Mazzata alla pirateria online, sequestrati 58 siti web e 18 canali Telegram 

AGI – La Guardia di Finanza di Gorizia ha posto sotto sequestro preventivo 58 siti web illegali e 18 canali Telegram che, attraverso 80 milioni di accessi annuali, è stato calcolato rappresentino circa il 90% della pirateria audiovisiva ed editoriale in Italia. Con l’operazione ‘Evil web’, che ha portato a quattro denunce, gli inquirenti hanno focalizzato l’attenzione sia sul mondo della pirateria, sia sul sistema illegale delle cosiddette Iptv.

Le indagini partite in Friuli Venezia Giulia nei confronti di una persona che si nascondeva col nickname Diabolik, si sono estese prima in Puglia ed Emilia Romagna e poi all’estero (Germania, Olanda e Stati Uniti).  

I quattro denunciati – oltre a Diabolik, altri tre che si facevano chiamare Doc, Spongebob e Webflix – secondo le Fiamme gialle sono divenuti nel tempo “veri e propri oracoli della rete” dediti alla diffusione,  anche con servizi di messaggistica istantanea e broadcasting , di film di prima visione, prodotti audiovisivi appannaggio delle pay tv, eventi sportivi di ogni genere, cartoni, pornografia, software, giornali, riviste e manuali.     

Nell’ambito dell’indagine sulle Iptv illegali, sono in corso accertamenti per identificare circa un migliaio di abbonati al cosiddetto ‘pezzotto’ che verranno segnalati alla magistratura per la violazione della legge sul diritto d’autore, con pene previste fino a 3 anni di reclusione e oltre 25 mila euro di multa. I clienti rischiano l’accusa di ricettazione.  

Il Colonnello Antonino Magro, comandante della Gdf di Gorizia, ha ricordato come secondo recenti studi l’impatto negativo in termini di Pil della pirateria audiovisiva è pari a circa 500 milioni di euro ed il rischio in termini di posti di lavoro è di circa 6000 unità, con un danno per l’economia italiana che sfiora  il miliardo e cento milioni di euro. 

Agi

Ora Google mostra informazioni sugli incendi in tempo (quasi) reale su Maps e nelle ricerche online (video e foto)

Nei momenti di emergenza avere la informazioni giuste sull’ambiente che ci circonda è essenziale e può letteralmente fare la differenza tra la vita e la morte. Se ne sono accorti in prima persona alcuni ingegneri di Google quando anni fa scoppiò un piccolo incendio vicino alla loro sede di Haifa in Israele e online non appariva nulla: “le ricerche confermavano solo un mucchio di dettagli che già conoscevamo, ma niente sul grande incendio fuori dalle nostre finestre“.

Proprio per colmare questo vuoto informativo, Google ha annunciato di aver rilasciato un importante aggiornamento per il suo motore di ricerca e per Maps che mette in evidenza eventuali incendi boschivi. Il cambiamento climatico globale infatti ha reso sempre più frequenti gli episodi di combustione in natura e Paesi come gli Stati Uniti se ne sono accorti in prima persona negli ultimi anni.

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Dopo una lunga sperimentazione con il centro di gestione delle emergenze della California, la nuova funzione è stata ufficializzata oggi. Se si cerca su Google un incendio in corso, i risultati mostrano una mappa con i confini delle fiamme aggiornata in tempo quasi reale (circa una volta all’ora) oltre che notizie pertinenti, informazioni ufficiali e indicazioni sul comportamento da tenere sotto un banner rosso con la scritta “SOS Alert”.

Aprendo Google Maps invece vengono evidenziate le strade chiuse ed eventuali percorsi consigliati per evitare pericoli e blocchi stradali. La linea del fuoco è evidenziata in rosso ed è generata dall’Earth Engine di Mountain View usando i dati satellitari forniti dalla National Oceanic and Atmospheric Administration. Al momento il servizio riguarderà solamente gli USA, ma BigG ha dichiarato di voler implementare la novità anche in altre nazioni insieme ad ulteriori funzioni per le emergenze. L’unica vera pecca è che serve avere una connessione internet, qualcosa che non va dato per scontato in certe situazioni.

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Dove si va in vacanza nella Fase 2? Cosa dicono le prenotazioni online

L’estate è alle porte, ma l’Italia non si è ancora lasciata del tutto alle spalle l’emergenza coronavirus. Complici le incertezze sugli spostamenti consentiti nei prossimi tre mesi, le difficoltà economiche e la probabile scarsità di ferie a disposizione (molti le hanno dovute consumare nei primi giorni di lockdown), la proverbiale vacanza potrebbe slittare alla fine dell’anno. Abbiamo chiesto ad Expedia.it, agenzia di viaggi online che offre oltre 435.000 alberghi in tutto il mondo, di spiegarci se gli italiani si stanno già guardando attorno per le vacanze del prossimo autunno/inverno. 

L’estate in Italia, ma per l’inverno non ci sono dubbi

“In molti sognano di poter tornare a volare verso posti lontani, anche se al momento nessuno sa ancora se questi viaggi saranno possibili”, spiega all’AGI Michele Maschio, responsabile relazioni esterne di Expedia.it. “Per quanto riguarda i viaggi di fine anno, gli italiani che possono permetterselo stanno probabilmente sognando un’estensione di un’estate più breve o che potrebbero passare al lavoro”. In cima alla classifica delle mete più desiderate per viaggiare da ottobre a dicembre 2020, quindi, ci sono le Maldive. In top 10, poi, altre mete di mare: dalla Polinesia Francese a Dubai, fino alle classiche mete del Mar Rosso, Hurghada e Sharm el Sheikh. 

Se nell’autunno, insieme a queste mete esotiche, i dati rivelano interesse anche verso metropoli come New York, Londra, Roma, Amsterdam e Parigi, tra gennaio e febbraio 2021 il sogno di molti italiani sembra essere soltanto quello di godersi il sole in spiaggia: Phuket, Zanzibar, Tenerife, Repubblica Dominicana, è un tripudio di paradisi terrestri dove cercare il relax. 

Spendere di più, ma essere sicuri di poter rinunciare

Secondo Maschio, “chi prenoterà lo farà in modo un po’ diverso rispetto al passato, preferendo le tariffe aeree flessibili e gli hotel completamente rimborsabili, con un occhio indubbiamente attento alle possibili restrizioni e ai rischi sanitari dei singoli stati”. 

Ma il trend di prenotazioni flessibili non riguarda soltanto il prossimo inverno. Già oggi, prosegue il manager di Expedia.it, gli utenti “stanno prenotando soprattutto tariffe hotel completamente rimborsabili fino anche a 24 ore prima del check-in”. Una tendenza “destinata a consolidarsi in un mondo post-coronavirus”, spiega Maschio. In che modo? “I viaggiatori preferiranno pagare un po’ di più per avere la certezza di poter cancellare la propria prenotazione, invece che risparmiare con le tariffe non-rimborsabili”.

L’estate? A Roma prenotando last minute

Expedia ha registrato un altro dato interessante: luglio e agosto, i periodi normalmente più vacanzieri, non stanno accendendo la fantasia degli italiani. “Le ricerche si stanno concentrando da un lato sulle prenotazioni dell’ultimo minuto per andare in vacanza nelle prime settimane di giugno – prosegue Maschio – e dall’altra per viaggi tra tre o quattro mesi. Il periodo luglio-agosto al momento sembra creare ancora incertezza e si può provare ad ipotizzare che sarà prenotato last-minute di settimana in settimana”. 

Per l’estate, ed è un altro aspetto da sottolineare, tra le mete più cercate non c’è il mare: in cima alla classifica delle destinazioni, infatti, spunta Roma. La costiera romagnola è al secondo posto, mentre è il Salento a chiudere il podio. In top ten, dietro ad Argentario, Calabria e Sardegna, ecco altre sorprese che hanno poco a che fare con spiagge e mare: ci sono Trentino e Sud Tirol, Val d’Aosta, le valli alpine lombarde e il lago di Garda. “Possiamo interpretare queste destinazioni come la voglia di aria fresca, grandi spazi e camminate salutari – sostiene Maschio – Ma potrebbero essere anche un’ovvia conseguenza del fatto che chi vive in Veneto, Lombardia e Piemonte, le zone più popolose e tra le più colpite del Paese, sta pensando ad un’estate di viaggi di prossimità in destinazioni raggiungibili velocemente in auto”. 

Gli occhi dei turisti tedeschi sull’Italia

A Expedia abbiamo chiesto anche di spiegarci se ci sono segnali di una ripresa del turismo straniero verso l’Italia. “È difficile fare previsioni, considerando le diverse restrizioni e le incertezze nelle riaperture dei confini. Ma il Paese europeo dove riscontriamo già un grande interesse a prenotare viaggi per questa estate è senza ombra di dubbio la Germania”, spiega Maschio. “Che abbiano voglia di viaggiare è un buon segno, perché i tedeschi sono indubbiamente turisti fondamentali per tantissime destinazioni, inclusa l’Italia, visto che tra gli stranieri che di solito prenotano soggiorni nel nostro Paese, al primo posto per distanza ci sono proprio i tedeschi”. 

L’Italia dovrà però vedersela con Spagna, Croazia e Grecia, le altre mete più battute dai turisti tedeschi. A loro, spiega Maschio, quest’anno si sono aggiunte altre concorrenti: le città tedesche sul Baltico. “Senza possibilità di volare oltreoceano e senza certezze di poter lasciare la Germania, abbiamo riscontrato un livello di domanda altissimo per vacanze sul Baltico richieste appunto da tedeschi”.

Agi

Se vi siete registrati ad Aptoide negli ultimi anni, i vostri dati personali potrebbero essere online (foto)

Arrivano notizie poco confortanti per la privacy degli utenti Android che hanno usufruito dei servizi di Aptoide, una dei più noti database di app di terze parti. Nelle ultime ore sono trapelati online significativi dettagli sulla violazione della privacy degli utenti registrati ad Aptoide.

Secondo quanto riportato da ZDNet, un hacker avrebbe diffuso le informazioni personali di ben 20 milioni di utenti registrati ad Aptoide. La stessa ZDNet è riuscita a entrare in possesso di una copia dei dati personali diffusi online, secondo quanto riferito dal servizio Under the Breach si tratterebbe dei dati personali degli utenti registrati ad Aptoide tra il 21 giugno 2016 e il 28 gennaio 2018. Lo stesso hacker avrebbe riferito di essere in possesso dei dati personali complessivi di 39 milioni di utenti.

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Per dati personali si intende informazioni che potrebbero portare all’identificazione degli utenti: dunque parliamo di indirizzi email, password, nomi e cognomi, indirizzo IP, dati di accesso. Oltre a queste sarebbero presenti anche informazioni di natura più tecnica come lo stato dell’account, token di registrazione. Il database di informazioni personali sarebbe disponibile al download libero in formato PostgreSQL (in galleria ne avete un esempio).

La stessa ZDNet ha avvertito Aptoide del data breach, ma il noto database di app di terze parti non ha ancora commentato la vicenda. Se siete tra gli utenti registrati al servizio nel periodo indicato vi suggeriamo un controllo di sicurezza su tutti gli account correlati alle informazioni trapelate online.

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AndroidWorld

I videogiochi online congestionano la rete e non è facile rallentarli

Lavoro da remoto, videolezioni, streaming e videogiochi online: con milioni di persone costrette in casa per l’emergenza coronavirus, l’infrastruttura che permette di navigare su internet e di usufruire dei diversi servizi digitali è posta sotto un’enorme pressione.

Se la rete ha complessivamente resistito nelle prime settimane di quarantena, facendo registrare però numerosi casi di rallentamenti a macchia di leopardo nel Paese, la preoccupazione diffusa è che ulteriori misure restrittive per il movimento delle persone possano portare a un picco di utilizzo di banda tale da rendere impossibile la connessione per tanti. Finendo così per impedire ai ragazzi di seguire le lezioni digitali attivate dalle scuole e dalle università o agli adulti di lavorare da casa.

Una preoccupazione che ha spinto le istituzioni europee a chiedere ai giganti dello streaming online di fare subito qualcosa. E alla chiamata hanno risposto YouTube e Netflix, con l’annuncio di riduzione di qualità dello streaming dei loro video: eliminazione della risoluzione Hd per il primo, riduzione del bitrate del 25 per cento per il secondo. Minore definizione delle immagini corrisponde infatti a un minor “peso” di dati sulla rete. E quindi a più spazio per “far passare” altro traffico dati.

Più complessa è invece la gestione di un altro servizio che consuma una enorme quantità di banda: il gaming online. Negli ultimi giorni, complici i milioni di ragazzi che non possono andare a scuola, la quantità di dati usati in Italia per giocare in rete a titoli come Fortnite o Call of Duty (che propio in questi giorni ha pubblicato la sua modalità “battle royale” in stile Fortnite) è aumentata enormemente.

Come spiegato ad Agi dal cto di FastWeb Andrea Lasagna, già martedì 10 marzo l’operatore aveva registrato un aumento del 30 per cento del traffico sulla sua rete rispetto al giorno medio. “L’impennata è stata una combinazione di fattori. Da una parte la progressiva estensione della quarantena, dall’altra il rilascio di un titolo molto atteso dai videogiocatori, Call of Duty Warzone, che ha consumato parecchia banda. Ma nei giorni e nelle ore successive, il traffico è calato ma resta molto sostenuto”, ha dichiarato Lasagna. Parole in linea con quanto affermato da Tim che, secondo quanto detto dal suo amministratore delegato Luigi Gubitosi e riportato da Bloomberg, avrebbe visto un aumento del 90 percento del traffico dati, in gran parte “con un grosso contributo dato dai giochi online come Fortnite”.

Di più: oltre al normale consumo di traffico necessario per giocare contro altre persone in giro per il mondo, i videogame online portano a dei picchi di consumo della banda quando vengono rilasciati degli aggiornamenti (modifiche o nuove aggiunte al gioco). Milioni di gamer che in contemporanea scaricano pacchetti di aggiornamento pesanti anche decine di giga possono portare al sovraccarico dell’infrastruttura. Sempre Fastweb ha comunicato un incremento del 400 percento del traffico del gaming online in corrispondenza del rilascio degli aggiornamenti di Fortnite e Call of Duty.

Ridurre il consumo di banda del gaming online come per lo streaming dei video è però impossibile. Netflix e Youtube, che erogano i loro video, possono facilmente abbassarne la qualità garantendo comunque a tutti i loro utenti la visione dei contenuti desiderati. Nei videogiochi online invece il “traffico” di dati con i server viene utilizzato per garantire un’esperienza di gioco fluida e reattiva, visto che anche un rallentamento inferiore al secondo può causare una sconfitta: abbassare questo tipo di consumo dei dati significherebbe rendere inutilizzabili i videogiochi più amati.

Il livello di dettaglio della grafica nei giochi online non è infatti demandato al server, ma al computer o alla console che il singolo utente sta utilizzando a casa sua. Fanno eccezione i sistemi di gaming in streaming come Google Stadia, che però a oggi costituiscono una fetta davvero marginale del mercato.

L’unico modo per abbassare il peso del gaming online sulla rete potrebbe essere quindi quello di limitare il numero di persone che possono giocare. Una soluzione complessa dal punto di vista realizzativo (le piattaforme di gaming sono numerose e su più piattaforme) e che non sembra al momento allo studio.

Da quanto ricostruito da Agi, le principali società di videogiochi che offrono servizi online non hanno in programma l’istituzione di un “numero chiuso” ai loro giochi, e anzi si sono moltiplicate negli ultimi giorni le offerte di titoli da scaricare a prezzi scontati o gratuitamente proprio per incentivare le persone a non muoversi da casa.

Agi

I fan di Samsung sono stufi dei chip Exynos: scatta la petizione online per invocare gli Snapdragon

L’annosa questione è riesplosa a seguito del lancio della gamma Galaxy S20. Perché in Europa (e in altre parti del mondo) Samsung vende i suoi smartphone equipaggiati con chip Exynos, quando le controparti con Snapdragon di Qualcomm offrono prestazioni migliori e un’autonomia maggiore?

Un recente casus belli lo abbiamo registrato in occasione del lancio europeo di Galaxy S10 Lite, animato dallo Snapdragon 855 e, a detta anche degli addetti ai lavori, visibilmente più rapido e scattante rispetto ai più blasonati fratelli della serie Galaxy S10, sul mercato da quasi un anno, con la controparte Exynos. Infine, a seguito dell’arrivo sul mercato dei Galaxy S20, i fan del produttore coreano hanno deciso di far sentire la propria voce.

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Tramite una petizione sulla piattaforma change.org, migliaia di utenti stanno chiedendo a gran voce che Samsung adotti i chip Snapdragon per tutti i suoi dispositivi Android, senza più distinzioni fra aree geografiche. Negli Stati Uniti infatti, i Galaxy S20 (e i loro predecessori) montano SoC Qualcomm e la differenza in termini di prestazioni e autonomia è tangibile.

Difficilmente una petizione potrà influire in modo concreto sulle strategie di un mega colosso come Samsung, però non è escluso che questa sollevazione popolare non spinga i vertici del produttore coreano a riflettere sull’ipotesi. Oppure, che la prendano come un pungolo per migliorare i propri chip, tentando di colmare la distanza con Qualcomm.

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Come funziona l’e-learning. Viaggio nella didattica online

Che si chiami didattica a distanza o e-learning, la sostanza è quella: il coronavirus e le scuole chiuse hanno forzato l’utilizzo delle piattaforme digitali per l’istruzione. Com’è già successo in Cina (su scala ben più ampia), lo studio via smartphone ha in pochi giorni rivoluzionato le abitudini dei studenti e insegnanti, ma anche la composizione dei download. Piattaforme per la didattica e soluzioni per videoconferenze hanno superato social e giochi nelle classifiche delle app più scaricate.

Da Google a Microsoft

Come per lo smart working, la tecnologia è lì da anni. Ma solo adesso sta entrando nelle case di milioni di persone. Alla fine di febbraio, il Miur ha pubblicato una pagina dedicata alla didattica a distanza. È “un ambiente di lavoro in progress per supportare le scuole nel periodo di chiusura legato all’emergenza coronavirus”. Il ministero indica due piattaforme, che hanno messo a disposizone le proprie risorse: G-Suite for Education e Office 365 Education A1. La prima è il pacchetto di Google. Oltre a prodotti generalisti come Gmail e Drive, ce ne sono di più specifici. Hangouts Meet consente di comunicare via chat e videoconferenza, fino a 250 partecipanti, e con streaming fino a 100.000 utenti. L’applicazione Classroom consente di “creare classi virtuali, distribuire compiti e test, dare e ricevere commenti su un’unica piattaforma”. Office 365 Education A1 è invece di Microsoft. Include Teams, che permette di attivare videoconferenze, videochiamate, lavagne digitali, collaborazione tra classi e archivio dei file.

Le piattaforme che portano le classi online

Le piattaforme per l’e-learning non si fermano ai grandi gruppi. Quella italiana che raggiunge più docenti e studenti è WeSchool. Fondata da Marco De Rossi con il nome di Oilproject, aiuta gli insegnati a “portare le loro classi online e rendere la loro didattica digitale”. Sono circa 2 milioni gli studenti che accedono ogni mesi alla sezione Library, popolata da videolezioni. Moodle è una piattaforma open source utilizzata dalle aziende per fare formazione, ma anche dagli insegnanti per digitalizzare parte dei percorsi educativi. Edmodo dà la possibilità di organizzare il lavoro della classe, sia sui banchi che in cattedra. Offre infatti risorse per scuole, insegnati, studenti e anche per i genitori. Redooc, più che come versione digitale delle classi, si pone come “alternativa online alle ripetizioni” ed è focalizzata su “matematica, fisica, italiano, Invalsi, educazione finanziaria e giochi di logica”. Il Miur cita Bricks Lab, una piattaforma milanese che “permette di creare lezioni multimediali” e “costruzioni didattiche personalizzate”. Le risorse possono essere condivise dai docenti con gli studenti, ma anche con i colleghi, “in modo da mettere a fattor comune il proprio lavoro e beneficiare di quello degli altri”.

Effetto scuole chiuse: le app più scaricate

Come già successo in Cina, anche in Italia le applicazioni per videoconferenze e lezioni a distanza hanno scavalcato TikTok e giochi per smartphone. Secondo i dati di App Annie, le sette applicazioni più scaricate del 6 marzo su iPhone sono legate a istruzione o riunioni da remoto. Nell’ordine: Meet e Classroom di Google, WeSchool, Skype, Edmodo, Zoom (per i meeting) e Microsoft Team. Anche su Google Play (il negozio delle app per Android), Meet e Classroom sono in cima. Edmodo, Teams, Zoom, Skype e WeSchool sono nella top 20.

Zone gialle e rosse: i primi esempi

Prima che la chiusura delle scuole fosse estesa, alcuni istituti delle zone più esposte si erano già organizzati. Alcune delle loro esperienze sono state raccolte dal Miur. Al liceo scientifico Oriani di Ravenna, gli studenti seguono le esercitazioni e le lezioni dei professori tramite le app Classroom e Meet. L’Istituto Prealpi di Saronno sta organizzando lezioni tramite Skype e WeSchool, non tanto per avanzare con il programma quanto per organizzare percorsi di recupero. L’Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino (cui fa capo anche Vo’, in provincia di Padova) ha avviato lezioni trasmesse in diretta dagli insegnanti. Dal 25 febbraio, i professori dell’Istituto Tosi di Busto Arsizio si collegano ogni mattina con gli studenti.

L’esperienza (prima del coronavirus)

Chi aveva già utilizzato le piattaforme di e-learning senza la costrizione del coronavirus ha deciso di mettere a disposizione la propria esperienza. A Indire (un istituto di ricerca del ministero dell’Istruzione) fanno capo il movimento Avanguardie educative e il progetto Piccole scuole. Il primo ha portato avanti l’idea delle “Flipped Classroom”, cioè delle “classi capovolte”: le lezioni si fanno da casa, con video e risorse digitali. Le aule diventano invece spazi-laboratorio, con un approccio pratico. Piccole scuole aggrega quasi 9 mila istituti e 600 mila studenti, con lezioni e progetti condivisi anche grazie all’uso di videoconferenze. I docenti che appartengono a queste due reti educative hanno dato la propria disponibilità a collaborare con i colleghi che, da un giorno all’altro, si sono ritrovati fare lezioni digitali. Hanno organizzato una serie di webinar gratuiti: corsi che vanno dalla privacy alle lezioni di musica, dalle istruzioni sull’uso delle piattaforme fino agli esempi pratici di didattica. Obiettivo: “Diffondere e condividere buone pratiche a sostegno dei processi d’innovazione per il nostro sistema scolastico”. Qualcuno aveva già capito quanto fossero importanti. Anche senza coronavirus. 

Agi

Il coronavirus è l’occasione per il più grande esperimento di corsi universitari online

Quando, a fine gennaio, hanno chiuso la porta delle loro stanze nei campus delle università internazionali fiorite negli ultimi anni in Cina, le migliaia di studenti che si sono messi in viaggio per il capodanno lunare pensavano di tornare dopo una settimana. Ora, un mese dopo l’esplosione della crisi del coronavirus, non hanno idea di quando potranno tornare. Tutte le loro cose sono chiuse negli alloggi di atenei prestigiosi come la Duke Kunshan University, alle porte di Shanghai, o la New York University e la Nottingham, nel cuore della metropoli cinese. Posti che raccolgono studenti da ogni parte del mondo e della elite cinese e che all’improvviso si sono trovati ad affrontare la più grave crisi immaginabile.

Una crisi ha sorpreso le università in pieno secondo semestre, quello che si apre dopo le vacanze di Natale e si chiude a inizio maggio e, non avendo alcuna prospettiva sui tempi per la ripresa della lezioni in aula, non hanno potuto far altro che precipitarsi a mettere a punto un piano B: i corsi online. 

Organizzarsi per tenere un corso online per la prima volta di solito richiede diversi mesi. Le università internazionali in Cina lo ha fatto in meno di tre settimane.

“È stato molto stressante, ma allo stesso tempo ci ha uniti”, ha detto a ‘Inside Higher Education’ Clay Shirky, vicepresidente per le tecnologie educative alla New York University, che ha aiutato i colleghi della New York Shanghai a lanciare i loro corsi online. “Ci è voluto del tempo per renderci conto che avevamo davvero bisogno di spostare il semestre online”, ha detto. “Guardando indietro, vorrei che avessimo telefonato un po ‘prima.”

Più rapida è stata la decisione presa dai vertici della Duke insieme con quelli della DKU. Non appena è stato chiaro che le lezioni nel campus ultramoderno di Kunshan non sarebbero riprese  il 3 febbraio, come previsto, Matthew Rascoff, responsabile dell’e-learning si è sentito dire che entro tre settimane doveva essere tutto pronto per passare alla modalità online. Un’impresa, con 579 studenti universitari e più di 100 docenti sparsi in ogni parte della Cina e del mondo, con  fusi orari diversi e con diversi livelli di accesso a Internet.

“La pressione era altissima”, ha detto Rascoff al giornale online dell’università. “Ma la Duke è attrezzata per farlo. Abbiamo impiegato anni a costruire le infrastrutture per rispondere a una crisi “. Sette anni, per l’esattezza, durante i quali i docenti hanno messo a punto oltre 60 corsi online, tenendo conto di come ogni materia segue diversi principi di apprendimento e sforzandosi di creare gruppi partecipativi e coinvolgenti.

Innanzitutto sono stati identificati gli obiettivi da raggiungere in termini di apprendimento e da lì si è partiti per mettere a punto i materiali dei corsi, gli esercizi, i compiti e gli esami. Il 24 febbraio sono andate online le prime lezioni e studenti da decine di Paesi – sei dal’Italia – si sono connessi per seguirle. “La tecnologia è un fattore abilitante, ma la chiave è l’interazione umana” ha detto Rascoff, “Faccia a faccia o online, stiamo cercando di far sì che la base sia sempre il bon insegnamento e apprendimento basato sull’esperienza”.

Il primo obiettivo era completare il corso di sette settimane interrotto dalle vacanze con lezioni in diretta sulla piattaforma di videoconferenza Zoom e il sistema di gestione dell’apprendimento Sakai per i materiali, gli esami e le discussioni in bacheca insieme con la piattaforma di apprendimento di Coursera.

Le biblioteche di Duke e Duke Kunshan concedono in licenza risorse elettroniche a studenti e docenti che non hanno accesso ai propri libri o biblioteche. La Duke ha portato a Durham, in North Carolina, molti insegnanti della Duke Kunshan che erano sparsi in tutto il mondo, per preparare le lezioni online.

Alla NYU Shanghai fino le cose stanno andando “sorprendentemente bene”, ha detto Jace Hargis, direttore del Centro di insegnamento e apprendimento della New York University. Ha seguito da vicino i progressi da quando sono iniziate le lezioni online, il 17 febbraio. “Il feedback iniziale degli studenti è stato buono, e i docenti riferiscono di sentirsi sempre più fiduciosi nella loro capacità di insegnare online anche se la stragrande maggioranza dei docenti – l’88% – non aveva avuto esperienze significative nell’insegnamento online in precedenza”.

Con docenti e studenti sparsi in tutto il mondo, lavorare in diversi fusi orari è stato impegnativo, ma non impossibile, ha affermato Hargis. “Dieci anni fa, non saremmo stati in grado di farlo: non c’era la  tecnologia”, ha detto. Internet ad alta velocità e progressi nella tecnologia di videoconferenza hanno reso la comunicazione molto più semplice. Attraverso webinar, risorse online appositamente create, consultazioni individuali, orari di apertura degli uffici online e molte, molte e-mail, un team internazionale ha lavorato con la facoltà di New York Shanghai per spostare quasi 500 lezioni online.

Le sessioni di formazione si sono concentrate sull’insegnamento ai docenti dell’uso delle due piattaforme di condivisione video, Zoom e VoiceThread, strumenti che consentono di insegnare in modo sincrono o asincrono. Per ridurre il carico di lavoro, la facoltà è stata incoraggiata a concentrarsi sulla preparazione delle prime due settimane del semestre di 14 settimane. Facoltà e studenti hanno accesso a un servizio di chat che funziona per 16 ore al giorno se hanno domande o hanno bisogno di aiuto.

Alla Fort Hays State University, che in Cina offre diversi corsi di laurea attraverso due istituzioni partner, si è lavorato per garantire che i contenuti online fossero accessibili a tutti gli studenti e su tutti i device. “Abbiamo dato priorità all’ottimizzazione per i dispositivi mobili: portatili, tablet e smartphone”, ha detto Andrew Feldstein, assistente preposto per l’insegnamento dell’innovazione e delle tecnologie di apprendimento all’università, “La prima cosa che ho pensato quando ho sentito che i campus erano chiusi era che questa poteva essere una vera opportunità”, ha detto Feldstein. “Spesso siamo rallentati da processi che non ci mettono nemmeno più in discussione. Questo ci ha permesso di guardare tutto sotto una nuova luce.”

 

Agi