Google estende l’assistenza per alcuni problemi legati al Pixel 4 XL, ma solo in alcuni paesi

Gli ultimi modelli di Pixel lanciati da Google non hanno ottenuto il successo che l’azienda si aspettava, ma ora l’azienda sta cercando di limitare il malcontento tra i clienti grazie all’assistenza post vendita. L’azienda di Mountain View, a distanza di quasi un anno dallo stop alle vendite di Pixel 4 e il Pixel 4 XL sul proprio store ufficiale (ma resta disponibile tramite rivenditori terzi), ha infatti comunicato che riparerà gratuitamente il solo modello XL fino ad un anno dopo la scadenza della garanzia, ma solamente negli Stati Uniti, Singapore, Canada, Giappone e Taiwan.

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Google ha lanciato questo programma di riparazione esteso per la versione più grande del suo dispositivo di punta del 2019, ma coprirà solamente specifici problemi legati all’alimentazione. In particolare, i problemi dovranno essere legati all‘impossibilità di accendere il telefono oppure alla ricarica con un adattatore o un caricatore wireless. Qualche speranza ci sarà anche per i dispositivi che continuano a riavviarsi o a spegnersi senza motivo e per le batterie che si scaricano molto più velocemente di prima.

Come già detto, tutto questo sarà purtroppo possibile solamente nei seguenti paesi: Stati Uniti, Singapore, Canada, Giappone e Taiwan. Per maggiori informazioni, i clienti dovranno recarsi sulla pagina dedicata di Google che spiega come approfittare del programma in base alla propria località. Negli Stati Uniti, per esempio, si dovrà portare il dispositivo in una sede uBreakiFix oppure accedere al sito web del centro riparazioni di Google per iniziare il processo.

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Google estende l’assistenza per alcuni problemi legati al Pixel 4 XL, ma solo in alcuni paesi

Google fa il lifting alle sue emoji, probabilmente in vista di Android 12

Se in questi giorni le news relative alle emoji si sono intensificate c’è un perché: domani 17 luglio si festeggia l’Emoji Day. Società come Samsung e Adobe hanno approfittato per pubblicare degli interessanti report che potete recuperare nel nostro articolo dedicato.

Anche Google a quanto pare non si è lasciata sfuggire l’occasione per svelare qualche novità a riguardo. Il suo progetto open source Noto Emoji, quello da cui attinge per le emoji di Android e Chrome OS, si sta “aggiornando”, con tutta una serie di modifiche, più o meno rilevanti, che riguarda il set di faccine e simboli.

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Ecco un esempio che paragona un set di vecchie emoji con quelle nuove appena aggiornate:

Le emoji con i simboli sono più lucide e vantano tonalità di colore diverse. Altre invece sono state completamente ridisegnate.

Non sappiamo ancora quando il nuovo set farà il suo debutto su Chrome OS e Android. Probabile che Google aspetti il lancio di Android 12. Nel frattempo potete dare un’occhiata al set completo nella gallery sottostante: la prima immagine rappresenta le vecchie versioni, la successiva il set nuovo.

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Google fa il lifting alle sue emoji, probabilmente in vista di Android 12

Google Play Libri come una parete di casa: arrivano gli scaffali personalizzati (foto)

Dopo il rinnovamento da parte di Google delle sue app che iniziano con il prefisso “Play”, sono solamente Store, Giochi e Libri ad essere rimaste all’interno della famiglia. Questo a causa delle modifiche apportate a Google TV e YouTube Music. Un nuovo aggiornamento che l’azienda di Mountain View ha rilasciato per Google Play Libri, permetterà agli utenti di creare autonomamente degli scaffali personalizzati per una migliore organizzazione dei contenuti.

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Come si può vedere anche dalla galleria a fondo articolo, nella scheda “Biblioteca” c’è una nuova sezione “Scaffali” collocata tra “I tuoi libri” e “Serie”. Richiesta fortemente dai più assidui lettori di Play Libri, questa sezione permette di creare e organizzare i libri in “collezioni a tema” secondo le proprie esigenze.

“Abbiamo creato uno scaffale per i nostri ebook da leggere obbligatoriamente per “Estate 2021”. Puoi anche designare i tuoi “preferiti di sempre” in modo da avere sempre una lista di raccomandazioni pronta. Crea uno scaffale “Ascolto in famiglia” per gli audiolibri che tieni da parte per un viaggio in famiglia. Gli scaffali personalizzati rendono facile trovare il libro giusto al momento giusto”

Google Play Libri

Un pulsante “Crea nuovo” nella parte inferiore dello schermo chiederà all’utente di dare un nome al nuovo scaffale. Dopodiché, premendo a lungo su qualsiasi opera, verrà visualizzato il pulsante “Aggiungi allo scaffale“. Oltre ad ottenere una lista di collezioni esistenti, è possibile generarne rapidamente altre. Nel frattempo, i nuovi filtri permettono di navigare per lingua, fascia di prezzo e vedere i libri scontati, che saranno segnalati agli utenti anche tramite delle notifiche di sconto personalizzate su Android.

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Google Play Libri come una parete di casa: arrivano gli scaffali personalizzati (foto)

Google Home si prepara a ricevere due funzioni interessanti per Nest Hello

L’app Google Home sta per ricevere due nuove funzioni interessanti per i possessori del campanello smart Nest Home: nel codice dell’ultima versione dell’app sono stati trovati riferimenti a Quiet Time e Quick Responses.

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Quiet Time è una modalità “non disturbare” per il campanello: quando è attiva, all’interno dell’abitazione non sarà riprodotto il classico suono (che invece sarà possibile ascoltare all’estero), non si verrà disturbati da Google Assistant e l’app si limiterà ad inviare una notifica per avvisare l’utente che qualcuno ha bussato alla porta. Quick Responses invece consente di impostare dei messaggi audio da far riprodurre al campanello, nel caso in cui non sia possibile recarsi direttamente sull’uscio di casa.

Queste funzioni, per il momento attivabili sono dall’app Nest, arriveranno presto anche sull’app Google Home, che continua a confermarsi un vero e proprio hub per gestire tutta la domotica senza passare per software esterni.

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Google Plus torna a comparire in diverse email, ma non sta inviando segnali dall’oltretomba

Il funerale di Google Plus, tentativo da parte di Google di diffondere un proprio social network, è stato celebrato da ormai un paio di anni. Questa piattaforma torna però a far parlare di sé, e a quanto pare sta inviando dei segnali dall’oltretomba. Come si può vedere anche nello screenshot a fondo articolo, sembra che a qualche utente sia arrivata una mail nella quale viene avvisato del fatto che un fantomatico GooglePlusBot che sta giocando con il suo account Instagram.

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Questa situazione si è presentata agli utenti Android che hanno provato a reimpostare la loro password di Instagram, ma potrebbe accadere anche con altri account. Durante questo processo, gli utenti ricevono un avviso via email di un nuovo login sul loro account effettuato da qualcosa che si fa chiamare GooglePlusBot. Tutto questo è abbastanza inquietante, ma sembra che ci sia una spiegazione.

Quello che sembra accadere potrebbe essere una conseguenza del fatto che l’applicazione Messaggi prova a generare un’anteprima del link di reset che gli viene inviato. Così facendo, il servizio responsabile di questo passo si identifica come GooglePlusBot e resta tracciato all’interno della mail. Quando Instagram invia un link ma poi riceve questa connessione inaspettata da Google, i suoi server segnalano la discrepanza e fanno scattare l’allarme. Non c’è quindi motivo di allarmarsi, ma se volete disattivare le anteprime dei link potete farlo dalle impostazioni dei Messaggi.

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Google Plus torna a comparire in diverse email, ma non sta inviando segnali dall’oltretomba

Chrome di Google dirà addio ai cookie di terze parti nel 2023

Chrome, il browser di Google, potrebbe eliminare i cookie di terze parti entro la fine del 2023. Lo afferma Big G in un post sull’evoluzione di Privacy Sandbox. L’iniziativa, lanciata nel 2019, punta a sviluppare soluzioni collaborative e open source che proteggano la privacy degli utenti senza danneggiare imprese e sviluppatori che poggiano sulla pubblicità e sull’offerta di contenuti gratuiti.

Fino a oggi, Chrome e altre realtà hanno messo in campo più di 30 proposte, di cui quattro già in fase di sperimentazione. Obiettivo: tecnologie principali “pronte per la distribuzione entro la fine del 2022, affinché la comunità degli sviluppatori possa iniziare ad adottarle”. Si passerebbe poi a “eliminare gradualmente i cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi, cominciando verso metà del 2023 e fino alla fine dell’anno”.

Perché i tempi sono così lunghi

I tempi non sono brevissimi, come riconosce a più riprese Google: l’obiettivo “richiede un progresso condiviso e un ritmo responsabile”. Chrome deve avere “un tempo adeguato” per “valutare le nuove tecnologie, raccogliere i feedback e riflettere sui processi”. Non è semplice come spegnere un interruttore: Privacy Sandbox sta cercando un complicato punto di equilibrio tra la protezione della privacy e i modelli di business – come quello di Google – che campano di pubblicità (anche grazie ai cookie). Si tratta quindi di conciliare interessi avvertiti spesso (a ragione) come contrapposti, attraverso il coinvolgimento di sviluppatori, editori e autorità di regolamentazione. I tempi, quindi, si allungano non solo per ragioni tecniche ma anche per l’esigenza di mediare.

Google è però convinta che il progetto sarà “un vantaggio per tutti”. Trovare soluzioni alternative permetterebbe di mitigare le perdite provocate dagli ad-blocker (i software che bloccano la pubblicità online), ricalibrare le metriche che decretano il successo di una campagna e scoraggiare la sostituzione dei cookie con “altre forme di tracciamento individuale”, ancora più invasive, come il fingerprinting (una tecnica di tracciamento che raccoglie “l’impronta digitale” di un dispositivo, assemblando dati utili per profilare chi lo utilizza).

Cosa vuol dire (in pratica)

Il termine cookie è ormai familiare a molti utenti. Lo è da quando, nel 2019, l’Ue ha imposto l’obbligo di consenso attivo: nella prassi, è quel messaggio che compare quando entriamo su un sito, spesso approvando senza pensarci troppo. Delegare alla scelta dell’utente è sì una tutela in più, ma non ha certo limitato il potere di tracciamento. I cookie sono infatti “pezzetti” di codice che riconoscono l’utente, fornendogli una navigazione personalizzata (con pubblicità su misura).

Vuol dire che, grazie alle soluzioni di Privacy Sandbox, i cookie saranno eliminati del tutto? No. Saranno eliminati solo quelli di terze parti, cioè quelli che raccolgono dati e personalizzano gli annunci durante tutta la navigazione, su pagine web diverse. È un po’ come se Mario, identificato per strada, venisse seguito in casa, in ufficio e in palestra dallo stesso occhio. Resteranno invece attivi i “cookie originali” (o di prima parte): sono quelli creati da un sito, che personalizzano l’esperienza (pubblicitaria e non) solo su quel sito. Mario viene riconosciuta solo quando entra in casa. La differenza è notevole, perché i cookie di terze parti – sapendo come si comporta Mario in diversi luoghi e contesti – possono ricreare un profilo molto più dettagliato.

Cosa si può fare già adesso

Nel 2023, quindi, potrebbero esserci dei passi avanti ma non ci sarà la fine del tracciamento. Sia perché – come dice Google – ci sono già sistemi alternativi invasivi (come il fingerprinting), sia perché altri browser (di default) e lo stesso Chrome (tramite le impostazioni) permettono già di bloccare i cookie. Basta aprire il browser da computer, cliccare sull’icona dei tre puntini in alto a destra e poi su “Impostazioni”. Nella sezione “Privacy e sicurezza”, selezionare “Cookie e altri dati dei siti” e scegliere l’opzione: “Accetta tutti i cookie”, “Blocca tutti i cookie”, “Blocca cookie di terze parti nella modalità di navigazione in incognito”, “Blocca cookie di terze parti”.

La mossa di Big G, però, è più complessa di un aggiornamento delle impostazioni: non vuole solo eliminare i cookie di terze parti ma trovare un’alternativa. Certo: è uno sforzo funzionale al business di Google, che guadagna dalla pubblicità. Ma è comunque uno sforzo destinato ad avere ampie ripercussioni e andare oltre il bilancio di Mountain View, se non altro per una questione di scala: Chrome detiene quasi due terzi del mercato dei browser. La quota di Safari, che però gira solo su dispositivi Apple, è attorno al 18%. Firefox si ferma poco oltre il 3%.

Le fasi della Privacy Sandbox

Guardando da qui al 2023, Privacy Sandbox seguirà “un rigoroso processo di sviluppo pubblico in più fasi”. La prima discute “le tecnologie e i relativi prototipi in forum come GitHub o gruppi W3C”. C’è poi una fase di test. Una delle tecnologie già arrivata a questo punto (e che Google definisce “incoraggiante”) è la Federated Learning of Cohorts (FloC): aggrega le persone in gruppi (coorti) caratterizzati da interessi simili. In questo modo i dati vengono resi anonimi ed elaborati a livello di dispositivo, mantenendo privata sul browser la cronologia web di ogni utente. Anche se le prime simulazioni sono state positive, Google riconosce che “il risultato dipende dalla forza dell’algoritmo utilizzato da FLoC per eseguire i raggruppamenti e dal tipo di segmento di pubblico che si intende raggiungere”. Tradotto: c’è ancora da lavorare.

Una volta completato il processo di sviluppo, si passerà alla fase di adozione e all’eliminazione graduale dei cookie di terze parti. Dopo aver completato i test e aver lanciato le API, inizierà (dalla fine del 2022) una fase di transizione, durante la quale editori e investitori avranno il tempo di migrare i servizi e Chrome potrà ricevere informazioni e suggerimenti. Secondo le previsioni, questa fase dovrebbe durare circa nove mesi. Dalla metà del 2023, “Chrome eliminerà gradualmente il supporto ai cookie di terze parti nell’arco di un periodo di tre mesi che terminerà alla fine dell’anno”.


Chrome di Google dirà addio ai cookie di terze parti nel 2023

L’Irlanda non vuole aumentare le tasse ad Apple e Google

Il governo irlandese vorrebbe mantenere le agevolazioni fiscali per le multinazionali che hanno una loro sede nel paese, come Apple, Google e Microsoft.Le nazioni del G7 e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo di principio secondo cui tutti i paesi membri dovrebbero attivare un’imposta minima sulle società del 15%. L’Irlanda aveva precedentemente espresso preoccupazione per […]

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L’Irlanda non vuole aumentare le tasse ad Apple e Google

Nuovo aggiornamento per Google Chat: arrivano i filtri per la ricerca (foto)

Google Chat è disponibile per tutti gli utenti (prima era necessario avere un account Google Workspace) solo da una settimana ma è già arrivato il primo aggiornamento, focalizzato sul miglioramento della funzionalità di ricerca.

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A partire dalla versione Android, è infatti arrivata la possibilità di utilizzare dei comodi filtri di ricerca: basterà recarsi nella schermata di ricerca cliccando sulla barra per vedere la nuova interfaccia. Oltre a filtrare i risultati per data, anche secondo intervalli di tempo prestabiliti, sarà possibile specificare le conversazioni o i gruppi in cui andare ad effettuare la ricerca. Inoltre è presente il filtro per gli allegati, a scelta tra file Google Doc, PDF o video.

L’aggiornamento è al momento disponibile solo su Android, sia attraverso l’app Google Chat che l’app Gmail. Il client web e iOS riceveranno la ricerca con i filtri entro la fine del prossimo mese.

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Nuovo aggiornamento per Google Chat: arrivano i filtri per la ricerca (foto)

L’archiviazione illimitata e gratuita di Google Foto non dovrebbe esistere più, e invece…

La nuova politica di archiviazione di Google è entrata in vigore il 1 giugno scorso e ha rimosso definitivamente il piano di backup illimitato gratuito per Google Foto, ma ci sono degli utenti che sono stati più fortunati di altri. Alcune persone sono infatti state in grado di caricare diversi giga di media senza che occupassero nemmeno un briciolo dello storage del loro account. A tutto questo c’è però una spiegazione.

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Le nuove politiche di Google sono entrate in vigore dal 1 giugno, ma non da subito per tutti. L’azienda di Mountain View sta infatti implementando gradualmente la cosa, e non tutti gli utenti hanno perso immediatamente la possibilità di caricare illimitatamente e gratuitamente le loro foto e video su Google Foto. Questo trattamento di riguardo durerà comunque poco, perché prima o poi tutti gli account dovranno sottostare alla nuova politica.

Oltre al motivo già spiegato, c’è anche un’ulteriore spiegazione. Un ritardo nell’elaborazione degli ultimi media potrebbe non aver inciso direttamente sul contatore di spazio totale disponibile.

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L’archiviazione illimitata e gratuita di Google Foto non dovrebbe esistere più, e invece…

Google consentirà di scegliere il motore ricerca su Android. Ma solo in Europa

AGI – Google cede alle pressioni dell’Ue e annuncia che consentirà agli altri motori di ricerca sul mercato di poter essere scelti gratuitamente dagli utenti come ‘predefiniti’ sui dispositivi Android in Europa. Lo ha annunciato la società in un post sul proprio blog ufficiale.

La mossa di Mountain View arriva dopo l’affondo dell’Unione europea che nel 2018 aveva accusato la società di trarre un indebito vantaggio competitivo sui propri sistemi operativi multandola per 4,24 miliardi di euro. “Abbiamo rispettato la sentenza del 2018”, si legge nel post, che continua: “In dialogo con la Commissione europea, siamo andati anche oltre” introducendo “una schermata di scelta che chiede agli utenti di Android di scegliere un motore di ricerca predefinito”.

Sui dispositivi Android “le persone possono scegliere liberamente quali applicazioni usare, scaricare e impostare come predefinite”, scrive Oliver Bethell, direttore dell’area legale della società, “e le ricerche dimostrano che gli europei sanno come cambiare facilmente i motori di ricerca se desiderano farlo”. “A seguito di ulteriori feedback da parte della Commissione, stiamo apportando alcune modifiche finali alla schermata con le scelte multiple, compresa la partecipazione gratuita per i motori di ricerca ritenuti idonei”, si legge ancora nel post, che conclude: “Aumenterà anche il numero di motori di ricerca mostrati sullo schermo. Questi cambiamenti entreranno in vigore da settembre di quest’anno sui dispositivi Android”. 


Google consentirà di scegliere il motore ricerca su Android. Ma solo in Europa

Google come Apple: in arrivo lo stop al tracking degli utenti per scopi commerciali

Si profilano interessanti novità nel panorama dei dispositivi mobili, e in particolare per gli utenti che hanno un device Android e che usano i servizi Google. BigG ha deciso di percorrere una strada appena tracciata da Apple sul tema della privacy.

La novità consiste nel fatto che Google permetterà ai suoi utenti di stoppare il tracking per scopi commerciali sui suoi servizi. La notizia è stata riportata da Bloomberg e già confermata da Alphabet, la società interna a Google. In questo contesto Google ha anche riferito che nel Play Store verrà creata una sezione dedicata alla privacy, dove gli utenti potranno anche consultare il tipo di dati per cui sono stati tracciati.

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La novità appena confermata da Alphabet arriva in parallelo alla recente App Tracking Transparency introdotta da Apple proprio per incrementare gli strumenti a disposizione degli utenti iOS per salvaguardare la loro privacy.

La novità di Google arriverà entro la fine del 2021 per tutti i dispositivi aggiornati ad Android 12, mentre le precedenti versioni dovranno attendere la prima parte del 2022. In entrambi i casi si tratterà di un aggiornamento dei Google Play Services.

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Google come Apple: in arrivo lo stop al tracking degli utenti per scopi commerciali

Tra Apple e Google: ecco Harmony Os, il nuovo ecosistema liquido di Huawei

È il primo ecosistema mobile a nascere oltre il duopolio Google-Apple. E adesso, con il lancio di nuovi dispositivi e del sistema operativo HarmonyOS 2, si capisce meglio come sarà: Huawei ha scelto di essere l’anello mancante tra i due americani.

Un ecosistema piantato nell’hardware, come Apple: con i nuovi smartphone, tablet e auricolari, arrivano anche gli schermi e c’è un cambio di passo negli smartwatch. Ma un ecosistema più aperto rispetto a quello della Mela, per dialogare con dispositivi intelligenti che non vengono fatti in casa, come forni e frigoriferi, e spingere l’IoT. L’Internet delle cose, d’altronde, supporta ed è supportato dall’altro grande business della società cinese, la connettività. Tutto si tiene.

Con il lancio globale si delinea così in modo più preciso la traccia che Huawei ha dato al suo percorso: 1 + 8 + N. Uno smartphone come hub principale, otto classi di dispositivi in stretta connessione (dai tablet agli speaker fino ai visori) e un numero imprecisato di servizi da sfruttare anche al di là degli hardware marchiati da Shenzhen.

Un ecosistema liquido

L’infornata di nuovi prodotti non è scindibile da HarmonyOS. Come ha sottolineato Andreas Zimmer, Head of Product Huawei CBG Europe, “il sistema operativo è legato all’hardware e l’ecosistema è legato al sistema operativo”.

Si tratta quindi di dispositivi “nativi”, cioè creati con in testa l’idea di funzionare bene con il quel software. E infatti questo lancio globale, in attesa di avere per le mani HarmonyOS (che arriverà nei prossimi mesi su un centinaio device), punta molto “sull’interazione multi-dispositivo”. Parla di un ambiente digitale com se fosse un “super dispositivo coeso e olistico”.

Il sistema operativo ha infatti un pannello di controllo che permette di gestire e collegare i device con un semplice trascinamento.Ad esempio, se si vuole guardare un film, basta aprire il Pannello di controllo e spostare l’icona del monitor su quella del telefono: il film passerà dal telefono alla tv. Stessa gestualità se si vuole passare dall’audio dello smartphone a quello degli auricolari, i FreeBuds.

A confermare l’integrazione c’è il “Multi-device Task Center”: in sostanza, permette di far funzionare le app su diversi dispositivi senza che siano installate singolarmente su ognuno di essi.

La porta aperta all’IoT

Come detto, l’ampia gamma di hardware e la spinta per sfruttare i vantaggi dell’integrazione di un ecosistema fluido ricordano l’approccio di Apple. Guardando all’IoT, però, Huawei si apre in maniera più simile al vecchio partner (Google-Adroid). Non che a Shenzhen vogliano creare versioni diverse del proprio sistema operativo per altri produttori. Ma HarmonyOS lascia una porta dell’ecosistema aperta, per far entrare i dispositivi IoT. Permette di collegare lo smartphone con elettrodomestici di alcuni marchi (come Midea e Haier). Basta appoggiare il telefono sul forno o collegarlo al frigo per gestire preparazioni e temperature.

Rispetto all’ultimo EMUI (il sistema operativo di Huawei basato su Android), HarmonyOS afferma di avere “migliorato la fluidità delle operazioni di sistema del 42%”: uno smartphone sarebbe quindi in grado di mantenere velocità di lettura e scrittura simili a quelle di un telefono appena acquistato anche dopo 36 mesi di utilizzo, anche quando lo spazio di archiviazione si riduce.

Watch 3 tra sport e salute

Huawei ha rimarcato il concetto di ecosistema anche con un corposo lancio di nuovi dispositivi. Il Watch 3 (anche in versione Pro) è il primo smartwatch nato con a bordo HarmonyOS. “È un prodotto premium, ma fac iamo un passo alla volta”, ha affermato Zimmer. Come a dire che non c’è l’obiettivo immediato di scavalcare i leader del segmento.

L’orologio supporta fino a 100 modalità di allenamento, monitora la temperatura, rileva le cadute (con allarme in automatico), ricorda l’assunzione di farmaci. Insomma: come altri smartwatch di ultime generazione, muove dal fitness e dal benessere per approdare alla salute e guardare alla medicina.

Dal punto di vista stilistico, il dispositivo è caratterizzato da un quadrante rotondo e da una corona girevole, che diventa il principale strumento di controllo. Oltre alla connettività e all’integrazione con gli altri prodotti, Huawei ha evidenziato la durata della batteria rispetto ai concorrenti: ul Watch 3 arriva a 3 giorni in modalità smart e 14 giorni in modalità ultra lunga (cioè con un risparmio della batteria spinto che limita alcune funzionalità). Il Watch 3 Pro (caratterizzato anche da materiali di maggior pregio rispetto al fratello minore) arriva a 5 giorni in modalità smart e 21 giorni in modalità ultra lunga.

Auricolari e tablet

Huawei ha anche lanciato la quarta versione degli auricolari senza fili (i FreeBuds), il nuovo tablet MatePad (anche inversione Pro) e i MateView, esordio nel campo dei monitor. I FreeBuds 4 hanno alleggerito il cofanetto caricabatterie del 20%, si sono dotati diuna tecnologia di cancellazione attiva del rumore più evoluta e sono passati da uno a due microfoni.

Si rinnova anche il tablet MatePad. La versione Pro è dotata di un display Oled da 12,6 pollici, con un rapporto schermo/corpo del 90%, il più alto sul mercato. Dotato dei chipset della serie Kirin 9000 (altro tassello fatto in casa Huawei), il tablet è accompagnata dalla seconda generazione di M-Pencil, con pennino rivestito in platino e 4.096 livelli di forza.

L’esordio nel settore dei monitor

Ultimi ma non ultimi, i due display MateView. Huawei esordisce nel mercato degli schermi stand-alone (cioè indipendenti da altri dispositivi). Indipendenti ma non divisi, visto che anche in questo caso si spinge sul concetto di ecosistema (si possono ad esempio collegare wireless con smartphone e pc, agendo sul pannello di controllo per “trasferire” video e altri contenuti).

“Con il lancio dei monitor della serie Mate, facciamo il nostro ingresso nel comparto dei monitor stand alone confermando la nostra vocazione all’integrazione e alla connessione senza soluzione di continuità”, ha commentato Pier Giorgio Furcas, Deputy General Manager Huawei CBG Italia. Il MateView è un monitor dall’estetica più tradizionale, da 28,2 pollici con risoluzione 3840×2560. Il MateView GT è invece uno schermo curvo 21:9 pensato per i videogiochi: i suoi 34 pollici supportano una risoluzione di 3440×1440.  


Tra Apple e Google: ecco Harmony Os, il nuovo ecosistema liquido di Huawei

L’immagine profilo dell’account Google può essere modificata anche dall’app Gmail (foto)

Recentemente, l’app Gmail ha ricevuto diverse nuove funzioni che l’hanno resa “fondamentale” per la produttività: infatti è possibile gestire non solo le mail, ma anche riunioni e chiamate provenienti da Meet. Con un nuovo aggiornamento, è stata aggiunta la possibilità di cambiare l’immagine profilo del proprio account Google direttamente dall’app Gmail.

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Per fare ciò, è necessario aprire il menù laterale cliccando sull’icona della propria immagine profilo, in alto a destra: da qui, si potranno gestire altri eventuali account salvati nell’app. Come potete vedere anche dalla gallery in basso, sull’immagine profilo è presente una piccola icona a forma di fotocamera: cliccando su di essa si potrà selezionare una nuova foto profilo.

Tale funzionalità era già arrivata sull’app Contatti di Google e con tutta probabilità arriverà anche su app come Drive o Meet. Questa feature è disponibile sia su Gmail per Android che per iOS e viene attivata tramite un aggiornamento lato server.

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L’immagine profilo dell’account Google può essere modificata anche dall’app Gmail (foto)