I pennuti arrabbiati sono inarrestabili: Angry Birds Legends è in arrivo su Android (foto)

Angry Birds è la serie di gioco che ha fatto la sua storia sui dispositivi mobili, presente sulla piattaforma Android sin dagli albori dove ormai offre diversi capitoli del gioco. Nelle ultime ore sono emersi dettagli online relativi ad un ulteriore titolo della popolare Rovio.

Si chiamerà Angry Birds Legends il nuovo gioco per dispositivi mobili con protagonisti i famosi pennuti arrabbiati. Si tratta di un RPG che, secondo la descrizione fornita dalla pagina dedicata sul Play Store, comprenderà diversi personaggi da collezionare.

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Ci aspettiamo Angry Birds Legends sia per Android che per iOS. Al momento sembra non essere disponibile per il nostro paese, secondo PocketGamer sarebbe disponibile in beta solo in Regno Unito, Svezia e Finlandia. Vi terremo aggiornati sulla sua disponibilità in Italia.

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I fan di Samsung sono stufi dei chip Exynos: scatta la petizione online per invocare gli Snapdragon

L’annosa questione è riesplosa a seguito del lancio della gamma Galaxy S20. Perché in Europa (e in altre parti del mondo) Samsung vende i suoi smartphone equipaggiati con chip Exynos, quando le controparti con Snapdragon di Qualcomm offrono prestazioni migliori e un’autonomia maggiore?

Un recente casus belli lo abbiamo registrato in occasione del lancio europeo di Galaxy S10 Lite, animato dallo Snapdragon 855 e, a detta anche degli addetti ai lavori, visibilmente più rapido e scattante rispetto ai più blasonati fratelli della serie Galaxy S10, sul mercato da quasi un anno, con la controparte Exynos. Infine, a seguito dell’arrivo sul mercato dei Galaxy S20, i fan del produttore coreano hanno deciso di far sentire la propria voce.

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Tramite una petizione sulla piattaforma change.org, migliaia di utenti stanno chiedendo a gran voce che Samsung adotti i chip Snapdragon per tutti i suoi dispositivi Android, senza più distinzioni fra aree geografiche. Negli Stati Uniti infatti, i Galaxy S20 (e i loro predecessori) montano SoC Qualcomm e la differenza in termini di prestazioni e autonomia è tangibile.

Difficilmente una petizione potrà influire in modo concreto sulle strategie di un mega colosso come Samsung, però non è escluso che questa sollevazione popolare non spinga i vertici del produttore coreano a riflettere sull’ipotesi. Oppure, che la prendano come un pungolo per migliorare i propri chip, tentando di colmare la distanza con Qualcomm.

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Come sono fatti i locali per pensare

Via dalla pazza folla! Lontano dal rumore. Dagli assembramenti. Dalla musica a tutto volume. Rifuggendo i grandi schermi che inondano di immagini e suoni. Via dai luoghi dove necessita alzare la voce anziché  poter parlare normalmente. Socializzare. Scambiarsi pensieri. Idee. Sensazioni. Impressioni. Raccogliere i propri pensieri. Leggere, buttar giù appunti, scrivere. Nel silenzio. O, al massimo, nel parlottìo. Ma a bassa voce. Un semplice rifugio, un bisogno diffuso. E al tempo stesso una tendenza. Ma dove trovarli, nelle città? O nei paesi? Come individuarli dei locali simili?

A questo ci hanno pensato Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri. Editrice indipendente, lei, storico con diversi saggi e articoli al proprio attivo, lui. Toscana che vive a Perugia, Francesca, romano trasferitosi in Toscana da una ventina d’anni, Valerio. Che spiega: “Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva ‘andiamo dentro’; oggi, se sei in un locale, si dice ‘andiamo fuori’, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare”. L’esempio è efficace, l’approccio filosofico molto semplice.

Perciò Francesca e Valerio, sollecitati anche da amici e conoscenti a mettere insieme un elenco di luoghi tranquilli dove poter pensare, sono rimasti fulminati quando, durante un incontro la scrittrice Dacia Maraini, invitata a presentare il libro su Luisa Spagnoli di Corvisieri, ha rievocato con nostalgia gli anni ’50 e ’60, l’età d’oro dei bar e dei caffè letterari, dando così vita a una comune riflessione sulla difficoltà di poter comunicare dentro i locali per come sono concepiti oggi. Ed stata la scintilla che ha dato il là a “Locali per pensare”. Prima una pagina Facebook, poi un sito per mettere “in rete” i locali che adottano questa filosofia, che ha un suo statuto rigoroso.

Per far parte di questa “rete”, i locali devono garantire d’essere “No musica ad alto volume”, “No maxischermo, tv, video con diffusione sonora costante, per eventi sportivi”.. Devono poi mettere a disposizione uno spazio minimo e utile per socializzare, il locale dev’essere “in sintonia con il territorio, con spazi per sedere intorno a un tavolo o parlare uno di fronte all’altro”. Devono offrire la possibilità di ospitare eventi culturali, giochi di ruolo e altre iniziative “per pensare” (l’opzione è facoltativa), offrire sorrisi e gentilezza a chi entra (facoltativo); per i ristoranti il menù deve essere “alla carta, di filiera corta e stagionale” (facoltativo) mentre per i bar è preferito il servizio al tavolo. Gradita è l’esposizione di libri, opere artistiche o altri oggetti “per pensare”. Un decalogo ferreo.

Sul sito ci si iscrive per due possibili forme di adesione: gratuita (Basic) o a pagamento (Plus, dai 50 ai 100 euro l’anno). Il sito e la pagina Facebook fanno da vetrina che promuove le iniziative culturali dei locali stessi. Come presentazioni di libri. Dibattiti. Reading e tutto ciò che chiama alla riflessione e non alla dispersione del pensiero o del dialogo. I locali che hanno aderito da aprile sono 86, coprendo 19 regioni. Cinque i locali che hanno optato per la formula Plus, tra bar, caffetterie, sale da tè, circoli culturali, enoteche, librerie e bistrot.

L’esigenza di potersi raccogliere sta diventando ormai un’esigenza sociale che coinvolge sempre più larghi , tanto che persone attente come il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti o come il professor Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, si sono accorti subito di questo fenomeno e l’hanno segnalato in modi diversi. Nicoletti con una videoanalisi sul sito de La Stampa ricorda che caffè, trattorie, osterie, enoteche, ristoranti “hanno rappresentato per tutto il ‘900 i luoghi privilegiati in cui si incontravano e si confrontavano gli intellettuali che hanno contribuito alla nascita di nuove correnti di pensiero, espressione artistica, evoluzione sociale”, Crepet dedicando l’incipit di un capitolo del suo nuovo libro, Libertà (Mondadori), in cui osserva che “si tratta di un’urgente occasione per riflettere sulla nocività di un lento, implacabile avvelenamento” dato da “il rumore che ha invaso ogni angolo e momento della nostra quotidianità” (…), un’invasione di chiasso che sembra escogitata proprio per inibire il sorgere di qualsivoglia pensiero, critica, ironia, autoironia, senza i quali non c’è, né ci sarà libertà vera”. E nel ricordare gli incontri spiati da giovane al Caffè Canova di Piazza del Popolo a Roma, tra Fellini e Mastroianni, scrive: “Ho spesso immaginato che La dolce vita sia nata anche grazie a quei tavolini (…), non un pensatoio separato dal mondo, ma un luogo di passaggio, come dovevano essere i pensieri di quei due grandi artisti”.

Hanno raccontato bene e in maniera molto suggestiva cosa hanno rappresentato i locali nello spirito di quegli anni, lo sceneggiatore e regista Ugo Pirro in Osteria dei pittori e l’attrice Paola Pitagora in Fiato d’artista, dieci anni a Piazza del Popolo (entrambi Sellerio). E, per dirla con il poeta Tonino Guerra, “bisogna creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Un’esigenza sempre più urgente.

Agi

I ristoranti gourmet sono davvero in crisi?

Ha destato un certo clamore l’elenco della crisi profonda in cui versano alcuni importanti ristoranti romani pubblicato dal sito Puntarella Rossa, tra chiusure avvenute, imminenti, possibili e diversi ridimensionamenti di ambizioni e spazi. Tra tutti, “Romeo e Giulietta” di Cristina Bowerman a Testaccio, uno spazio gigantesco ai piedi dell’Aventino in piazza dell’Emporio, che, al di là delle giornate di esordio non sembra mai esser decollato stabilmente. Ma tanto è bastato per chiedersi se il format dell’alta cucina stia tramontando e se sia solo il segnale dell’avvio di una crisi di settore. Quanto irreversibile, però, è ancora tutto da stabilire. 

Un Paese con sempre meno ristoranti

I dati pubblicati di recente da Fipe, la Federazione dei pubblici esercenti, dice che il settore della ristorazione però è in crescita, con 336 mila imprese nel 2019, anche se “l’elevato turn over resta un’emergenza” avverte una nota dell’Ufficio studi Fipe. Perché se è pur vero che nell’arco di un decennio la spesa degli italiani per mangiar fuori casa è aumentata di ben 4,9 miliardi di euro (quella in casa si è invece ridotta di 8,6 miliardi) è altrettanto vero che nel 2018 in Italia 7.412 sono stati i ristoranti che hanno avviato l’attività ma ben 13.742 sono stati anche quelli l’hanno cessata, con una perdita secca di 6.330 imprese di ristorazione.

Un dato più o meno analogo l’ha registrato il 2017, quando il saldo negativo tra imprese aperte e chiuse nella ristorazione è stato di 6.051 unità. Cifre che dicono che nel nostro Paese ci sono sempre meno ristoranti, con un tasso di turn over pari a un -3,4%, che ci dice – ancora – che il settore sta perdendo 3,4 imprese ogni 100 attive.

Eppure, come si può constatare anche ad occhio nudo, i ristoranti sono sempre pieni e il settore della ristorazione in sé è anche uno dei pochi in cui la crisi che ci trasciniamo ormai dal 2008, dodici anni, non ha influito più di tanto. E allora le chiusure? Sono dovute principalmente a una scarsa capacità imprenditoriale da parte dei ristoratori italiani, in particolare per quel che concerne le carenze circa la capacità e le conoscenze di tecniche come il management, il marketing, la gestione oculata dei flussi di cassa.

La concorrenza degli alberghi

“Rispetto alla domanda la crisi non c’è, non si vede, c’è in vece sul lato dell’offerta” dice all’Agi Luciano Sbraga, direttore dell’Ufficio studi Fipe. Il motivo, dunque, è da attribuirsi a “importanti costi di gestione in un contesto ad altissima competizione”. Oltre al fatto, spiega ancora Sbraga, che talune amministrazioni pubbliche “hanno favorito l’avvio di ristoranti aperti a tutti negli alberghi, in deroga alle norme che dicono che in alcune zone i ristoranti non possono aprire, incidendo così negativamente su una ristorazione di un certo livello”.

Pranzare e cenare nei ristoranti dei grandi alberghi, spesso un concentrato di chef stellati, va molto di moda, “ma si tratta di una tendenza e di una competizione non equilibrata, poco seria”, s’inserisce Sbraga, “perché questi ristoranti si avvalgono di una struttura forte alle spalle, che data dall’albergo, e il loro scopo principale è di attirare clienti per il pernottamento, quindi sono optional, più che doversi reggere autonomamente e in maniera autosufficiente”. Sono degli attrattori di turismo. E infatti i recenti dati Istat dicono che turismo e ristorazione ci hanno messo al riparo e salvati dalla deflazione.

Il caso Roma

Poi, però, nell’andamento del settore in sé e rimandando alla segnalazione di Puntarella Rossa, esiste anche un “caso Roma”. Che è un caso a parte, perché qui il mercato della ristorazione di alta qualità è più difficile e complicato. “c’è meno spinta”. Perché i consumi alimentari dei romani non sono quelli tipici metropolitani. “Il livello della Capitale è molto diverso da quello di Milano” osserva il capo dell’Ufficio studi Fipe. Nel senso che è “più promettente, di dimensione internazionale e di status”.

Roma è in declino? “Qualche problemino ce l’ha”, risponde Sbraga. “Qui la ristorazione di livello incontra più difficoltà che a Milano. È più proiettata su un livello normale, il livello che funziona è ancora quello della trattoria”. Poi Roma è anche complicata perché semmai “è più facile fare una ristorazione informale, non impegnativa. In pochi metri quadrati si fa tutto ma questo porta anche ad una dequalificazione della città, basta dare un’occhiata alle condizioni del centro storico…” dice il dirigente della Federazione pubblici esercizi. Come dire? A Roma basta un buco. A volte non ci sono nemmeno i servizi igienici adeguati. La sala e il servizio in sala sono quel che sono… etc, etc. Torna un vecchio tema, che si trascina dalla fine degli anni Ottanta: la generale inadeguatezza del servizio di ristorazione della Capitale.

Ma poi, cambiano i ritmi di vita, i luoghi di consumo, gli stili alimentari, ma un punto fermo rimane: la passione degli italiani per ristorante e buona cucina non passa. Anzi, se si guarda ai dati 2019 si può notare come la ristorazione stia conoscendo una stagione molto dinamica e in evoluzione. Gli italiani investono di più sul cibo, lo fanno in maniera più mirata, ricercando la miglior qualità dei prodotti locali e un servizio attento alla sostenibilità ambientale. In genere, dappertutto. Tranne che a Roma, città in declino.

Agi

Oman, sono tanti gli eventi sportivi previsti nel corso del 2019.

Ciclismo, Corsa, Vela, Golf e tanti altri appuntamenti anche a carattere culturale.

Rendere il Sultanato una meta per gli amanti degli appuntamenti sportivi internazionali, in un quadro di rara bellezza. È questo uno degli scopi del Tanfeedh, il programma nazionale per il miglioramento della diversificazione economica dell’ Oman che ha identificato turismo e sport come settori di grande importanza per lo sviluppo economico del Paese, oltre il tradizionale comparto petrolifero.
 
Il Territorio Omanita ha tutte le caratteristiche adatte per lo svolgimento di competizioni di corsa, ciclismo, vela, golf ma anche appuntamenti culturali. Di seguito solo un assaggio dei maggiori eventi previsti nei periodi ideali da un punto di vista climatico per atleti e partecipanti.

Il Sultanato in bici: Le Tour D’Oman 16/21 febbraio 2019
Ricca l’offerta per i patiti del ciclismo, con il tour d’Oman in testa, che dal 16 al 21 febbraio 2019 vede al nastro di partenza i più forti ciclisti di tutto il mondo. La manifestazione giunge alla sua decima edizione e raccoglie sempre più proseliti entusiasti dal Golfo d’Arabia e oltre. 
 
Competizioni veliche –  febbraio/ marzo 2019
Lo sport è da sempre uno dei focus della strategia promozionale dell’Oman: in particolare gli sport velici, data la lunga tradizione navale del popolo omanita, oggi portata avanti da Oman Sail.  
La Extreme Sailing Series, riservata ai catamarani ultraveloci, è un appuntamento internazionale che è in programma a marzo in Oman;

La Mussanah Race week, la regata internazionale di dinghy, in programma dal 2 al 26 febbraio 2019. 
 
 
Novità 2019: IronMan arriva in Oman!
Oltre a questi, il Sultanato dell’Oman ospiterà un nuovo evento di triathlon nella stagione che si apre adesso. Proprio come il triathlon celebra la fusione tra nuoto, bicicletta e corsa, il Sultanato dell’Oman fonde la cultura mediorientale con lo stile di vita moderno e occidentale, creando una destinazione perfetta per IRONMAN®.
Il 5i50 Oman, evento inaugurale, si è svolto il 18 novembre: la corsa di 1,5 km, 40 km e 10 km è una preparazione perfetta per atleti e principianti in vista dell’evento principale: IRONMAN® 70.3® Oman – l’iconica gara di triathlon – che avrà luogo a Muscat il 9 marzo 2019.
Gli atleti ammireranno splendide vedute della città mentre completano una nuotata di 1,9 km, corrono per 90,1 km in bicicletta e lungo un percorso di 21,1 km di corsa.
L’Omanisea prevede una nuotata nelle acque calme e limpide dirimpetto al quartiere di Shatti, da cui poi gli atleti intraprenderanno una pista ciclabile che simula un tour di viaggio, passando tutti i principali monumenti di Muscat tra cui la Royal Opera House, il Muttrah Gate e la Corniche, l’iconico Al Bustan Palace e Al Kabir Road.
 
Due appuntamenti per gli appassionati della corsa:
a fine anno: la Oman Desert Marathon che si svolge nell’ipnotico scenario del deserto di Sharqyiah Sands a fine novembre, lungo 165 chilometri in 6 tappe snodandosi lungo i luoghi più remoti del deserto, sulle rotte delle antiche carovane da Bidya al Mar d’Arabia.  
Dalle dune di sabbia alle alte vette delle montagne omanite: fra fine novembre e inizio dicembre si tiene la Oman UTMB il cui percorso si snoda lungo i versanti del Jebel Akhdar.
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ciavatta hotel Saturnia

All’Hotel Ermitage Bel Air di Abano Terme i figli sono ‘ospiti’

Terme gratis per i bimbi fino a 12 anni. Lo assicura l’Hotel Ermitage Bel Air di Abano Terme, una delle strutture storiche della zona termale dei Colli Euganei (Padova). 

Terme è bello, perché una settimana di vacanza a contatto con l’acqua calda che sgorga dalle tre sorgenti del complesso di Abano fa bene e diverte anche i bambini. Per loro unisce i vantaggi di trattamenti, come ad esempio le inalazioni con acque salso bromo iodiche utili alla prevenzione delle malattie dell’apparato respiratorio, al divertimento puro di un bagno in una delle piscine termali dell’hotel.

 

Con i figli al seguito anche i genitori si possono godere di più la vacanza, condividendone tanti momenti collettivi. Per i momenti in cui gli adulti sono invece impegnati in una delle tante attività termali (dai fanghi al wellness) o di riabilitazione fisica, l’Hotel Ermitage Bel Air mette a disposizione un servizio di assistenza e di intrattenimento mirati, facendo in modo che i più piccoli si godano al meglio la vacanza giocando, imparando e divertendosi in piscina. Il personale a loro dedicato, li coinvolgerà in varie attività stimolanti, studiate proprio per loro.

 

Una salutare vacanza per tutta la famiglia, con l’eccezionale opzione che i bambini fino a 12 anni – che soggiornino in camera con i genitori per almeno 7 notti durante il periodo che va dal 25 giugno al 6 agosto – sono ospiti.

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