Recensione Pixel Buds Pro: sulle orme degli AirPods

Confezione compatta e con poche sorprese quella dei Pixel Buds Pro; anzi, con nessuna sorpresa. Al suo interno troviamo gli auricolari nella solita custodia “a saponetta”, solo poco più larga rispetto ai precedenti modelli (49 grammi contro i 42 precedenti: non cambia molto), un po’ di manualistica, ed un tubetto di cartone con dentro un doppia coppia di gommini (i medi sono già inseriti nei Pixel Buds Pro). Da notare poi che la custodia è anche compatibile con la ricarica wireless (Qi), quindi non avrete per forza bisogno di un cavo per ricaricare gli auricolari.

Nessun cavo, custodia o altro accessorio di qualsivoglia tipo. Più compatta di così era impossibile farla questa confezione. Punti bonus perché il tubo che raccoglie i gommini sembra abbia degli occhi disegnati sopra (vedi video qui sotto). Punti malus perché il bianco opaco della custodia è quanto di più sporcabile di sia al mondo, come in tutti i precedenti modelli, e perché la G di Google sui due auricolari è orientata a casaccio.

I Pixel Buds Pro si accoppiano con qualsiasi dispositivo dotato di Bluetooth 4.0 o successivi, ma per avere accesso a tutte le funzionalità sono necessari uno smartphone Android 6.0+ ed un account Google, oltre ad una connessione ad internet (per alcune funzioni, in particolare l’Assistente ed il Traduttore).

  • Connettività: Bluetooth 5.0
  • Certificazione IP:
    • Auricolari: IPX4 (spruzzi d’acqua)
    • Custodia: IPX2 (acqua gocciolante)
  • Driver da 11 mm
  • ANC
  • 3 microfoni
  • Codec supportati: AAC ed SBC (niente LDAC o aptX, né LC3 e e Low Energy audio)
  • Peso: 6 grammi per ciascun auricolari, 49 grammi la custodia

Il supporto al Bluetooth 5.0, anziché al più recente 5.2, limita anche i codec supportati, soprattutto in un modello di fascia alta come questo, e potrebbe far storcere il naso a qualcuno, al punto da farvi propendere per altri auricolari. Se non sapete nemmeno di cosa stiamo parlando, allora significa che probabilmente va bene così, ma per degli auricolari di fascia alta rimane un peccato, soprattutto perché non ci sono margini di miglioramenti futuri, dato che certi codec non saranno mai supportati a causa dei limite del Bluetooth 5. Assente, per ora, anche l’audio spaziale, ma in questo caso il supporto è stato promesso entro l’anno.

Per quanto riguarda l’applicazione per le Pixel Buds, questa o è integrata in Android (come nei Pixel) oppure può essere scaricata dal Play Store. Non c’è un’applicazione ufficiale per iPhone, con il quale potrete comunque accoppiare gli auricolari via Bluetooth, ma senza godere di alcuna personalizzazione.

Comodità

I Pixel Buds Pro sono comodi, e restano anche bene in posizione. Partiamo da una considerazione importante, perché era anche una delle cose sulle quali eravamo perplessi prima di provarli. La forma dei precedenti auricolari di Google, con quel “peduncolo” di gomma per assicurarli meglio all’orecchio, ci aveva convinto, e la sua rimozione ci preoccupava. Per fortuna non è così.

I Pixel Buds Pro sono sì abbastanza grossotti, ma sono anche molto leggeri, con i loro 6,2 grammi. Inoltre, proprio la forma più grande, li rende più “incastrati” nell’orecchio, senza bisogno di ulteriori appendici. Da diversi giorni stiamo pranzando con i Pixel Buds Pro sempre sulle orecchie, e non sono mai caduti: sembra una prova banale, ma non lo è affatto; provateci con i vostri auricolari per credere!

C’è stato però anche un piccolo fastidio a guastare l’esperienza: spostando con le dita la posizione dei Buds Pro, li sentiamo fischiare. Si tratta di un fischio breve, non forte, non fastidioso di per sé, ma è comunque… fastidioso sentirlo praticamente ogni volta che dobbiamo aggiustare in modo più energico la posizione degli auricolari.

Per fortuna il problema si verifica solo con ANC o modalità trasparenza attiva; insomma, quando i microfoni degli auricolari vengono usati per modificare l’audio. Trattandosi quindi di una cosa in buona parte correlata al software di elaborazione, speriamo che un futuro aggiornamento possa risolverla. Chiariamo inoltre che il fischio si presenta solo aggiustando a mano gli auricolari, e non con il normale movimento derivante da camminata/corsa, anche se c’è chi segnala proprio problemi in tal senso, che però non si sono mai presentati nelle nostre prove.

Accoppiamento

L’accoppiamento è fulmineo, grazie a fast pair (richiede Android 6.0+): basta aprire la custodia e lo smartphone vi propone subito di accoppiare gli auricolari; basta una pressione sul tasto a schermo, ed il gioco è fatto. Potete comunque accoppiare i Pixel Buds Pro a qualsiasi dispositivo Bluetooth 4.0+ tramite la pressione del tasto sul retro della custodia.

Tra le novità più apprezzate c’è senz’altro l’accoppiamento multipunto con 2 dispositivi, ed il conseguente cambio di dispositivo automatico. Basta mettere in pausa su uno, far partire l’audio sull’altro, ed i Pixel Buds Pro effettueranno lo switch in automatico, nel giro di un istante. Funziona anche con le chiamate in arrivo sul cellulare, che interrompono qualsiasi altro audio in riproduzione per farvi parlare col vostro interlocutore. Abbiamo usato queste funzioni di continuo, lavorando con PC e cellulare fianco a fianco tutto il giorno, e non ci sono mai stati problemi di sorta.

Funzionalità e cancellazione del rumore

Curiosando tra le varie opzioni dell’app non troviamo molte novità, ma piuttosto cose già viste e addirittura qualche omissione.

Torna “equalizzatore del volume“, che aggiusta le frequenze dinamicamente in base al livello del volume, in modo da assicurarsi che alti, medi e bassi siano ben bilanciati a qualsiasi volume, in particolar modo quelli più bassi, dove può diventare difficile distinguere tutti i suoni in una canzone.

Ci sono però anche delle funzioni mancanti: niente “pompaggio dei bassi” né equalizzatore di alcun tipo, ma almeno quest’ultimo dovrebbe arrivare in autunno. Manca anche l’audio adattivo, che regolava automaticamente il volume in base al livello di rumore circostante, ma considerando che le swipe gesture sugli auricolari funzionano benissimo non c’è grande ragione di sentirne la mancanza.

A proposito delle gesture, queste non solo funzionano bene, ma è possibile personalizzare la pressione prolungata in modo diverso per ciascun auricolare. In questo modo potete assegnare il dialogo con l’assistente Google al Pixel Buds Pro sinistro (ad esempio) e la gestione dell’ANC al destro; o viceversa.

E già che parliamo di cancellazione attiva del rumore, dobbiamo tessere le lodi del lavoro fatto da Google, perché il risultato è molto buono, soprattutto con frequenze basse e regolari (condizionatore, autobus, aspirapolvere ecc.). Non aspettatevi però lo stesso livello di cancellazione del rumore che avreste con delle cuffie circumaurali, ma questo vale bene o male per tutti gli auricolari. Inoltre, per il corretto funzionamento dell’ANC, è particolarmente importante che i Pixel Buds Pro siano inseriti correttamente, ed a questo proposito può essere utile la funzione di controllo dell’isolamento, disponibile nell’app, che vi dice appunto se li state indossando nel modo migliore.

Modalità Trasparenza

A fianco della modalità ANC c’è anche la modalità trasparenza. Questa sfrutta i microfoni dei Pixel Buds Pro per rilevare ed amplificare i rumori attorno a voi, in particolar modo le alte frequenze (voci, sirene, ecc.) così che non vi perdiate un dialogo o un avviso importante. L’elaborazione avviene tutta in tempo reale, ed è molto efficace, particolarmente con le voci: dentro la macchina, con i finestrini aperti, potevo sentire chiaramente due persone parlare dall’altro lato della strada di fronte a me (non c’era traffico e la strada era ad una corsia, ma è tanto per darvi un’idea).

Chiaramente, l’ascolto di musica, o altro, con questa modalità attiva risulta compromesso sia in termini di qualità che di resa, ma non è per questo che è stata pensata, quanto piuttosto per brevi utilizzi laddove serva. L’effetto collaterale poi è che in questo modo sentirete le voci così chiaramente (anche un po’ amplificate) che probabilmente potreste parlare ad un volume più alto del necessario.

Chiariamo poi che, se non voleste né ANC né trasparenza, le potete disattivare entrambe. Ed è qui che i Pixel Buds Pro danno il meglio in quanto a qualità audio in ascolto, per di più offrendo anche un discreto isolamento passivo, pertanto non abusate dei controlli sul rumore, tanto più che l’autonomia non ha che da beneficiarne se doveste metterli su off.

Qualità audio

Buona la risposta in frequenza, ben udibile già ai 20 Hz, ma più limitata invece sugli gli alti, che ad orecchio non vanno oltre i 16 kHz. Buono anche l’intervallo dinamico, che arriva fino ad oltre 50 decibel below full scale, ed anche la spazialità dell’audio è di buon livello, per quanto il vero supporto all’audio spaziale arriverà solo nei prossimi mesi.

L’ascolto è pulito a tutte le frequenze, senza disturbi udibili né sui bassi, né sui medi-alti, a tutti i livelli di volume. I bassi sono chiari, ben distinguibili, e non eccessivamente pompati (per quanto ribadiamo che non c’è alcuna regolazione software, al momento, che consenta di personalizzarli), e lo stesso vale per i toni più alti, che non giungono troppo staccati dal sottofondo, ma hanno comunque una loro identità, per quanto meno pungenti di quanto avremmo pensato, soprattutto sulle voci. 

Stiamo cercando un po’ il pelo nell’uovo, sia chiaro: i Pixel Buds Pro suonano molto bene, all’altezza di quanto ci si aspetterebbe da auricolari di questa fascia. Dovessimo puntare il dito contro qualcosa sarebbe appunto una lieve predominanza dei bassi, ma non perché siano eccessivi, quanto piuttosto per carenze degli alti.

Attivando la cancellazione del rumore non cambiano le impressioni generali, ma c’è un minimo appiattimento generale, che comunque è perfettamente nella norma e non compromette l’esperienza di ascolto. Tra l’altro se attiverete l’ANC significa che sarete già in un luogo difficoltoso, ed i benefici superano di gran lunga gli svantaggi. Segnaliamo inoltre che risulta comodo anche l’uso prolungato della cancellazione, senza quell’effetto di vuoto nell’orecchio che potrebbe dare fastidio.

Ogni tanto però un po’ di ritardo audio si presenta. Non si tratta di auricolari a bassa latenza, è tutto relativamente nella norma, ma è comunque un po’ fastidioso guardare un video in cui il labiale non sia sincronizzato con l’audio. Ripeto che non succede spesso, ma è comunque capitato.

Un aspetto del quale siamo rimasti un po’ delusi è invece quello dell’audio in chiamata. I microfoni dei Pixel Buds Pro fanno un buon lavoro di pulizia dai rumori di fondo, ma la voce che ne risulta è a volte un po’ gracchiante e metallica, come se mancassero delle frequenze, probabilmente a causa proprio della “pulizia” troppo aggressiva da parte degli algoritmi di Google. In una stanza silenziosa il problema non si presenta in modo fastidioso, ma se ci sono un po’ di rumori ed il software prova a pulirli ecco che il vostro interlocutore potrebbe udirvi in modo non troppo pulito.

Peccato che non ci sia alcuna voce nelle impostazioni per tarare questa funzione, né tantomeno per disattivarla, e va presa quindi così com’è. Anche in questo caso la speranza, essendo una cosa puramente software, è che un aggiornamento futuro possa regolarla meglio. Abbiamo fatto una rapida registrazione in una strada trafficata tramite il registratore di Google per darvi un’idea: il risultato è sinceramente tra i peggiori mai avuti con i Pixel Buds Pro, quindi prendetelo come il caso pessimo dal quale si può solo migliorare.

Assistente Google e Modalità Traduttore

Come su tutti gli auricolari Google, avete la possibilità di parlare con l’assistente di casa, non solo nel modo “classico”, ma anche con alcune funzioni esclusive proprio per i Buds. Ad esempio, nel caso doveste ricevere una notifica di un certo tipo sul telefono, un piccolo suono vi avvertirà che basta un tap sull’auricolare per farsela leggere (ed eventualmente rispondere). Al momento Assistant supporta le app di messaggistica (WhatsApp, Telegram, SMS, ecc.), email, eventi di calendario, aggiornamenti sul traffico e su eventuali voli aerei.

In qualsiasi momento potete tenere premuto il tasto dedicato e l’assistente vi dirà l’ora esatta e vi leggerà tutte le notifiche in sospeso, oppure potete usare i comandi vocali, casomai aveste le mani occupate. Potete chiedere di riprodurre musica, regolare il volume, inviare messaggi, fare domande, ascoltare le notizie ed anche ottenere indicazioni tramite Maps, tutto a portata di orecchio.

C’è poi, come sui precedenti Buds, l’interazione con Google Translate, in particolare con la modalità conversazione, che traduce e legge in una lingua straniera ciò che direte in italiano (e viceversa), e poi vi farà ascoltare la risposta (sempre in italiano) con i Pixel Buds Pro. Per farlo verrà aperta l’app di Google Traduttore sullo smartphone, che è meglio quindi avere a portata di mano per mostrarlo anche al vostro interlocutore. Si tratta di una modalità sempre presente nell’app, che però con gli auricolari è più comoda da usare.

Al netto delle differenze estetiche e di vestibilità (sono entrambi comodi, ma alla lunga preferiremmo i Pixel Buds Pro), o di autonomia (i Buds Pro fanno più del doppio dei Buds A – senza ANC), ci sono anche differenze funzionali tra i due auricolari di Google, e non tutte a vantaggio del modello più costoso.

In entrambi gli auricolari è presente il supporto dell’Assistente Google e della traduzione cui abbiamo accennato prima, così come della funzione per ritrovare gli auricolari persi, che li farà suonare (nei limiti delle capacità dei loro speaker) per aiutarvi a ritrovarli. Il rilevamento in-ear è presente su entrambi, anche se con una collocazione diversa nelle impostazioni, e di fatto serve ad interrompere la riproduzione qualora doveste togliervi gli auricolari.

I controlli touch sono presenti su entrambi, ma sui Pixel Buds Pro sono più utili: in particolare possiamo regolare il volume (cosa non possibile tramite gesture sui Pixel Buds A), e decidere quale dei due auricolari servirà a parlare con l’Assistente, e quale per regolare l’ANC.

L’equalizzatore del volume, che migliora le frequenze di alti e bassi ai volumi più bassi, è presente su entrambi, ma sui Pixel Buds A abbiamo anche il suono adattivo, che alza o abbassa da solo il volume in base al rumore ambientale, e c’è pure la possibilità di regolare l’intensità dei bassi, assente sui Pixel Buds Pro.

Infine, esclusiva dei Pixel Buds Pro, sono la connettività multipunto con cambio automatico di dispositivo, e la funzione di controllo isolamento degli inserti, che abbiamo già illustrato in precedenza.

Non cambiano i codec supportati: AAC ed SBC per entrambi, visto che anche i Pixel Buds A sono dotati di Bluetooth 5.0.

L’autonomia dichiarata da Google è molto vicina a quella reale, ed è una buona autonomia, decisamente superiore alla media degli auricolari true wireless, sebbene non sia certo la migliore in assoluto.

Con ANC attivo farete circa 7 ore di ascolto (anche qualcosina di più). Alternando un po’ di pause potete arrivare a coprire l’intera giornata lavorativa, sempre che abbiate voglia di portare degli auricolari per 8 ore al giorno. Disattivando la cancellazione del rumore si raggiungono anche le 11 ore. Con la custodia potete ricaricare un paio di volte le cuffiette, triplicando di fatto questi valori.

Segnaliamo infine che il livello di carica dei due auricolari scende in modo piuttosto omogeneo, anche se 2-3 punti percentuali di scarto sono sempre possibili.

I Pixel Buds Pro costano 219€, una cifra piuttosto importante, che li mette in competizione con AirPods, LinkBuds (S) di Sony ed in generale con il mercato degli auricolari di fascia alta. Il precedente tentativo di Google intorno a questo prezzo non è andato molto bene (parliamo dei primi Pixel Buds true wireless, ora introvabili), tanto che i successivi Pixel Buds A sono stati lanciati a 99€, e per quanto i Buds Pro offrano molto più dei Buds A, è difficile giustificare che costino più del doppio. Già a 199€ avrebbero fatto un effetto diverso.

Si svaluteranno rapidamente? Sullo store di Google gli sconti sono cosa abbastanza rara, e ciò si ripercuote anche sui distributori di terze parti. Speriamo che possa esserci qualche buona offerta a breve, ma al momento i Pixel Buds Pro non sono un acquisto che consigliamo ad occhi chiusi. Per rimanere sempre aggiornati sulle offerte del momento, vi consigliamo di iscrivervi al nostro canale Telegram: è gratuito, le notifiche sono personalizzabili, e oltre 50.000 utenti ci hanno già dato fiducia. Il pulsante per raggiungerlo è subito qui sotto, prima della carrellata dei Pixel Buds Pro su Amazon.

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Recensione Pixel Buds Pro: sulle orme degli AirPods

La passione degli italiani per la pizza surgelata

AGI – Una cosa è certa: cresce la qualità, si diffonde il verbo della pizza d’autore e si moltiplicano a vista d’occhio progetti imprenditoriali ancora più ambiziosi. L’Italia, paese della pizza per antonomasia, non foss’altro perché la Margherita ripropone i colori della bandiera nazionale, ne ha mille specie e varietà, frutto di singoli, catene, industrie, artigiani, maestri pizzaioli. Da tavolo, da banco, al taglio, da asporto. Rotonda, al taglio, alla pala, cotta nel forno a legna o su pietra.

Nel novero, ci sono anche le pizze surgelate. Anch’esse di “qualità”. Per le quali è stato nei giorni scorsi raggiunto un accordo di sostegno alla filiera, che vede Intesa San Paolo e la famiglia Roncadin, azienda leader nella produzione di pizza surgelata di qualità, stringere un patto di collaborazione “per consentire alle aziende facenti parte del processo produttivo e distributivo, di essere accompagnate nei propri progetti di crescita sul territorio, di internazionalizzazione e di rinnovamento delle proprie strutture produttive, anche accedendo a soluzioni finanziarie dedicate”.

La banca, si legge in un comunicato congiunto, si propone di agevolare “l’accesso al credito dei fornitori strategici segnalati dal capofiliera per facilitare gli investimenti, in particolare quelli destinati all’efficientamento energetico, alla transizione ecologica, alla riduzione dei consumi idrici, alla valorizzazione dell’agricoltura biologica, all’ammodernamento delle aziende (Agricoltura 4.0), nonché il supporto per la gestione delle attività correnti e di campagna con specifici prodotti dedicati”.

Ma, al tempo stesso, anche di sostenere congiuntamente le piccole e medie imprese del territorio legate alla filiera afferente al marchio Roncadin, al fine di “accrescere gli sbocchi nei vari mercati mettendo a disposizione strumenti innovativi”. In particolare, sottolineano Intesa San Paolo e l’azienda della provincia di Pordenone, “verrà favorito il supporto finanziario verso gli imprenditori della filiera che intendono realizzare nuovi impianti e/o ampliamenti. Un intervento che rientra nelle iniziative che la banca ha messo in atto in coerenza e a supporto degli investimenti legati al PNRR”.

Attualmente l’azienda Roncadin è arrivata a occupare circa 780 persone nell’area pedemontana pordenonese e in un anno realizza oltre 100 milioni di pezzi, con un fatturato che nel 2021 ha raggiunto i 148,5 milioni di euro. Roncadin produce pizze sia a marchio proprio, sia per le private label nazionali e internazionali e recentemente ha ampliato il proprio business affiancando alle pizze surgelate, anche gli impasti freschi da banco frigo.

Obiettivo di Roncadin è crescere ancora, mentre Intesa San Paolo a livello nazionale nel comparto agroalimentare ha già avviato 170 contratti di filiera che hanno coinvolto oltre 6.500 fornitori, un giro d’affari complessivo di oltre 22 miliardi di euro e oltre 22.000 dipendenti del capo-filiera.

I numeri del mercato della pizza surgelata in Italia

Ma a quanto ammonta il mercato della pizza surgelata in Italia? Secondo lo Iias, l’Istituto italiano alimenti surgelati, gli italiani mangiano ogni anno 240 milioni, divisi in 16 milioni di famiglie, e per un valore di mercato dell’alimento pari a 254 milioni di euro.

Il dato più recente, che risale al 2018, ci dice che i consumi di pizza surgelata sono pari a 91.500 tonnellate che incidono per il 12% sui consumi totali di alimenti surgelati mentre nel 2019 – il dato più recente – la percentuale è salita al 14% del valore totale del mercato italiano dei surgelati, tant’è che lo scorso anno sono stati venduti 47.915.138 chilogrammi del suo impasto.

Le pizze surgelate sono infine di 50 tipi, via via destinati ad aumentare nel corso del tempo. Il tipo di gran lunga preferito? È la Margherita, che svetta in testa alla classifica con 110 milioni di pezzi consumati.

Dichiara Dario Roncadin, amministratore delegato dell’azienda: “Lavoriamo costantemente per avere una filiera sempre più sostenibile, corta, locale e che favorisce produttori attenti alla qualità, alla sostenibilità e al benessere dei lavoratori. Un impegno in linea con la nostra scelta, compiutasi a fine 2021, di diventare Società Benefit, portatrice di un modello di sviluppo basato sulla responsabilità verso l’ambiente, il territorio e le persone” ma “l’attenzione alla filiera è da sempre un punto cardine della nostra attività” tant’è che “ l’accordo stipulato con Intesa Sanpaolo ci permetterà di valorizzare ancora di più questo aspetto chiave per la competitività della nostra azienda e di tutto il sistema-Italia”.

Mentre Massimiliano Cattozzi, responsabile Direzione Agribusiness Intesa Sanpaolo spiega che “proprio l’eccellenza dei prodotti alimentari è al centro del nostro Programma Sviluppo Filiere, con l’intento di sostenere in maniera decisa sia la capofiliera che i fornitori che implementano la catena di produzione”. Quanto alla filiera Roncadin, sottolinea Cattozzi, è “di grande valore e produce una ricaduta territoriale molto positiva in termini di stabilizzazione degli investimenti e del lavoro, con significativi riflessi anche sociali”.


La passione degli italiani per la pizza surgelata

Instagram vuole usare l’Intelligenza artificiale per verificare l’età degli utenti  

AGI – Per un account Instagram occorre avere 13 anni e fino a 18 anni il social network delle immagini di proprietà di Meta propone contenuti e modalità di approccio che nelle intenzioni vogliono essere adatte ad un pubblico di minori.

Per certificare che l’età sia quella giusta e che un utente di 18 anni abbia effettivamente 18 anni, Instagram sta testando negli Stati Uniti la possibilità di caricare un documento d’identità con foto o registrare un video selfie (in questo caso a dare il semaforo verde ci pensa l’Intelligenza Artificiale, dopo una scansione del viso) o chiedere conferma ad almeno tre amici comuni e validare così la propria età (“social vouching).

“Quando sappiamo che qualcuno è un adolescente e ha un’età compresa fra i 13 e i 17 anni forniamo esperienze adeguate all’età, come inserirlo automaticamente in account privati, prevenire contatti indesiderati da parte di adulti che non conoscono e limitare le opzioni che gli inserzionisti hanno per raggiungerli con annunci” ha spiegato in un post sul blog della società Erica Finkle, direttore della governance dei dati presso Meta.

Già dal 2019 Instagram aveva reso più severe le regole di accesso con l’introduzione del Family Center, nel 2020 poi è stato abbandonato il progetto  Instagram Kids. Ebbene questo passo, annunciato giovedì, si è reso anche necessario dopo che una serie di studi hanno collegato l’uso di Instagram alla salute mentale dei giovani utenti (con conseguenti preoccupazioni delle istituzioni). “Capire l’età di qualcuno online è una sfida complessa  – ha spiegato la società – vogliamo lavorare con altri nel nostro settore e con i governi per stabilire standard chiari per la verifica dell’età online” ha spiegato la società. Il nodo è “verificare l’età di chi che non ha un documento d’identità”.

Se hai un documento d’identità a verificare la tua età ci pensa l’Intelligenza Artificiale o al massimo tre amici utenti, dunque. Nel primo caso Instagram utilizza gli strumenti di Yoti, una società con sede a Londra che utilizza l’Intelligenza Artificiale per stimare l’età in base alle caratteristiche del viso. “La tecnologia di Yoti stima la tua età in base alle caratteristiche del viso e condivide questa stima con noi. Meta e Yoti poi eliminano l’immagine. La tecnologia non può riconoscere la tua identità, solo la tua età” ha sottolineato la compagnia.


Instagram vuole usare l’Intelligenza artificiale per verificare l’età degli utenti  

Il mercato degli smartphone non andava così male da quasi dieci anni

AGI – Con 49 milioni di smartphone spediti in Europa, il mercato degli smartphone del vecchio continente è calato del 12% nel primo trimestre di quest’anno, registrando le spedizioni più basse del periodo da quasi un decennio. Il numero più basso dal primo trimestre 2013. È quanto emerge da un rapporto di Counterpoint Research. 

Secondo la società di ricerca il calo è frutto della carenza di componenti, dei blocchi legati al COVID-19 in Cina, del deterioramento delle condizioni economiche e dell’inizio della guerra Russia-Ucraina.  

In particolare Samsung, che resta al vertice del mercato con una quota del 35%, ha registrato un calo delle spedizioni del 16%.  Apple cala del 6% e resta il secondo produttore in Europa con il 25% del mercato. Realme è stato l’unico tra i primi cinque fornitori a registrare una crescita annuale delle spedizioni. Giù Xiaomi, che ha registrato -36% di crescita annua e una quota di mercato che passa dal 19 al 14%.

“L’aumento dei livelli di inflazione in Europa sta incidendo sulla spesa dei consumatori, mentre Samsung e Apple, il primo e il terzo fornitore di smartphone in Russia, hanno interrotto tutte le spedizioni nel mercato più grande d’Europa all’inizio di marzo 2022″ ha dichiarato Jan Stryjak, di Counterpoint Research. La società di ricerca prevede che la crescita annuale delle spedizioni di smartphone in Europa continuerà a diminuire per i prossimi trimestri, soprattutto nel secondo. 


Il mercato degli smartphone non andava così male da quasi dieci anni

Tonfo del mercato degli smartphone in Europa: mai così male negli ultimi 9 anni

Il mercato degli smartphone in Europa sta vivendo uno dei periodo di crisi più grandi dagli ultimi nove anni: secondo quanto emerge da un recente report di Counterpoint Research, rispetto al primo trimestre del 2021, il numero di unità spedite nel Vecchio Continente è calato di ben il 12%.

L’azienda più colpita è stata Xiaomi, con un calo del 36% nelle spedizioni rispetto a quanto fatto nel primo trimestre del 2021. In calo anche i dati relativi a Samsung e Apple che, nonostante i nuovi prodotti presentati nel 2022, non sono riuscite a invertire il trend (calo rispettivamente del 16% e del 6%). Stessa sorte infine per OPPO (che include anche i dati di vendita di OnePlus), con un calo dell’8%. La vera sorpresa è però Realme: il brand cinese è l’unico dei produttori “importanti” a registrare una crescita nel numero di unità spedite (ben il 67% in più rispetto al Q1 2021).

I motivi di questo enorme calo nelle unità spedite riguardano sicuramente la costante crisi dei semiconduttori, che rende estremamente complicato per le aziende produrre effettivamente i dispositivi, e i nuovi lockdown in Cina, che hanno costretto tantissime persone a rimanere a casa. In ultimo, troviamo sicuramente la guerra in Ucraina, che di certo non ha aiutato il mercato a crescere in questi mesi.

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Tonfo del mercato degli smartphone in Europa: mai così male negli ultimi 9 anni

I dubbi degli esperti sulle promesse di Musk per Twitter

AGI – La strada di Elon Musk per trasformare Twitter in una macchina da soldi in cui chiunque può dire qualsiasi cosa potrebbe essere molto in salita, almeno a sentire gli esperti.

L’accordo da 44 miliardi di dollari per l’acquisto della piattaforma di messaggistica deve ancora ottenere il sostegno di azionisti e il via libera dell’autorità di regolamentazione e
mentre Musk non ha rivelato dettagli essenziali su come gestire il lato commerciale di Twitter, ha espresso entusiasmo per la prospettiva di ridurre la moderazione dei contenuti a un minimo legale e per la prospettiva di fare soldi con gli abbonamenti.

“Oltre a sostenere la libertà di parola, Musk non ha articolato una visione di ciò che può essere la piattaforma”, ha detto all’AFP Carolina Milanesi, analista di Creative Strategies, “Non ha detto se Twitter ha un problema di età, un’inclinazione geografica, chi è il più grande concorrente, a cos’altro sta pensando”.

L’idea di Musk di eliminare il modello pubblicitario di Twitter per le entrate, basandosi invece sugli abbonamenti, non sembra fattibile, ha affermato l’analista di Baird Equity Research Colin Sebastian in una nota agli investitori.

“Facciamo fatica a credere che ciò accadrà del tutto” ha detto Sebastian, “a meno che non abbia intenzione di finanziare il pagamento degli interessi sul debito di tasca sua”.
Gli analisti dubitano che gli utenti di Twitter faranno la fila per pagare contenuti premium o funzionalità come il retweet dei post quando le piattaforme di social media come Facebook sono gratuite. Musk potrebbe provare a vendere post o chiedere ad altri siti Web di pagare per tutto ciò che usano dai tweet.

Un altro problema è rappresentato dalla prospettiva che alcuni marchi siano associati a contenuti controversi, come disinformazione o fake news. È probabile che spingere pesantemente sugli abbonamenti finisca per ridurre il pubblico su Twitter e allo stesso tempo consentire post più controversi potrebbe creare un “ambiente tossico” che scoraggerebbe gli inserzionisti, ha affermato Lauren Walden della società specializzata in marketing digitale Tinuiti.

E mentre Twitter lotta con la redditività e Musk deve trovare il modo per ripagare gli ingenti interessi del finanziamento ottenuto per acquistare la società, i legislatori statunitensi stanno già minacciando di modificare una legge che solleva le piattaforme Internet dalla responsabilità per ciò che gli utenti pubblicano.

Secondo gli accademici l’idea di Musk di sbarazzarsi dei “bot”, account basati su software che attivano post, e verificare le identità degli utenti si scontra con problemi di privacy e proprio con il diritto alla libertà di parola che dice di voler sostenere. “Lo spam è una forma di libertà di parola“, ha affermato il professore di sociologia della Duke University Chris Bail, “alcune delle proposte avanzate da Musk potrebbero effettivamente contraddirsi a vicenda”.

Tra i piani di Musk per Twitter ci sono rendere open-source il software e consentire alle persone di vedere come vengono gestiti i post e persino consigliare modifiche.
Rendere il software Twitter open source potrebbe fornire agli utenti informazioni e controllo sulla piattaforma, ma fornirebbe agli “attori incivili” istruzioni su come diffondere meglio i loro post, ha detto Bail all’AFP. “Paradossalmente, l’open source della piattaforma potrebbe effettivamente rendere più facile per i troll dominare la piattaforma”, ha detto Bail.

Musk prenderebbe il controllo di Twitter mentre è ancora alla guida del produttore di auto elettriche Tesla; dell’impresa di perforazione di tunnel Boring Company; della società per l’esplorazione dello spazio SpaceX e del progetto Neuralink per sincronizzare i cervelli con i computer. “È come se stesse collezionando lavori di CEO“, ha scherzato l’analista tecnologico Rob Enderle di Enderle Group.

Il co-fondatore di Twitter Jack Dorsey è stato pesantemente criticato per aver diviso il suo tempo gestendo la società di pagamenti digitali Block, allora chiamata Square, mentre era a capo di Twitter. Tuttavia, Musk è un comprovato successo come uomo d’affari e la persona più ricca del mondo. “L’unica cosa che mi fa riflettere è che ha esperienza in studi di ingegneria, ma Twitter non è esattamente uno studio di ingegneria“, ha detto Bail “Non si tratta di insegnare a un’auto a guidare da sola, si tratta di servire gli interessi delle persone”. 

 


I dubbi degli esperti sulle promesse di Musk per Twitter

Il Calendario Samsung si aggiorna: arriva la personalizzazione degli eventi

Arriva un nuovo aggiornamento per l’app Calendario di Samsung, quella che troviamo sui suoi smartphone attualmente sul mercato. L’update introduce un’interessante novità grafica.

L’aggiornamento per l’app Calendario di Samsung introduce la possibilità di personalizzare il colore associato agli eventi in calendario, o meglio l’intensità del colore associato. Come vedete dagli screenshot in galleria, sarà possibile scegliere tra quattro opzioni, ognuna associata a un grado di intensità colore crescente.

Oltre a questo, l’aggiornamento introduce anche il supporto ai widget sul display esterno di Galaxy Z Flip 3.

L’aggiornamento dell’app Calendario di Samsung corrisponde alla versione 12.3.01.1000 ed è attualmente in fase di distribuzione automatica attraverso il Galaxy Store, almeno per i dispositivi aggiornati alla One UI 4.1.

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Il Calendario Samsung si aggiorna: arriva la personalizzazione degli eventi

Qualcuno ha deciso di pensare davvero alla sicurezza degli smartphone

AGI – Il tempo delle timide comparsate è finito e, accantonate certe velleità post-futuriste, Google sembra aver deciso di fare sul serio in un settore affollato come quello degli smartphone.

A voler fare un po’ di dietrologia, parrebbe quasi che qualcuno in Occidente abbia deciso che il mercato è stato lasciato per troppi anni in mano all’estremo oriente o che in azienda si sia stabilito che, se già sette smartphone su dieci usano il sistema operativo Android, non c’è motivo per cui Google non debba usare la sua posizione dominante anche sull’hardware. 

Solo che, come spesso accade, a Mountain View hanno deciso di giocare una partita tutto loro, fregandosene dell’ossessione mainstream per la fotografia, e puntando tutto su aspetti essenziali come l’usabilità e la sicurezza che altri troppo spesso tralasciano a favore di orpelli pleonastici. E così sono nati i Pixel 6, nella versione ‘base’ e in quella Pro.

L’estetica, devono essersi detti in casa Google, non serve quando va a discapito della funzionalità, così – ad esempio – il blocco delle fotocamere è inserito in una fascia in rilievo che di sicuro non conferisce grazia. Ma che importa quando hai a bordo le fotocamere di Google che da tempi non sospetti hanno dimostrato di essere capaci di prestazioni sorprendenti?

Ma, di nuovo, non è di fotografia che stiamo parlando, così quanto c’è di veramente innovativo in questi Pixel 6 risiede nel SoC (per intenderci il  circuito integrato che in un solo chip contiene un intero sistema che fa funzionare lo smartphone) Google Tensor che, come dice il nome stesso, a Mountain View si sono fatti in casa per incentrarlo interamente sull’intelligenza artificiale.

L’obiettivo è di andare oltre alla potenza computazionale dei processori top di gamma dei produttori tradizionali per sviluppare processi di machine learning, algoritmi che possono essere eseguiti localmente con il minor dispendio possibile di energia.

Ma, come diceva un vecchio slogan pubblicitario, la potenza è niente senza controllo, così alle capacità in termini di intelligenza artificiale è stata accoppiata la sicurezza del Tensor Security Core appoggiato sul chipset Titan M2 per tenere al sicuro le informazioni sensibili da possibili attacchi software o fisici (elettromagnetici, laser, alto voltaggio).

Per capire dove vadano questi nuovi Pixel ne abbiamo parlato con Peter Prunuske, direttore del product management di Google, focalizzato proprio su questi device.

Quali sono le differenze tra Pixel e gli altri telefoni?

Crediamo che Pixel fornisca un punto di accesso immediato a tutte le esperienze utili che da sempre Google offre. Il nostro obiettivo è quello di costruire un’esperienza di mobile computing che gli utenti scelgano esclusivamente per le esperienze utili che fornisce. Questo è importante perché lo smartphone tende a essere il dispositivo computazionale di base nella vita di una persona, e la tecnologia ha bisogno di capire il vostro contesto, anticipare le vostre esigenze, consentire di fare cose – e anche fare cose per voi. E questo include esperienze che si possono ottenere solo su Pixel.

Ad esempio?

Con il recente annuncio di Pixel 6, una delle caratteristiche che ci entusiasma di più è Real Tone. Grazie a un’ampia ricerca sugli utenti e sfruttando l’intelligenza di Google, siamo stati in grado di assicurarci che le immagini scattate con Pixel 6 e Pixel 6 Pro evidenziassero le sfumature di tutte le tonalità della pelle. Siamo incredibilmente orgogliosi che Real Tone abbia contribuito a rendere Pixel 6 il telefono con la fotocamera più inclusiva disponibile. Un’altra esclusiva di Pixel è Magic Eraser, che permette agli utenti di rimuovere facilmente i dettagli indesiderati direttamente dalle proprie foto. I nostri algoritmi suggeriranno automaticamente le persone e gli oggetti che si potrebbero voler rimuovere, ma l’utente potrà anche selezionarli manualmente.

Quali sono le peculiarità di Pixel su cui concentrarsi?

Le fotocamere degli smartphone Pixel sono continuamente classificate da terze parti indipendenti come alcune delle migliori disponibili sul mercato, ma per noi non si tratta solo di megapixel. Ma ciò che le persone amano veramente dipende dai loro interessi e preferenze. Per alcuni è il nuovissimo sistema della fotocamera – dato dagli importanti aggiornamenti che permettono funzioni trasformative come la gomma magica e la sfocatura, o le nuove funzioni di traduzione che rendono il telefono incredibilmente utile per capire il mondo che ti circonda, dato che sempre più persone stanno ricominciando a viaggiare. Per altri è il design audace con un look rafforzato dal software all’interno e l’hardware all’esterno.

I Pixel 6 montano Android 12, una piccola rivoluzione in termini di sistema operativo

Android 12 fa sì che il tuo telefono sia davvero il tuo telefono, adattandosi perfettamente alle tue necessità, garantendo sicurezza e privacy anche nel design grazie all’impostazione predefinita, e con un aspetto meraviglioso sin dal suo primo avvio.

I telefoni Pixel sono ottimi dal punto di vista della privacy e della sicurezza e sarebbe interessante capire come e perché Google garantisce tale qualità e cosa abbiano rispetto ad altri brand.

L’approccio di Google alla sicurezza è incentrato sulla privacy dell’utente e sulla trasparenza da parte del brand, e questo vale anche per il chipset. Pixel 6 e Pixel 6 Pro sono i nostri smartphone più sicuri fino a oggi, con 5 anni di aggiornamenti di sicurezza e più livelli di protezione hardware. Crediamo nel concetto di “defense in depth”, che è il motivo per cui non ci fermiamo a un solo livello di sicurezza basato sull’hardware come fanno altri, ecco perché il Titan M2 è una parte così importante per noi. La serie Titan M è usata in tutti i modelli Pixel e non solo nello smartphone top di gamma, perché crediamo che le migliori protezioni dovrebbero essere disponibili allo stesso modo per tutti i clienti, non solo quelli che possiedono un telefono di fascia alta.

Qual è il target di Pixel?

Un ampio target di persone con diversi background, interessi ed età, sta pensando di cambiare smartphone. Il nostro obiettivo è quello di ideare prodotti utili per il maggior numero possibile di utenti, ed è per questo che a oggi possiamo offrire smartphone a tre diversi range di prezzo. Con ognuno di questi smartphone si avranno tutte le prestazioni e le caratteristiche di sicurezza che ci si aspettano da un Pixel – e tutto in un’esperienza che si adatta perfettamente all’utente. Pixel fa un ottimo lavoro nel garantire un’esperienza Google più fluida e utile a tutti, non importa chi sei, dove vivi o cosa stai cercando di fare.

Eppure trovare i Pixel in Italia non è così facile. Qual è la strategia di lancio del prodotto?

A causa di una serie di fattori, tra cui la domanda globale e i problemi di fornitura, non siamo in grado di rendere i nostri prodotti disponibili ad alti volumi in tutti i mercati. Restiamo comunque ben presenti nel mercato con i nostri attuali telefoni Pixel e non vediamo l’ora di portare i prossimi dispositivi Pixel in Spagna e in Italia in futuro.


Qualcuno ha deciso di pensare davvero alla sicurezza degli smartphone