Recensione Samsung Galaxy A23 5G: la proposta economica 2022

La sottile confezione di questo Galaxy A23 5G contiene all’interno solo il cavo USB-C/USB-C. L’alimentatore non è più un accessorio incluso, portando questa nuova abitudine anche nella fascia degli smartphone più economici.

Samsung Galaxy A23 5G è uno smartphone Samsung abbastanza standard per il suo design. La scocca è in plastica opaca, che nella colorazione nera trattiene un po’ di impronte. In mano il dispositivo non è particolarmente leggero (visti i suoi 197 grammi), ma viste le dimensioni generose questo peso è ampiamente distribuito sulla sua superficie e quindi questo si utilizza tutto sommato con discreta semplicità. Non c’è certificazione per l’impermeabilità, ma ci sta vista la fascia di prezzo.

L’hardware di questo Galaxy A23 5G è quello di uno smartphone economico. Abbiamo uno Snapdragon 695 octa core da 2,2 GHz, con GPU Adreno 619 e 4 GB di RAM. La memoria interna per fortuna è da 128 GB ed è anche espandibile sfruttando una microSD. Abbiamo la connettività 5G (assente ovviamente nel modello Galaxy A23 normale), Wi-Fi ac, Bluetooth 5.1 e chip NFC. Il lettore di impronte digitali è posizionato sul lato in concomitanza del tasto di accensione ed è preciso e abbasntaza rapido. Ottimo il fatto che il carrellino estraibile permetta di mettere due nanoSIM senza rinunciare alla microSD. È presente anche il jack audio per le cuffie da 3,5 millimetri.

Due assenze notevoli: non c’è il sensore di luminosità e non c’è il sensore di prossimità. Il primo è sostituito dal software che sfrutta la fotocamera frontale: i risultati sono discreti, anche se la velocità di adattamento alla luce è inferiore. Il sensore di prossimità è sostituito da un sensore ultrasonico, che dobbiamo dire essersi comportato molto meglio rispetto ai corrispettivi del mondo Xiaomi, pur non essendo perfetto.

Samsung non rinuncia al voler riempire il suo smartphone del maggior numero di fotocamere possibili. Abbiamo infatti ben quattro sensori posteriori, oltre alla selfie cam. La fotocamera principale è da ben 50 megapixel ƒ/1.8 ed è stabilizzata otticamente, una assoluta rarità in questa fascia di prezzo. Le altre fotocamere però iniziano subito a lasciare l’amaro in bocca, già dalla scheda tecnica. La grandangolare è da soli 5 megapixel (ƒ/2.2) e gli altri due sensori (bokeh e macro) sono addirittura da soli 2 megapixel (ƒ/2.4).

La fotocamera principale permette di realizzare scatti discreti, ma non sempre perfetti, soprattutto nella gestione delle forti luci (soprattutto il cielo bianco in questi giorni nuvolosi in cui abbiamo scattato). Buono però il bilanciamento del punto di bianco e la nitidezza delle immagini. Come immaginabile sono decisamente meno interessanti le foto grandangolari. Anche con buona luce la risoluzione risicata non permette di tirare foto fuori all’altezza delle aspettative. Benché perdano evidentemente di nitidezza le foto dalla fotocamera principale rimangono discrete anche con meno luce e la modalità notturna permette anche di far “uscire” anche un po’ di luce in più.

La fotocamera frontale da 8 megapixel ƒ/2.2 è sufficiente, ma anche lei soffre della risoluzione non proprio all’altezza. I video si possono registrare solo in Full HD a 30fps. Sono sufficienti, ma non molto stabili, andando quindi ovviamente a pesare sul risultato finale.

Samsung Galaxy A23 5G è dotato di un display da 6,6 pollici in tecnologia PLS LCD con risoluzione di 1080 x 2408 pixel. Lo schermo quindi è molto ampio ed è anche molto luminoso, nonosante non sia in tecnologia AMOLED, cosa che sarebbe stato lecito aspettarsi visto la storia di Samsung. Benché perda un po’ di luminosità guardando lo schermo in modo più angolato, rimane comunque sembra abbastanza visibile in molte condizioni di luce. In più ha un refresh rate aumentato a 120 Hz ed è protetto da Gorilla Glass 5. Peccato per l’assenza della funziona di always-on, che lo avrebbe di sicuro completato.

Samsung Galaxy A23 5G arriva sul mercato con una versione ridotta della One UI 4. L’interfaccia è praticamente indistinguibile da quella di uno smartphone top di gamma, ma poi scavando fra le impostazioni ci si rende ovviamente conto che l’azienda ha dovuto comunque scendere a qualche compromesso, come quello dell’assenza dell’always-on display già citato. Il software (basato su Android 12 con le patch di ottobre 2022) non è poi particolarmente scattante, pagando sicuramente un hardware da smartphone entry level.

Fra le funzionalità che non troviamo su altri smartphone abbiamo il game launcher e un’opzione per forzare il supporto al multischermo per tutte le app (per esempio anche per Instagram). Abbiamo poi ancora una volta la modalità di utilizzo ad una mano e il doppio account.

La batteria da 5.000 mAh garantisce un’eccezionale autonomia, anche grazie al già citato hardware di non di spicco, che ha come pregio l’avere consumi abbastanza ridotti. È facile con un utilizzo medio poter arrivare gino a due giorni con una singola carica. La ricarica è poi rapida a 25W, anche se l’alimentatore non è incluso in confezione.

Samsung ha lanciato questo Galaxy A23 5G a 349€, un prezzo un po’ alto per un dispositivo di questo tipo. Il mercato lo ha riportato rapidamente nella fascia di prezzo a cui appartiene e oggi si trova su Amazon a circa 230€. Controllate il box a seguire per aggiornamenti (automatici) di prezzo.

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Recensione Samsung Galaxy A23 5G: la proposta economica 2022

Alexa, accendi il televisore! Fire TV Cube 2022, la combo perfetta – RECENSIONE

Fire TV Cube 2022 è il più performante box per l’intrattenimento di casa Amazon e si caratterizza per il controllo vocale Alexa.

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Alexa, accendi il televisore! Fire TV Cube 2022, la combo perfetta – RECENSIONE

Recensione OPPO Pad Air: anche OPPO ha il suo tablet

L’enorme confezione di OPPO Pad Air all’interno nasconde in realtà un contenuto abbastanza standard. Abbiamo infatti un alimentatore da 18W e un cavo USB-A/USB-C.

OPPO Pad Air si presenta alla grande, con una scocca in metallo per buona parte della sua superficie e una banda plastica con una texture 3D molto gradevole, sia alla vista che al tatto. Il tablet è poi spesso solo 6,9 millimetri. Il suo peso di 440 grammi è ben bilanciato fra la qualità costruttiva e la comodità di un tablet da usare tutti i giorni e magari portare con sé.

L’hardware di questo OPPO Pad Air è nella media per i prodotti di questa categoria (e quindi inferiore a telefoni della stessa fascia di prezzo). Abbiamo il processore Snapdragon 680 octa core da 2,4 Ghz con GPU Adreno 610 e processo produttivo a 6 nanometri. La RAM ammonta a 4 GB e la memoria interna è disponibile nei tagli da 64 e 128 GB, con possibilità di espandere questa memoria sfruttando una microSD. Il carrellino estraibile permette infatti proprio di inserire una memoria espandibile, mentre invece non è previsto nessun supporto alle reti 4G/5G (e quindi lo slot per una SIM). Per il resto la connettività è abbastanza standard: Wi-Fi ac e Bluetooth 5.1. Non è presente il chip NFC, il GPS o un jack audio per le cuffie. Si fa perdonare con un audio stereo con quattro speaker di buona qualità. Abbiamo forse sentito più la mancanza di un lettore di impronte digitali. Nel quotidiano sbloccarlo ogni volta con un codice non è il massimo.

Abbiamo una fotocamera principale da 8 megapixel ƒ/2.0 e una fotocamera frontale da 5 megapixel ƒ/2.0. Sufficienti per lo scopo per cui sono state pensate, ma niente di più.

Il display di questo tablet è un ampio 10,36″ in tecnologia IPS. La risoluzione è elevata, visto che parliamo di 2K (1200 x 2000 pixel), anche se purtroppo queste specifiche raccontano solo una parte della storia. Lo schermo infatti non è particolarmente luminoso e questo non solo gli impedisce di supportare la tecnologia HDR, ma soprattutto lo rende meno adatto ad un utilizzo all’esterno. Meglio all’interno dove al massimo della luminosità si riesce a usare senza problemi anche in pieno giorno. La sera sul divano ovviamente non avrete invece nessun problema. Lo schermo non ha un refresh rate aumentato e si ferma invece a 60 Hz.

OPPO ha personalizzato Android 12 presente su questo tablet con la ColorOS for Pad, una versione “ingrandita” della ColorOS per smartphone. Non ci sono particolari funzionalità avanzate, ma il lavoro fatto sulla gestione delle finestre è molto buono. È facile destreggiarsi fra la possibilità di aprire le app affiancate o una sopra l’altra, grazie anche a dalle gesture e a un multitasking molto chiaro. Comodo anche il menù laterale per avviare rapidamente le proprie app preferite. È possibile poi “replicare” lo schermo del proprio smartphone OPPO sul tablet o espandere virtualmente la RAM grazie alla funzione apposita che “ruba” parte della memoria interna a questo scopo. Presente poi il Widevine L1 per la riproduzione dei contenuti streaming in HD.

La fluidità è discreta. Non aspettatevi un sistema particolarmente scattante, ma non siamo mai incappato in blocchi totali del sistema, neanche per pochi istanti.

La batteria da ben 7.100 mAh garantisce circa 3 giorni di utilizzo medio, un po’ meno se lo sfrutterete tutto il giorno come vostro unico dispositivo. La ricarica a 18W può essere considerata rapida, ma vista la capacità generosa della batteria non potete aspettarvi comunque tempi particolarmente ridotti.

OPPO Pad Air arriva in Italia a 299€, che diventano 349€ per la variante con il doppio della memoria interna. Sono prezzi a nostro parere alti. Non sappiamo se sia stata OPPO a fare una valutazione troppo ottimista del valore del tablet o se sia una questione di inflazione e mercato sfavorevole. È disponibile anche su Amazon. Controllate il box a seguire per eventuali sconti nei prossimi mesi.

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Recensione OPPO Pad Air: anche OPPO ha il suo tablet

Spigen Glas.TR Ez Fit: il MIGLIORE vetro temperato per iPhone? Sì, anche per iPhone 14 – RECENSIONE

Il miglior vetro temperato per iPhone? Ecco quali sono le nostre impressioni.

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Spigen Glas.TR Ez Fit: il MIGLIORE vetro temperato per iPhone? Sì, anche per iPhone 14 – RECENSIONE

Recensione Google Pixel Watch: lo amo e lo odio

La confezione di questo smartwatch include all’interno il caricabatteria magnetico e un secondo cinturino in formato large, da usare in alternativa a quello small già presente sull’orologio. Un’ottima soluzione per non avere un unico cinturino con moltissimi fori per le varie misure. Il caricabatteria magnetico è discreto: permette di posizionare l’orologio in qualsiasi modo e anche se il magnete non è fortissimo è difficile sganciare l’orologio per errore.

Google Pixel Watch è disponibile nell’unico taglio da 41 millimetri. Per quanto questo mi faccia personalmente estremamente felice, è una soluzione forse un po’ miope, visto che taglia fuori tutto il pubblico che preferisce (per estetica o necessità) un quadrante più grande. L’orologio è moderno ed elegante, con il vetro curvo che si piega sui bordi nascondendo di fatto il display al suo interno. La forma circolare è molto pulita e l’aggancio a scorrimento dei cinturini fa si che non ci siano altri elementi che potrebbero sciupare questa pulizia. Sul lato destro (ma si può ribaltare invertendo il cinturino) è presente la corona circolare che funge anche da tasto fisico. Ha un buon feedback tattile, aiutata anche da una buona vibrazione. C’è poi un secondo tasto fisico, un po’ nascosto sul retro utile per impostare una scorciatoia predefinita e per le app recenti.

L’orologio è resistente ad acqua e polvere secondo lo standard IP68 e può quindi anche essere usato in acqua per brevi periodi. Difficile dire come sarà la resistenza del vetro frontale sui bordi nel lungo periodo, visto quanto è esposto ad eventuale urti.

Dal punto di vista hardware questo Pixel Watch ha tutto quello che serve: GPS per il posizionamento (fix rapido e preciso), NFC per i pagamenti, LTE/4G opzionale, Wi-Fi N, Bluetooth e 32 GB di memoria interna. Peccato per il processore che è il vecchio Exynos 9110. Non avrete problemi di prestazioni, ma un processore più recente probabilmente avrebbe migliorato la situazione dal punto di vista energetico.

Abbiamo poi anche speaker e microfono (discreti, niente di eccezionale) e sul lato inferiore un bel kit di sensoristica: è possibile registrare il battito cardiaco, l’ossigenazione del sangue e anche fare un ECG. Peccato solo che al momento la misurazione dell’SpO2 non sia attiva.

Lo schermo di questo Pixel Watch è circolare ed è da 1,2 pollici. È in tecnologia OLED e questo gli permette di “sparire” quando lo schermo è spento all’interno del design del prodotto. Lo schermo è anche molto luminoso ed è dotato anche di un sistema che aumenta oltre il limite manuale la luminosità nelle giornate più assolate. La critica che si può fare a questo bellissimo display è quella di essere di fatto troppo piccolo, quantomeno in rapporto alla superficie del display. È vero che l’interfaccia nera è pensata per celare questo difetto, ma più spazio di interazione non avrebbe certo guastato.

Google Pixel Watch è il primo smartwatch con WearOS 3.5 “puro”, ovvero non mascherato dalla One UI del Galaxy Watch 5. Il sistema è estremamente ben disegenato e si prende rapidamente la mano con il posizionamento degli elementi. I quadranti sono tanti e personalizzabili. Molto comodi i comandi rapidi accessibili dalla tendina in alto, fra cui troviamo anche la modalità riposo, che purtroppo non si attiva in automatico quando riconosce che ci siamo addormentati. Sempre qui abbiamo anche una prima versione di Home beta che permette di controllare la domotica nella propria casa grazie a Google Home.

Scorrendo lateralmente nella home troviamo poi i vari widget, che potrete scegliere a mano e che se selezionati aprono la rispettiva applicazione per darvi una più chiara visione delle informazioni. Infine trascinando verso l’alto abbiamo le ultime notifiche ricevute, perfettamente integrate con il proprio smartphone Android, mostrando anche emoji, il logo dell’app e segnalando la presenza di nuove notifiche non viste con un piccolo e discreto pallino sul quadrante. In basso e dove vengono mostrate anche indicazioni come la batteria in esaurimento, la modalità non disturbare e quella riposo. Potrete interagire con le notifiche andando anche a rispondere, ove possibile. Potrete farlo con la voce, con una emoji o digitando il testo. Non ci sono messaggi predefiniti.

È premendo la rotellina fisica che si accede alla lista delle applicazioni. Qui troviamo in bella vista le applicazioni di fitness e salute di Fitbit. Queste hanno completamente sostituito le app Google e per un’ottima ragione. Sono infatti le stesse app che trovereste su uno smartwatch Fitbit e questo è assolutamente un pregio. Potrete infatti impostare obiettivi e modificare i dati visti durante l’attività fisica. I dati registrati durante l’attività fisica sono molto precisi, così come quelli del GPS. Traccia bene anche il sonno e le notifiche di inattività sono puntuali.

Nella lista delle applicazioni spicca ovviamente il Play Store, lo store di Google che permette di scaricare altre applicazioni, direttamente al polso. Tre le funzioni di cui questo orologio si può fregiare non possiamo non citare l’NFC per Google Wallet e l’assistente vocale Google Assistant (anche se per un bug bisogna prima impostare la lingua in inglese e poi modificarla di nuovo in italiano).

Il sistema è generalmente fluido in praticamente ogni occasioni, con solo sporadici cali di frame-rate. Tra le cose che vorremmo veder migliorata di sicuro la gestione del non disturbare, non sincronizzata con lo smartphone, e un maggior controllo su alcune opzioni, come la frequenza del rilevamento del battito cardiaco.

Per gestire questo smartwatch ci vogliono due app: Pixel Watch per gestire la prima configurazione, le watchface e qualche altra opzione secondaria e Fitbit, ovvero l’unico software necessario per verificare la parte di fitness e salute. Per alcune opzioni non fondamentali (come un’analisi più approfondita del sonno) ci vorrà però Fitbit Premium. Il software Fitbit è comunque un enorme passo in avanti rispetto a Google Fit che di fatto diventa inutile. I dati sono proposti in maniera molto chiara e le sessioni di attività fisica hanno tantissimi dati a correlazione.

Google Pixel Watch ha una batteria da 294 mAh. Questa batteria permette, con un’utilizzo medio, di garantire circa 24h di autonomia. Poco. Potrete aumentare leggermente l’autonomia disattivando le notifiche più frequenti, ma all’opposto potreste abbassarla attivando la modalità del display sempre attivo, oppure sfruttando a lungo il GPS. La ricarica è mediamente rapida, in un’ora potrete ricaricare l’orologio di circa l’80%.

È risaputo che gli orologi con sistemi operativi fluidi e completi garantiscono autonomie ridotte, ma nel caso di Pixel Watch l’asticella è veramente bassa. È sì vero che non è possibile regolare o disattivare la frequenza di rilevamento del battito cardiaco, ma è anche vero che al momento il rilevamento dell’ossigenazione del sangue è completamente disattivata. Nelle 24h riportate sopra poi consideriamo anche circa 7 ore di sonno, dove la salute viene ancora tracciata ma dove lo smartphone non era connesso e quindi non c’erano consumi sul fronte del Bluetooth.

Speriamo che con futuri aggiornamenti Pixel Watch possa ottimizzare la sua autonomia, quanto basta per darvi qualche ora di comporto in più e non avere più l’ansia da ricarica puntuale ogni giornata.

Pixel Watch ha il prezzo di un top di gamma. In germania (in Italia non è venduto ufficialmente) costa 379€, mentre ci vogliono 429€ per la variante LTE. Sono prezzi alti, in linea con altri concorrenti premium (vedi Apple Watch) che però alle spalle hanno magari più esperienza.

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Recensione Google Pixel Watch: lo amo e lo odio

Recensione Xiaomi 12T Pro

La grande confezione di Xiaomi 12T Pro contiene all’interno un alimentatore da ben 120W, un cavo USB/USB-C a una gradita cover in silicone semi trasparente.

Xiaomi 12T Pro è uno smartphone molto semplice dal punto di vista del design. Somiglia a molti altri smartphone Xiaomi, sia di fascia alta che di fascia media. Con i suoi pro e i suoi contro. La sensazione al tocco sul retro è piacevole grazie al vetro satinato che non trattiene le impronte, mentre il profilo è solamente in plastica. Non c’è certificazione contro l’acqua e la polvere. Il peso è di 205 grammi, non particolarmente contenuto. Il design come dicevamo è riconoscibilmente quello di uno Xiaomi come dicevamo, ma è forse troppo generico. Difficile dire se questo smartphone sia di fascia alta o di fascia media, almeno ad un primo sguardo.

L’hardware però non vuole invece lasciare dubbi: è quello di un top di gamma. Abbiamo un processore Snapdragon 8+ Gen 1 octa core da 3,19 GHz con GPU Adreno 730 e a disposizione 8 o 12 GB di RAM. Entrambe le versioni hanno 256 GB di RAM (non espandibili). Buona la connettività: 5G, Wi-Fi 6, Bluetooth 5.2 e chip NFC. Abbiamo anche una buona vibrazione e finalmente un sensore di prossimità “classico”, che non soffre in sostanza dei problemi che abbiamo invece incontrato con altri smartphone Xiaomi nel recente passato durante le telefonate. Discreto l’audio stereo (reale) grazie ai due speaker posizionati sui bordi corti.

Xiaomi introduce per la prima volta il nuovo sensore da 200 megapixel proprio in questo suo nuovo 12T Pro. Questa fotocamera ha un’apertura ƒ/1.7 e gode della stabilizzazione ottica dell’immagine. A supporto troviamo una 8 megapixel ƒ/2.2 grandangolare e una 2 megapixel ƒ/2.4 macro. Due fotocamere al di sotto delle aspettative per uno smartphone top di gamma, in primis per la loro bassa risoluzione. La frontale è invece una buona 20 megapixel ƒ/2.2.

I risultati dal sensore principale sono buoni in molte situazioni, ma non perfetti. Non è impossibile realizzare uno scatto leggermente poco nitido o troppo contrastato. Xiaomi dovrà probabilmente lavorare di più sul software per far sì che questo smartphone possa essere davvero all’altezza del sensore ad altissima risoluzione presente all’interno. Ovviamente si tratta di una fotocamera che esegue pixel binning, unendo 16 pixel in uno per una foto a minore risoluzione ma con maggiore dettaglio. Quando però lo scatto è stato all’altezza abbiamo ottenuto foto con colori ben bilanciati e con molto dettaglio. Poco coinvincenti le grandangolari che con meno luce perdono subito molto dettaglio.

Manca una fotocamera zoom, che però è in parte compensata dalla possibilità di fare un buon zoom digitale, almeno fino a 2x. Discreta la fotocamera frontale, che però soffre un po’ la gestione delle forti luci. I video si possono realizzare in 4K a 60fps (e anche in 8K) ma solo dalla fotocamera principale. Risultano però molto dettagliati e con una buona stabilizzazione.

Xiaomi 12T Pro monta un display da 6,67 pollici SuperAMOLED con risoluzione di 2712 x 1220 pixel, più del classico FullHD+ che troviamo invece sulla quasi totalità dei suoi concorrenti. Lo schermo a 120 Hz supporta anche refresh rate intermedi (30, 60 e 90) e li può variare in automatico in base al contesto e all’app aperta. Lo schermo è anche compatibile con l’HDR10+ e ha una luminosità massima di 900 nits di picco. È un buon valore, ma non all’altezza di vari concorrenti top di gamma usciti nel 2022, che superano anche abbondantemente i 1000 nits di picco. Lo schermo è poi protetto da un vetro Gorilla Glass 5.

Xiaomi 12T Pro arriva sul mercato con Android 12 aggiornato con le patch di luglio 2022 e personalizzato con la MIUI 13. Non c’è molto da raccontare su di un software ormai conosciutissimo e non particolarmente diverso dalle sue iterazioni passate. Abbiamo funzionalità come il secondo spazio, le finestre a scomparsa e la possibilità di misurare il battito cardiaco sfruttando il lettore di impronte digitali nel display. L’importante è constatare con il software sembri comunque maturo e privo di bug, cosa che non è sempre stata vera per gli smartphone Xiaomi al loro lancio. Non solo stabilità comunque ma anche tanta velocità nell’esecuzione di tutte le operazioni più o meno comuni. Interessante la promessa delle tre versioni software (quindi fino ad Android 15) e dei 4 anni di aggiornamenti per le patch di sicurezza.

La batteria è da ben 5.000 mAh e garantisce senza problemi oltre un giorno di autonomia. Anche due giorni pieni con un utilizzo blando. Il processore premium scelto per questo smartphone è indubbiamente il migliore in termini di consumi energetici degli ultimi anni. In più abbiamo anche l’incredibile ricarica rapida a 120W che garantisce tempi di ricarica fulminei. Peccato per l’assenza di ricarica wireless. Poteva essere l’anno giusto per includerla.

Xiaomi 12T Pro viene venduto a 849€ nella versione 8/256 e a 899€ in quella 12/256. Quest’ultima è quella che gode della promozione di lancio più ghiotta, visto lo sconto che porta il prezzo a 849€. La variante più “piccola” viene invece venduta in bundle con Redmi Pad. Sono comunque entrambe promo di lancio, dopodiché i prezzi torneranno quelli di lancio. A quel punto sarà indubbiamente difficile consigliarli a prezzo pieno, anche se purtroppo i tempi sono davvero cambiati. Con i giusti sconti dei prossimi mesi questo Xiaomi 12T Pro è comunque una delle scelte più solide nel portafoglio di Xiaomi.

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Recensione Xiaomi 12T Pro

Recensione Sony Xperia 1 IV: siete dei professionisti?

La confezione di cartone riciclato contiene al suo interno solo la manualistica. Anche il cavo USB-C è ufficialmente sparito per sempre.

Xperia 1 IV è sicuramente uno smartphone chiaramente Sony nel suo design. Il retro Gorilla Glass Victus opaco sul retro è molto piacevole al tocco, anche se unitamente al formato stretto e lungo anche questo Xperia 1 IV non è fra quelli con la presa più semplice nell’utilizzo quotidiano. È uno smartphone pulito ed elegante. In perfetto stile Sony. In più non è troppo pesante (185 grammi) ed è ancora una volta resistente ad acqua e polvere socondo lo standard IP68. I tasti sono ancora al loro posto, anche se non c’è più quello per l’assistente Google. Presente quello per la fotocamera.

Xperia 1 IV monta all’interno 12 GB di RAM, 256 GB di memoria interna, il supporto eSIM per una seconda SIM e quello fisico per l’espansione di memoria. Ottima la connettività: Wi-Fi 6E, Bluetooth 5.2, NFC, la già citata eSIM, l’uscita video tramite USB-C 3.2 e anche l’apprezzatissimo jack audio da 3,5 millimetri.

Il processore è il “penultimo” Snapdragon 8 Gen 1 octa core da 3 GHz con processo produttivo a 4 nanometri e con GPU Adreno 730. Un SoC eccellente che però ha dimostrato i suoi limiti, soprattutto rispetto alla versione aggiornata “8+”. E questo Xperia 1 IV ne è un esempio abbastanza concreto. Chi ha avuto modo di provarlo nella versione pre-lancio ha lamentato enormi problemi di surriscaldamento. La versione aggiornata (nel software) da noi provata diventa sì calda, ma mai a livelli da ustione, come invece suggeriscono gli avvisi presenti nel software della fotocamera. Il motivo è probabilmente l’aver limitato le prestazioni massime della CPU che dai nostri test scendono al 65% già dopo 2 minuti di utilizzo molto intenso e circa al 50% dopo 10 minuti. Una scelta probabilmente obbligata per non creare troppi “disservizi” all’utente finale. Considerando i quasi 4 mesi dall’annuncio avremmo forse preferito trovare al suo interno il processore più recente, oppure un prezzo inferiore.

Anche per il 2022 Sony ha scelto un sistema di tripla fotocamera da 12 megapixel. La principale è una ƒ/1.7 stabilizzata otticamente, abbiamo poi una ƒ/2.2 grandangolare e una nuova fotocamera con zoom variabile. Rispetto allo scorso anno questo modello ha un sistema che permette di far muovere la lente fra uno zoom di 3.5 e 5.2X e di fermarla e utilizzarla in qualsiasi posiziona intermedia. A queste si aggiunge la solita 12 megapixel ƒ/2.0 frontale.

Partiamo dal dire che anche quest’anno questo smartphone Sony rimane una delle soluzioni più interessanti per chi vuole foto il più fedeli alla realtà possibili, con un ottimo bilanciamento dei colori, della luce e in molti casi la migliore messa a fuoco, grazie anche ad un sistema di messa a fuoco sull’occhio. Ammettiamo che non sono mancate però alcune foto fuori fuoco, seppur in precentuale molto ridotta. Tutta tecnologia che conoscono bene i professionisti e che l’azienda ha affinato in questi anni anche sul comparto mobile. Ci sono ancora una volta dei “ma”. Purtroppo. In uno scontro in modalità automatica infatti ci sono vari smartphone che probabilmente produrrebbero risultati più interessanti, anche grazie a sistemi di elaborazione e di intelligenza artificiale decisamente più presenti. Il professionista potrà però divertirsi con le impostazioni manuali di questo Sony: ancora meglio se già conosce l’interfaccia delle fotocamere Sony Alpha.

Il sistema Sony però inizia a mostrare qualche anno alle spalle, con una risoluzione dell’immagine che poteva essere superiore, un HDR non molto incisivo, una modalità ritratto approssimativa e nessuna modalità notturna. In più per quanto l’innovazione della fotocamera con zoom variabile sia emozionante nella pratica è veramente difficile apprezzare la differenza fra i due livelli di zoom. E anche in un tour di Berlino alla ricerca di soggetti lontani da fotografare non siamo riusciti a trarre un vero vantaggio da questa soluzione, che speriamo di vedere di nuovo applicata in futuro, ma con un range di variabilità maggiore. Aggiungiamo poi che la definizione delle foto, forse anche a causa di poca elaborazione dell’immagine, non è perfetta, soprattutto al livello di zoom superiore.

Ancora una volta solo sufficiente la fotocamera frontale. Discreti i video in 4K, che però in modalità automatica si possono registrare solo a 30fps. Si deve utilizzare la versione Pro (o quella Cinema per creare progetti più complessi) per arrivare fino a 120fps. Il vantaggio della modalità a 30fps è però quella di poter passare fra i vari sensori fotografici durante la registrazione. Buona la stabilizzazione durante la registrazione dei video. In modalità Cinema Pro il più grande vantaggio è indubbiamente quello di poter scegliere dei punti di messa a fuoco manuale e passare fra questi con un tocco (anche se poi dovrete necessariamente farli color grading).

Non ci sono novità nella scheda tecnica del display di Sony Xperia 1 IV, anche se troviamo una luminosità massima aumentata. Per il resto abbiamo un pannello da 6,5 pollici in tecnologia 4K, con refresh rate a 120 Hz, in formato 21:9 e con tecnologia HDR10. Lo schermo è ovviamente un pannello OLED. Il display supporta poi l’always-on display, la modalità creazione e il passaggio in automatico fra le risoluzione Full HD e quella 4K in base all’app utilizzata.

Sony Xperia 1 IV arriva sul mercato con Android 12 aggiornato con le patch di maggio 2022. Ammettiamo che ci sarebbe piaciuto qualche novità in più. Il software è infatti praticamente identico a quello dei precedenti modelli. Fra le app preinstallate troviamo però Music Pro per i musicisti che vogliono registrare la propria voce in mobilità (può essere magicamente ripulita in modo professionale grazie ad un abbonamento cloud). Abbiamo poi anche il Potenziatore gioco e una particolare gestione delle finestre che dovrebbe essere volto a semplificare l’utilizzo di due app in contemporanea, ma che noi troviamo invece un po’ macchinoso. Nel complesso il sistema è abbastanza veloce, anche se dopo un periodo di “sforzo” potreste anche voi notare qualche lieve rallentamento.

La batteria di questo Xperia 1 IV è da ben 5.000 mAh. Questa batteria può permettervi di arrivare a fine giornata con un utilizzo medio, ma potreste aver bisogno di una ricarica verso l’ora di cena nel caso lo doveste sfruttare molto per foto e video. La ricarica è a 30W e anche wireless a 15W, in media con altri top di gamma, ma lontana dalle velocità offerte da alcuni esponenti “cinesi”.

Sony Xperia 1 IV arriva sul mercato ancora una volta un po’ in ritardo e al prezzo premium di 1.399€. Troppi. Senza appello. Anche se contestualizzati in un 2022 molto complesso sui prezzi questi 100€ in più rispetto allo scorso anno non sono ininfluenti. Sony ha parlato per anni solo ai suoi fan, ma nel 2022 con tante alternative arrembanti in circolazione il prezzo richiesto è davvero troppo alto.

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Recensione Sony Xperia 1 IV: siete dei professionisti?

Gravastar Sirius Pro: design futuristico e qualità senza pari – Recensione

Gravastar ci delizia sempre con dei prodotti tanto bizzarri, quanto eccellenti. Oggi parliamo delle Gravastar Sirius Pro. Un paio di cuffie Bluetooth che mi hanno davvero sorpreso. Design e qualità audio davvero al top!

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Gravastar Sirius Pro: design futuristico e qualità senza pari – Recensione

Recensione RedMagic 7S Pro: bastava così poco, ma il prezzo sale

Se nella nostra videorecensione troverete tutti i dettagli su questo Redmagic 7S Pro in questa recensione testuale ci concentreremo sulle differenze fra questo modello e il precedente e sulle conclusioni. Vi invitiamo quindi a leggere per intero la recensione di Redmagic 7 Pro se siete interessati a questo modello.

Dal punto di vista estetico le differenze sono praticamente inesistenti: i due smartphone sono infatti praticamente identici e le differenze sostanziali infatti sono sotto al cofano. Benché possa sembrare una differenza minima questo Redmagic 7S Pro monta all’interno un processore Snapdragon 8+ Gen 1. Quel plus in più rispetto al modello precedente fa “tutta la differenza del mondo”. Come già ampiamente testato anche su altri dispositivi questo nuovo processore Qualcomm garantisce prestazioni migliori con minori consumi e un minor surriscaldamento. In poche parole: è meglio ottimizzato.

Il riscontro principale lo si trova nelle prestazioni, che sono davvero impressionanti. Redmagic 7S Pro riesce a mentenere la potenza sempre sopra l’80% delle sue capacità anche oltre la mezz’ora di utilizzo prolungato sotto il massimo degli sforzi. Sono pochi i dispositivi capaci di garantire prestazioni simili, senza diventare incandescente. Ovviamente Redmagic 7S Pro si scalda, ma il sistema ICE 10.0 di Redmagic riesce a tenere questo calore a bada dissipandolo rapidamente e in modo efficace. Questo è possibile anche grazie alla sua ventola fisica, che può girare fino a 20.000 RPM, e ai suoi vari strati di materiali atti proprio al dissipamento termico.

Oltre al processore e al nuovo sistema di raffreddamento l’unica vera altra novità di questo smartphone è la possibilità di acquistarlo anche nell’assurdo taglio con 18 GB di RAM LPDDR5 (e 512 GB di memoria interna UFS 3.1). Noi abbiamo però provato la versione “base” da 12 GB di RAM e 256 GB di memoria interna.

Facciamo anche un rapido ripasso delle altre funzionalità principali dello smartphone:

  • Connettività 5G / Wi-Fi 6E / Bluetooth 5.2
  • Uscita video USB-C
  • Jack audio da 3,5 millimetri
  • LED RGB sul retro
  • Display da 6,8″ FHD+ AMOLED a 120 Hz
  • Touch sampling record a 960 Hz
  • Fotocamere: 64 megapixel / 8 megapixel grandangolare / 2 megapixel macro
  • Fotocamera sotto al display da 16 megapixel
  • Audio stereo / DTS Ultra X
  • Batteria da 5.000 mAh
  • Ricarica rapida a 65W

Non cambiano quindi le caratteristiche distintive del precedente modello, come la ricarica rapida (seppur non rapida come il modello asiatico), la batteria capiente, la presenza di jack audio e i trigger ultrasonici sul dorso, configurabili a piacere all’interno dei giochi.

Benché Redmagic non sia poi famosa per il numero di aggiornamenti, abbiamo constatato con piacere che questo smartphone dotato di Android 12 abbia ricevuto ben due aggiornamenti durante la nostra prova. Al momento le patch di sicurezza sono ferme a giugno 2022. Non ci sono particolari novità nel software, che mantiene purtroppo ancora una volta le cattive traduzioni in alcuni menù.

Redmagic 7S Pro migliora in modo netto, nonostante le pochissime differenze. Cresce però anche il prezzo e questo sicuramente non fa bene alla sua appetibilità. Ci vogliono 779€ per la versione 12/256 e ben 949€ per quella 18/512. Considerando che Redmagic è sempre stato il brand più appetibile per chi cercava un ottimo rapporto qualità prezzo, sono cifre decisamente alte.

Lo trovate anche su Amazon, ma a prezzo ancora più alto.

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Recensione RedMagic 7S Pro: bastava così poco, ma il prezzo sale

Recensione Samsung Galaxy Z Fold 4: minimo sforzo, massima resa

Come potevate facilmente immaginare nella confezione di Z Fold 4 troviamo, oltre allo smartphone, solo il cavo USB-C/USB-C. L’alimentatore come sappiamo è ormai un accessorio non più incluso nella confezioni dei top di gamma Samsung.

Samsung Galaxy Z Fold 4 è praticamente identico al suo predecessore. Guardandoli distrattamente sarà quasi impossibile distinguerli. Ci sono delle differenze, come nello spessore delle fotocamere o nelle lunghezze dei suo lati, ma sono così ridotte che come dicevamo non è qualcosa che potreste notare ad un primo sguardo. E forse neanche al secondo. Lo smartphone è indubbiamente stato realizzato nel segno della continuità. È realizzato in alluminio rinforzato e protetto da vetro Gorilla Glass Victus+ (almeno per i vetri esterni). Sono state spese pochissime parole dall’azienda per quanto riguarda la cerniera, ma questa è stata completamente ripensata e realizzata da zero con un sistema più simile a quello delle porte, invece che composta da ingranaggi. Nell’utilizzo questa cerniera oppone un po’ più di resistenza e sembra più robusta. La scelta di non passare ad una cerniera ancora meno “invasiva” sembra essere stata dettata dalla voglia di realizzare anche nel 2022 un pieghevole impermeabile.

Come dicevamo anche le proporzioni sono cambiate: lo smartphone è appena più largo e appena più basso. Vi mentiremmo nel dirvi che è qualcosa che si nota istantaneamente. Anche nell’utilizzo prolungato non ce la sentiamo di dire che nel complesso l’utilizzo complessivo ne abbia giovato particolarmente. Il formato è sicuramente vincente da aperto, meno quando è chiuso, con uno schermo abbastanza grande per guardare qualsiasi contenuto, ma un po’ troppo stretto per digitare agevolmente come su di uno smartphone “normale”. Z Fold 4 è però appena più leggero, 263 grammi, che è sempre un’ottima notizia.

All’interno di questo Samsung Galaxy Z Fold 4 troviamo ancora 12 GB di RAM, accoppiata a 256, 512 GB o 1 TB di memoria interna non espandibile. Ottima la connettività: 5G, Wi-Fi 6E, Bluetooth 5.2, NFC e uscita video tramite porta USB-C 3.1. Non manca il veloce e preciso lettore di impronte digitali sul fianco e il supporto di due SIM, una normale e una eSIM. Ottimo anche il sistema di vibrazione. Assente invece purtroppo il jack audio per le cuffie. Molto buono il sistema di audio stereo offerto dai due speaker posizionati sui lati corti.

La grande novità è però la presenza del processore Snapdragon 8+ Gen 1. Ovvio direte voi, visto che è l’ultimo SoC di Qualcomm per gli smartphone premium, ma in realtà crediamo che sia una novità più grande di quello che si potrebbe pensare, visto che è probabilmente lui da solo a garantire due dei migliori passi in avanti di questo smartphone: fluidità e autonomia. In termini di prestazioni poi Z Fold 4 si comporta egregiamente, anche se dai nostri test sembra prediligere un’utilizzo delle prestazioni fra il 60% e l’80% delle tue possibilità per garantire il perfetto bilanciamento di cui parlavamo prima. Nell’utilizzo quotidiano è però impossibile accorgersene.

Dal punto di vista hardware il più grande cambiamento (che non sia un ovvio “aggiornamento”) è nel campo fotografico. Andiamo a ritroso e partiamo dalla fotocamera sotto al display interna. Rimane una fotocamera da 4 megapixel ƒ/1.8, con la differenza che adesso il display ha una densità maggiore e qundi è più nascosta. Bene per l’utilizzo quotidiano dello schermo, meno bene per l’utilizzo fotografico o per le videochiamate: rimane un sensore appena sufficiente e che non usereste mai per scattarvi davvero una foto. Piuttosto utilizzerete la fotocamera esterna da 10 megapixel ƒ/2.2. O ancora meglio i sensori principali. È lì ovviamente che si nasconde l’avanzamento più grande.

Il sensore principale è un 50 megapixel ƒ/1.8 stabilizzato otticamente a cui si aggiunge una nuova fotocamera zoom 3x (10 megapixel ƒ/2.4) e una grandangolare ƒ/2.2 ancora da 12 megapixel. È un trittico di fotocamere davvero versatile e che in sostanza di allinea a quello di S22 e S22+. Finalmente possiamo dire che si tratta di un comparto fotografico degno di un vero smartphone premium. Potrete utilizzarlo anche in ferie come vostra unica fotocamera senza particolari rinunce, se non per l’assenza dello zoom 10x di S22 Ultra. Le foto sono nitide, con un ottimo bilanciamento delle luci e dei colori, oltre che una messa a fuoco fulminea a precisa. Anche con poca luce le foto sono molto buone e la modalità notturna le migliora ancora. Anche con la grandangolare. Bene nel complesso anche la fotocamera zoom 3x, che si avvicina un po’ di più al soggetto finale rispetto al passato diventando davvero utile. Non mancano poi tutte le varie modalità di scatto che vi aspettereste da uno smartphone simile.

Il poter utilizzare lo smartphone piegato come se fosse uno stand è poi un indubbio vantaggio, permettendovi di fare scatti artistici senza l’utilizzo di un cavalletto. Sempre che abbiate il coraggio di poggiare lo smartphone sullo schermo.

Molto bene anche i video. Si registrano in 4K a 60fps, ma indubbiamente danno il meglio a 30fps dove è possibile passare senza interruzioni fra i tre sensori principali. Ottima la qualità e la stabilizzazione. E finalmente nel mondo Android vediamo davvero applicate le tante promesse di Qualcomm di un passaggio fluido fra i sensori durante i video. Non siamo ancora alla perfezione, ma indubbiamente è il miglior risultato mai visto in tal senso.

Non cambiano le dimensioni dei due display di questo Z Fold 4, anche se come detto cambiano leggermente le loro proporzioni: 6,2″ quello esterno e 7,6″ quello interno. Lo schermo esterno ha una risoluzione di 904 x 2316 pixel (ed è quindi stretto e lungo) e ha un refresh rate a 120 Hz, lo stesso refresh rate del display pieghevole interno con risoluzione di 1812 x 2176 pixel, quindi quasi quadrato. Questo schermo supporta lo standard HDR10+ e ha una luminosità di picco di 1.200 nits. Non ci sono differenze sostanziali in questi due display e nell’utilizzo quotidiano non si notano novità rispetto al precedente modello. Lo schermo interno ha ancora la sua “caratteristica” piega al centro, a cui ci si abitua rapidamente e che non è un vero impiccio. Certo: se vi infastidisce e se non vedete altro che lei anche questo Z Fold 4 non farà per voi. C’è la solita pellicola preapplicata all’interno (sostituibile da un centro assistenza), mentre non c’è più quella all’esterno. Scelta inusuale.

Il display interno supporta ancora una volta la S Pen (quella Pro o quella specifica per Fold). Una bella comodità quando si utilizza il “tablet” per la produttività.

Samsung Galaxy Z Fold 4 arriva sul mercato con Android 12 preinstallato con le patch di luglio 2022. Per la precisione si tratta in realtà di Android 12L che porta in dote una bellissima novità. Parliamo della taskbar a schermo aperto che appare ogni qualvolta si avii un’app. La prima linea di app impostate sul “desktop” infatti scivolano graziosamente in una piccola striscia in basso che vi da la possibilità di accedere alle vostre app preferite (e alle ultime usate) in un tocco. Trascinandole potrete aprirle in schermate affiancate o in finestre impilate. Toccare le app nei bordi e ridimensionarle è un gesto rapidissimo e nel complesso sembra che la fluidità delle animazioni e di tutto il sistema sia migliorata in modo drastico. L’esperienza d’uso (forse grazie al nuovo processore) garantisce una fluidità ancora mai vista su questi pieghevoli, soprattutto nella gestione di tante app in contemporanea. A questo si aggiunge la barra laterale (non più bloccabile, ovviamente), il nuovo tasto per aprire il drawer delle app, la possibilità di nascondere questa taskbar e le modalità Labs che permettono di forzare la rotazione o l’affiancamento per app che non lo supportano (vedi Instagram o TikTok).

In più abbiamo una nuova gesture per ridurre le app in finestra e una per affiancarle, oltre alla possibilità di mostrare sempre il tasto per i comandi della finestra anche quando le app sono in modalità a schermo intero. Possiamo assolutamente definire il software di questo Z Fold 4 il primo vero software davvero maturo per questo pieghevoli. Un po’ per il lavoro fatto da Google in Android 12L e un po’ grazie alla perseveranza di Samsung.

L’azienda mantiene poi sempre la funzionalità DeX per collegare lo smartphone ad un monitor o un PC (solo Windows) per mostrare lì il suo sistema (in una visualizzazione simil desktop). Non mancano come sempre funzioni come il collegamento con Windows, il doppio account e il game launcher.

Come detto è poi invariato il supporto alla S Pen che permette di prendere note, ritagliare porzioni di schermo, scrivere sugli screenshot o ancora molto altro. Impossibile trovare uno smartphone Android per la produttività migliore di questo.

La batteria di Samsung Galaxy Z Fold 4 rimane una 4.400 mAh. Un taglio non enorme in assoluto, ma ancora notevole considerando la natura pieghevole dello smartphone. L’autonomia è però migliorata, verrebbe da dire sempre grazie al nuovo processore e all’ottimizzazione messa in campo da Samsung. L’azienda sembra decisamente aver trovato la quadra con questo dispositivo: arrivare a sera non è mai un problema e con un utilizzo medio si riesce a scavallare anche un giorno e mezzo. La ricarica rimane a 25W, veloce ma non certo fulminea. Si ricarica però del 50% in 30 minuti, più che sufficiente per chiamarla rapida. Rimane poi la ricarica wireless a 15W e quella wireless inversa.

Samsung Galaxy Z Fold 4 ha un prezzo di lancio di 1.879€ (lo si trova anche su Amazon). Si tratta di un prezzo ovviamente alto, ma se ci pensiamo non troppo più alto di altri smartphone premium non pieghevoli. Rispetto allo scorso anno abbiamo un rincaro di 30€. Ammettiamo che è un po’ una delusione scoprire che il prezzo non è sceso, visto i molti punti in comune con il modello del precedente anno. Considerando però lo stato del mercato molto “complicato” nel 2022 forse dovremmo essere felici che il prezzo non sia addirittura aumentato di più? Agli utenti l’ardua sentenza. I modelli con più memoria hanno un prezzo di 1.999€ e di 2.249€, l’ultimo in esclusiva per il sito Samsung.

Per chi acquista entro il preordine in omaggio 6 mesi di DAZN o 12 di Netflix e un anno di Samsung Care+. Se voltete restituire il vostro smartphone con la promozione di Trade-In subito scontati 150€.

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Recensione Samsung Galaxy Z Fold 4: minimo sforzo, massima resa

Recensione Nothing Phone (1): ne avevamo bisogno

Allineandosi ai “migliori” smartphone del momento anche nella confezione di Nothing Phone (1) non troviamo altro se non lo smartphone il suo cavo di ricarica USB-C/USB-C. Simpatico lo strumento per espellere il carrellino della SIM, anche lui trasparente. L’alimentatore, se volete acquistare il suo, è da comprare a parte per 30€, così come anche l’eventuale cover trasparente (mica vorrete coprire il retro, vero?).

Non è certo una sorpresa scoprire che Nothing Phone (1) punta tutto sull’estetica e anche sulla qualità costruttiva. Lo smartphone ha un profilo metallico squadrato e due vetri Gorilla Glass 5 piatti, sul fronte e sul retro. In mano la sensazione di qualità è notevole ed è forse uno degli smartphone meglio rifiniti nei dettagli, almeno fra quelli provati negli ultimi mesi. Ha anche la protezione IP53 contro polvere e spruzzi. Non è impermeabile, ma meglio di niente. Sotto al vetro posteriore troviamo poi alcuni componenti “in bella vista” circondati da 9.000 piccoli LED che illuminano il telefono con dei disegni geometrici molto particolari. Queste luci possono segnalare l’arrivo di notifiche, di chiamate o lo smartphone in carica e hanno ovviamente solo uno scopo estetico.

C’è da dire che lo smartphone non è compatto e fin dal primo impatto è subito sembrato più grande del previsto. E allora lì è nata la curiosità: perché avevo delle aspettative delle dimensioni se questo è il primo di una generazione? La risposta che mi sono dato è che che ci piaccia o no, soprattutto dal vivo, lo smartphone richiama in modo marcato vari elementi di design della linea iPhone. Quanto basta perché il cervello faccia un collegamento di questo tipo. E ne ho avuto la conferma durante l’utilizzo di queste settimane: non avete idea di quanti “ma è un iPhone?” mi sono sentito dire. E non era mai successo.

È indubbio però che il retro funga per la scopo previsto: attirare attenzioni e farsi notare. Questo Nothing Phone (1) e per chi vuole qualcosa di diverso, qualcosa di riconoscibile ma al tempo stesso mai visto prima. Non è ovviamente un’esigenza condivisa da tutti, ma è innegabile che lo sia per molti.

Nothing Phone (1) è un medio gamma. Punto. Lo dimostrerà anche il prezzo, ma è giusto chiarirlo fin da subito perché è anche vero che solitamente quando si crea attesa attorno ad un prodotto questo prodotto ha hardware da top di gamma. Non è questo il caso. I tempi sono cambiati e adesso un medio gamma è uno smartphone più che sufficiente per quasi tutti e soprattutto permette di tenere il prezzo un po’ più contenuto.

Abbiamo il processore Snapdragon 778G+ octa core da 2,5 Ghz, la GPU Adreno 642L e 8 o 12 GB di RAM. Dai nostri test abbiamo visto come lo smartphone inizia soffrire di un po’ di thermal throttling marcato solo dopo quasi mezz’ora di utilizzo sotto stress. Decisamente un ottimo risultato. La memoria interna ammonta a 128 o 256 GB non espandibili (UFS 3.1) e abbiamo Wi-Fi 6, Bluetooth 5.2, connettività 5G, chip NFC e supporto dual SIM. Non c’è l’uscita video e non c’è un connettore per le cuffie da 3,5 millimetri (ma solo USB-C).

L’audio è poi stereo grazie al supporto della capsula auricolare in congiunzione con lo speaker inferiore, ma la potenza è decisamente buona, lo stesso non possiamo dire della qualità che invece (ai volumi più alti) è solo sufficiente.

Se per l’hardware possiamo dire che nel complesso l’esperienza d’uso non sia troppo dissimile da quella di un top di gamma lo stesso non si può probabilmente dire per la fotocamera che restituisce a tutti gli effetti risultati da medio gamma. Il sensore principale è una 50 megapixel ƒ/1.9 stabilizzata otticamente, accompagnato poi da una 50 megapixel ƒ/2.2 grandangolare e da una frontale da 16 megapixel ƒ/2.5 nel foro del display.

L’interfaccia di scatto è curata e molto minimale. Non aspettatevi tantissime funzioni, ma per una “prima” c’è tutto quello che vi può servire. La modalità notturna si attiva direttamente dalla modalità automatica selezionando il simbolo della luna. Le foto risultanti, come anticipato, non sono sorprendenti, come però per fortuna non sono neanche disastrose. La messa a fuoco è buona e la definizione è più che discreta. Il software sembra però ancora da affinare sulla gestione delle luci e soprattutto sul bilanciamento del colore a volte sbagliato in modo abbastanza clamoroso. Le foto con poca luce sono discrete: la modalità notturna però fa bene il suo lavoro “tirando dentro” più luce e aumentando la definizione dell’immagine. Solo sufficiente la grandangolare, che ha una resa spesso molto diversa dal sensore principale. Anche la frontale non fa gridare al miracolo, sempre però non regalando scatti scarsi.

Peccato per i video che sono anche questi sufficienti, ma senza spunti particolarmente positivi. In 4K il framerate si ferma a 30fps. Poco male se questo fosse servito a garantire una stabilizzazione ottima, cosa che però non è stata.

Smartphone grande, display grande. In questo Nothing Phone (1) abbiamo un pannello da 6,55 pollici di diagonale con risoluzione FullHD+ (1080 x 2400 pixel) realizzato in tecnologia OLED che supporta l’HDR10+ e che è protetto da un vetro Gorilla Glass 5. Lo schermo supporta il refresh rate adattivo a 120 Hz, anche se non scalabile come gli smartphone con pannello AMOLED LTPO. Ha anche una ottima luminosità di picco di 1.200 nits e soprattutto ha dei bordi attorno al display totalmente simmetrici. È uno dei fattori che subito fa richiamare alla mente iPhone e che appaga il disturbo ossessivo compulsivo di molti (me compreso). Brava Nothing, anche perché se gli altri produttori non si impegnano su questo fronte è perché non è semplice come sembra.

Nothing Phone (1) arriva sul mercato con Nothing OS 1.1, il sistema operativo dell’azienda. Nei fatti però questo si traduce in un Android praticamente stock con alcune minime personalizzazioni estetiche dell’azienda, a mio parere alcune anche abbastanza discutibili (come gli enormi toggle della rete e del bluetooth). In termini di funzionalità non c’è niente da raccontare (che non sia nativo di Android) e forse questa è stata la delusione più grande. Cerco di spiegarmi meglio: abbiamo sempre elogiato un Android stock pulito che permette alle aziende anche di essere molto più veloci nell’aggiornare un software. Questo però non eslclude il cerca di arricchire davvero il sistema, per renderlo unico. E chi avrebbe dovuto farlo se non l’azienda che ha trasformato il retro del suo primo smartphone in un minimal techno? Quando Carl Pei parlò di OS (quindi sistema operativo) già ci pregustavamo una HTC Sense minimale aggiornata ai canoni del 2022.

C’è però l’ovvio (e già citato) risvolto della medaglia: l’azienda ha promesso aggiornamenti di sicurezza bimestrali per ben quattro anni e nuove versioni di Android almeno fino ad Android 15.

Lo smartphone è grande ma la batteria non è altrettanto grande. Si tratta di una 4.500 mAh, meno dei “classici” 5.000 che troviamo in smartphone di queste dimensioni, ma la ragione è presto detta: il retro trasparente ruba spazio all’interno della scocca ed era impossibile (ragionevolmente) trovare un compromesso diverso. C’è però la ricarica wireless a 15W e soprattutto abbiamo riscontrato una ottima autonomia considerando la batteria a disposizione. Siamo sempre arrivati a fine giornata anche con un utilizzo intenso. La ricarica è rapida a 33W, un valore nella media per la fascia di riferimento, ma non certo sorprendente.

Lo smartphone viene venduto (anche su Amazon) a 499€ nella sua versione 8/128, che diventano 529€ per la versione consigliata 8/256 e 579€ per quella 12/256. Prezzi nella media e che non fanno certo gridare al miracolo. Quello che secondo noi ha pesato di più qui è stata l’ingegnerizzazione dei led posteriori. Sicuramente si sta dando un prezzo anche all’aspetto esteriore e non solo a quello che c’è sotto la scocca.

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Recensione Nothing Phone (1): ne avevamo bisogno

Recensione Pixel Buds Pro: sulle orme degli AirPods

Confezione compatta e con poche sorprese quella dei Pixel Buds Pro; anzi, con nessuna sorpresa. Al suo interno troviamo gli auricolari nella solita custodia “a saponetta”, solo poco più larga rispetto ai precedenti modelli (49 grammi contro i 42 precedenti: non cambia molto), un po’ di manualistica, ed un tubetto di cartone con dentro un doppia coppia di gommini (i medi sono già inseriti nei Pixel Buds Pro). Da notare poi che la custodia è anche compatibile con la ricarica wireless (Qi), quindi non avrete per forza bisogno di un cavo per ricaricare gli auricolari.

Nessun cavo, custodia o altro accessorio di qualsivoglia tipo. Più compatta di così era impossibile farla questa confezione. Punti bonus perché il tubo che raccoglie i gommini sembra abbia degli occhi disegnati sopra (vedi video qui sotto). Punti malus perché il bianco opaco della custodia è quanto di più sporcabile di sia al mondo, come in tutti i precedenti modelli, e perché la G di Google sui due auricolari è orientata a casaccio.

I Pixel Buds Pro si accoppiano con qualsiasi dispositivo dotato di Bluetooth 4.0 o successivi, ma per avere accesso a tutte le funzionalità sono necessari uno smartphone Android 6.0+ ed un account Google, oltre ad una connessione ad internet (per alcune funzioni, in particolare l’Assistente ed il Traduttore).

  • Connettività: Bluetooth 5.0
  • Certificazione IP:
    • Auricolari: IPX4 (spruzzi d’acqua)
    • Custodia: IPX2 (acqua gocciolante)
  • Driver da 11 mm
  • ANC
  • 3 microfoni
  • Codec supportati: AAC ed SBC (niente LDAC o aptX, né LC3 e e Low Energy audio)
  • Peso: 6 grammi per ciascun auricolari, 49 grammi la custodia

Il supporto al Bluetooth 5.0, anziché al più recente 5.2, limita anche i codec supportati, soprattutto in un modello di fascia alta come questo, e potrebbe far storcere il naso a qualcuno, al punto da farvi propendere per altri auricolari. Se non sapete nemmeno di cosa stiamo parlando, allora significa che probabilmente va bene così, ma per degli auricolari di fascia alta rimane un peccato, soprattutto perché non ci sono margini di miglioramenti futuri, dato che certi codec non saranno mai supportati a causa dei limite del Bluetooth 5. Assente, per ora, anche l’audio spaziale, ma in questo caso il supporto è stato promesso entro l’anno.

Per quanto riguarda l’applicazione per le Pixel Buds, questa o è integrata in Android (come nei Pixel) oppure può essere scaricata dal Play Store. Non c’è un’applicazione ufficiale per iPhone, con il quale potrete comunque accoppiare gli auricolari via Bluetooth, ma senza godere di alcuna personalizzazione.

Comodità

I Pixel Buds Pro sono comodi, e restano anche bene in posizione. Partiamo da una considerazione importante, perché era anche una delle cose sulle quali eravamo perplessi prima di provarli. La forma dei precedenti auricolari di Google, con quel “peduncolo” di gomma per assicurarli meglio all’orecchio, ci aveva convinto, e la sua rimozione ci preoccupava. Per fortuna non è così.

I Pixel Buds Pro sono sì abbastanza grossotti, ma sono anche molto leggeri, con i loro 6,2 grammi. Inoltre, proprio la forma più grande, li rende più “incastrati” nell’orecchio, senza bisogno di ulteriori appendici. Da diversi giorni stiamo pranzando con i Pixel Buds Pro sempre sulle orecchie, e non sono mai caduti: sembra una prova banale, ma non lo è affatto; provateci con i vostri auricolari per credere!

C’è stato però anche un piccolo fastidio a guastare l’esperienza: spostando con le dita la posizione dei Buds Pro, li sentiamo fischiare. Si tratta di un fischio breve, non forte, non fastidioso di per sé, ma è comunque… fastidioso sentirlo praticamente ogni volta che dobbiamo aggiustare in modo più energico la posizione degli auricolari.

Per fortuna il problema si verifica solo con ANC o modalità trasparenza attiva; insomma, quando i microfoni degli auricolari vengono usati per modificare l’audio. Trattandosi quindi di una cosa in buona parte correlata al software di elaborazione, speriamo che un futuro aggiornamento possa risolverla. Chiariamo inoltre che il fischio si presenta solo aggiustando a mano gli auricolari, e non con il normale movimento derivante da camminata/corsa, anche se c’è chi segnala proprio problemi in tal senso, che però non si sono mai presentati nelle nostre prove.

Accoppiamento

L’accoppiamento è fulmineo, grazie a fast pair (richiede Android 6.0+): basta aprire la custodia e lo smartphone vi propone subito di accoppiare gli auricolari; basta una pressione sul tasto a schermo, ed il gioco è fatto. Potete comunque accoppiare i Pixel Buds Pro a qualsiasi dispositivo Bluetooth 4.0+ tramite la pressione del tasto sul retro della custodia.

Tra le novità più apprezzate c’è senz’altro l’accoppiamento multipunto con 2 dispositivi, ed il conseguente cambio di dispositivo automatico. Basta mettere in pausa su uno, far partire l’audio sull’altro, ed i Pixel Buds Pro effettueranno lo switch in automatico, nel giro di un istante. Funziona anche con le chiamate in arrivo sul cellulare, che interrompono qualsiasi altro audio in riproduzione per farvi parlare col vostro interlocutore. Abbiamo usato queste funzioni di continuo, lavorando con PC e cellulare fianco a fianco tutto il giorno, e non ci sono mai stati problemi di sorta.

Funzionalità e cancellazione del rumore

Curiosando tra le varie opzioni dell’app non troviamo molte novità, ma piuttosto cose già viste e addirittura qualche omissione.

Torna “equalizzatore del volume“, che aggiusta le frequenze dinamicamente in base al livello del volume, in modo da assicurarsi che alti, medi e bassi siano ben bilanciati a qualsiasi volume, in particolar modo quelli più bassi, dove può diventare difficile distinguere tutti i suoni in una canzone.

Ci sono però anche delle funzioni mancanti: niente “pompaggio dei bassi” né equalizzatore di alcun tipo, ma almeno quest’ultimo dovrebbe arrivare in autunno. Manca anche l’audio adattivo, che regolava automaticamente il volume in base al livello di rumore circostante, ma considerando che le swipe gesture sugli auricolari funzionano benissimo non c’è grande ragione di sentirne la mancanza.

A proposito delle gesture, queste non solo funzionano bene, ma è possibile personalizzare la pressione prolungata in modo diverso per ciascun auricolare. In questo modo potete assegnare il dialogo con l’assistente Google al Pixel Buds Pro sinistro (ad esempio) e la gestione dell’ANC al destro; o viceversa.

E già che parliamo di cancellazione attiva del rumore, dobbiamo tessere le lodi del lavoro fatto da Google, perché il risultato è molto buono, soprattutto con frequenze basse e regolari (condizionatore, autobus, aspirapolvere ecc.). Non aspettatevi però lo stesso livello di cancellazione del rumore che avreste con delle cuffie circumaurali, ma questo vale bene o male per tutti gli auricolari. Inoltre, per il corretto funzionamento dell’ANC, è particolarmente importante che i Pixel Buds Pro siano inseriti correttamente, ed a questo proposito può essere utile la funzione di controllo dell’isolamento, disponibile nell’app, che vi dice appunto se li state indossando nel modo migliore.

Modalità Trasparenza

A fianco della modalità ANC c’è anche la modalità trasparenza. Questa sfrutta i microfoni dei Pixel Buds Pro per rilevare ed amplificare i rumori attorno a voi, in particolar modo le alte frequenze (voci, sirene, ecc.) così che non vi perdiate un dialogo o un avviso importante. L’elaborazione avviene tutta in tempo reale, ed è molto efficace, particolarmente con le voci: dentro la macchina, con i finestrini aperti, potevo sentire chiaramente due persone parlare dall’altro lato della strada di fronte a me (non c’era traffico e la strada era ad una corsia, ma è tanto per darvi un’idea).

Chiaramente, l’ascolto di musica, o altro, con questa modalità attiva risulta compromesso sia in termini di qualità che di resa, ma non è per questo che è stata pensata, quanto piuttosto per brevi utilizzi laddove serva. L’effetto collaterale poi è che in questo modo sentirete le voci così chiaramente (anche un po’ amplificate) che probabilmente potreste parlare ad un volume più alto del necessario.

Chiariamo poi che, se non voleste né ANC né trasparenza, le potete disattivare entrambe. Ed è qui che i Pixel Buds Pro danno il meglio in quanto a qualità audio in ascolto, per di più offrendo anche un discreto isolamento passivo, pertanto non abusate dei controlli sul rumore, tanto più che l’autonomia non ha che da beneficiarne se doveste metterli su off.

Qualità audio

Buona la risposta in frequenza, ben udibile già ai 20 Hz, ma più limitata invece sugli gli alti, che ad orecchio non vanno oltre i 16 kHz. Buono anche l’intervallo dinamico, che arriva fino ad oltre 50 decibel below full scale, ed anche la spazialità dell’audio è di buon livello, per quanto il vero supporto all’audio spaziale arriverà solo nei prossimi mesi.

L’ascolto è pulito a tutte le frequenze, senza disturbi udibili né sui bassi, né sui medi-alti, a tutti i livelli di volume. I bassi sono chiari, ben distinguibili, e non eccessivamente pompati (per quanto ribadiamo che non c’è alcuna regolazione software, al momento, che consenta di personalizzarli), e lo stesso vale per i toni più alti, che non giungono troppo staccati dal sottofondo, ma hanno comunque una loro identità, per quanto meno pungenti di quanto avremmo pensato, soprattutto sulle voci. 

Stiamo cercando un po’ il pelo nell’uovo, sia chiaro: i Pixel Buds Pro suonano molto bene, all’altezza di quanto ci si aspetterebbe da auricolari di questa fascia. Dovessimo puntare il dito contro qualcosa sarebbe appunto una lieve predominanza dei bassi, ma non perché siano eccessivi, quanto piuttosto per carenze degli alti.

Attivando la cancellazione del rumore non cambiano le impressioni generali, ma c’è un minimo appiattimento generale, che comunque è perfettamente nella norma e non compromette l’esperienza di ascolto. Tra l’altro se attiverete l’ANC significa che sarete già in un luogo difficoltoso, ed i benefici superano di gran lunga gli svantaggi. Segnaliamo inoltre che risulta comodo anche l’uso prolungato della cancellazione, senza quell’effetto di vuoto nell’orecchio che potrebbe dare fastidio.

Ogni tanto però un po’ di ritardo audio si presenta. Non si tratta di auricolari a bassa latenza, è tutto relativamente nella norma, ma è comunque un po’ fastidioso guardare un video in cui il labiale non sia sincronizzato con l’audio. Ripeto che non succede spesso, ma è comunque capitato.

Un aspetto del quale siamo rimasti un po’ delusi è invece quello dell’audio in chiamata. I microfoni dei Pixel Buds Pro fanno un buon lavoro di pulizia dai rumori di fondo, ma la voce che ne risulta è a volte un po’ gracchiante e metallica, come se mancassero delle frequenze, probabilmente a causa proprio della “pulizia” troppo aggressiva da parte degli algoritmi di Google. In una stanza silenziosa il problema non si presenta in modo fastidioso, ma se ci sono un po’ di rumori ed il software prova a pulirli ecco che il vostro interlocutore potrebbe udirvi in modo non troppo pulito.

Peccato che non ci sia alcuna voce nelle impostazioni per tarare questa funzione, né tantomeno per disattivarla, e va presa quindi così com’è. Anche in questo caso la speranza, essendo una cosa puramente software, è che un aggiornamento futuro possa regolarla meglio. Abbiamo fatto una rapida registrazione in una strada trafficata tramite il registratore di Google per darvi un’idea: il risultato è sinceramente tra i peggiori mai avuti con i Pixel Buds Pro, quindi prendetelo come il caso pessimo dal quale si può solo migliorare.

Assistente Google e Modalità Traduttore

Come su tutti gli auricolari Google, avete la possibilità di parlare con l’assistente di casa, non solo nel modo “classico”, ma anche con alcune funzioni esclusive proprio per i Buds. Ad esempio, nel caso doveste ricevere una notifica di un certo tipo sul telefono, un piccolo suono vi avvertirà che basta un tap sull’auricolare per farsela leggere (ed eventualmente rispondere). Al momento Assistant supporta le app di messaggistica (WhatsApp, Telegram, SMS, ecc.), email, eventi di calendario, aggiornamenti sul traffico e su eventuali voli aerei.

In qualsiasi momento potete tenere premuto il tasto dedicato e l’assistente vi dirà l’ora esatta e vi leggerà tutte le notifiche in sospeso, oppure potete usare i comandi vocali, casomai aveste le mani occupate. Potete chiedere di riprodurre musica, regolare il volume, inviare messaggi, fare domande, ascoltare le notizie ed anche ottenere indicazioni tramite Maps, tutto a portata di orecchio.

C’è poi, come sui precedenti Buds, l’interazione con Google Translate, in particolare con la modalità conversazione, che traduce e legge in una lingua straniera ciò che direte in italiano (e viceversa), e poi vi farà ascoltare la risposta (sempre in italiano) con i Pixel Buds Pro. Per farlo verrà aperta l’app di Google Traduttore sullo smartphone, che è meglio quindi avere a portata di mano per mostrarlo anche al vostro interlocutore. Si tratta di una modalità sempre presente nell’app, che però con gli auricolari è più comoda da usare.

Al netto delle differenze estetiche e di vestibilità (sono entrambi comodi, ma alla lunga preferiremmo i Pixel Buds Pro), o di autonomia (i Buds Pro fanno più del doppio dei Buds A – senza ANC), ci sono anche differenze funzionali tra i due auricolari di Google, e non tutte a vantaggio del modello più costoso.

In entrambi gli auricolari è presente il supporto dell’Assistente Google e della traduzione cui abbiamo accennato prima, così come della funzione per ritrovare gli auricolari persi, che li farà suonare (nei limiti delle capacità dei loro speaker) per aiutarvi a ritrovarli. Il rilevamento in-ear è presente su entrambi, anche se con una collocazione diversa nelle impostazioni, e di fatto serve ad interrompere la riproduzione qualora doveste togliervi gli auricolari.

I controlli touch sono presenti su entrambi, ma sui Pixel Buds Pro sono più utili: in particolare possiamo regolare il volume (cosa non possibile tramite gesture sui Pixel Buds A), e decidere quale dei due auricolari servirà a parlare con l’Assistente, e quale per regolare l’ANC.

L’equalizzatore del volume, che migliora le frequenze di alti e bassi ai volumi più bassi, è presente su entrambi, ma sui Pixel Buds A abbiamo anche il suono adattivo, che alza o abbassa da solo il volume in base al rumore ambientale, e c’è pure la possibilità di regolare l’intensità dei bassi, assente sui Pixel Buds Pro.

Infine, esclusiva dei Pixel Buds Pro, sono la connettività multipunto con cambio automatico di dispositivo, e la funzione di controllo isolamento degli inserti, che abbiamo già illustrato in precedenza.

Non cambiano i codec supportati: AAC ed SBC per entrambi, visto che anche i Pixel Buds A sono dotati di Bluetooth 5.0.

L’autonomia dichiarata da Google è molto vicina a quella reale, ed è una buona autonomia, decisamente superiore alla media degli auricolari true wireless, sebbene non sia certo la migliore in assoluto.

Con ANC attivo farete circa 7 ore di ascolto (anche qualcosina di più). Alternando un po’ di pause potete arrivare a coprire l’intera giornata lavorativa, sempre che abbiate voglia di portare degli auricolari per 8 ore al giorno. Disattivando la cancellazione del rumore si raggiungono anche le 11 ore. Con la custodia potete ricaricare un paio di volte le cuffiette, triplicando di fatto questi valori.

Segnaliamo infine che il livello di carica dei due auricolari scende in modo piuttosto omogeneo, anche se 2-3 punti percentuali di scarto sono sempre possibili.

I Pixel Buds Pro costano 219€, una cifra piuttosto importante, che li mette in competizione con AirPods, LinkBuds (S) di Sony ed in generale con il mercato degli auricolari di fascia alta. Il precedente tentativo di Google intorno a questo prezzo non è andato molto bene (parliamo dei primi Pixel Buds true wireless, ora introvabili), tanto che i successivi Pixel Buds A sono stati lanciati a 99€, e per quanto i Buds Pro offrano molto più dei Buds A, è difficile giustificare che costino più del doppio. Già a 199€ avrebbero fatto un effetto diverso.

Si svaluteranno rapidamente? Sullo store di Google gli sconti sono cosa abbastanza rara, e ciò si ripercuote anche sui distributori di terze parti. Speriamo che possa esserci qualche buona offerta a breve, ma al momento i Pixel Buds Pro non sono un acquisto che consigliamo ad occhi chiusi. Per rimanere sempre aggiornati sulle offerte del momento, vi consigliamo di iscrivervi al nostro canale Telegram: è gratuito, le notifiche sono personalizzabili, e oltre 50.000 utenti ci hanno già dato fiducia. Il pulsante per raggiungerlo è subito qui sotto, prima della carrellata dei Pixel Buds Pro su Amazon.

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Recensione Pixel Buds Pro: sulle orme degli AirPods