Nova Launcher batte un colpo e si aggiorna dopo mesi: novità per le icone ispirate ad Android 11

Dopo ben quasi 4 mesi di silenzio assoluto, Nova Launcher ha ricevuto un nuovo aggiornamento rivolto alla versione beta dell’app Android, il quale introduce alcune novità per la personalizzazione delle icone.

Il nuovo aggiornamento per uno dei launcher di terze parti più popolari nel mondo Android non è particolarmente sostanzioso: la nuova versione è la 6.2.14 e il changelog indica l’introduzione di nuove forme di icone ispirate ad Android 11, parliamo delle Flower, Pebble e Vessel. A queste sono state aggiunte anche le forme Pentagon, Hexagon, Heptagon e Octagon.

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Il changelog non indica ulteriori novità, se non qualche ottimizzazione a carattere generale e bugfix minori. A questo indirizzo potete iscrivervi al programma beta ufficiale di Nova Launcher, mentre qui sotto trovate il badge per il download dal Play Store.

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Cosa ci aspetta con Galaxy Watch 3? Gesture per rispondere alle chiamate e SOS dopo le cadute (foto)

Il prossimo 5 agosto Samsung svelerà, oltre agli attesissimi Galaxy Note 20, le sue nuove Galaxy Buds Live e Galaxy Watch 3. Dopo le novità viste per le Buds Live, nelle ultime ore sono trapelati interessanti dettagli anche sul nuovo smartwatch di Samsung.

Le informazioni sul conto di Galaxy Watch 3 sono emerse dopo la pubblicazione della companion app dello smartwatch per dispositivi mobili. Le novità più interessanti riguardano la possibilità di gestire le chiamate vocali in entrata direttamente dallo smartwatch tramite gesture: le animazioni di SamMobile mostrano come rispondere alle chiamate ruotando il polso o come rifiutarle agitando la mano. Galaxy Watch 3 sarà in grado di gestire in autonomia le chiamate vocali perché sarà dotato anche di uno speaker audio.

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Inoltre, il nuovo Galaxy Watch 3 offrirà il rilevamento automatico delle cadute accidentali: al momento del rilevamento della caduta, il dispositivo invierà una notifica all’utente e se quest’ultimo non risponderà entro 60 secondi verrà inviata una chiamata ai contatti d’emergenza con la posizione geografica del dispositivo. In questo contesto sarà anche possibile impostare la chiamata automatica ai servizi d’emergenza.

Infine, sarà più semplice anche acquisire gli screenshot con il nuovo smartwatch di Samsung: basterà tenere premuti i due pulsanti fisici laterali. Ci sono ancora diverse incognite sul nuovo Galaxy Watch 3, prime fra tutte la disponibilità e il prezzo di lancio. Scopriremo tutto sul suo conto a valle dell’evento del 5 agosto.

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È l’anno dei grandi ritorni nella fascia top del mercato: dopo Motorola, a luglio toccherà ad un altro marchio storico

Motorola Edge+ è il primo tentativo della storica casa alata di tornare a fare breccia nella fascia top del mercato smartphone, dopo anni di silenzio e una lunghissima sequela di modelli di fascia media. A breve atterrerà sul mercato e il tempo ci dirà se l’azienda sarà riuscita o meno a scaldare i cuori degli appassionati. In questo 2020 però, Motorola non sarà l’unica a firmare un ritorno in grande stile.

Secondo le ultime indiscrezioni, HTC starebbe pensando di provare ad uscire dalle sabbie mobile in cui si è andata a cacciare dopo anni di pessima gestione della divisione smartphone, con il lancio del suo primo modello top di gamma dai tempi del poco fortunato U12+. E si tratterebbe anche dell’ingresso del produttore taiwanese nell’era 5G, come d’altronde già promesso ad inizio anno.

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Lo smartphone, di cui al momento si conosce poco o nulla, vanterebbe infatti il chip Snapdragon 865 e sarebbe atteso per il debutto nel corso del mese di luglio, ovvero tra poche settimane. Nell’augurio che ci sia davvero un progetto simile in cantiere in seno ad HTC, aspettiamo con ansia buone nuove su questo fantomatico top di gamma del rilancio.

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Stufi di perdere le dirette di Instagram dopo 24 ore? Con l’ultimo aggiornamento potete “allungargli la vita”

Chiunque faccia una diretta su Instagram è soggetto alla stessa regola: il video finisce nelle Story e sparisce dopo 24 ore. Questa è stata la regola finora, ma da oggi non è più (solo) così. Con un tweet dal suo account ufficiale è lo stesso Instagram a diramare la notizia.

Chi vorrà d’ora in poi potrà allungare la vita dei propri filmati salvandoli in IGTV, la piattaforma dove normalmente sono ospitati i video più lunghi. La novità permette quindi a una serie di persone, immaginiamo soprattutto artisti che usano Instagram per rimanere in contatto con i propri fan, di poter creare una sorta di archivio.

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Rimane comunque attiva l’opzione per scaricare un video stream e caricarlo in posti come YouTube. Siamo sicuri che molti utenti accoglieranno a braccia aperta questa novità visto che ora potranno vedere o rivedere le dirette anche a più di un giorno di distanza.

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Con Poco Xiaomi punta ad allargare il mercato. Dopo 2 anni ecco l’F2 Pro

Il nome, oggettivamente, non è il massimo, specie per il mercato italiano. Il brand ‘Poco’ dice, per l’appunto, poco o quasi nulla al grande pubblico italiano e sicuramente di primo acchito fa storcere il naso, ma basta pensare a chi c’è dietro – il colosso cinese Xiaomi – e a cosa ha già prodotto (uno smartphone, l’F1 che all’epoca della sua uscita, nell’estate del 2018 fu definito un ‘miglior acquisto’ per il rapporto qualità/prezzo) e già il discorso di fa più interessante.

Per Poco vale quanto già abbiamo visto con Honor e Realme: nati come spin-off di brand più noti come Huawei e Oppo per la vendita di smartphone a basso prezzo e poi diventati indipendenti con top di gamma che se non si avvicinano ai mille euro, comunque si discostano e parecchio dall’idea di low cost che aveva accompagnato la loro nascita. Con Poco Xiaomi vuole continuare a conquistare fette di mercato diversificando il portafoglio prodotti e allargando la fascia di clienti alla quale rivolgersi.

E l’ultimo uscito, l’F2 Pro, va proprio in questa direzione. Creato per gli appassionati di tecnologia, punta tutto sulle performance, ma a un prezzo più accessibile rispetto a quello di un tradizionale flagship.

La piattaforma è l’ormai collaudatissimo Snapdragon 865 con connettività 5G abbinato a un processore chip Kryo 585 octa-core e alla GPU Adreno 650. La Ram è diversificata in base alle due configurazioni: 6 giga con uno storage a 128 e 8 giga con uno storage da 256. Il prezzo è di 499 euro per la prima da 6GB+128GB e 599 euro per la seconda.

Pensato per il gaming, usa la tecnologia LiquidCool 2.0 con la più grande camera di vapore disponibile sul mercato, insieme a più lotti di grafite e grafene, per mantenere il dispositivo fresco.

Il display è un amoled da 6,67” a tutto schermo, grazie alla pop-up camera, una soluzione che altri produttori hanno abbandonato perché non garantisce la resistenza all’acqua e alla polvere e soprattutto non ha le stesse prestazioni in termini di velocità di sblocco con il riconoscimento facciale.

Il comparto fotografico è costituito da una quad camera posteriore da 64MP e la pop-up camera da 20MP con sensore Sony IMX686. L’obiettivo ultra grandangolare da 13MP è a 123 gradi, il sensore macro è da 5MP e un quello di profondità da 2MP. La registrazione video può essere a 8K e 4K.

La batteria è da 4.700 mAh con carica rapida da 30W, che può ricaricare il dispositivo al 64% in 30 minuti e al 100% in 63 minuti.

Agi

Che ne è delle nostre chat e dei nostri dati dopo che siamo morti?

“Sono definitivamente assente”. Trent’anni fa, in una scena de Le Comiche, Renato Pozzetto provava a vendere una bara con segreteria telefonica incorporata. Al di là dello humor nero, la questione è seria: tra social network e intelligenza artificiale, è sempre più probabile che la nostra voce ci sopravviva. Pezzi consistenti della nostra eredità, ormai, non si toccano più. Eppure, si continua a badare molto all’eredità di quadri e armadi e poco a quella dei nostri dati. Una cosa cui bisognerebbe pensare per tempo, visto che non si può ancora dire: “Ehi Siri, sono morto”.

Un account è per sempre?

Il post mortem è stato discusso durante il meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science. “C’è un difetto significativo di progettazione nel modo in cui stiamo affrontando il fenomeno dell’aldilà digitale, con implicazioni globali”, ha spiegato Faheem Hussain, professore della Arizona State University. Per Hussain, il cui intervento è stato riportato da Geekwire.com e Financial Times, si discute molto di sicurezza dei dati e privacy ma “nessuno vuole parlare della morte” e del destino delle nostre informazioni. Se qualcuno mettesse le mani su un profilo di un defunto, potrebbe esserci un eterno “falso me” che vive sui social network, che “accumula dati”, “fa colloqui di lavoro su LinkedIn” o “parla con i miei familiari”. Un “io” fasullo, che però “mi rende praticamente vivo”.

Il Dna tramandato ai posteri

C’è poi un altro aspetto del post mortem, per ora meno popolare ma altrettanto attuale. Sono sempre di più le società che erogano servizi basati sulla mappatura del corredo genetico, come 23andMe. “Raramente pensiamo al destino del nostro Dna dopo aver effettuato i test”, ha sottolineato Stephanie Malia Fullerton, professoressa di bioetica alla University of Washington School of Medicine. Oltre al tema immediato della privacy, ce n’è un altro che riguarda l’aldilà: “Le nostre informazioni genetiche possono essere mercificate e continuare a creare prodotti commerciali anche molto tempo dopo la nostra scomparsa”. Fullerton ha quindi chiesto più attenzione sul tema e regole più stringenti. O, tanto per cominciare, una maggiore capacità d’intervento da parte dei familiari, che dovrebbero poter scegliere il destino dei geni della persona scomparsa. Come, in parte, fanno con gli account alcune piattaforme digitali.

L’eredità di Facebook

Facebook è un social network molto popoloso e ormai piuttosto anziano. Ed è quindi naturale che cresca il numero degli utenti deceduti. Non è un caso se proprio a Menlo Park, ormai da tempo, hanno creato una delle procedure più complete per la gestione post mortem degli account. L’utente può scrivere una sorte di testamento. Può, ad esempio, scegliere di eliminare il profilo dopo la sua scomparsa, indicando questa precisa volontà nelle impostazioni.

Nonostante i progressi della tecnologia, non è ancora possibile segnalare la propria morte. Per cui la cancellazione scatterà “quando qualcuno ci comunicherà il tuo decesso”, spiega Facebook. Verranno quindi eliminati, “in modo definitivo”, “tutti i messaggi, le foto, i post, i commenti, le reazioni e le informazioni” presenti sulla piattaforma. Se invece un utente ambisce a far sopravvivere il proprio profilo a se stesso, può nominare un “contatto erede”. Cioè un altro iscritto responsabile della trasformazione in “account commemorativi”. Il profilo non comparirà più tra i suggerimenti di amicizia e accanto al nome comparirà la dicitura “in memoria di”. Ma per il resto non cambia molto: in base alle impostazioni sulla privacy, gli amici potranno continuare a commentare e condividere ricordi.

Post mortem online: istruzioni per l’uso

Instagram ha una procedura diversa. Un parente può chiedere la rimozione o la trasformazione in account commemorativo (ma servono i documenti che attestino la morte e il legame). Il profilo non comparirà più nella sezione esplora ma, a differenza di Facebook, l’account commemorativo non può essere aggiornato o modificato.

Twitter non fornisce a nessuno e per nessun motivo i dati per accedere all’account del caro estinto. Se ne può chiedere la rimozione, passando però dalle carte, come il certificato di morte.

Simili sono le procedura per la chiusura dell’account di LinkedIn e Google. Big G offre però anche un’altra possibilità: l’utente può configurare la sorte del proprio profilo. Mountain View dichiara la morte digitale se l’account resta inattivo per un certo periodo (con opzioni dai 3 ai 18 mesi). Una volta arrivati a scadenza, in base alle ultime volontà, l’account verrà eliminato oppure sarà contattato un altro utente, con il quale condividere alcuni contenuti.

Il profilo di Apple (con tutto quello che c’è dentro, dalle app ai film), “non è trasferibile”. Può solo essere eliminato, inviando i documenti che attestino il trapasso.

Un team si occuperà di vagliare le richieste di chiusura account per Amazon. La piattaforma di e-commerce, però, bada al sodo: nella pagina dedicata, poche righe dopo aver fatto le condoglianze, chiede di fornire “un indirizzo e-mail e l’ultimo acquisto effettuato” se “desideri che eventuali buoni regalo ti vengano trasferiti”. Un coupon a futura memoria.

Finché chatbot non ci separi

Non c’è solo la gestione della vita biologica nell’aldilà digitale. Alcune applicazioni dell’intelligenza artificiale ambiscono a sfumare il confine tra l’una e l’altro. Diverse società puntano a trasformare un timore (che i nostri dati ci sopravvivano) in una risorsa (ricreare interazioni realistiche anche dopo la morte). Funzionano un po’ come il software di “Be Right Back” (Torna da me), episodio di Black Mirror in cui una giovane donna interagisce con il compagno morto, ricostruito in chat grazie alla raccolta dei suoi dati online.

Eternime è una società statunitense che fa proprio questo. Gli utenti che si propongono mettono a disposizione quello (tanto) che si può sapere dalla loro attività online: foto, post, messaggi. Al momento del trapasso, Eternime impacchetta tutto e lo trasforma in un avatar con cui chattare. Secondo il fondatore Marius Ursache, “si muore tre volte”: “Quando non ci prendiamo cura di noi stessi, quando ci mettono nella tomba e quando il nostro nome è pronunciato per l’ultima volta”. L’obiettivo di Urache è evitare la terza. E se l’idea può sembrare inquietante, ci sono già 46580 persone che hanno deciso di provarci.

Ehi Alexa, riportalo in vita

HereAfter ha lo stesso obiettivo, ma ci mette di mezzo la voce e utilizza un altro strumento per la raccolta dei dati. La società registra (di persona) una sorta di audio diario. Chi decide di iscriversi racconta aneddoti, episodi del passato, consigli per il futuro, canzoni preferite. L’intelligenza artificiale li rimescola, creando un avatar da ascoltare tramite smart speaker. Basta scaricare un’app per interpellare la nonna defunta come fosse Alexa.

L’idea del co-fondatore James Vlahos è nata registrando la voce del padre, cui era stato diagnosticato un cancro. Da lì è nato “Dadbot”, un software installato sullo smartphone che interagiva con il figlio. “In questo modo ho sempre mio padre in tasca”, ha detto Vlahos. Anche l’idea di Replika è nata da un addio. La co-fondatrice Eugenia Kuyda aveva creato un chatbot partendo da migliaia di messaggi ricevuti da un amico scomparso, Roman. Tra il 2015 e il 2017, la startup ha ricevuto circa 11 milioni di dollari di finanziamenti e cambiato direzione. È sempre un bot che dialoga, ma si nutre delle discussioni con gli utenti (vivi). Un confidente digitale, per il presente. Qui, però, più che vicini a Black Mirror, siamo dalle parti di Her.

Agi