La rivoluzione sindacale dentro Starbucks, Amazon e Apple

AGI – La trattativa privata in luogo di quella di gruppo è sempre stata la scelta preferita dalle aziende e dalle big tech in particolare. È più semplice gestire un dipendente alla ricerca di orari di lavoro diversi, di una retribuzione più adeguata e di condizioni di lavoro migliori, piuttosto che un gruppo eterogeneo. Quando poi i gruppi dirigenti avvertono come avviata l’esigenza di un sindacato, scattano i tentativi in senso contrario: da una più o meno pressante moral suasion in poi. Ma le cose cambiano e perfino Apple ha dovuto incassare la costituzione del suo primo sindacato.

È successo nella filiale di Towson, nel Maryland, dove è stata approvata la formazione di una organizzazione interna che rappresenti i lavoratori. Non è stata una maggioranza schiacciante: dei 110 dipendenti della filiale, 65 hanno votato a favore e 33 contro. Al centro delle richieste del gruppo sindacale: poter decidere su stipendi, orari e misure di sicurezza. “È un vostro diritto aderire a un sindacato, ma è anche un vostro diritto non aderire”, aveva detto a maggio rivolgendosi ai lavoratori il direttore della distribuzione e delle risorse umane di Apple, Deirdre O’Brien.

Per il movimento sindacale statunitense è l’ultima di una serie di vittorie, che comprende anche la decisione dei dipendenti Amazon e di molti caffè Starbucks di entrare nel sindacato. “In realtà si tratta di un’illusione – ha spiegato ad aprile sul New York Times Binyamin Appelbaum – negli Stati Uniti il numero di lavoratori rappresentati da un sindacato diminuisce quasi ogni anno, e nel 2021 ha raggiunto i minimi storici. Questa tendenza non sarà invertita fino a quando il governo federale non cambierà le regole del gioco”. I sistemi di tutela dei lavoratori a livello federale sono inadeguati e spesso non sono applicati.

SpaceX e i licenziamenti in Tesla e Twitter

La vicenda segue di pochissimi giorni il caso dei 5 dipendenti licenziati da SpaceX, la compagnia aerospaziale di Elon Musk. In quel caso non c’era neanche un abbozzo di “sindacato”: a non piacere è stata una lettera firmata da 400 dipendenti in cui si contestavano alcuni comportamenti dell’amministratore delegato. Lo stesso che aveva parlato di generici tagli al personale in Twitter (la società che sta per acquisire) e di 10 mila licenziamenti in Tesla, un’altra sua compagnia.

Jeff Bezos e Amazon

Sempre in tema sindacale, ad aprile nella sede di New York di Amazon gli impiegati hanno votato a favore del primo sindacato nei 27 anni di storia del gigante dell’ecommerce. Anche in questo caso non è stata una vittoria schiacciante, 2.654 voti contro 2.131, ma da adesso i circa 8.000 lavoratori del magazzino di Staten Island potranno iscriversi alla prima Amazon Labour Union. Anche in questo caso la compagnia si è messa di traverso.

Appena due anni prima, un lavoratore del magazzino Amazon di Staten Island, sempre a New York, era stato licenziato dopo aver organizzato una protesta per chiedere condizioni di lavoro migliori durante la pandemia di Covid-19.  

Starbucks

A dicembre anche Starbucks ha visto nascere il suo primo negozio sindacalizzato, a Buffalo, stato di New York, dove 19 dipendenti contro 8 hanno votato a favore della rappresentanza sindacale. Anche in questo caso la celebre catena di caffé ha combattuto attivamente per decenni la sindacalizzazione dei suoi locali.


La rivoluzione sindacale dentro Starbucks, Amazon e Apple

NFT, criptovalute, pagamenti digitali: rivoluzione o speculazione? – iPhoneItalia Podcast S11 E19

NFT e Criptovalute sono una rivoluzione che cambierà il nostro futuro? E poi… Samsung… perché lo fai? Perché?

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NFT, criptovalute, pagamenti digitali: rivoluzione o speculazione? – iPhoneItalia Podcast S11 E19

Jabra Elite 85t: un passo in avanti, non una rivoluzione

Recensione Jabra Elite 85t – Tra gli auricolari che ho provato lo scorso anno, i Jabra Elite 75t sono forse quelli che mi sono piaciuti di più in assoluto. Per me avevano già tutto quello che si potesse chiedere a degli auricolari true wireless e, considerando il calo di prezzo per le offerte natalizie e la recente introduzione della cancellazione del rumore, rimangono ancora oggi un best buy.

Ma quest’anno ci sono anche le nuove Jabra Elite 85t, diretta evoluzione del precedente modello. Come ho scritto nel titolo, sono un passo avanti ma non una rivoluzione. La sostanza rimane la stessa, e va benissimo così: cosa vuoi rivoluzionare, se parti da uno dei migliori true wireless del mercato?

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Confezione

La confezione di vendita è ormai quella standard per tutti gli auricolari true wireless: cuffiette, custodia di ricarica, due paia di gommini aggiuntivi (per un totale di tre) e un cavetto USB/USB-C fin troppo corto.

Ancora una volta, un plauso a Jabra per l’assenza di inutili manuali: se volete sapere come usarle, scaricate l’app (o consultate il sito) e leggete da lì la guida. Il pianeta ringrazia.

Costruzione e comodità

Mettendo a fianco le Jabra Elite 85t e le precedenti 75t, sembra quasi che queste ultime siano l’evoluzione, e non viceversa. Nelle Elite 85t, sia il case di ricarica che gli auricolari sono più grandi e, in un mondo che spinge verso la miniaturizzazione, fa strano trovare un modello più evoluto ma anche più grande del precedente.

Ma non fraintendetemi, il case ha comunque dimensioni abbastanza contenute: è alto quanto l’astuccio degli AirPods Pro e leggermente più spesso. Niente di preoccupante, insomma.

A proposito del case, sulla parte frontale troviamo un piccolo LED che indica lo stato di carica, sul retro il connettore USB-C per la ricarica e sotto il logo dello standard Qi, che ci ricorda il supporto alla ricarica wireless.

Ma, ancor più che nella custodia, la differenza di forme si nota negli auricolari: i Jabra Elite 85t sono più tozzi e voluminosi dei precedenti 75t, che appaiono più snelli e affusolati.

Ma in questo cambio di dimensioni c’è anche un cambio di indossabilità: mentre gli Elite 75t sono canonici auricolari in-ear, con una protuberanza oblunga che si infila nel canale uditivo e lo “tappa” bene, per gli Elite 85t Jabra parla di design semi-open, che potrebbe piacere anche a chi solitamente non si trova a proprio agio con gli in-ear.

Gli Elite 85t stanno più appoggiati e meno infilati, per capirsi: il peso viene scaricato sul padiglione auricolare e gli auricolari non premono sul canale uditivo. Nonostante questo, mantengono saldamente la posizione: non avrete timore di perderli.

Il risultato è una insolita via di mezzo: le orecchie non sono libere come quando si utilizzano degli AirPods, ma non sono neanche così occluse come succede con la maggior parte degli auricolari in-ear. Inoltre, si riesce a sentire un po’ di più del mondo esterno (a differenza degli Elite 75t, che bloccano completamente i suoni).

La soluzione definitiva a tutti i nostri problemi, quindi? . Da un lato, gli Elite 85t sono auricolari che potrebbero mettere d’accordo fan e detrattori dei modelli in-ear, dall’altro rischiano di spiazzare entrambi.

Come ho detto più volte su queste pagine, io preferisco gli auricolari in-ear: sebbene trovi gli Elite 8t5 comodi e li abbia indossati per ore senza particolari fastidi, personalmente preferisco il form factor dei 75t. Ma sono solo gusti personali, ovviamente.

Un’altra particolarità in termini di design sono i nuovi gommini, che hanno una forma ovale che dovrebbe garantire una migliore vestibilità. Nota a margine: questo genere di gommini è prodotto appositamente da Jabra, quindi attenzione a non perderli.

Con il nuovo design, gli auricolari di Jabra perdono qualche punto in termini di resistenza a polvere e liquidi: si passa dall’IP55 delle Elite 75t a IPX4 delle Elite 85t.

Infine, un commento sui tasti: normalmente non sono un grande fan dei pulsanti fisici, perché costringono l’utente a spingere gli auricolari verso le orecchie, causando potenziali disagi. Tuttavia, avevo lodato i tasti degli Elite 75t che, premendosi con estrema facilità, portano con sé il meglio dei tasti fisici (un feedback chiaro e meccanico) senza causare disagio. In questo caso, i pulsanti sono leggermente più duri da premere: non è assolutamente un problema (non cambia poi così tanto), ma sinceramente fatico a capire la scelta.

Funzioni e qualità audio

Come sempre partiamo parlando della qualità audio, che è davvero molto buona: i driver da 12 mm offrono un suono ricco di dettagli, con un profilo sonoro che strizza l’occhio al mercato consumer, con bassi un po’ esaltati rispetto al resto.

Insomma, nonostante siano stati ridotti rispetto alle 75t, i bassi la fanno ancora da padrone: sono ottimi basi, chiari e profondi, ma che potrebbero risultare eccessivi per chi cerca un ascolto più fedele.

Prendete i primi secondi di Monkey Gone to Heaven dei Pixies: il suono del basso è così enfatizzato da coprire la voce di Frank Black.

Ma non fraintendetemi: stiamo parlando di una qualità audio complessivamente molto elevata, di un profilo sonoro che piace a molti e che soprattutto può essere personalizzato grazie all’app Jabra Sound+.

L’applicazione di Jabra, infatti, si conferma una delle migliori companion app sul mercato: porta con sé un equalizzatore a 5 bande (e il profilo audio viene salvato direttamente negli auricolari) e la gestione dell’audio basata sui Momenti, ossia su scenari personalizzati, utilizzabili a seconda delle situazioni (Pendolare, Focus, Il mio Momento).

Molto apprezzati anche i Soundscape, ossia i classici suoni rilassanti: si va dal rumore bianco, al suono delle cascate, al cinguettio degli uccellini e così via. Molto utili per isolarsi anche senza ascoltare musica, ad esempio per leggere comodamente in metropolitana.

A proposito di isolamento, parliamo finalmente anche di cancellazione attiva del rumore: l’ANC è davvero molto buono e regolabile su cinque livelli.

Lo paragonerei tranquillamente a quello degli AirPods Pro, anche se complessivamente l’isolamento acustico è minore, per via del design semi-open che non “tappa” le orecchie come avviene con altri modelli in-ear.

La gestione dell’ANC è affidata al pulsante sull’auricolare sinistro ma, inspiegabilmente, è possibile commutare solo ANC e HearThrough, senza la possibilità di impostare il tutto su Off (che può essere fatto solo dall’app Jabra Sound+).

Si tratta di una scelta abbastanza assurda, considerando che l’ANC influenza sensibilmente la batteria e non sempre risulta indispensabile: l’autonomia passa da circa 7 ore senza ANC a circa 5 ore e mezza con ANC attivo.

In ogni caso, rimanendo in ambito di controlli multimediali, sono completamente personalizzabili dall’app e di default sono i seguenti:

Auricolare SX:

  • Clic:  Modalità audio (HearThrough/ANC)
  • Doppio clic: Traccia successiva
  • Triplo clic: Traccia precedenete
  • Clic prolungato: Abbassa il volume

Auricolare DX:

  • Clic:  Play/Pausa
  • Doppio clic: Assistente vocale
  • Triplo clic: disabilitato
  • Clic prolungato: Abbassa il volume

Oltre questi, dalle impostazioni è possibile personalizzare il comportamento dei pulsanti per la chiamata in arrivo o per le telefonate attive (ad esempio per silenziare la chiamata, attivare/disattivare il Sidetone e altro ancora).

Ovviamente non mancano i sensori di prossimità, che mandano automaticamente in pausa la musica quando rimuovete un auricolare.

Il Bluetooth è stato aggiornato alla versione 5.1 e anche in questi Elite 85t troviamo una delle funzioni più apprezzate delle cuffie Jabra: il multipoint, ossia la possibilità di connettere gli auricolari contemporaneamente a due dispositivi. Collegando gli auricolari a due device, ogni tanto capita qualche piccolo problema, ma la possibilità di usare gli Elite 85t al PC e poi rispondere alla chiamata in arrivo sullo smartphone è impagabile.

I codec supportati sono SBC e AAC: purtroppo manca il supporto ad aptX o qualsiasi codec ad alta definizione.

I microfoni sono promossi, anche se non fanno un grande salto in avanti rispetto i 75t: potete ascoltare una prova del microfono di seguito (e un’altra la trovate nel video).

Purtroppo anche in questi nuovi auricolari Jabra solo l’auricolare destro può essere utilizzato indipendentemente dall’altro. Gli Elite 85t, infatti, si basano sul sistema master/slave: lo smartphone si accoppia alla cuffietta destra, che fa da ponte alla sinistra.

Un’ultima nota per concludere: a differenza delle 75t, queste 85t perdono il supporto ad Alexa, rimangono ovviamente Siri e Google Assistant.

Prezzo

Il costo di listino dei Jabra Elite 85t è decisamente da top di gamma: 229,99€, più della maggior parte degli altri auricolari true wireless.

Il prezzo è commisurato alla qualità del prodotto, davvero elevata su tutti i fronti, ma non è per tutte le tasche.

Se non volete affrontare la spesa e non avete problemi con gli auricolari in-ear, il mio suggerimento è quello di orientarvi sui precedenti Jabra Elite 75t, che rimangono ottimi sotto ogni punto di vista.

Le funzioni sono praticamente identiche e, con un recente aggiornamento, Jabra ha introdotto l’ANC anche sui 75t: non è regolabile come sulle 85t, ma il risultato è comunque ottimo (complice l’isolamento passivo).

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Jabra Elite 85t: un passo in avanti, non una rivoluzione

Rivoluzione in casa Vodafone: niente più rimodulazioni entro i primi 6 mesi e recesso anche solo da una opzione

A seguito di un procedimento sanzionatorio attivato dall’Autorità Garante per le Comunicazioni, Vodafone ha definito una serie di impegni che verranno applicati nei prossimi mesi per rimediare alla sua posizione e migliorare la concorrenza nel settore. Si tratta di sei attività che l’operatore metterà in campo rivoluzionando in parte il rapporto con i propri utenti. Andiamole a vedere in dettaglio una a una.

Prima di tutto Vodafone ha dichiarato che non applicherà variazioni unilaterali alle condizioni di contratto – le cosiddette rimodulazionialle offerte voce e dati attivate da meno di 6 mesi dai clienti. In poche parole sottoscritta una tariffa si dovrebbe stare tranquilli che il costo non cambierà almeno per il primo semestre.

Un’altra importante novità, come riportavamo anche nel titolo, riguarda la possibilità di recedere solamente da un servizio o da una opzione aggiuntiva contenuta in un contratto. Questa facoltà associata alla modifica del servizio permetterà quindi di escludere quel servizio per cui il prezzo è stato variato senza dover per forza rinunciare a tutto il resto.

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Il resto degli impegni coinvolgono invece aspetti di trasparenza nel rapporto con i clienti, in particolare Vodafone si impegna a:

  • fornire una sintesi contrattuale integrativa subito dopo la firma di un contratto,
  • creare una sezione nell’area personale in cui siano riportate in ordine cronologico e dettagliatamente tutte le modifiche contrattuali applicate ai clienti che rientrano nella tipologia di offerta oggetto della modifica
  • informare l’Agcom ad ogni modifica contrattuale e
  • creare un’Unità di Vigilanza che verifichi ogni sei mesi la corretta applicazione dei precedenti impegni.

Tutti questi impegni sono stati accettati dall’Autorità (determina 90/20/DTC) al termine di un procedimento sanzionatorio conclusosi lo scorso febbraio con la condanna dell’operatore (atto di contestazione 2/20/DTC). Il procedimento era stato aperto a luglio 2019 da alcuni clienti in possesso di una SIM dati con tariffa a consumo che si erano visti applicare un canone fisso di 5€, proprio a seguito di una rimodulazione.

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