Khaby Lame è diventato tiktoker più seguito al mondo

AGI – Un sorpasso che è di “soli” trecentomila follower ma che pesa tantissimo: con 142,5 milioni di follower Khaby Lame, 22 anni, di origini senegalesi, in Italia da quando ha un anno (ma non ha la cittadinanza italiana), è il tiktoker più seguito al mondo. Ha staccato proprio stamattina Charli D’Amelio, ballerina e creator americana con 142,2 milioni di follower.

In piena emergenza pandemia, nel 2020, Khaby è stato licenziato dalla fabbrica in cui era impiegato a Chivasso, nel torinese: era un operatore di macchine a controllo numerico. Con il desiderio di far sorridere (e di passare il tempo) è sbarcato a marzo 2020 su TikTok. Con video di pochi secondi, piuttosto semplici, è riuscito a conquistare un pubblico molto più vasto di quanto lui stesso si sarebbe aspettato.

 

Tra i video che hanno lasciato il segno lui stesso ricorda “quello dello specchietto retrovisore o del freno a mano. Ma anche quello realizzato con Alessandro del Piero con protagonista una mela. Per non dimenticare quello della banana”. Nel 2021 Khaby Lame ha superato Addison Rae diventando il secondo influencer più seguito, mentre il 9 agosto dello stesso anno aveva superato i 100 milioni di follower.

“L’ispirazione per i miei video parte da lontano – aveva detto proprio in quell’occasione – risale a quando da bambino guardavo “Willy, il principe di Bel-Air” con Will Smith. Adoravo la sua comicità come ho adorato anche tutti i suoi film. Così, ho deciso di registrare alcuni sketch su YouTube con un mio amico e, anche se le visualizzazioni erano pochissime, mi divertivo molto a realizzarli”.

Un consiglio ai creator? “Credo sia sufficiente che ti piaccia davvero quello che fai e ami ciò che sei e come ti mostri agli altri. E poi il resto arriverà di conseguenza”. 


Khaby Lame è diventato tiktoker più seguito al mondo

La proposta di Venezia ai ‘remote workers’ di tutto il mondo

AGI – Dallo smart working, praticato da casa, allo smart working da qualsiasi città in cui ci possa trovare o anche trasferire. È la nuova tendenza dell’e-residency per i nomadi digitali. Ispirata al progetto Tulsa remote working, il nuovo corso ha preso le mosse negli Stati Uniti in piena era lockdown, a Tulsa, seconda città più grande dello Stato dell’Oklahoma, la 47esima più popolosa degli Stati Uniti, che ha lanciato un appello ai lavoratori a distanza per trasferirsi: “Ti pagheremo per lavorare da Tulsa”, il motto, offrendo in partenza 10.000 $ quale somma forfettaria per incentivare, ad esempio, l’acquisto di una casa.

Dall’inizio della pandemia Tulsa ha registrato oltre 10 mila domande di trasferimento per poter andare a lavorare in condizioni ritenute vantaggiose all’interno d’una comunità che mette a disposizione spazi di coworking e fornisce occasioni di lavoro e collaborazioni con altri imprenditori locali. “Ho un figlio di tre anni ed è stato davvero un bene per lui e per la nostra famiglia stare qui. Siamo in grado di permetterci un posto più grande in cui vivere. Abbiamo un cortile in cui giocare. E alcune di queste cose che non potevamo permetterci in California si sono rese più facili da fare qui a Tulsa”, dichiara Stefania Lloyd, di Santa Barbara, coordinatrice di eventi, nel corso di una delle tante testimonianze che si trovano pubblicate sul sito.

Sulla stessa falsariga, a partire da dicembre scorso la Fondazione Venezia, organizzazione per la tutela del patrimonio culturale cittadino, e l’Università di Ca’ Foscari hanno promosso il progetto “Venywhere” per incoraggiare la diffusione nella città lagunare di un nuovo modello di residenzialità legato, in particolare, ai cosiddetti anywhere workers, lavoratori da ogni dove e allo stesso tempo da nessun luogo in particolare, con lo scopo di combattere o, quantomeno, arginare lo spopolamento della città arrivata al suo minimo storico di abitanti: 50 mila contro i 174 mila degli anni Cinquanta. E invertire così il declino residenziale favorendo una forma di ripopolamento cittadino con lavoratori disponibili a trasferirsi in laguna per un periodo di tempo: da un minimo di sei mesi a un anno e anche più, l’augurio recondito.

I promotori di “Venywhere” ritengono infatti che Venezia sia un laboratorio ideale per poter sperimentare e favorire nuovi metodi di lavoro e di residenza trascorrendovi più tempo anziché una semplice vacanza. Anche Firenze, nel corso dell’aprile di un anno fa, ha lanciato un programma similare e la speranza è che le città d’arte che sono più dipendenti dal turismo di massa e dal fenomeno della gentrificazione possano riscattarsi, arricchendosi di nuove energie attivando una offerta di nuovi servizi e opportunità economiche per la comunità locale.

Il fenomeno del lavoro da remoto è infatti ormai diventato una componente importante e irreversibile del nuovo panorama lavorativo mondiale post Covid-19 e sue varianti, e offre al tempo stesso un’opportunità senza precedenti per ripensare il ruolo delle città e la loro stessa organizzazione, attraendo imprese e lavoratori qualificati. Sul sito della Fondazione Venezia si può infatti leggere che spesso “si tratta di ‘lavoratori della conoscenza’ che in città storiche come Venezia possono trasformarsi in una specifica categoria di residenti temporanei, tanto più numerosa quanto più perfezionati sono i dispositivi messi a disposizione per l’individuazione di abitazioni funzionali alle loro particolari esigenze.

Questa specifica categoria di residenti crea una nuova dimensione nelle dinamiche abitative, rivitalizzando e rafforzando la domanda di servizi dei residenti ‘ordinari’”, cosicché la presenza di questi lavoratori “può risultare strategica per il consolidamento di attività di vicinato, artigianali, commerciali e di servizio in senso stretto, contribuendo altresì al loro sviluppo”. 

Per quanto riguarda Venezia il progetto partirà a pieno regime dal prossimo settembre ma già dall’imminente mese di marzo avrà luogo una fase pilota di sperimentazione in collaborazione con Cisco, azienda leader mondiale delle tecnologie abilitanti le modalità di lavoro innovativo. Sedici dipendenti della società di San Josè in California, provenienti però da diversi paesi europei, testeranno infatti per tre mesi questa nuova esperienza, sperimentando non solo la funzionalità della piattaforma “Venywhere” e l’impatto che tutta l’iniziativa potrà avere sulla città di Venezia, comprese le tecnologie del futuro del lavoro e tutte le forme di collaborazione tra le persone e i team che vi sono distribuiti.

Attiva da sole poche settimane, la piattaforma “Venywhere” ha già registrato l’interesse di oltre 15 mila persone con oltre 1.200 iscrizioni di workers disponibili al trasferimento in laguna per aprirsi ad una nuova modalità di lavoro e di vita in una città nuova come Venezia, attiva e al tempo stesso coinvolgente. Trenta-quarantenni per lo più provenienti dagli Usa e dal Nord Europa disposti a far base in città per un periodo di sei mesi base. Ma la Fondazione Venezia si augura che essi possano anche restare e dar vita così ad una nuova colonia di residenti. Secondo uno slogan: “Workers from anywhere”, lavoratori da qualsiasi luogo.


La proposta di Venezia ai ‘remote workers’ di tutto il mondo

Anche la Cannabis sbarca nel mondo degli NFT

AGI – Che succede quando si mettono su una stessa linea gli NFT (token non fungibile) e una community di appassionati di cannabis e criptovalute, di stanza perdipiù nel Metaverso?

Succede che anche la cannabis, come sta succedendo ai beni più disparati (come video e film, meme, quadri e opere d’arte di ogni tipo) viene “tokenizzata” viene cioè venduta, certificata NFT, il che significa che è unico al 100% e non può essere negoziato per sostituzione, in una linea premium che promette sconti, confezioni speciali e la possibilità di partecipare ad eventi esclusivi. L’idea è del Crypto Cannabis Club (che vende i suoi prodotti legalmente in California) e l’iniziativa parte a marzo.

Cannabis certificata

Che vuol dire acquistare un NFT del Crypto Cannabis Club? Vuol dire anche acquistare cannabis certificata (prodotta in un tempo e in un luogo preciso, raccolta secondo determinati criteri e con certe qualità).

Effetto community

Il Crypto Cannabis Club (che al momento conta 21 mila iscritti) non è nuovo a iniziative legate agli NFT. “Nel luglio 2021  – ha raccontato al Financial Times Ryan Hunter, il ceo della società – abbiamo lanciato una raccolta di NFT di personaggi ispirati alla cannabis. Si chiamano NFTokers e sono stati molto popolari nelle comunità di cannabis e NFT. Da quando abbiamo lanciato la nostra collezione, abbiamo lavorato costantemente per costruire una comunità di appassionati di criptovalute e cannabis”. 

“Abbiamo una community Discord molto attiva, ospitiamo sessioni settimanali su Twitter Spaces e abbiamo ospitato diversi eventi per i membri della nostra community nel mondo reale. Stiamo costruendo proprietà Metaverse e un gioco basato su NFT per i membri della nostra community”. 

E il Metaverso?

Ryan Hunter, considerato un veterano delle industrie della tecnologia, della finanza e appunto della cannabis, ha le idee chiare sulla redditività del Crypto Cannabis Club e degli NFT.

Numeri alla mano: “Chi ama le criptovalute, i giochi e l’arte digitale è solitamente anche un consumatore di cannabis“: il 60% dei membri della community acquista cannabis mensilmente e l’altro circa il 40% acquista cannabis settimanalmente, “il che – ed è questo il punto – è molto interessante per i nostri partner di prodotti e accessori di cannabis”. 

A chiudere il cerchio c’è il Metaverso, territorio inesplorato (e inesplorabile?). “Non credo che le grandi aziende tecnologiche saranno in grado di sviluppare un’approssimazione virtuale autentica e coinvolgente delle community della cannabis. È qui che entriamo in gioco. Stiamo costruendo la più grande community di cannabis nel Metaverso”, che abbracci il mondo virtuale e reale (ammesso che la distinzione abbia ancora senso).


Anche la Cannabis sbarca nel mondo degli NFT

Anker presenta il caricatore da 100W più piccolo al mondo

Anker si conferma una delle aziende maggiormente attive nel settore degli accessori per dispositivi mobili e per PC, lanciando un nuovo caricatore rapido dalle peculiarità interessanti.

Il nuovo prodotto si chiama Anker Nano II 100W. Si tratta di un caricatore in grado di supportare una potenza in output pari a 100W. È dotato di due ingressi USB Type-C e uno di tipo A. Chiaramente l’output massimo a 100W sarà possibile quando si collega un solo dispositivo. Le dimensioni contenute lo rendono il caricatore al nitruro di gallio con output da 100W più piccolo al mondo.

In termini di standard supportati troviamo anche la tecnologia PowerIQ 3.0 di Anker per ottimizzare la ricarica, insieme al supporto per USB Power Delivery 3.0 PPS. Grazie a questo il caricatore dovrebbe superare anche la super ricarica rapida di Samsung.

Il nuovo caricatore di Anker dovrebbe arrivare nel mercato statunitense a marzo a un prezzo pari a 79 dollari (circa 69€).

L’articolo Anker presenta il caricatore da 100W più piccolo al mondo sembra essere il primo su Smartworld.


Anker presenta il caricatore da 100W più piccolo al mondo

Il robot più ‘umano’ del mondo presentato a Las Vegas

AGI – È in grado di sorridere, mostrare stupore, sgranadre gli occhi, ammiccare come se fosse un umano, ma in realtà è un robot: Ameca, il robot più ‘umano’ al mondo è stato presentato al Consumer Electrics Show (Ces) di Las Vegas, conquistando l’attenzione. La sua ‘esistenza’ era già stata svelata l’anno scorso in un video, divenuto virale, ma finora non era mai stato mostrato in pubblico. 

Creato dalla società britannica Engineered Arts, al momento non è in vendita ma è usato solo per fini di ricerca, educativi e di intrattenimento. Il robot ha gestualità ed espressioni facciali da essere umano e interagisce con i ricercatori, grazie alle videocamere negli occhi, al riconoscimento dei volti e ai microfoni in emtrambe le orecchie.

Parla, ascolta e risponde alle domande, ma non cammina: l’azienda ci sta lavorando ma probabilmente ci vorranno ancora 12-18 mesi prima che sia possibile creare un prototipo con questa funzionalità. 


Il robot più ‘umano’ del mondo presentato a Las Vegas

Vodafone si butta nel mondo NFT: all’asta per beneficienza il primo SMS della storia

Il mondo NFT è sempre più popolare: i non-fungible token (qui è spiegato per bene il loro funzionamento) hanno conquistato anche Vodafone, che ha deciso di mettere all’asta il primo SMS della storia.

Quest’ultimo venne trasmesso attraverso la rete Vodafone il 3 dicembre 1992 e fu ricevuto dal dipendente Vodafone Richard Jarvis ad una festa di Natale: si tratta di un messaggio di 15 lettere che recita “Merry Christmas”. La società metterà all’asta, il prossimo 21 dicembre 2021, l’NFT relativo al messaggio tramite la casa d’aste Aguttes in Francia e si potrà pagare anche in criptovaluta Ether.

Maximilien Aguttes ha dichiarato in merito: “il primo libro stampato, la prima telefonata, la prima email: tutte queste invenzioni hanno cambiato la nostra vita e la nostra comunicazione nel mondo. Questo primo SMS ricevuto nel 1992 è una testimonianza storica del progresso umano e tecnologico. Ha trasmesso un messaggio di gioia, ‘Buon Natale’“.

Vodafone devolverà tutti i proventi dell’asta all’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, per sostenere gli 82,4 milioni di persone costrette a fuggire dalle proprie abitazioni a causa di conflitti e persecuzioni. Christian Schaake, Head of UNHCR’s Private Sector Partnerships Service, ha dichiarato: “La tecnologia ha sempre avuto il potere di innovare e cambiare il mondo. Attraverso questa combinazione di tecnologia innovativa e movimento per il bene sociale, l’UNHCR può continuare ad aiutare i rifugiati e le persone che sono state costrette a lasciare la loro casa, dando l’opportunità di trasformare le loro vite e costruire un futuro migliore per sé stessi, i loro cari e le comunità in cui vivono”.

L’articolo Vodafone si butta nel mondo NFT: all’asta per beneficienza il primo SMS della storia sembra essere il primo su Mobileworld.


Vodafone si butta nel mondo NFT: all’asta per beneficienza il primo SMS della storia

Un tablet su tre venduto nel mondo è un iPad (foto)

IDC ha appena condiviso la sua consueta analisi del mercato tablet e Chromebook rapportata al secondo trimestre del 2021. Il quadro generale è positivo per il settore, soprattutto per Apple che si conferma leader.

La tabella che trovate qui sotto mostra la top 5 dei produttori di tablet per quota di mercato: vediamo come Apple domina il settore tablet con i suoi iPad, detenendo una quota di mercato quasi doppia rispetto a Samsung che occupa la seconda posizione. In altre parole quasi un tablet su tre che viene spedito al mondo è un iPad. In generale tutti i produttori sono cresciuti rispetto al secondo trimestre 2020, eccetto Huawei che segna un -53%.

Azienda2Q21 Spedizioni2Q21 Market Share2Q20 Spedizioni2Q20 Market ShareCrescita anno su anno
1. Apple12.931.9%12.532.1%3.5%
2. Samsung8.019.6%7.018.0%13.3%
3. Lenovo4.711.6%2.97.4%64.5%
4. Amazon4.310.7%3.69.3%20.3%
5. Huawei2.15.1%4.511.5%-53.7%
Altri8.521.0%8.421.7%0.7%
Totale40.5100.0%38.9100.0%4.2%

LEGGI ANCHE: Nothing ear (1), la recensione

La tabella che invece trovate qui in basso mostra l’andamento del settore dei Chromebook nel secondo trimestre 2021: HP e Lenovo detengono le principali quote di mercato, con Samsung che si affaccia nella top 5 grazie a un +172% rispetto a quanto venduto durante il secondo trimestre 2020. In generale, il mercato dei Chromebook ha fatto registrare un’incoraggiante crescita del 70% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Azienda2Q21 Spedizioni2Q21 Market Share2Q20 Spedizioni2Q20 Market ShareCrescita anno su anno
1. HP4.335.0%2.027.4%115.7%
2. Lenovo2.621.0%1.419.6%81.2%
3. Acer1.915.3%1.521.2%21.7%
4. Dell1.814.5%1.419.8%23.9%
5. Samsung0.97.0%0.34.3%179.2%
Altri0.97.1%0.67.8%53.2%
Totale12.3100.0%7.3100.0%68.6%

Per maggiori dettagli sui numeri presentati da IDC vi suggeriamo di leggere il report completo disponibile a questo indirizzo.

L’articolo Un tablet su tre venduto nel mondo è un iPad (foto) sembra essere il primo su AndroidWorld.


Un tablet su tre venduto nel mondo è un iPad (foto)

Automattic fa propria Pocket Casts ed entra nel mondo dei podcast

Automattic, l’azienda alle spalle di WordPress e Tumblr, continua a espandere i suoi confini e ora ha deciso di addentrarsi nel mondo dei podcast grazie all’acquisizione di Pocket Casts, la popolare piattaforma presente sia per i dispositivi mobili Android e iOS, ma anche su desktop e Web.

Pocket Casts era in vendita dallo scorso gennaio, dopo essere stato acquisito da un consorzio americano di stazioni radio pubbliche nel 2018, tra i proprietari citiamo nomi quali National Public Radio (NPR) e WNYC Studios. Però, nonostante la sua notorietà, nel corso del 2020 il servizio ha subito delle perdite finanziare significative che immoterebbero a più di 800.000$ .

LEGGI ANCHE: Tutta la linea iPhone 13 sarà dotata del più aggiornato Wi-Fi 6E

Non sono noti i dettagli finanziari legati a questa acquisizione, ma secondo quanto riferito dalla stessa Automattic, la piattaforma manterrà le sue funzionalità come anche i suoi co-fondatori, Philip Simpson e Russell Ivanovic, continueranno a guidare il team che finora ha portato avanti il progetto. Infatti, continueranno a essere disponibili le funzioni per la ricerca e riproduzione dei podcast, e inoltre ci sarà una profonda integrazione tra WordPress.com e Pocket Casts, rendendo più facile la distribuzione e l’ascolto dei podcast.

L’accesso a Pocket Casts è gratuito tramite le applicazioni per iOS e Android. È inoltre possibile acquistare un abbonamento annuale che consente invece il suo utilizzo tramite le versioni web, Windows e macOS. Supporta anche la riproduzione tramite Apple Watch, CarPlay, Android Auto, Sonos e Alexa.

L’articolo Automattic fa propria Pocket Casts ed entra nel mondo dei podcast sembra essere il primo su AndroidWorld.


Automattic fa propria Pocket Casts ed entra nel mondo dei podcast