Apple rilascia il firmware 15.5 beta per Studio Display

Anche il nuovissimo Studio Display, il display professionale lanciato da Apple insieme a Mac Studio, riceve il suo primo firmware in fase di beta testing. L’azienda di Cupertino ha infatti rilasciato il firmware 15.5 in versione beta. Nelle scorse settimane l’azienda di Cupertino aveva promesso una fix per il suo Studio Display con l’intenzione di migliorare […]

Link all’articolo originale: Apple rilascia il firmware 15.5 beta per Studio Display


Apple rilascia il firmware 15.5 beta per Studio Display

Gli anziani che usano gli assistenti vocali stanno meglio e si sentono meno soli. Uno studio

AGI – Associare la tecnologia all’uso esclusivo dei giovani, se non dei giovanissimi, è un passaggio che diamo quasi per scontato. Invece c’è un mondo fuori dalla stretta cerchia dei teenager o giù di lì che con la tecnologia ci si rapporta, ci convive, ci litiga e in alcuni casi dalla tecnologia trae benessere.

Ad approfondire in particolare il rapporto tra l’innovazione tecnologica e gli over 60 (più precisamente la fascia 65-80 anni) è il progetto Voice4Health, condotto dal Centro di ricerca dell’Università Cattolica EngageMinds HUB in collaborazione con DataWizard e con il contributo di Amazon.

EngageMinds HUB è un centro di ricerca multidisciplinare dedicato allo studio e alla promozione dell’engagement, cioè del coinvolgimento attivo delle persone nelle condotte di salute e nei consumi alimentari. Le sue attività sono ispirate dai principi della psicologia dei consumi e della salute cioè lo studio dei pensieri, delle motivazioni e dei comportamenti che stanno alla base delle nostre scelte di salute e di consumo.

Tecnologia e benessere

Nel dettaglio, il progetto Voice4Health ha analizzato il rapporto tra gli anziani e l’uso dell’assistente vocale Alexa. Che cosa è emerso? Tre dati su tutti. Più di 6 over 65 su 10 hanno dichiarato di sentirsi meno soli grazie ad Alexa. Quasi la totalità ha espresso una maggiore volontà di comunicare con altre persone mediante nuove tecnologie. Il 75% del campione poi ha dichiarato alla fine della sperimentazione di aver visto aumentare il proprio stato di benessere. 

I termini dello studio

La ricerca ha visto protagonisti 60 uomini e donne senior e anziani (tra i 65 e gli 80 anni) reclutati esattamente per questo studio. Queste persone hanno ricevuto un dispositivo Alexa e sono state intervistate quattro volte: due settimane prima dell’inizio della sperimentazione, appena prima dell’inizio, alla fine delle due settimane di sperimentazione e dopo altri quindici giorni. 

Assistenti vocali

Perché gli assistenti vocali? Cos’hanno di speciale? Si tratta di tecnologie che con il solo uso della voce, permettono di attivare un promemoria, riprodurre musica e video, ascoltare le ultime notizie e rimanere sempre in contatto con parenti e amici. Immaginate questi strumenti nella vita di chi deve fare i conti con la solitudine e vive in prevalenza in casa.

Le sensazioni

Dallo studio dell’EngageMinds HUB si rileva, inoltre, che la risposta positiva alla domanda “Mi sono sentito calmo e rilassato” usando un assistente vocale è cresciuta nel corso del periodo di otto settimane. “Dal punto di vista emotivo – ha spiegato la ricercatrice Serena Barello – il 52% degli intervistati ha dichiarato di aver mantenuto un elevato stato di benessere anche nelle settimane successive alla sperimentazione. Ma di tutto rilievo è stato anche l’impatto sulle relazioni sociali – ha detto  ancora Barello – perché dopo la sperimentazione, ben il 62% degli intervistati ha avuto la sensazione di sentirsi meno solo e il 98% ha espresso una maggior volontà di comunicare con altre persone mediante le nuove tecnologie”.

Il Giardino segreto

“Da un punto di vista metodologico – ha spiegato il professor Giuseppe Riva, Ordinario di Psicologia generale all’Università Cattolica – la matrice scientifica che ha dato luogo a questa ricerca deriva da un altro protocollo chiamato il Giardino segreto i cui risultati sono già pubblicati a livello internazionale. Si tratta di un video immersivo che simula un ambiente naturale ed è finalizzato a favorire il relax e l’autoriflessione. Tutto ciò – ha detto ancora Riva – è stato integrato con una serie di esercizi che sfruttano le funzioni dell’assistente vocale utilizzato nello studio: giochi, musica, videochiamate, domande e risposte, notizie. Nel corso della prima settimana di sperimentazione, le persone coinvolte sono state quindi invitate a eseguire alcuni esercizi, basate su applicazioni dell’assistente vocale. Mentre nella seconda settimana sono state lasciate libere di utilizzare il dispositivo come meglio credevano. Purché registrassero azioni e sensazioni in un diario, che è stato poi analizzato dai ricercatori dell’Università Cattolica”. 

Non solo Alexa

Alexa è l’assistente vocale su tutti i dispositivi smart prodotti da Amazon (al momento è l’assistente vocale che ha la maggior compatibilità anche con device di terze parti, come ad esempio Philips).

Ma non è l’unico assistente vocale. C’è anche Google e il suo ecosistema Google Assistant che può inviare messaggi, avviare chiamate, riprodurre musica, fornire informazioni o tradurre frasi in altre lingue, ma anche controllare la domotica di casa, come la regolazione della temperatura o l’impianto di illuminazione.

L’assistente vocale di Apple poi si integra alla perfezione con tutti i dispositivi Apple, ma anche con gli accessori per la domotica certificati Works with Apple HomeKit, che permettono di controllare tutta la casa semplicemente con la voce. In partita c’è anche Microsoft con Cortana.

Quanti sono

Nel 2020, erano 4,2 miliardi gli assistenti vocali digitali in tutto il mondo. Nei prossimi tre anni, secondo Statista, quel numero raggiungerà ben 8,4 miliardi di unità. Una cifra che, se corretta, vorrebbe dire più assistenti vocali che esseri umani. 

E la privacy?

La diffusione degli assistenti vocali in casa (e non solo) deve fare i conti con le preoccupazioni relative alla sicurezza dei dati. In un momento in cui i problemi di cybersecurity sono più diffusi che mai e gli attacchi alle aziende sono in aumento, gli assistenti vocali devono fare i conti con le loro falle di sicurezza in questi dispositivi e le segnalazioni di casi di registrazione di conversazioni in ambito privato, a insaputa degli utenti.


Gli anziani che usano gli assistenti vocali stanno meglio e si sentono meno soli. Uno studio

Gli italiani vogliono una tecnologia sostenibile e per tutti. Lo dice uno studio di Samsung e PoliMi

AGI – Gli italiani riconoscono un ruolo centrale delle nuove tecnologie, considerate strumenti necessari per affrontare le sfide dei nostri tempi e garantire un futuro migliore. Ritengono necessario che le aziende tecnologiche si focalizzino sulla sostenibilità, seguita dalla formazione e dall’accesso alla tecnologia per un’innovazione alla portata di tutti.

In particolare il 62% degli italiani pensa che il digitale possa contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale, il 49% lo ritiene motore di progresso sociale e il 47% uno strumento per la riduzione delle disuguaglianze e la promozione di una società più inclusiva ed equa.

Sono alcune delle tendenze che emergono da una ricerca di Samsung, condotta in collaborazione con il Politecnico di Milano, che delinea le macro-tendenze e gli scenari digitali del futuro connessi alle aspettative degli italiani nei confronti delle aziende tecnologiche e delle loro future innovazioni. La ricerca è stata effettuata su un campione di 1000 persone, rappresentativo di tutta la popolazione dai 18 ai 65 anni, residente in Italia nel mese di ottobre 2021.

La tecnologia per tutti

E il futuro? Per migliorare la qualità della vita e il futuro, gli italiani pensano sia necessario che le aziende tecnologiche mettano al centro della propria strategia la sostenibilità, la formazione e una maggiore accessibilità della tecnologia affinché sia davvero alla portata di tutti, rispettivamente dal 54%, 27% e 19% degli intervistati.

Sostenibilità, dalla smart home alla smart city

Secondo lo studio la Smart Home, la casa innovativa, è il luogo da dove partire per ridurre il proprio impatto sull’ambiente: il 54% degli intervistati associa infatti la casa intelligente alla possibilità di controllare e ridurre i consumi, il 37% ritiene che, grazie a una casa connessa, sia possibile rendere la propria vita domestica più sostenibile.

Ma la sostenibilità è anche tra le caratteristiche ritenute più rilevanti per una città intelligente; per il 48% degli intervistati, infatti, la Smart City deve rispecchiare l’idea di un luogo sostenibile nel pieno rispetto del pianeta e delle esigenze del singolo.

Istruzione e nuove tecnologie

Secondo il campione anche il settore dell’istruzione può trarre giovamento dalle nuove tecnologie, che hanno la capacità di rivoluzionare la didattica attuale e di farla progredire verso un approccio più ibrido. L’87% degli intervistati è fiducioso che la tecnologia impatterà positivamente la qualità dell’istruzione.

Inoltre gli italiani auspicano un cambiamento radicale negli scenari didattici futuri:ad esempio il 30% del campione immagina una didattica dove la realtà aumentata consentirà di seguire lezioni in aula o da remoto completamente immersive e interattive.

Un terzo degli intervistati è inoltre convinto che il digitale avrà sempre più una funzione di motore dell’occupazione, se supportato da una maggiore diffusione delle competenze adeguate e dallo studio delle STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), indispensabili per poter sfruttare appieno i benefici delle nuove tecnologie.


Gli italiani vogliono una tecnologia sostenibile e per tutti. Lo dice uno studio di Samsung e PoliMi

Bufale e sfide pericolose: che cosa dice uno studio di TikTok   

AGI – È passato poco meno di un anno da quando il Garante per la protezione dei dati personali ha disposto il blocco immediato dell’uso dei dati degli utenti di TikTok per i quali non sia stata accertata l’età, chiedendo al social di mettere in campo una serie di interventi al fine di tenere gli infratredicenni fuori dalla piattaforma.

Il provvedimento d’urgenza era stato deciso dopo che i giornali e la procura di Palermo avevano collegato la morte di una bambina all’utilizzo del social network, in conseguenza di una challenge, una sfida. Un anno complicato per il social network di proprietà di Bytedance che si è mosso per adottare nuove misure per impedire in maniera ancora più efficace l’accesso dei più piccoli alla piattaforma, pur non convincendo i genitori (in particolare quelli rappresentati dal Moige) secondo i quali Le misure di protezione assunte da TikTok per gli utenti minorenni sono del tutto insufficienti e non possono assolutamente bastare.

Già, è passato un anno. Nel frattempo non si è placata la preoccupazione intorno alle sfide pericolose, all’autolesionismo, alle bufale. E TikTok cresce sempre di più. Secondo Blogmeter e la sua analisi condotta su di 1.714 internauti residenti in Italia, di età compresa tra i 12 e i 75 anni, iscritti ad almeno un social network, il social cresciuto di più nel 2021 è TikTok (un miliardo di utenti attivi su base mensile), utilizzato dal 41% degli intervistati. Ma qual è la dimensione del problema? I numeri che dicono?

TikTok ha commissionato una ricerca a The Value Engineers (TVE), una società di consulenza per i brand. La ricerca di TVE si è strutturata in un sondaggio online completato da 5.400 adolescenti (tra cui 1800 tra i 13 e i 15 anni, 1.800 tra i 16 e i 17 e 1.800 tra i 18 e i 19). Il sondaggio è stato completato anche da 4.500 genitori di adolescenti e 1.000 educatori, per un campione totale di 10.900 persone in tutto il mondo. Il campione comprende partecipanti da Regno Unito, Stati Uniti, Germania, Australia, Italia, Brasile, Messico, Indonesia, Vietnam e Argentina reclutati online da un’agenzia di ricerca che conduce sondaggi in rete.

Le “sfide” e le “bufale” sono al centro delle domande del sondaggio. Agli intervistati è stato chiesto quanto conoscessero e se partecipassero alle sfide online in generale e non specificamente a sfide pericolose. Alcune domande chiedevano agli intervistati di dare anche un parere sul rischio.

Le challenge

Nello studio è stato chiesto agli adolescenti di descrivere il livello di rischio associato a challenge viste online di recente. Per quasi la metà (48%) erano percepite come sicure e sono state definite divertenti o spensierate. Al 32% è stato associato un certo rischio, ma sempre considerandole sicure. Il 14% è stato descritto come rischioso e pericoloso. Soltanto il 3% delle challenge online è stato definito molto pericoloso e appena lo 0,3% degli intervistati ha dichiarato di aver preso parte a una challenge che considerava pericolosa.

Quanto sanno delle sfide

Tra i dati raccolti, la consapevolezza delle sfide online è elevata tra gli adolescenti, i genitori e gli insegnanti: il 73% degli adolescenti e dei genitori e il 77% degli insegnanti hanno detto di conoscere l’esistenza delle sfide online. 

Partecipare alle sfide

Nel complesso, i dati raccolti mostrano che la maggior parte dei bambini non partecipa personalmente alle sfide, solo il 21% degli adolescenti partecipa attivamente a sfide (di qualsiasi tipo), a prescindere dal fatto che scelgano di pubblicarle o meno. Solo il 2% degli adolescenti ha preso parte a una sfida che considera rischiosa e pericolosa e lo 0,3% ha partecipato a una sfida che ha classificato come molto pericolosa. 

Perchè

Per capire perché gli adolescenti partecipano alle sfide (di qualsiasi tipo), è stato chiesto agli intervistati di classificare una serie di possibili motivazioni per cui pensano che gli adolescenti possano partecipare. I dati sugli atteggiamenti mostrano che la motivazione più comune è ottenere visualizzazioni, commenti e Mi Piace, con il 50% degli adolescenti che la include tra le 3 motivazioni principali e il 22% che la indica come ragione più importante. Il 46% degli adolescenti ha incluso il fatto di fare colpo sugli altri fra le tre principali motivazioni.

Le bufale

In fatto di bufale i dati mostrano che la consapevolezza delle bufale è elevata. Riguarda l’81% di tutti gli adolescenti consultati, l’81% dei genitori e l’84% degli insegnanti. Il 77% degli adolescenti, il 74% dei genitori e il 77% degli insegnanti sono venuti a conoscenza delle bufale attraverso i social media.

La salute mentale

Un numero significativo di persone ha riportato un impatto negativo dall’esposizione alle bufale. Tra gli adolescenti, il 17% ha convenuto che l’esposizione alle bufale ha avuto un impatto positivo, il 51% crede che non abbia avuto alcun impatto e il 31% ritiene che abbia avuto un impatto negativo (con numeri coerenti tra i gruppi di età). Tra coloro che hanno avuto dalle bufale un impatto negativo, il 63% degli adolescenti riporta un impatto negativo sulla salute mentale. Questo livello di impatto è impressionante e suggerisce la necessità di un supporto facilmente identificabile e accessibile per gli adolescenti.

Genitori e insegnanti

I dati mostrano poi che i genitori sono cauti nel modo in cui affrontano la discussione delle bufale con i loro figli. Il 56% dei genitori ha convenuto che non avrebbe menzionato una specifica bufala a meno che un adolescente non l’avesse citata per primo. Inoltre, il 43% dei genitori trova che i consigli disponibili sulle bufale online non siano buoni come quelli disponibili sui rischi offline e il 37% dei genitori ritiene che sia difficile affrontare l’argomento senza suscitare interesse.

I dati poi sugli insegnanti suggeriscono un elevato livello di preoccupazione: il 56% indica di essere estremamente o molto preoccupato per le bufale e l’88% concorda sul fatto che “conoscere le bufale online è una parte importante del mio lavoro”. Tuttavia, il 50% ritiene che le scuole non abbiano le conoscenze e le risorse per affrontare questo fenomeno in modo efficace e solo il 33% concorda sul fatto che le scuole forniscano a bambini e famiglie strumenti e indicazioni utili in merito.


Bufale e sfide pericolose: che cosa dice uno studio di TikTok   

Offerta LAMPO Amazon! Cuffie Huawei FreeBuds Studio al miglior prezzo

Huawei FreeBuds Studio sono disponibili solo per oggi in offerta lampo su Amazon al prezzo di 229€: potete dunque risparmiare ben 70€ sull’importo di listino di queste cuffie wireless di fascia alta, disponibili in due colorazioni differenti, oro e nero. Entrambi i modelli sono venduti e spediti da Amazon!

Trattasi di cuffie a padiglione caratterizzate da audio ad alta fedeltà e cancellazione attiva del rumore avanzata, che varia automaticamente a seconda delle condizioni esterne e arriva a ridurre i rumori fino a 40 dB. Huawei aggiunge poi dei padiglioni rivestiti in finta pelle dalle dimensioni davvero generose, che avvolgono completamente le orecchie e contribuiscono all’isolamento acustico.

Sul fronte dell’audio, inoltre, troviamo un driver da 40 mm, con risposta in frequenza 4 Hz – 48 kHz; grazie al codec proprietario sviluppato da Huawei (chiamato L2HC), le FreeBuds Studio arrivano ad un bitrate di 960 kbps. Grazie alla doppia antenna, vi è una maggiore stabilità del segnale; non manca neanche il multipoint, ossia la possibilità di collegare le cuffie a due dispositivi contemporaneamente. Tutto questo con una batteria che promette fino a 20 ore di autonomia con ANC attivo (che arrivano a 24 con ANC disattivato).

LEGGI ANCHE: Iscriviti al nostro canale Telegram delle offerte!

Nel caso foste interessati alle cuffie wireless Huawei FreeBuds Studio, potete procedere all’acquisto cliccando su questo indirizzo oppure sui link a seguire. Attenzione perché la promozione sarà valida solo per oggi fino a mezzanotte!

Tutti i prodotti descritti potrebbero subire variazioni di prezzo e disponibilità nel corso del tempo, dunque vi consigliamo sempre di verificare questi parametri prima dell’acquisto.

Offerte Tecnologia

L’articolo Offerta LAMPO Amazon! Cuffie Huawei FreeBuds Studio al miglior prezzo sembra essere il primo su AndroidWorld.


Offerta LAMPO Amazon! Cuffie Huawei FreeBuds Studio al miglior prezzo

Google chiude lo studio di sviluppo giochi per Stadia: è il primo chiodo sulla bara?

Google ha annunciato la chiusura di Stadia Games and Entertainment, lo studio di sviluppo in-house che doveva portare contenuti originali sulla piattaforma di giochi in streaming dell’azienda. La motivazione addotta da Google è molto semplice, tanto che la riporteremo testualmente: “Creare giochi che siano i migliori del loro genere, a partire da zero, richiede molti anni e investimenti significativi, e il costo sale esponenzialmente“.

Detta altrimenti: Google non è una software house, non ha le competenze, e gli investimenti necessari sarebbero enormi, al punto da non essere vantaggiosi. È molto più facile affidarsi a partner di terze parti, ed infatti, nel corso del 2021, Google promette di aumentare gli sforzi per aiutare sviluppatori e publisher a sfruttare a pieno la tecnologia di Stadia, in modo che siano loro a portare nuovi contenuti ai giocatori.

In molti hanno interpretato questa mossa di Google come un primo chiodo sulla bara di Stadia, ma chi vi scrive non è d’accordo. Se rileggete bene i due paragrafi precedenti, e dimenticate per un momento che parliamo di Google, il discorso in effetti fila.

Non ha senso improvvisarsi sviluppatori di videogiochi in un mondo già saturo di software house ed in un settore già saturo di difficoltà (l’esempio di Cyberpunk 2077 è emblematico, e forse non è nemmeno un caso che la decisione di Google arrivi proprio adesso).

Anche perché, o confezioni dei titoli originali che siano davvero AAA, in grado di competere con i Red Dead, Cyberpunk, ed Assassin’s Creed di turno (tanto per citarne tre a caso), ma ci vuole appunto un enorme investimento per arrivare a questi livelli da zero (ed il successo non è garantito), o tanto vale che ti affidi a chi il mestiere già lo conosce. E se invece i titoli originali dovessero essere “giochini qualunque”, di certo non servirebbero ad attirare nuovi utenti su Stadia.

La mossa di Google potrebbe insomma essere finalmente segno di una maturità raggiunta, di una visione chiara sul futuro di Stadia come piattaforma, che viene anche ribadito più volte: “trasmettere giochi in streaming su qualsiasi schermo è il futuro, e continueremo a investire in Stadia e nella sua piattaforma per fornire la migliore esperienza di cloud gaming per i nostri partner e la comunità di giocatori. Questa è stata la visione di Stadia fin dall’inizio.”

Se ci pensate bene, in passato, Google ha più volte cercato di essere ciò che non era, con risultati spesso fallimentari. Con Motorola ha provato a produrre smartphone, e pochi anni dopo ha dovuto dare via l’azienda intera, con Google+ ha provato a fare il social network, e poi ha dovuto chiudere baracca; e gli esempi più o meno severi potrebbero andare avanti.

Questa volta invece Google si è fermato in tempo. Ha stoppato una “emorragia” prima che diventasse tale; prima che potesse davvero nuocere al futuro di Stadia. Oppure ha iniziato ora a piantare il primo chiodo sulla sua bara. Ai posteri l’ardua sentenza.

L’articolo Google chiude lo studio di sviluppo giochi per Stadia: è il primo chiodo sulla bara? sembra essere il primo su AndroidWorld.


Google chiude lo studio di sviluppo giochi per Stadia: è il primo chiodo sulla bara?

Cosa mettiamo nel carrello della spesa? Uno studio sulle etichette

AGI – Nel 2019 c’è stato un boom del consumo di proteine, anche se quello di fibre è in crescita (+6,3%) mentre continua l’attenzione del consumatore verso la riduzione degli zuccheri.

Sono alcune delle tendenze nutrizionali più diffuse, certificate dalla ricerca curata dall”Osservatorio Immagino” di Nielsen Gs1 Italy 2020, che ha redatto il rapporto “Le etichette dei prodotti raccontano i consumi degli italiani”.

Nel documento vengono incrociate tutte le informazioni riportate sulle confezioni dei circa 112 mila prodotti digitalizzati a dicembre dell’anno scorso.

Dalla reclame alla scelta consapevole

Perché il prodotto – è ormai chiaro –  lo fa soprattutto l’etichetta. È sempre stato così e così continuerà ad essere, come ha ben spiegato Vance Packard, professore alla New York University, nel suo “I Persuasori occulti”, fondamentale saggio apparso nelle librerie nel 1957 aprendo gli occhi sulla dinamica, soprattutto psicologica, delle reclame nell’influenzare i nostri consumi quotidiani. Dal cibo all’abbigliamento passando per la tecnologia. 

Tuttavia, le etichetta negli anni si sono modificate e anche aggiornate, a seconda delle esigenze, passando da quelle che reclamizzano azienda e logo, a quelle più di sostanza che interessano più direttamente i consumatori. In particolare nel comparto alimentare. Si tratta delle indicazioni contenute sul retro delle confezioni, quali ingredienti, proprietà nutrizionali, con o senza grassi, zuccheri, conservanti, con o senza olio di palma, poche calorie, senza sale, senza conservanti, non fritto, senza lievito, senza glutammato, senza Ogm, coloranti, antibiotici o additivi vari, eccetera. Tutte notizie che arricchiscono di nuovi contenuti i processi di scelta del consumatore che vuole sapere sempre più cose su ciò che acquista. Così il 2019, per esempio, è stato – appunto – l’anno del “boom delle proteine”.

Così, come la generazione dei nostri nonni comprava i prodotti in base alla loro “disponibilità” sul mercato e nei negozi – perché a quei tempi, durante la guerra,  si poteva acquistare solo quel che c’era –  quella dei nostri genitori ha affidato le proprie scelte soprattutto alla “marca”, vera e propria bussola dei consumi condensati in un logo d’azienda (valori, fiducia, qualità), l’etichetta appunto. Oggi, invece, per le nuove generazioni – millennials, nativi digitali e X, Y e Z generation – l’imperativo categorico sono le “informazioni”.

A ogni stle di vita la sua etichetta

Ciò che fa anche capire come è composto e come cambia il carrello della nostra spesa, con prodotti divisi per tipologia e diversi lifestyle: biologico, vegan o halal, per la cura della casa “green”, rich in, legati ai temi della social responsability, “free form” per chi soffre di intolleranze oppure caratterizzati e comprovanti “l’italianità”.

Una serie di prodotti, dunque, che nel 2019 hanno sviluppato 36 miliardi di euro di vendite, pari all’82% dei canali distributivi come iper e supermercati. E che tracciano la radiografia dei cambiamenti dei consumi.
Tanto più rilevante nell’anno del Covid-19, il virus che sta sconvolgendo le dinamiche quotidiane del Pianeta. I

l “boom delle proteine” si accompagna perciò “alla positiva continuazione della dinamica delle fibre e dei grassi, al proseguimento del calo dei carboidrati e degli zuccheri, in particolare, e alla sostanziale stabilità del valore energetico medio dei prodotti alimentari” finiti nel carrello. 

Risultato? Calcolando la media ponderata dei contenuti dei nutrienti indicati sulle etichette nutrizionali di 67.660 prodotti tra quelli appartenenti principalmente alla catena delle bevande, della drogheria alimentare, del fresco e del freddo, il prodotto statistico disegnato dall’”Osservatorio Immagino” è così composto: “al 20,2% dai carboidrati, di cui l’8% è fatto di zuccheri, all’8.7 da grassi (per il 2,9 si tratta di grassi saturi), al 6,4% dalle proteine e al 2% dalle fibre, per un apporto energetico di 180,8 calorie” per 100g/100 di calorie. 

Largo al made in Italy

Ma se gli ingredienti contano nella loro composizione, anche “l’italianità” del prodotto ha un certo peso. Si legge nella ricerca dell’Osservatorio Immagino” Nielsen Gsl Italy 2020 che “sono state analizzate le caratteristiche rilevate in etichetta e sul packaging di 79.838 prodotti del mondo food e sono stati selezionati quei prodotti che riportano i claim ‘prodotto in Italia’ che comprende anche ‘made in Italy’, ‘product in Italy’, ‘solo ingredienti italiani’, ‘100% italiano’ e le indicazioni geografiche ufficiali della Ue come Igp, Dop, Doc e Docg, la ‘bandiera italiana’ e il nome della regione di riferimento”.  Il risultato, dunque, è che sono state 20 mila le referenze di prodotti che nel 2019 riportavano sull’etichetta un’indicazione riferita alla loro italianità, per una percentuale che supera “il 25% del totale food”. 

Interessante anche la performance dei prodotti Dop, che fa registrare un +7,1%, con un contributo particolare del formaggio grana nell’incremento. Da segnalare, in questo contesto, che tra le regioni con il maggior numero di prodotti che richiamano la “regionalità” troviamo Piemonte, Toscana, Emilia. Positivo, per il 2019, anche l’andamento dei prodotti che hanno evidenziato sul pack la presenza o l’aggiunta di un nutriente come vitamine, calcio, fibre, Omega3, ferro, fermenti lattici (+3,8%), proteine, potassio oppure etichettati come integrali. Performance: +2.4%. E +2,6% anche le vendite di prodotti legati alle intolleranze, fenomeno sempre più in crescita negli individui e argomento sempre più sentito e molto discusso tra le persone.

Più celiaci che vegani

Sono stati analizzati 71.723 prodotti, 9.431 quelli da poter scegliere come tali (pari al 13,1%) per un totale di vendite di 3.738 milioni di vendite (14,5%).  Tanto che i prodotti gluten free oggi superano ormai il 14% del totale delle vendite food mentre il peso in valore dei prodotti vegani è pari al 5,3%.

Nel rapporto dell’”Osservatorio Immagino” Nielsen Gs1 Italy 2020 non manca il focus sui 26 ingredienti benefici e “positivi” come mandorla, mirtillo, aveva, o la categoria spezie e semi, per esempio, in tutto 5.688 prodotti, pari al 7,9% del mercato per un giro di vendite che nel 2019 ha toccato i 1.301 milioni di euro (5,1%) con ottime performance per thé matcha e avocado.

Tuttavia, se nel corso del 2019 le icone, i bollini e i marchi che forniscono informazioni e garanzie sui prodotti hanno continuato a guadagnare spazio sulle etichette dei prodotti di largo consumo presenti negli ipermercati e nei supermercati italiani, confermandosi un elemento distintivo dell’acquisto – anche perché offrono ai consumatori precise garanzie sulle materie prime e sui processi produttivi utilizzati – nel rapporto dell’“Osservatorio Immagino” si può leggere che è “la bandiera del paese d’origine” che offre l’immagine “più rassicurante” sul pack con un’incidenza sul giro d’affari dei prodotti etichettati del 14,6$ del totale. Insomma, il logo conta, ma anche la nazionalità dei prodotti ha il suo peso. 

Agi