Android scansati proprio, i possessori di iPhone acchiappano il 76% di più sulle app di dating

A quanto pare gli iPhone sono i migliori alleati per chi cerca di raggiungere quel che sposta anche un carro di buoi. Un nuovo studio rivela che il mostrare o meno gadget tecnologici, tipo e marca del dispositivo hanno un impatto sulle probabilità di essere scelti nelle app di appuntamenti. La ricerca realizzata da CompareMyMobile ha analizzato i risultati di oltre 50.000 swipe e match sulle applicazioni più popolari per combinare incontri verso profili identici in tutto tranne che per quello che riguarda l’aspetto tech.

I risultati hanno mostrato l’evidente apprezzamento ricevuto da chi possiede un iPhone (+76%), un Apple Watch (+61%) o gli AirPods (+41%). I dispositivi Apple aiutano più di tutti nell’ottenere uno giudizio positivo e una maggiore possibilità di abbinamento. Per quanto riguarda Android invece i migliori esiti li hanno gli utenti Samsung (+10), mentre gli altri produttori hanno tutti un impatto negativo: Google (-10%), Sony (-14%), Huawei (-23%) e OnePlus (-30%). Invece mostrare un BlackBerry riduce le probabilità di essere scelti addirittura del 74%!

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Lo studio ha analizzato i dati provenienti da 15 metropoli e tutte le percentuali riportate sono in confronto a un profilo in cui non veniva mostrato per niente uno smartphone o un altro dispositivo. I risultati variano di città in città e curiosamente mentre a New York vanno forte gli AirPods, a Londra attira di più mostrare un iPhone 11. In generale è emerso che le donne pongono maggiore attenzione all’aspetto tecnologico e che i millennial sono più influenzati dalla marca del telefono che da quella dell’automobile.

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Il grande social blu si è mosso: il tema scuro sta arrivando ufficialmente sulle app mobile di Facebook!

Dopo Instagram, Messenger e Whatsapp, all’appello manca soltanto l’app principe della scuderia di Mark Zuckerberg, ovvero Facebook. Stiamo parlando del tanto discusso tema scuro, ormai onnipresente sui principali servizi mobile e, per quanto riguarda il social blu, già disponibile persino nell’app Lite e nella versione web. La corsa però, sembra finalmente giunta nel vivo.

Dopo alcune segnalazioni in rete, Facebook ha deciso di rompere gli indugi e di confermare ai colleghi di SocialMediaToday di aver iniziato ufficialmente i test pubblici per il tema scuro sulle app mobile per iOS e Android. Trattandosi di test, la novità al momento è disponibile soltanto per una ristretta schiera di utenti selezionati, ma se tutti dovesse procedere senza intoppi, la diffusione potrebbe aumentare nei prossimi giorni.

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Verosimilmente, ci sarà da aspettare ancora un po’ per vedere approdare il tema scuro sulle app Facebook di tutti, ma la buona notizia è che la conferma ufficiale è finalmente arrivata. Qualcuno di voi è fra i pochi fortunati ad aver già ricevuto le tinte scure nell’app mobile di Facebook?


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Galaxy Note 20 elegantissimo con il retro specchiato e qualcosa in comune con S20 Ultra (foto) (aggiornato: novità sulle dimensioni)

Torniamo ancora a parlare di Galaxy Note 20, la prossima serie top di gamma di Samsung che vedrà a luce entro la prossima estate. Dopo aver appreso importanti dettagli sulle sue caratteristiche tecniche e sulla sua modalità di lancio, parliamo del suo design.

Nelle ultime ore sono trapelati online dei nuovi render del dispositivo, provenienti da Pigtou e xleaks7. Le nuove immagini, che potete apprezzare nella galleria a fine articolo, ci mostrano un Galaxy Note 20 elegante: le dimensioni corrisponderebbero a 161,8 x 75,3 x 8,5 mm, confermando un mezzo millimetro in più di spessore rispetto a Galaxy Note 10 e una diagonale del display da 6,7″. Lo schermo presenta il foro centrale per la fotocamera e sembra avere un design piatto, non curvo ai bordi. Sul retro vediamo una superficie specchiata con curvature laterali.

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Sempre sul retro vediamo il modulo fotografico rettangolare, uno dei punti in comune più evidenti tra Galaxy Note 20 e Galaxy S20 Ultra. Il profilo laterale inferiore presenta lo speaker audio, la porta USB Type-C centrale e l’alloggiamento per la classica S Pen. Con molta sicurezza ci aspettiamo due varianti di Galaxy Note 20, differenti almeno per dimensione del display.

Rimangono ancora molti interrogativi sulla data di lancio dei nuovi Galaxy Note 20 di Samsung, vi terremo aggiornati sui prossimi sviluppi.

Aggiornamento23/05/2020 ore 00:05

Anche il noto Max Weinbach di XDA ha commentato i render di Galaxy Note 20 trapelati in rete nelle ultime ore: oltre al disappunto per la qualità grafica dei render, Weinbach riferisce che quello mostrato sarebbe Galaxy Note 20+ e non Note 20. Secondo le sue fonti, Galaxy Note 20+ sarà più alto di 2 mm e più stretto di 1 mm rispetto a Galaxy Note 10+.

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“Informazioni mirate sulle bacheche dei lettori di bufale​”. L’annuncio di Facebook

Facebook ha già un “centro informazioni sul coronavirus” e limita la circolazione dei contenuti bollati come bufale. Tra poco inizierà a pescare chi ha “interagito con contenuti di disinformazione dannosi relativi al Covid-19”. In sostanza, gli utenti che hanno cliccato, messo un like o commentato le panzane sull’epidemia vedranno comparire sulla propria bacheca “nuovi messaggi” che “permetteranno di consultare i miti sfatati dall’Oms”.

Lo spiega Guy Rosen, vicepresidente Integrity di Facebook. “Vogliamo connettere le persone che potrebbero aver interagito con informazioni errate e dannose sul virus con la verità proveniente da fonti autorevoli”. La novità sarà diffusa “nelle prossime settimane”.

I falsi miti sul coronavirus

Le informazioni che compariranno sulla bacheca sono legate alla sezione “myth busters” dell’Oms, uno spazio in cui l’Organizzazione mondiale della Sanità ha raccolto le bufale sul Covid-19, spiegando perché sono castronerie. Qualche esempio: il 5G accelera l’epidemia, prendere il sole previene il contagio, trattenere il respiro per dieci secondi senza tossire significa non essere infetti, bere alcolici protegge dal coronavirus, freddo e neve uccidono il Covid-19, fare una bagno caldo rende immuni.

Dalle parole di Rosen sembra che questa comunicazione mirata riguardi solo i casi più gravi, cioè quelli “rimossi dalla piattaforma perché in grado di causare danni fisici imminenti”. Come ad esempio la bufala del consumo di candeggina curi il coronavirus o la negazione che il distanziamento sociale sia utile. Solo in questi casi, infatti, i post vengono oscurati. Menlo Park parla di “centinaia di migliaia di notizie false” eliminate.

Cosa ha fatto Facebook contro le bufale

Nella maggior parte dei casi, la piattaforma non elimina i post. Se un contenuto viene giudicato falso dalla rete di partner incaricati di verificare le notizie, Facebook riduce la distribuzione del post e mostra delle etichette di avvertimento. La verifica non tocca solo la notizia esaminata ma anche quelle simili, che vengono quindi smentite di riflesso. Ecco perché, spiega Rosen, nel mese di marzo sono stati analizzati circa 4.000 articoli ma i post interessati da etichette e circolazione ridotta sono stati molti di più: 40 milioni.

Il metodo, pur non arrivando al bando del contento, secondo Facebook sta funzionando: “In circa il 95% dei casi, quando le persone hanno visualizzato gli avvisi, non sono andate a vedere il contenuto originale”. Ha cliccato sul post solo un utente su venti. La società ha anche rivelato quanti iscritti sono entrate nel “Centro Informazioni sul Covid-19”, una sezione che contiene dati aggiornati da fonti autorevoli. Compare nella colonna “esplora” o con pop-up su Facebook e Instagram. Ci hanno cliccato su 350 milioni di persone.

Nei prossimi giorni, il centro informazioni si arricchirà di una nuova sezione, chiamata “Get the Facts”. Includerà solo articoli approvati dai partner di fact checking e selezionati dalla redazione interna di Facebook. Per ora, però, questo aggiornamento arriverà solo negli Stati Uniti.

Factchecking, si allarga la rete

Facebook ha rafforzato il supporto ai partner incaricati di controllare l’attendibilità delle notizie sul Covid-19 con un programma da un milione di dollari. I primi 13 beneficiari (tra i quali Pagella Politica in Italia) sono già stati svelati. Altri “saranno annunciati nelle prossime settimane”. Da inizio marzo, Facebook ha siglato accordi con otto nuovi partner ed esteso la copertura ad altro 12 Paesi. La rete è al momento composta da 60 organizzazioni che rivedono contenuti in oltre 50 lingue.

Agi

La scritta sulle confezioni di Mi 10 Pro accende le polemiche in Cina, e Xiaomi tenta di incolpare Google

“Con accesso semplice alle applicazioni Google che utilizzi più spesso” – questa è la scritta che campeggia in bella vista, proprio sotto il nome dello smartphone, nella confezione di vendita di Mi 10 Pro.

L’obiettivo è molto chiaro, e anche il riferimento: Xiaomi vuole distinguersi da Huawei, e per farlo ha deciso di puntare su una caratteristica importante per il pubblico europeo, ovvero le applicazioni Google.

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Già da tempo infatti, Huawei non ha più accesso ai servizi della società americana a causa del ban imposto dal governo statunitense. Dunque, nella lotta con P40, quale arma migliore per Xiaomi?

Dopo un inizio bomba per Mi 10 in Cina, la società non vuole lasciarsi sfuggire il mercato del vecchio continente, su cui Huawei stava facendo faville. In un 2020 magro per tutti, l’obiettivo terzo posto è alla portata di Xiaomi.

Aggiornamento07/04/2020

A quanto pare, i cinesi non hanno apprezzato il comportamento di Xiaomi, identificato come un chiaro tentativo di screditare una società connazionale.

Tanto che la società è stata costretta nelle scorse ore a diramare un comunicato ufficiale su Weibo in cui si è dichiarata non colpevole ma semplicemente conforme alle nuove linee guida di Google, effettive a partire dal lancio Mi 10 Pro, che le hanno imposto di aggiungere la scritta incriminata (un po’ come già succede con “powered by Android”).

Ma non è finita qui: la stessa Xiaomi, dopo alcune ore, ha confessato a XDA tramite un portavoce che tali linee guida risultano essere in realtà di vecchia data. Scavando un po’, XDA ha effettivamente appurato che le condizioni imposte da Google ai propri partner non prevedono l’obbligo di apporre la scritta, ma una semplice raccomandazione (valida nel caso il produttore preinstalli una serie di applicazioni solitamente al di fuori del pacchetto standard: Google Podcast, Calendar, ecc.).

Da una parte, la società ha dunque voluto tranquillizzare il pubblico cinese facendo passare la scelta come un’imposizione da parte di Google. Dall’altra, alla redazione internazionale di XDA, ha rivelato che si tratta di accordi pre-esistenti, e comunque non obbligatori. Una situazione paradossale, a cui Xiaomi ha contribuito con la confusione fatta nei vari comunicati stampa, in netta contraddizione tra loro. Qualcuno ha bisogno di un reparto di PR più attento?

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