Fastweb Mobile: aspettando il 5G i nuovi clienti navigano già con la rete WindTre

Secondo quanto concordato da WindTre e Fastweb a partire dal 7 settembre la rete di tutti i nuovi clienti Fastweb Mobile che acquisteranno una SIM ricaricabile si appoggerà a quella di WindTre con velocità fino a 1 Gbps in download e 75 Mbps in uplod, quest’ultimo dato verificato a seguito di varie indiscrezioni, dei primi passaggi e dei documenti di trasparenza tariffaria recentemente aggiornati e presenti sul sito.

Il discorso vale in maniera diversa per i già clienti. Infatti, questi ultimi già da qualche tempo stanno gradualmente passando dalla rete TIM a quella WindTre, nonostante l’inizio di questa migrazione non sia stata ufficializzata da Fastweb, bensì dimostrata con i fatti perché alcuni clienti hanno iniziato a utilizzare il roaming nazionale con WindTre su rete 4G e tecnologie precedenti.

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Ovviamente, non si conosce precisamente entro quando questo processo avrà fine, però essendo attualmente in corso è solo questione di tempo prima che avvenga. Inoltre, i già clienti non dovranno sostituire la loro SIM per la natura Full MVNO dell’operatore, anche se è stato già comunicato che sarà il quinto operatore di rete mobile d’Italia completando in questo modo la transizione.

L’accordo tra i due operatori va al di là del passaggio di rete nel mobile. Infatti, come è stato già annunciato il 25 giugno 2019 è in programma l’accelerazione della realizzazione dell’infrastruttura 5G nazionale e non solo. Dal suo canto WindTre gestirà la rete 5G, però dal punto di vista commerciale e operativo le due aziende rimarranno indipendenti. L’idea su cui si fonda l’accordo è che WindTre fornirà a Fastweb i servizi di roaming sulla propria rete per allargare la coperture dei suoi servizi mobile, mentre l’altra azienda renderà disponibile la sua rete FTTH e FTTC.

Concludendo, durante l’IFA 2020 l’Head of Network Engineering di Fastweb, Marco Arioli, ha confermato che la rete 5G dell’operatore sarà lanciata già quest’anno, anche se non sono state offerte informazioni puntuali su quando avverrà.

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In quali Paesi è già in funzione la rete 5G?

Alla fine di maggio, 81 operatori in 42 Paesi hanno lanciato servizi commerciali 5G. Cioè aperti al pubblico, concreti, oltre le sperimentazioni. A marzo 2019 erano meno di dieci. La grande accelerazione è arrivata tra aprile e settembre dello scorso anno: in sei mesi le offerte 5G si sono quintuplicate. Si è poi andati avanti al ritmo costante di circa dieci lanci commerciali ogni trimestre.

Nel corso della pandemia nessuna frenata. Anzi: gli operatori che hanno esordito sul mercato sono stati 11 solo tra aprile e maggio. C’è quindi un altro mese per arrotondare il conto del trimestre. I dati della Gsa, l’associazione che rappresenta le compagnie dell’ecosistema mobile, raccontano quanto e dove il 5G è già disponibile.

Gli 81 operatori che hanno già puntato su offerte commerciali sono peraltro solo una piccola parte di quelli che hanno investito nelle nuove reti: 386 in 97 Paesi. Praticamente raddoppiati nell’arco di un anno e mezzo.

La geografia del 5G

In Italia sono già disponibili offerte di Tim e Vodafone. Il grande assente, per ora, è la Francia. Tra i Paesi più ricchi e industrializzati del mondo, è l’unico a non avere ancora la disponibilità di offerte 5G.

In Europa mancano anche, tra gl altri, Portogallo e Svezia. Caso curioso quest’ultimo, visto che è il Paese dove ha sede uno dei grandi fornitori mondiali della tecnologia: Ericsson. Negli Stati in cui il 5G è già accessibile, la priorità è andata alle reti mobili. È invece molto più limitata la geografia della tecnologia Fwa, cioè quella ibrida che punta a sfruttare determinate frequenze per portare la banda larga fissa dove i cavi non possono arrivare (o non è conveniente che arrivino). Sono ancora pochi gli operatori che hanno lanciato un servizio Fwa 5G: 39 in 24 Paesi. Tra i quali Cina, Stati Uniti, Germania, Australia, Sud Africa, Regno Unito, Finlandia. Rispetto al 5G mobile, sono molti meno anche i Paesi nei quali gli operatori stanno investendo sul Fixed Wireless Access. L’Italia c’è, insieme a Canada, Russia, Brasile e pochi altri.

I fornitori: Europa contro Cina 

Il proliferare delle offerte si lega allo sviluppo delle reti, che fa capo a pochi grandi compagnie. Non sempre si tratta di contratti esclusivi, come ad esempio nel caso di China Mobile, che ha firmato con Huawei, Zte ed Ericsson. O di Vodafone, che in Italia si appoggia a Huawei e Nokia.

La società di Shenzhen e quella svedese si contendono la leadership globale a colpi di contratti. Se Zte dichiara di averne siglati più di 40 e Nokia circa 70, Huawei ha superato quota 90 ed Ericsson ne ha firmati 93, 40 dei quali si sono già trasformati in reti “live” in 22 Paesi. Il gruppo svedese collabora quindi con metà degli operatori che hanno lanciato offerte commerciali in tutto il mondo. Una proporzione che si conferma sia a livello europeo (sono 17 su 32) che in Italia (uno su due, con Tim).

La concorrenza tra Ericsson e Huawei

Quando interpellato sui sospetti nei confronti di Huawei e dei possibili ripercussioni (positive) su Ericsson, il ceo Börje Ekholm ha svicolato: “Non ci occupiamo di geopolitica”. Anche in assenza di un bando, però, qualche effetto c’è già stato. Lightreading.com ha contato (tra ufficiali e “probabili”) dieci casi in cui un operatore ha cambiato fornitore (nella “Ran” – Radio access network – o nel network core). In nove occasioni Ericsson ha sfilato il contratto alla concorrenza: due volte, entrambe nel 2017, a Nokia; ben sette volte a Huawei (quattro solo nel 2020).

La società svedese ha soffiato a quella cinese la fornitura Ran di Telefónica (Argentina), TDC (Danimarca), Telia (Norvegia), Telus e Bce (Canada) e quella core di BT (Regno Unito) e Telefónica (Germania). C’è invece un solo caso in cui Huawei ha conquistato un contratto che apparteneva a Ericsson: la Ran dell’olandese KPN. Il traffico sull’asse Svezia-Cina è quasi a senso unico.

La carica degli smartphone

La disponibilità di offerte commerciali e quella di hardware 5G si spingono a vicenda. A maggio, per la prima volta, i dispositivi hanno superato quota cento. Secondo il 5G Device Ecosystem Report di Gsa, sono 112, più che raddoppiati da inizio anno, con 17 nuovi arrivati nel solo mese di maggio. Gli smartphone sono la maggioranza: secondo il rapporto ce ne sono 77 in commercio. La crescita promette di accelerare nei prossimi mesi: sono infatti 296 i dispositivi 5G già annunciati.

 

Agi

I videogiochi online congestionano la rete e non è facile rallentarli

Lavoro da remoto, videolezioni, streaming e videogiochi online: con milioni di persone costrette in casa per l’emergenza coronavirus, l’infrastruttura che permette di navigare su internet e di usufruire dei diversi servizi digitali è posta sotto un’enorme pressione.

Se la rete ha complessivamente resistito nelle prime settimane di quarantena, facendo registrare però numerosi casi di rallentamenti a macchia di leopardo nel Paese, la preoccupazione diffusa è che ulteriori misure restrittive per il movimento delle persone possano portare a un picco di utilizzo di banda tale da rendere impossibile la connessione per tanti. Finendo così per impedire ai ragazzi di seguire le lezioni digitali attivate dalle scuole e dalle università o agli adulti di lavorare da casa.

Una preoccupazione che ha spinto le istituzioni europee a chiedere ai giganti dello streaming online di fare subito qualcosa. E alla chiamata hanno risposto YouTube e Netflix, con l’annuncio di riduzione di qualità dello streaming dei loro video: eliminazione della risoluzione Hd per il primo, riduzione del bitrate del 25 per cento per il secondo. Minore definizione delle immagini corrisponde infatti a un minor “peso” di dati sulla rete. E quindi a più spazio per “far passare” altro traffico dati.

Più complessa è invece la gestione di un altro servizio che consuma una enorme quantità di banda: il gaming online. Negli ultimi giorni, complici i milioni di ragazzi che non possono andare a scuola, la quantità di dati usati in Italia per giocare in rete a titoli come Fortnite o Call of Duty (che propio in questi giorni ha pubblicato la sua modalità “battle royale” in stile Fortnite) è aumentata enormemente.

Come spiegato ad Agi dal cto di FastWeb Andrea Lasagna, già martedì 10 marzo l’operatore aveva registrato un aumento del 30 per cento del traffico sulla sua rete rispetto al giorno medio. “L’impennata è stata una combinazione di fattori. Da una parte la progressiva estensione della quarantena, dall’altra il rilascio di un titolo molto atteso dai videogiocatori, Call of Duty Warzone, che ha consumato parecchia banda. Ma nei giorni e nelle ore successive, il traffico è calato ma resta molto sostenuto”, ha dichiarato Lasagna. Parole in linea con quanto affermato da Tim che, secondo quanto detto dal suo amministratore delegato Luigi Gubitosi e riportato da Bloomberg, avrebbe visto un aumento del 90 percento del traffico dati, in gran parte “con un grosso contributo dato dai giochi online come Fortnite”.

Di più: oltre al normale consumo di traffico necessario per giocare contro altre persone in giro per il mondo, i videogame online portano a dei picchi di consumo della banda quando vengono rilasciati degli aggiornamenti (modifiche o nuove aggiunte al gioco). Milioni di gamer che in contemporanea scaricano pacchetti di aggiornamento pesanti anche decine di giga possono portare al sovraccarico dell’infrastruttura. Sempre Fastweb ha comunicato un incremento del 400 percento del traffico del gaming online in corrispondenza del rilascio degli aggiornamenti di Fortnite e Call of Duty.

Ridurre il consumo di banda del gaming online come per lo streaming dei video è però impossibile. Netflix e Youtube, che erogano i loro video, possono facilmente abbassarne la qualità garantendo comunque a tutti i loro utenti la visione dei contenuti desiderati. Nei videogiochi online invece il “traffico” di dati con i server viene utilizzato per garantire un’esperienza di gioco fluida e reattiva, visto che anche un rallentamento inferiore al secondo può causare una sconfitta: abbassare questo tipo di consumo dei dati significherebbe rendere inutilizzabili i videogiochi più amati.

Il livello di dettaglio della grafica nei giochi online non è infatti demandato al server, ma al computer o alla console che il singolo utente sta utilizzando a casa sua. Fanno eccezione i sistemi di gaming in streaming come Google Stadia, che però a oggi costituiscono una fetta davvero marginale del mercato.

L’unico modo per abbassare il peso del gaming online sulla rete potrebbe essere quindi quello di limitare il numero di persone che possono giocare. Una soluzione complessa dal punto di vista realizzativo (le piattaforme di gaming sono numerose e su più piattaforme) e che non sembra al momento allo studio.

Da quanto ricostruito da Agi, le principali società di videogiochi che offrono servizi online non hanno in programma l’istituzione di un “numero chiuso” ai loro giochi, e anzi si sono moltiplicate negli ultimi giorni le offerte di titoli da scaricare a prezzi scontati o gratuitamente proprio per incentivare le persone a non muoversi da casa.

Agi

Tanta pressione sulla rete Internet. E lo smart working non c’entra

Capita che gli adolescenti, nel giro di un anno, guadagnino dieci centimetri d’altezza e qualche misura di scarpe. Nuove taglie, nuovi vestiti. Ora immaginate se anziché impiegarci mesi, vostro figlio o vostro nipote crescesse così nel giro di una notte. Sarebbe un bel problema. È quello che si sono ritrovati ad affrontare gli operatori di tlc italiani. Complice la quarantena, martedì 10 marzo il traffico registrato da Fastweb è passato dai consueti 2,5 terabyte al secondo a 3,2 terabyte al secondo. Quasi il 30% in più, una “crescita che di solito si registra lungo un anno intero”, spiega il cto Andrea Lasagna.

I motivi del picco: giochi e streaming

“A partire da martedì – afferma Lasagna – abbiamo rilevato un aumento del traffico”. L’impennata di martedì è stata una combinazione di fattori. Da una parte la progressiva estensione della quarantena, dall’altra il rilascio di un titolo molto atteso dai videogiocatori, Call of Duty Warzone, che ha consumato parecchia banda. Ma non è stato un episodio. “Nei giorni e nelle ore successive, il traffico è calato ma resta molto sostenuto”, con picchi “attorno ai 3 terabyte al secondo”. Cioè con un incremento che resta oltre il 20% rispetto alle settimane precedenti. “È qualcosa di eccezionale”.

“Lo smart working non è un problema”

Fastweb ha osservato non solo un aumento del traffico, ma anche una modifica della sua composizione. E lo smart working non c’entra quasi nulla. Il lavoro da casa ha sì avuto un impatto, ma molto più gestibile: nelle ore lavorativa, spiega Fastweb, l’incremento è stato del 5-10%. E per di più non è un aumento circoscritto alla sola attività degli occupati. Con la chiusura di scuole e università, in quelle ore a casa ci sono anche i figli. Questo, afferma Lasagna, dimostra che “lo smart working non è un problema”. Almeno per le reti. “Anche se spesso si utilizzano video e streaming, gli strumenti per lo smart working hanno una codifica spinta e utilizzano poca banda”.

Il traffico osservato nelle ore lavorative “non è paragonabile con quello della sera”. Insomma: a mettere pressione non è l’ufficio in casa ma videogiochi e piattaforme di streaming. È un’ulteriore dimostrazione, afferma il cto di Fastweb, che “le persone stanno davvero in casa”. E dalle 18 in poi consumano più banda, guardano film e giocando online. “Avere un’infrastruttura che vale aiuta le persone a non uscire”.

Le contromisure

È chiaro quindi che la rete sia “sotto stress”. Ma “ha reagito bene”. Fastweb spiega di essersi mosso “già nei giorni prima del picco”, avviando “un ampliamento fisico della capacità della rete”, in modo da evitare rallentamenti anche in momenti di forte pressione. In pratica, la famiglia ha comprato magliette e scarpe per quell’adolescente cresciuto in fretta. L’operatore ha tenuto botta anche grazie alla “capacità residua” a disposizione (cioè le maglie avanzate del fratello più grande). Il piano di ampliamento della capacità sta proseguendo perché il traffico resta elevato e si attende prosegua a questi livelli anche nelle prossime settimane.

Coronavirus,​​ digital divide, lavoro

Quello di un lavoro da remoto efficace non è “un tema di reti quanto di strumenti adeguati e di organizzazione aziendale”. Almeno nelle zone coperte da infrastrutture più evolute. La rete che regge è una questione in parte distinta dal divario digitale, che nel Paese resta forte. Secondo gli ultimi dati dell’Agcom, il 5% delle famiglie non è raggiunta dalla banda larga di rete fissa e una su tre può ambire al massimo a una velocità in download di 30 Mbps. Per Lasagna, la clausura forzata comporterà “un’accelerazione”: “Ha fatto capire che le tlc non sono solo un cavo ma sono abilitatori della trasformazione digitale. E che non si può fare a meno di una connessione casalinga”. Per guardare, giocare, lavorare. Dopo l’emergenza, una parte degli italiani forse rivaluterà l’ufficio. Ma ci saranno anche aziende che capiranno come “si possano affrontare tipologie di lavoro in modo differente”.  

Blocchi e lavoro da casa: VPN raddoppiate

Che le persone siano in casa lo confermano anche i dati di Atlas VPN. Nella settimana tra il 9 e il 15 marzo, l’utilizzo di VPN (reti virtuali private) in Italia è più che raddoppiata (+112%). Perché l’incremento è legato alla quarantena? Le VPN servono per offrire una navigazione sicura o per aggirare i blocchi. Con la clausura, spiega Atlas, è probabile che gli utenti abbiano deciso di utilizzarle per entrambi gli scopi. Molti servizi di streaming (come Netflix) hanno restrizioni geografiche. Alcuni contenuti, ad esempio, sono visibili negli Stati Uniti ma non in Italia. È quindi probabile che la corsa alla VPN sia dovuta alla volontà di “mascherarsi” per eludere la localizzazione. L’altro carburante per l’accelerazione è arrivato dallo smart working. Se un dipendente o un collaboratore deve collegarsi da casa alla rete aziendale e trattare file sensibili, ha bisogno di una connessione più sicura. E quindi di una VPN.       

Agi

L’ospedale cinese dei record avrà la rete 5G

L’ospedale dei record, che i cinesi stanno approntando a marce forzate per far fronte all’emergenza posta dall’epidemia di coronavirus, avrà una rete Internet 5G. A installarla saranno Zte e China Mobile, incaricati di fornire al Lei Shen Shan Hospital di Wuhan la tecnologia più avanzata.

Dopo aver ricevuto le notifiche della selezione della sede dell’ospedale, Zte e la filiale Hubei di China Mobile hanno analizzato la situazione attuale della rete. Zte ha sviluppato una soluzione per la costruzione della rete e ha fatto in modo che dal 26 gennaio il personale tecnico possa portare avanti la costruzione e l’espansione del network in loco. Una volta completato, l’ospedale soddisferà le esigenze di comunicazione e di trasmissione video di decine di migliaia di persone.

In questo progetto è stata commissionata anche la rete 5G, che può essere utilizzata per il supporto di telemedicina e per migliorare l’efficienza della cura dei pazienti. In futuro, l’espansione della capacità e la distribuzione del 5G indoor, saranno realizzate contemporaneamente alla costruzione dell’ospedale Lei Shen Shan. Si stima che più di 25.000 persone possano comunicare tra loro contemporaneamente.

Nella battaglia per il controllo dell’epidemia di Wuhan, Zte ha messo in campo centinaia di professionisti, affinché gli operatori possano avere il giusto supporto e i pezzi di ricambio per le apparecchiature fondamentali possano arrivare da Shenzhen soddisfacendo ogni emergenza al fine di garantire il funzionamento sicuro e stabile della rete di comunicazione. 

Agi