Un nuovo video hands-on mostra (quasi) tutto quello che c’è da sapere sulla fotocamera di Galaxy Note 20 Ultra (video)

Tra un paio di settimane finalmente Samsung svelerà in tutto e per tutto i suoi nuovi Galaxy Note 20 e Galaxy Note 20 Ultra. Con l’avvicinarsi della data si stanno intensificando le rivelazioni provenienti da leak che forniscono un quadro ancora incompleto, ma sempre più ricco su cosa aspettarsi dai due modelli. Molti dei contributi più solidi in questo senso stanno arrivando dal canale YouTube “Jimmy Is Promo” che evidentemente è riuscito a mettere le mani sugli smartphone e li sta sviscerando pezzetto dopo pezzetto.

Stavolta scopriamo quasi tutto quello che c’è da sapere sulla fotocamera di Galaxy Note 20 Ultra. In particolare sembra che diversi punti deboli di Galaxy S20 Ultra siano stati rivisti e sistemati a partire dallo zoom che sul prossimo top di gamma Samsung sarà limitato a 50x, con ingrandimenti ottici fino a 5x e poi scatti in digitale a 10x e 20x. Gli amanti della fotografia poi possono osservare alcune funzioni della modalità Pro compreso l’istogramma dei toni.

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Il filmato mostra anche le varie risoluzioni in cui sarà possibile registrare video compresa la risoluzione 8K in formato ultra-wide 21:9 e il sistema di controllo dei microfoni. A quanto si vede infatti si potrà scegliere da quale fonte catturare l’audio: microfono frontale, posteriore, entrambi o uno esterno connesso via USB o Bluetooth.

Bixby Vision è stato potenziato con la funzione di descrizione vocale della scena, utile per chi ha difficoltà con la vista. Infine tra i dettagli di sistema si scorge la presenza di ONE UI 2.5 e di Nearby Share (anche noto come AirDrop di Google).

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Nel decreto sulla riapertura si sono dimenticati dei toelettatori per cani

Nella lista delle riaperture manca una categoria che serve milioni di clienti: i toelettatori per animali. Secondo gli ultimi dati Censis risalenti al dicembre del 2019, all’anagrafe canina in Italia sono registrati oltre 27 milioni di cani, molti dei quali, lo sappiamo, vivono nelle nostre case.

Le uniche regioni al momento che hanno considerato il servizio toelettatura come un’attività primaria da far riaprire subito sono state Liguria, Friuli ed Emilia-Romagna; nel resto d’Italia la situazione è ancora  incerta.

Il 1 giugno potremo tornare a sederci da barbieri e parrucchieri, ma per molti amici a quattro zampe l’attesa potrebbe essere più lunga. “Stiamo cercando in tutti i modi di diffondere la verità sul lavoro del toelettatore, perché purtroppo in tantissimi anni non è mai stata riconosciuta come una categoria indispensabile. Molti non capiscono che si tratta di una sorta di anello mancante tra il veterinario e il proprietario, non è semplicemente un ‘lavacani’, è chi ti aiuta anche a capire se ci sono delle patologie o meno” dice Eufemia Bartolotta che con la figlia Irene Tolomeo alleva barboni toy e nani.

La signora Bartolotta ha preso a cuore la battaglia che riguarda tra le 7 e le 9 mila attività in tutta Italia, con relative famiglie, e un considerevole numero di clienti che senza il servizio a loro dedicato rischiano parecchio.

Per farlo ha lanciato una petizione che in una settimana ha raccolto 15 mila firme e una pagina Facebook chiamata “Forza toelettatori Italia per riaprire a maggio” dove allevatori, padroni di cani e toelettatori stessi si riuniscono per aggiornarsi su tutte le novità riguardo l’eventuale riapertura.

Al momento quello che si intuisce è che le saracinesche torneranno ad alzarsi dal primo di giugno, che il servizio è stato equiparato a quello del taglio dei capelli per gli esseri umani e che le Regioni con un’ordinanza potrebbero permettere di riavviare queste attività che già prima dell’emergenza venivano svolte su appuntamento e non prevedevano alcun assembramento.

Qual è il rischio che corre un cane che non va per troppo tempo dal toelettatore?

“Ce ne sono parecchi, già in questi due mesi abbiamo ricevuto lamentele di molti proprietari che hanno i cani in condizioni pessime. Esistono cani con il pelo a crescita continua, come i nostri capelli, e poi ci sono i cani cosiddetti da “stripping”, come i cocker, che hanno bisogno di una manutenzione particolare, il pelo in pratica va “strippato”, una tecnica che alleggerisce molto il cane e non crea questo stato di polvere e di sporcizia che poi a contatto con la cute può creare dermatiti. Poi ci sono le unghie che si allungano e si ritorcono su se stesse fino a conficcarsi nei polpastrelli, quindi vanno tagliate e non può farlo una persona inesperta perché rischia di tagliare la vena e creare un’emorragia. Poi c’è il problema delle ghiandole perianali, il toelettatore quando fa il bagnetto svuota queste ghiandole che si riempiono quando il cane evacua, se non vengono svuotate si possono formare degli ascessi che poi si devono curare. Anche le orecchie, ci sono dei cani che hanno il pelo che esce dentro le orecchie e se non viene “strippato” lì ristagnano i batteri e possono venire le otiti, e ci sono dei cocker che muoiono di otite. Tutto si può prevenire facendo fare ai toelettatori il loro mestiere”.

Cosa sente lei dai toelettatori?

“Ci sono famiglie intere che si reggono su una attività, stanno facendo la fame, è giusto che si dica, non possiamo girarci attorno, hanno attinto ai risparmi e non hanno più dove attingere; poi lo fanno anche per passione, perché un lavoro come questo non si può fare senza passione, in questo momento soffrono anche perché non vedono i loro clienti a quattro zampe”

Com’è possibile che un servizio così popolare sia stato ignorato?

“Perché si pensa sempre che avere un animale sia un lusso, è un capriccio, si pensa che il toelettatore sia quello che fa il bagnetto, mette i fiocchetti e basta. C’è una toelettatrice che sta chiedendo disperatamente aiuto perché ha un cliente di 73 anni, vedovo, che l’unico compagno di vita che ha è un cocker maschio, ed è un cane che è il più terribile per quanto riguarda la sporcizia. Puzza, le frange si sporcano di urina, il pelo è da “strippare”. Come si fa a convivere tre mesi con un cocker maschio da solo? E parliamo di igiene, proprio in tempi in cui si parla solo di igiene”.

Cosa può fare in questo momento un padrone per sopperire in qualche modo alla chiusura del toelettatore?

“Moltissimi toelettatori hanno organizzato delle dirette live su Facebook dove hanno spiegato ai propri clienti come averne cura, sono stati veramente eccezionali, non sono stati con le mani in mano”.

È vero però che alcune Regioni hanno deciso di aprire, per saperne di più abbiamo deciso di sentire anche Sabrina Gnani, presidente dell’Associazione Professionisti Toelettatori, per avere una spiegazione più tecnica di ciò che sta accadendo alla categoria.

“Se useranno lo stesso criterio utilizzato per la chiusura, il settore subirà fortissime perdite economiche. Noi chiediamo di poter ripartire in quanto il nostro codice Ateco ci identifica come “servizio alla persona e cura e benessere animale”, mentre noi non lavoriamo sulle persone, lavoriamo sugli animali. Ci sono situazioni drammatiche, noi tutti i giorni veniamo sollecitati sia da i clienti sia dai veterinari per tornare nei nostri saloni perché la toelettatura non è soltanto estetica ma risolve delle situazioni veterinarie”

Qual è la risposta da parte delle regioni che ancora non hanno firmato le ordinanze per riaprire?

“Ci sono evidentemente dei Presidenti di Regione che hanno preso in mano la situazione e qualcuno che evidentemente non vuole o non può assumersi questo tipo di responsabilità”

In un momento in cui si discute così frequentemente delle modalità di ripartenza, questo appare un problema di facilissima risoluzione…

“Noi tra l’altro lavoravamo su appuntamento e con guanti e mascherina anche prima di questa pandemia, per poterci dedicare agli animali nel miglior modo possibile. Noi riceviamo costantemente richieste dai nostri associati perché non si capisce più nulla: in una regione si lavora, in un’altra no. E tutti questi sono imprenditori che lavorano per portare a casa la pagnotta e questa situazione è veramente drammatica e insostenibile. Bisogna ripartire e ripartire anche in fretta, se si considera che la nostra stagione va mediamente da marzo a luglio, un 50% l’abbiamo già perso”

Qual è il prossimo passo?

“Abbiamo unito le forze con le altre associazioni di categoria e abbiamo cominciato a martellare le istituzioni a tutti i livelli, dal sindaco alla Regione, fino ad arrivare a Roma. Noi siamo andati alla Camera dei Deputati con un dossier di richiesta, appoggiati da un onorevole e un europarlamentare, ma loro stessi ci hanno riferito che Roma sembra non essere interessata all’economia, Roma sembra essere interessata a tutelarsi da un punto di vista legale. Qualora un domani il governo centrale fosse accusato di pandemia colposa o qualcosa del genere loro hanno preso tutte le precauzioni del caso, senza considerare che le partite Iva non moriranno di Covid ma di fame”

Queste sono le risposte che avete avuto dalla politica?

“Abbiamo mandato delle mail comuni in cui comparivano le sigle di tutte le associazioni e abbiamo preso contatti anche singolarmente, ognuno con la propria influenza, e abbiamo ricevuto pochissime risposte. Tantissimi hanno preso iniziative private, hanno provato a fare video, interviste a quotidiani locali, ma la risposta della politica è stata praticamente nulla”.

La riapertura è comunque prevista dall’1 giugno

“Molti consegneranno le chiavi ai vari presidenti delle regioni prima, perché non ci si arriva al primo di giugno”

Quale potrebbe essere la conseguenza se davvero si arriverà al primo giugno?

“Molti colleghi hanno già messo in vendita la loro toelettatura, io personalmente ho pagato l’affitto di marzo e quello di aprile, quello di maggio non so se riuscirò”.

A fianco dei toelettatori, oltre a molti veterinari, anche la LAV, la più importante associazione animalista italiana, che con AGI commenta: “LAV è favorevole alla riapertura dei tolettatori poiché il loro intervento è indispensabile a prevenire o lenire eventuali problemi dermatologici o patologie cutanee, non per l’aspetto estetico. Speriamo che il positivo esempio di tre Regioni sia seguito dalle altre, poiché nel nuovo Dpcm non è stato inserito il codice Ateco 960904 che regola proprio questa attività, così come quella dei dog sitter, importanti per le famiglie che non possono far da sole. Auspichiamo anche una chiara riapertura di tutte le attività collegate alle adozioni, per contrastare il collasso delle strutture come canili e rifugi”. 

 

Agi

Tanta pressione sulla rete Internet. E lo smart working non c’entra

Capita che gli adolescenti, nel giro di un anno, guadagnino dieci centimetri d’altezza e qualche misura di scarpe. Nuove taglie, nuovi vestiti. Ora immaginate se anziché impiegarci mesi, vostro figlio o vostro nipote crescesse così nel giro di una notte. Sarebbe un bel problema. È quello che si sono ritrovati ad affrontare gli operatori di tlc italiani. Complice la quarantena, martedì 10 marzo il traffico registrato da Fastweb è passato dai consueti 2,5 terabyte al secondo a 3,2 terabyte al secondo. Quasi il 30% in più, una “crescita che di solito si registra lungo un anno intero”, spiega il cto Andrea Lasagna.

I motivi del picco: giochi e streaming

“A partire da martedì – afferma Lasagna – abbiamo rilevato un aumento del traffico”. L’impennata di martedì è stata una combinazione di fattori. Da una parte la progressiva estensione della quarantena, dall’altra il rilascio di un titolo molto atteso dai videogiocatori, Call of Duty Warzone, che ha consumato parecchia banda. Ma non è stato un episodio. “Nei giorni e nelle ore successive, il traffico è calato ma resta molto sostenuto”, con picchi “attorno ai 3 terabyte al secondo”. Cioè con un incremento che resta oltre il 20% rispetto alle settimane precedenti. “È qualcosa di eccezionale”.

“Lo smart working non è un problema”

Fastweb ha osservato non solo un aumento del traffico, ma anche una modifica della sua composizione. E lo smart working non c’entra quasi nulla. Il lavoro da casa ha sì avuto un impatto, ma molto più gestibile: nelle ore lavorativa, spiega Fastweb, l’incremento è stato del 5-10%. E per di più non è un aumento circoscritto alla sola attività degli occupati. Con la chiusura di scuole e università, in quelle ore a casa ci sono anche i figli. Questo, afferma Lasagna, dimostra che “lo smart working non è un problema”. Almeno per le reti. “Anche se spesso si utilizzano video e streaming, gli strumenti per lo smart working hanno una codifica spinta e utilizzano poca banda”.

Il traffico osservato nelle ore lavorative “non è paragonabile con quello della sera”. Insomma: a mettere pressione non è l’ufficio in casa ma videogiochi e piattaforme di streaming. È un’ulteriore dimostrazione, afferma il cto di Fastweb, che “le persone stanno davvero in casa”. E dalle 18 in poi consumano più banda, guardano film e giocando online. “Avere un’infrastruttura che vale aiuta le persone a non uscire”.

Le contromisure

È chiaro quindi che la rete sia “sotto stress”. Ma “ha reagito bene”. Fastweb spiega di essersi mosso “già nei giorni prima del picco”, avviando “un ampliamento fisico della capacità della rete”, in modo da evitare rallentamenti anche in momenti di forte pressione. In pratica, la famiglia ha comprato magliette e scarpe per quell’adolescente cresciuto in fretta. L’operatore ha tenuto botta anche grazie alla “capacità residua” a disposizione (cioè le maglie avanzate del fratello più grande). Il piano di ampliamento della capacità sta proseguendo perché il traffico resta elevato e si attende prosegua a questi livelli anche nelle prossime settimane.

Coronavirus,​​ digital divide, lavoro

Quello di un lavoro da remoto efficace non è “un tema di reti quanto di strumenti adeguati e di organizzazione aziendale”. Almeno nelle zone coperte da infrastrutture più evolute. La rete che regge è una questione in parte distinta dal divario digitale, che nel Paese resta forte. Secondo gli ultimi dati dell’Agcom, il 5% delle famiglie non è raggiunta dalla banda larga di rete fissa e una su tre può ambire al massimo a una velocità in download di 30 Mbps. Per Lasagna, la clausura forzata comporterà “un’accelerazione”: “Ha fatto capire che le tlc non sono solo un cavo ma sono abilitatori della trasformazione digitale. E che non si può fare a meno di una connessione casalinga”. Per guardare, giocare, lavorare. Dopo l’emergenza, una parte degli italiani forse rivaluterà l’ufficio. Ma ci saranno anche aziende che capiranno come “si possano affrontare tipologie di lavoro in modo differente”.  

Blocchi e lavoro da casa: VPN raddoppiate

Che le persone siano in casa lo confermano anche i dati di Atlas VPN. Nella settimana tra il 9 e il 15 marzo, l’utilizzo di VPN (reti virtuali private) in Italia è più che raddoppiata (+112%). Perché l’incremento è legato alla quarantena? Le VPN servono per offrire una navigazione sicura o per aggirare i blocchi. Con la clausura, spiega Atlas, è probabile che gli utenti abbiano deciso di utilizzarle per entrambi gli scopi. Molti servizi di streaming (come Netflix) hanno restrizioni geografiche. Alcuni contenuti, ad esempio, sono visibili negli Stati Uniti ma non in Italia. È quindi probabile che la corsa alla VPN sia dovuta alla volontà di “mascherarsi” per eludere la localizzazione. L’altro carburante per l’accelerazione è arrivato dallo smart working. Se un dipendente o un collaboratore deve collegarsi da casa alla rete aziendale e trattare file sensibili, ha bisogno di una connessione più sicura. E quindi di una VPN.       

Agi