di Google su privacy e censura.Pichai se la cava bene (salvo qualche balbettio sul progetto Dragonfly, il motore di ricerca a misura di Cina). Ma da quella tornata di audizioni, ha riservato maggiore attenzione alle impostazioni sulla privacy, rinnovandole a folate. Adesso ne è arrivata un’altra. Mountain View rende per la prima volta automatica la cancellazione dei dati, semplifica la navigazione in incognito e inserisce il controllo dell’account direttamente tra i risultati di ricerca (con l’obiettivo di renderlo più accessibile). Ecco quali sono le novità, annunciata dal ceo in un lungo post.

L’eliminazione programmata

Lo scorso anno, Google ha introdotto la possibilità di impostare l’eliminazione programmata di dati come la cronologia delle posizioni o le ricerche. Opzioni disponibili: 3 o 18 mesi. L’utente però doveva prendersi la briga di entrare nella gestione attività e spuntare manualmente la propria scelta. Adesso questa stessa funzione diventa predefinita. Quando si attiverà per la prima volta la Cronologia della posizioni (che di default è disattivata) l’eliminazione viene fissata a 18 mesi. Lo stesso vale per le Attività web e app (cioè le informazioni raccolte da posizione, ricerche, navigazione). Per YouTube, invece, i tempi si allungano: 36 mesi di base (che con un intervento manuale possono diventare 3 o 18). 

Attenzione: queste novità valgono solo per i nuovi account o per chi non avesse mai attivato la Cronologia delle posizioni (quindi comunque account molto recenti). In tutti gli altri casi non ci sarà alcun cambiamento e, a meno di un intervento dell’utente, i dati continueranno a essere nelle mani di Google fin quando vorrà Google. La società, però, invierà notifiche e mail per ricordare che è possibile impostare la cancellazione automatica. Mountain View lo dice da tempo e lo ripete: “Le vostre informazioni dovrebbero essere conservate in un prodotto solo per il tempo necessario a renderlo utile per voi”. Ma quanto tempo serva perché sia “utile per noi” lo decide ancora – in buona parte – Google.

Il controllo della privacy nel motore di ricerca

L’altro mantra di Google è “a voi il controllo”. Non è un controllo integrale, certo. Ma negli ultimi mesi la società ha reso gli strumenti per la gestione della privacy più accessibili. Niente più caccia al tesoro per trovare la sezione giusta: l’area riservata alla gestione dell’account è stata resa più essenziale e pulita, ma non sempre risulta facilmente rintracciabile per chi non ha idea di dove mettere le mani. Cosa si fa quando si vuole ottenere un’informazione? La si cerca su Google. Ecco, appunto: Pichai porta il controllo dell’account direttamente sul motore di ricerca. Quando si cercheranno chiavi come “Account Google” o risposte alla domanda “Il mio Account Google è sicuro?”, comparirà un riquadro che contiene le impostazioni di privacy e sicurezza.

Navigazione in incognito più intuitiva

Viene semplificata la navigazione in incognito. Adesso è necessario cliccare sui tre puntini che compaiono accanto alla barra degli indirizzi, far aprire una tendina e scegliere “nuova scheda in incognito” per navigare e fare ricerche in (relativa) ombra. Già adesso sull’app di Google per iOS e “a breve su Android e altre app”, basterà una pressione prolungata sull’immagine profilo per attivare la modalità incognito. Prossimamente, dovrebbe essere possibile mantenerla saltando da un’applicazione all’altra di Google (ad esempio da Maps a Youtube). Ma a questo la società sta ancora lavorando. Risponde all’esigenza di semplificare anche la modifica della sezione Controllo privacy. Avrà “raccomandazioni proattive, inclusa una serie di consigli per guidarvi attraverso le impostazioni”.

Controllo password con meno click

La sezione Controllo sicurezza è stata lanciata cinque anni fa. È uno strumento che, in modo immediato, permette di visualizzare eventuali rischi legati a visite indesiderate: indica infatti quali dispositivi hanno accesso all’account, quali sono le app di terze parti autorizzate, se è prevista una mail di ripristino. “Nelle prossime settimane”, scrive Pichai, il Controllo password (lo strumento che controlla quali sono quelle salvate nell’account e se sono state compromesse) diventerà “parte integrante del Controllo sicurezza”. Già oggi le due sezioni sono collegate. Ma con l’integrazione si risparmiano un paio di click e si offre una visibilità più immediata di eventuali rischi.  

Agi

Se vi siete registrati ad Aptoide negli ultimi anni, i vostri dati personali potrebbero essere online (foto)

Arrivano notizie poco confortanti per la privacy degli utenti Android che hanno usufruito dei servizi di Aptoide, una dei più noti database di app di terze parti. Nelle ultime ore sono trapelati online significativi dettagli sulla violazione della privacy degli utenti registrati ad Aptoide.

Secondo quanto riportato da ZDNet, un hacker avrebbe diffuso le informazioni personali di ben 20 milioni di utenti registrati ad Aptoide. La stessa ZDNet è riuscita a entrare in possesso di una copia dei dati personali diffusi online, secondo quanto riferito dal servizio Under the Breach si tratterebbe dei dati personali degli utenti registrati ad Aptoide tra il 21 giugno 2016 e il 28 gennaio 2018. Lo stesso hacker avrebbe riferito di essere in possesso dei dati personali complessivi di 39 milioni di utenti.

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Per dati personali si intende informazioni che potrebbero portare all’identificazione degli utenti: dunque parliamo di indirizzi email, password, nomi e cognomi, indirizzo IP, dati di accesso. Oltre a queste sarebbero presenti anche informazioni di natura più tecnica come lo stato dell’account, token di registrazione. Il database di informazioni personali sarebbe disponibile al download libero in formato PostgreSQL (in galleria ne avete un esempio).

La stessa ZDNet ha avvertito Aptoide del data breach, ma il noto database di app di terze parti non ha ancora commentato la vicenda. Se siete tra gli utenti registrati al servizio nel periodo indicato vi suggeriamo un controllo di sicurezza su tutti gli account correlati alle informazioni trapelate online.

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Con l’ultimo aggiornamento dell’app Prime Video potete impostare il consumo dati di Chromecast (foto)

L’app Android di Amazon Prime Video ha aggiunto il supporto allo streaming via Chromecast a metà dello scorso anno, ma finora non permetteva di scegliere la qualità delle immagini inviate. Con l’ultimo aggiornamento questa impostazione è stata finalmente aggiunta.

La versione 3.0.264, accanto alle impostazioni per il download e lo streaming sul telefono, presenta una nuova opzione per la quantità di dati utilizzati dal servizio quando le immagini vengono “castate” su una TV o un altro dispositivo. Attualmente è quindi possibile scegliere tra un consumo “illimitato”, “bilanciato” (1,80 Giga di dati all’ora) e “risparmio dati” (0,70 GB/h).

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L’app di default usa l’impostazioni illimitata per garantire una migliore qualità delle immagini, ma se avete dei piani a consumo probabilmente vorrete limitare il traffico. Una volta modificata l’impostazione il sistema impiegherà qualche minuto ad applicarla, anche se poi rimarrà memorizzata per le successive riproduzioni.

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Che ne è delle nostre chat e dei nostri dati dopo che siamo morti?

“Sono definitivamente assente”. Trent’anni fa, in una scena de Le Comiche, Renato Pozzetto provava a vendere una bara con segreteria telefonica incorporata. Al di là dello humor nero, la questione è seria: tra social network e intelligenza artificiale, è sempre più probabile che la nostra voce ci sopravviva. Pezzi consistenti della nostra eredità, ormai, non si toccano più. Eppure, si continua a badare molto all’eredità di quadri e armadi e poco a quella dei nostri dati. Una cosa cui bisognerebbe pensare per tempo, visto che non si può ancora dire: “Ehi Siri, sono morto”.

Un account è per sempre?

Il post mortem è stato discusso durante il meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science. “C’è un difetto significativo di progettazione nel modo in cui stiamo affrontando il fenomeno dell’aldilà digitale, con implicazioni globali”, ha spiegato Faheem Hussain, professore della Arizona State University. Per Hussain, il cui intervento è stato riportato da Geekwire.com e Financial Times, si discute molto di sicurezza dei dati e privacy ma “nessuno vuole parlare della morte” e del destino delle nostre informazioni. Se qualcuno mettesse le mani su un profilo di un defunto, potrebbe esserci un eterno “falso me” che vive sui social network, che “accumula dati”, “fa colloqui di lavoro su LinkedIn” o “parla con i miei familiari”. Un “io” fasullo, che però “mi rende praticamente vivo”.

Il Dna tramandato ai posteri

C’è poi un altro aspetto del post mortem, per ora meno popolare ma altrettanto attuale. Sono sempre di più le società che erogano servizi basati sulla mappatura del corredo genetico, come 23andMe. “Raramente pensiamo al destino del nostro Dna dopo aver effettuato i test”, ha sottolineato Stephanie Malia Fullerton, professoressa di bioetica alla University of Washington School of Medicine. Oltre al tema immediato della privacy, ce n’è un altro che riguarda l’aldilà: “Le nostre informazioni genetiche possono essere mercificate e continuare a creare prodotti commerciali anche molto tempo dopo la nostra scomparsa”. Fullerton ha quindi chiesto più attenzione sul tema e regole più stringenti. O, tanto per cominciare, una maggiore capacità d’intervento da parte dei familiari, che dovrebbero poter scegliere il destino dei geni della persona scomparsa. Come, in parte, fanno con gli account alcune piattaforme digitali.

L’eredità di Facebook

Facebook è un social network molto popoloso e ormai piuttosto anziano. Ed è quindi naturale che cresca il numero degli utenti deceduti. Non è un caso se proprio a Menlo Park, ormai da tempo, hanno creato una delle procedure più complete per la gestione post mortem degli account. L’utente può scrivere una sorte di testamento. Può, ad esempio, scegliere di eliminare il profilo dopo la sua scomparsa, indicando questa precisa volontà nelle impostazioni.

Nonostante i progressi della tecnologia, non è ancora possibile segnalare la propria morte. Per cui la cancellazione scatterà “quando qualcuno ci comunicherà il tuo decesso”, spiega Facebook. Verranno quindi eliminati, “in modo definitivo”, “tutti i messaggi, le foto, i post, i commenti, le reazioni e le informazioni” presenti sulla piattaforma. Se invece un utente ambisce a far sopravvivere il proprio profilo a se stesso, può nominare un “contatto erede”. Cioè un altro iscritto responsabile della trasformazione in “account commemorativi”. Il profilo non comparirà più tra i suggerimenti di amicizia e accanto al nome comparirà la dicitura “in memoria di”. Ma per il resto non cambia molto: in base alle impostazioni sulla privacy, gli amici potranno continuare a commentare e condividere ricordi.

Post mortem online: istruzioni per l’uso

Instagram ha una procedura diversa. Un parente può chiedere la rimozione o la trasformazione in account commemorativo (ma servono i documenti che attestino la morte e il legame). Il profilo non comparirà più nella sezione esplora ma, a differenza di Facebook, l’account commemorativo non può essere aggiornato o modificato.

Twitter non fornisce a nessuno e per nessun motivo i dati per accedere all’account del caro estinto. Se ne può chiedere la rimozione, passando però dalle carte, come il certificato di morte.

Simili sono le procedura per la chiusura dell’account di LinkedIn e Google. Big G offre però anche un’altra possibilità: l’utente può configurare la sorte del proprio profilo. Mountain View dichiara la morte digitale se l’account resta inattivo per un certo periodo (con opzioni dai 3 ai 18 mesi). Una volta arrivati a scadenza, in base alle ultime volontà, l’account verrà eliminato oppure sarà contattato un altro utente, con il quale condividere alcuni contenuti.

Il profilo di Apple (con tutto quello che c’è dentro, dalle app ai film), “non è trasferibile”. Può solo essere eliminato, inviando i documenti che attestino il trapasso.

Un team si occuperà di vagliare le richieste di chiusura account per Amazon. La piattaforma di e-commerce, però, bada al sodo: nella pagina dedicata, poche righe dopo aver fatto le condoglianze, chiede di fornire “un indirizzo e-mail e l’ultimo acquisto effettuato” se “desideri che eventuali buoni regalo ti vengano trasferiti”. Un coupon a futura memoria.

Finché chatbot non ci separi

Non c’è solo la gestione della vita biologica nell’aldilà digitale. Alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale ambiscono a sfumare il confine tra l’una e l’altro. Diverse società puntano a trasformare un timore (che i nostri dati ci sopravvivano) in una risorsa (ricreare interazioni realistiche anche dopo la morte). Funzionano un po’ come il software di “Be Right Back” (Torna da me), episodio di Black Mirror in cui una giovane donna interagisce con il compagno morto, ricostruito in chat grazie alla raccolta dei suoi dati online.

Eternime è una società statunitense che fa proprio questo. Gli utenti che si propongono mettono a disposizione quello (tanto) che si può sapere dalla loro attività online: foto, post, messaggi. Al momento del trapasso, Eternime impacchetta tutto e lo trasforma in un avatar con cui chattare. Secondo il fondatore Marius Ursache, “si muore tre volte”: “Quando non ci prendiamo cura di noi stessi, quando ci mettono nella tomba e quando il nostro nome è pronunciato per l’ultima volta”. L’obiettivo di Urache è evitare la terza. E se l’idea può sembrare inquietante, ci sono già 46580 persone che hanno deciso di provarci.

Ehi Alexa, riportalo in vita

HereAfter ha lo stesso obiettivo, ma ci mette di mezzo la voce e utilizza un altro strumento per la raccolta dei dati. La società registra (di persona) una sorta di audio diario. Chi decide di iscriversi racconta aneddoti, episodi del passato, consigli per il futuro, canzoni preferite. L’intelligenza artificiale li rimescola, creando un avatar da ascoltare tramite smart speaker. Basta scaricare un’app per interpellare la nonna defunta come fosse Alexa.

L’idea del co-fondatore James Vlahos è nata registrando la voce del padre, cui era stato diagnosticato un cancro. Da lì è nato “Dadbot”, un software installato sullo smartphone che interagiva con il figlio. “In questo modo ho sempre mio padre in tasca”, ha detto Vlahos. Anche l’idea di Replika è nata da un addio. La co-fondatrice Eugenia Kuyda aveva creato un chatbot partendo da migliaia di messaggi ricevuti da un amico scomparso, Roman. Tra il 2015 e il 2017, la startup ha ricevuto circa 11 milioni di dollari di finanziamenti e cambiato direzione. È sempre un bot che dialoga, ma si nutre delle discussioni con gli utenti (vivi). Un confidente digitale, per il presente. Qui, però, più che vicini a Black Mirror, siamo dalle parti di Her.

Agi